❌

Normal view

Received — 26 October 2026 ⏭ Blondet & Friends

Michel Foucault, geniale icona del male (parte II)

26 October 2026 at 17:16

 

Michel Foucault, sulle tracce di Adorno e Horkheimer ( La personalità autoritaria) ,
affermò che l’illuminismo fu il processo che liberò dall’ accettazione di ogni autorità. Per
lui la modernità è un atteggiamento più che un periodo storico, caratterizzato
dall’attitudine critica, giudicante, infine dissolvente nei confronti della realtà. L’esito che
abbiamo dinanzi è drammatico. Foucault riscoprì, da una prospettiva rovesciata, il
pensiero di Nietzsche, in particolare il nichilismo e il concetto di “morte di Dio”,
estendendolo alla morte dell’uomo. “L’uomo è un’invenzione di cui l’archeologia del nostro
pensiero mostra la data recente ( Le parole e le cose). “ Per Marcello Veneziani fu un ponte
sospeso tra Marx e Nietzsche, “ da rivoluzione a trasgressione, da masse a soggetti, da
rivendicazioni sociali a desideri individuali sprigionati”. Morte di Apollo, vittoria di
Dioniso; le vittime sono la civiltà, le comunità, i singoli uomini. Fu patrono di emarginati e
soprattutto degenerati: Nietzsche osservato da un cannocchiale capovolto. Oltre alle
carceri, considerava universi concentrazionari ospedali, manicomi, scuole, tribunali,
commissariati di polizia, poiché ogni istituzione è il Male.
L’ obiettivo – conseguito !- era la liberazione e l’intronizzazione dei pazzi, dei delinquenti,
dei malati, delle minoranze sessuali e di ogni genere di deviati. Fu incline al suicidio ed
abusò per tutta la vita di droghe e alcool. Centro del suo pensiero è la rivolta contro la
norma e la normalità. Conta per lui non la classe, la nazione, la società, ma solo il soggetto.
Fu il teorico della svolta individualista e nichilista del post Sessantotto , che traslocò dal
socialismo rivoluzionario al radicalismo libertario, basato sulla liberazione dei desideri
preconizzata da Marcuse e tematizzata da pessimi maestri, Gilles Deleuze e Fèlix Guattari,
ne L’Anti Edipo. La “micropolitica del desiderio” cui segue la “ liberazione dei flussi
libidinali”.
Foucault pensava che chi vuole opporsi a un ordine oppressivo deve fissare l’attenzione su
istanze di potere diverse dallo Stato per tessere reti di contropotere Quando parlava di
“microfisica del potere” descriveva l’atto con cui il potere penetra dentro gli individui e
diventa dispositivo. Se la nemica dei francofortesi fu la personalità autoritaria , fomite del
fascismo elevato a categoria eterna del male, Foucault si spinge oltre . Nemico assoluto
resta sì il fascismo, ma in quanto , come per Sartre, “ è già nello Stato”. Avversario di ogni
ordine, per Foucault la libertà coincide con l’alienazione, la fuoriuscita da sé, capovolgendo
Marx. Eppure comprese che, chiusi nella soggettività, gli esseri umani diventano più docili
e indifesi, addirittura complici del potere, un convincimento ripreso dall’ultimo Agamben.
Non riponeva speranza alcuna nell’azione collettiva o in rivoluzioni politiche: per lui la
(non) soluzione è l’ombra, lo spazio soggettivo in cui ognuno vive e accetta i propri vizi e
finanche le depravazioni in assenza totale di regole o limiti. La conseguenza è il tracollo
generale dell’uomo e del mondo. Ha scavato sotto le fondamenta come uno sciame di
termiti; impressiona che abbia goduto di tanto credito e di perdurante successo. Del resto,
l’Occidente terminale, woke, invertito, debosciato, orgiastico e senz’anima è in larga parte
un suo frutto. Se Paul Ricoeur, che definì Marx, Nietzsche e Freud maestri del sospetto, ne

