Il miracolo giapponese è stato fortemente sopravvalutato
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Le esportazioni giapponesi sono aumentate del 16,7 per cento a settembre, raggiungendo quota 10.972 miliardi di yen. Ma dietro il record nominale si nasconde una crescita assai più modesta: i volumi reali sono saliti appena dell’1,9 per cento. La differenza racconta molto più di un semplice scarto statistico. In un’economia fortemente integrata nelle catene globali del valore, il deprezzamento dello yen e il rincaro delle importazioni possono gonfiare il valore delle merci esportate senza tradursi in un aumento proporzionale della ricchezza prodotta o del potere d’acquisto delle famiglie. Per una visione rigorosa, liberale e riformista, occorre smontare la retorica dei record statistici per esaminare le profonde contraddizioni che attraversano il modello produttivo nipponico tra spinta tecnologica, vulnerabilità energetica e squilibri commerciali.
Il saldo della bilancia commerciale rimane strutturalmente in deficit: a settembre ha raggiunto i 536,6 miliardi di yen, aggravando un semestre fiscale che registra un passivo complessivo di oltre duemilaottocento miliardi di yen. Questo squilibrio non è casuale, ma riflette una duplice pressione: da un lato, il rincaro delle importazioni energetiche e delle materie prime; dall’altro, il forte deprezzamento dello yen, che viaggia stabilmente sopra quota 157 rispetto al dollaro. La svalutazione della moneta nazionale offre agli esportatori un vantaggio competitivo sui prezzi e accresce i ricavi nominali espressi in valuta estera, ma rende molto più costoso l’approvvigionamento di petrolio e gas naturale liquefatto. Il valore delle importazioni di greggio, per esempio, è aumentato del 51,1 per cento, a fronte di una crescita delle quantità di appena il 3,1 per cento. Il risultato è un’asimmetria che grava sull’intero sistema economico: i costi dell’energia ricadono sul Paese e sui consumatori interni, mentre i benefici dell’export non si traducono automaticamente in un aumento del potere d’acquisto delle famiglie.
A sostenere la performance commerciale giapponese è soprattutto il ciclo globale di investimenti nell’intelligenza artificiale e nelle apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Le spedizioni di componenti elettronici e macchinari di precisione per la fabbricazione di chip hanno registrato aumenti vicini o superiori al 40-50 per cento, spiegando da sole circa il 45 per cento della crescita nominale complessiva delle esportazioni. Il Giappone si conferma così un attore fondamentale della filiera tecnologica avanzata, grazie a competenze industriali di primo piano nella litografia, nella chimica avanzata e nel controllo dei processi produttivi. Questa specializzazione, tuttavia, concentra i profitti lungo catene del valore internazionali e presso grandi gruppi multinazionali, senza garantire un aumento diffuso della produttività o dei salari reali nell’economia domestica. Il rischio è quello di un’economia a due velocità: da una parte, un comparto hi-tech altamente redditizio, ma esposto alle oscillazioni dei cicli globali d’investimento; dall’altra, un mercato interno frenato dai vincoli demografici, dalla debolezza dei consumi e dalla difficoltà di accrescere la produttività delle piccole e medie imprese.
Anche sul piano della geopolitica economica e delle risorse, la posizione di Tokyo rimane delicata. L’alleanza strategica e industriale con gli Stati Uniti rappresenta un pilastro della sicurezza economica nazionale, come dimostrano i recenti accordi di co-investimento manifatturiero nello Stato di New York nell’ambito della Strategic Investment Initiative. Questa integrazione contribuisce a rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento occidentali, in un contesto segnato da tensioni geopolitiche crescenti e dalla necessità di ridurre i rischi legati alle dipendenze dai blocchi autoritari. Allo stesso tempo, Washington e Tokyo devono confrontarsi con un quadro tariffario complesso, fatto di dazi mirati e pronunce giudiziarie che impongono flessibilità e un costante monitoraggio normativo.
Il rapporto con la Cina, parallelamente, continua a essere segnato da una difficile combinazione di rivalità e interdipendenza. La competizione nel settore automobilistico si è intensificata con l’avanzata cinese nei veicoli elettrici, contribuendo a far crollare di quasi il sessanta per cento le esportazioni di auto giapponesi verso Pechino. Eppure, la Cina resta un mercato fondamentale per i beni strumentali, i macchinari e i componenti avanzati prodotti dal Giappone. Questa coesistenza tra competizione strategica e integrazione commerciale dimostra quanto sia difficile immaginare un disaccoppiamento totale tra le due economie. Per le classi dirigenti giapponesi, la sfida è quindi governare le interdipendenze con pragmatismo, evitando derive protezionistiche che finirebbero per danneggiare gli stessi interessi industriali nazionali.
La lezione che arriva da Tokyo è chiara: la potenza industriale non coincide necessariamente con il benessere diffuso. Perché i risultati dell’export si traducano in crescita e redditi più elevati servono politiche interne capaci di intervenire sulle debolezze strutturali del Paese. Il Giappone deve accelerare la transizione energetica per ridurre l’esposizione alla volatilità dei mercati dei combustibili fossili, diversificare le fonti di approvvigionamento e sostenere la domanda interna attraverso investimenti in innovazione e riforme fiscali favorevoli al lavoro. Senza una strategia in grado di trasformare il boom tecnologico globale in maggiore produttività, crescita reale e stabilità dei redditi, il «miracolo» dell’export giapponese rischia di restare soprattutto un record contabile.
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