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Amen, la notte dei figli senza padri

31 October 2026 at 03:45

«Siamo soli. Non ci sono più padri. Solo figli. Non ci sono più nemmeno le madri». Bastano poche parole di Massimo Recalcati per capire dove ci porta Amen. Il debutto teatrale dello psicoanalista milanese, prodotto da Teatro Franco Parenti e Centro Teatrale Bresciano, nasce da una domanda che attraversa tutta la sua opera. Cosa resta a una generazione cresciuta senza punti di riferimento? Come si diventa adulti quando l’eredità sembra evaporata?

Recalcati ha dedicato anni di studio e di libri alla crisi della figura paterna e al rapporto tra le generazioni. Qui quel pensiero cambia forma: non è più un saggio né una lezione, ma un racconto visionario affidato ai corpi e alle voci degli attori. È questa la scelta più interessante dello spettacolo, che porta la firma di drammaturgia e regia di Claudio Autelli. Al centro c’è un coro di giovani interpreti, Salvatore Alfano, Ludovica Angelini, Ion Donà, Caterina Erba, Gabriele Martini, Michele Marullo, Pietro Moser, Emilia Tiburzi e Giorgia Zatti. Le parole dell’autore si moltiplicano e si frantumano in molte voci. Diventano così l’esperienza viva di chi oggi ha vent’anni e si interroga sulla propria condizione di figlio, sulle paure del presente e su un futuro sempre più incerto.

La trama ha la struttura di un viaggio notturno. Un ragazzo attraversa una lunga notte in cui sogno e realtà si confondono. Accanto a lui compaiono due presenze: una madre e un soldato che arriva da un’altra epoca e gli insegna il significato della resistenza. Tra ricordi e apparizioni, la vicenda individuale si allarga fino a diventare un’indagine sulle fragilità dell’essere umano. In gioco c’è il bisogno, profondamente umano, di trovare un senso alla propria vita anche quando tutto sembra privo di fondamento.

La figura del soldato è la chiave più suggestiva del testo. È un uomo di un altro tempo, testimone di un’epoca in cui resistere aveva un significato preciso e collettivo. Nell’incontro con il ragazzo diventa una sorta di padre simbolico, arrivato da lontano a consegnare un’eredità possibile. È un tema caro a Recalcati: la trasmissione tra le generazioni non passa per l’autorità o per il comando, ma per la testimonianza. Non si eredita un modello da copiare, si eredita un desiderio da far vivere. In questo senso, la presenza materna accanto al protagonista completa il quadro di una genealogia ferita e ancora capace di custodire qualcosa.

L’allestimento punta su una dimensione onirica e corale. Le scene e i costumi sono di Gregorio Zurla, le luci di Omar Scala, mentre Davide Montagna ha curato il movimento, elemento essenziale in uno spettacolo che affida al corpo collettivo degli attori gran parte del suo racconto. Il coro non fa da sfondo alla storia del protagonista: ne è il prolungamento, l’eco, la moltiplicazione. Ogni voce porta una sfumatura diversa della stessa domanda, e il ragazzo che attraversa la notte diventa lo specchio di un’intera generazione.

Il titolo stesso suggerisce un doppio movimento. Amen è la parola che chiude una preghiera, un congedo, un «così sia» rassegnato. Ma è anche un atto di adesione, un sì pronunciato alla vita così com’è. Lo spettacolo si muove proprio in questo spazio, tra la constatazione di un mondo rimasto senza garanzie e la scelta di abitarlo comunque.

Ne esce un inno all’esistenza vulnerabile e incerta, che non offre consolazioni facili. Non promette il ritorno dei padri né una via d’uscita dalla solitudine. Indica però una strada più difficile e più concreta: l’ostinata capacità di resistere, di restare in piedi, di continuare a cercare un senso.

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