Il caso del presunto ideatore del Movimento 17 ottobre riapre il dossier sulla sicurezza della ricerca
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Il caso di Youssef Siher, il trentenne fermato nell’inchiesta sugli scontri di Milano, riporta al centro una questione che l’Italia non può più rimandare: la sicurezza della ricerca. Siher è ritenuto dagli investigatori la mente del Movimento 17 ottobre, la pagina Instagram e il gruppo Telegram comparsi dopo le proteste e i disordini in città. I messaggi pubblicati dal movimento annunciavano nuove mobilitazioni e attaccavano le istituzioni e il governo. A Siher vengono contestate, tra le altre, le ipotesi di istigazione a delinquere e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche; è stata inoltre contestata l’ipotesi di terrorismo. Le accuse sono da verificare e la responsabilità penale dovrà essere accertata.
La vicenda ha chiamato in causa anche l’Ispi, dove Siher aveva svolto uno stage nel 2024 come research trainee nell’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. L’istituto ha precisato che da allora non ha più collaborato con lui. Quell’esperienza, da sola, non dimostra alcuna responsabilità dell’Ispi, né autorizza a trasformare una controversia politica in un giudizio sull’intero sistema della ricerca. C’è però un elemento che merita di essere considerato: prima dello stage, Siher aveva già pubblicato messaggi di apprezzamento per il 7 ottobre 2023, giorno degli attacchi di Hamas contro Israele. Non è una prova di terrorismo e non dovrebbe diventare un criterio automatico di esclusione. Ma, in un contesto professionale sensibile, è legittimo chiedersi se quelle manifestazioni pubbliche meritassero uno scrupolo in più e una valutazione contestuale.
La sicurezza della ricerca non significa selezionare studiosi in base alle loro opinioni politiche, né chiedere a università e centri di ricerca di comportarsi come servizi segreti. Significa valutare i rischi legati a finanziamenti, collaborazioni internazionali, accesso a tecnologie, trasferimento di conoscenze e possibili conflitti d’interesse, proteggendo al tempo stesso la libertà accademica.
Il precedente più delicato riguarda proprio l’Ispi. Nel 2023 il Dipartimento di Giustizia statunitense accusò Natalia Burlinova, fondatrice dell’organizzazione russa Picreadi, di avere agito come agente non dichiarata di Mosca. Secondo gli inquirenti americani, il programma Meeting Russia, presentato come un’iniziativa di diplomazia pubblica, sarebbe servito anche a raccogliere informazioni sui ricercatori occidentali coinvolti, per conto di un ufficiale dell’intelligence russa. Alle iniziative di Picreadi avevano partecipato anche studiosi italiani e l’Ispi aveva collaborato a un evento organizzato a Milano nel 2019. Nulla indica che i partecipanti italiani fossero consapevoli delle presunte attività clandestine, che Burlinova ha contestato. Ma il caso mostra come le relazioni accademiche e gli scambi internazionali possano essere sfruttati per finalità diverse da quelle dichiarate.
È questo il punto di contatto con il caso Siher. Non c’è alcuna prova che le due vicende siano collegate, né che l’esperienza di Siher all’Ispi abbia avuto implicazioni per la sicurezza. Eppure, se non si può chiedere a un istituto di ricerca di escludere una persona per le sue opinioni, è legittimo domandarsi quando manifestazioni pubbliche potenzialmente preoccupanti debbano indurre a una verifica più attenta prima di affidare un incarico, soprattutto in un ambito sensibile. Non per emettere sentenze preventive, ma per adottare procedure di sicurezza della ricerca che oggi non possono più essere considerate un optional.
L’Italia non parte da zero. Il ministero dell’Università e della Ricerca ha elaborato linee guida nazionali per la sicurezza della ricerca, basate però sull’adesione volontaria e sull’autovalutazione. La sfida è trasformarle in procedure, formazione e cultura condivisa negli atenei e negli enti scientifici. Serve anche un raccordo più stretto tra pubblico e privato: le università non possono essere lasciate sole davanti a rischi che coinvolgono la sicurezza nazionale e gli interessi industriali. Le istituzioni devono offrire analisi e indicazioni, le imprese contribuire a individuare vulnerabilità e proteggere le conoscenze.
Il caso Siher non dimostra un’infiltrazione straniera nella ricerca italiana, né prova un collegamento con servizi segreti. Ma aspettare che emerga un caso conclamato per attrezzarsi sarebbe un errore. Proteggere la ricerca non significa chiuderla: significa fare in modo che la sua apertura non diventi una vulnerabilità strategica.
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