avesse conosciuto l’opera, gli avrebbe attribuito la stessa qualifica. Foucault fu nemico
delle norme, ma lui stesso venne eretto a norma intellettuale; regna ancora su buona parte
della cultura contemporanea. Follia, prigione, sessualità, minoranze, diritti, dominio
biocratico: la sinistra postmoderna gli deve molti dei suoi concetti. Dopo la breve stagione
strutturalista, teorizzò la “morte dell’uomo”, con grande dispetto di Jean-Paul Sartre, che
intuì, nel rifiuto della storia come prassi, la fuoriuscita di Foucault dal marxismo.
In Sorvegliare e punire (1975) Foucault dà a questo approccio un'illustrazione esemplare.
Contesta l’idea che il potere appartenga allo Stato; al contrario, viene esercitato soprattutto
per mezzo della conoscenza, delle norme e delle pratiche quotidiane. Alain de Benoist
afferma che il pensiero di Foucault “si riduce a poche semplici idee: rimuoviamo i
manicomi e non ci saranno più sciocchi, rimuoviamo i medici e non ci saranno più persone
malate, tagliamo le prigioni e non ci saranno più delinquenti. “ Il guaio è che è stato
creduto. Nella Storia della sessualità applica lo stesso ragionamento all’ambito sessuale.
Parlare esclusivamente di repressione sessuale è un errore: sono piuttosto discorsi medici,
educativi e psichiatrici ad avere gradualmente standardizzato e medicalizzato la sfera
pulsionale. Per lui la sessualità è un oggetto su cui la società ha imposto agli individui di
“confessare” la propria verità soggettiva.
L’idea che lo ossessionò fu il governo ( o non governo) di sé. Verso la fine della vita, Michel
Foucault abbordò l’ anarcoliberismo. “Nulla di strano o imprevedibile: nemico dello Stato,
vide nel neoliberismo un'alternativa meno normativa e autoritaria rispetto alla sinistra
classica, che trovava totalmente obsoleta. “(de Benoist) . Ma se il potere è ovunque, in
nome di che cosa condannare una delle sue forme? E’ l’obiezione della femminista Nancy
Fraser e di Jürgen Habermas, mentre altri hanno criticato l’attacco alla nozione di verità
che riduce la conoscenza a pura relazione di potere. Altrettanto devastante fu l’abbandono
della critica sociale a favore di un’analisi centrata non sullo sfruttamento dell’uomo, ma
sulla repressione contro le minoranze, un’idea che ha disarmato la sinistra di fronte al
capitalismo.
Una critica serrata a Foucault viene da François Bousquet, esponente della Nuova Destra
francese. Il suo pamphlet è sulfureo sin dal titolo: Putain de Saint Foucault, archeologie
d’un fetiche (Fottuto San Foucault, archeologia di un feticcio). Fin troppo chiara la prima
parte, mentre la seconda rinvia alla categoria di feticcio nel senso originario di falso,
fittizio. Bousquet muove dal rifiuto del nome del padre, un parricidio simbolico molto
freudiano. Il ruolo paterno fu così descritto dallo psicanalista strutturalista Jacques Lacan:
il nome del padre crea la funzione del padre. Nulla di meno foucaultiano, ma la sconfitta
del padre è la crisi di una funzione recisa che collegava il simbolico e l’immaginario, per
unire più che vincolare, mettere in relazione piuttosto che legare. Foucault predicava il
contrario, un divenire mutante, il divenire animale dell’uomo.
Ammette sconsolato Bousquet : “raramente un pensatore ha prefigurato così intensamente
un momento storico”. Insegnò per anni al mitico Collège de France e le sue lezioni erano
autentici eventi. Un piede al Collège, l'altro all'inferno, o entrambi, giacché per il marxista
Pierre Bourdieu quell’istituzione è un luogo di sacralizzazione degli eretici. Veri o presunti,

ma sempre monumenti di se stessi. L’ Archeologie d’un fetiche di Bousquet è un catalogo
delle perversioni in cui sfilano tutti i vizi oggi considerati virtù, di cui l’autore di Follia e
irrazionalità era un simbolo intoccabile e peccaminoso. Una sintesi del suo tempo, che è il
nostro, l’epoca in cui “ l’obiettivo principale non è scoprire, ma rifiutare ciò che siamo,
dunque l’autonegazione, la morte del soggetto “. Ovvero Mefistofele, lo spirito che sempre
nega (Goethe). E che, nel caso di Foucault, cerca per tutta la vita di staccarsi da se stesso, di
perdersi, vagare, non per ritrovarsi, ma per cancellare tutto sino all’autodistruzione.
Distillato di nichilismo puro, pensiero e biografia diventano epitomi del presente tossico.
Dalla magniloquente proclamazione della morte del soggetto ( ossia dell’essere umano !)
alla deambulazioni omo e sadomaso americane, passando per il neoliberismo, lo sguardo
fisso su prigioni, manicomi, deviazioni , le stanze lussuose del Collège de France sino alla “
sessualità senza sesso”, l’opera di Foucault è un contenitore eterogeneo dal fascino simile a
quello esercitato da certi criminali. “ Negazione, perdita del centro, fuga da se stessi ( ma
non si può sfuggire !) : questi sono i grandi leitmotiv che punteggiano l’opera, il cui punto
d’arrivo è la cancellazione e la scomparsa” conclude Bousquet. L’ Ordine del discorso di
Foucault fornirà gli elementi linguistici della teoria di genere. Non ne fu certo l'inventore,
ma senza la sua aura intellettuale, il suo lavoro preparatorio, la sua contro-storia della
sessualità, l'intera ideologia di genere avrebbe avuto grandi difficoltà a uscire dal
fondamentalismo LGBT .
L’intera sua opera è una vasta, variegata, incandescente collezione di spunti da cui
attingeranno tutte le correnti dell’Occidente postmoderno. “ Oggi è la stella indiscussa dei
laboratori ideologici, il precursore della teoria di genere, il guru di Judith Butler, del Gay
Pride e degli educatori alla rovescia, l'autore più citato nelle discipline umanistiche, noto
quanto i Beatles. “Un santo, un fottuto santo , per usare l'espressione di David Halperin,
venerato su entrambe le sponde dell'Atlantico, che ha bruciato la candela da entrambi i
lati con la stravaganza di un vecchio saggio costretto a leggere Sade e a prendere l'LSD.
Premoderno e postmoderno, con un piede al Collège de France, l'altro all'inferno” ( F.
Bousquet).
E se Foucault avesse ingannato tutti? E’ giunto il momento di strappare le innumerevoli
maschere che gli hanno garantito una lunga immagine pubblica. Di lui, in negativo, vale il
giudizio che Alessandro Manzoni dette del cardinale Borromeo: la sua vita fu il paragone
delle parole. Anarchico, di sinistra, marxista, esuberante o riservato, nichilista,
antimarxista esplicito o velato, intellettuale di servizio del neoliberismo, pazzo o pervertito,
sotto quale identità San Foucault, il “fottuto San Foucault”, percorre il suo cammino

L'articolo Michel Foucault, geniale icona del male (parte II) proviene da Blondet & Friends.

L’Europa ha bisogno di uno psichiatra

26 October 2026 at 07:50

L’Europa ha bisogno di uno psichiatra. Ma di uno bravo. Da lungo tempo, ormai, soffre di mania di persecuzione e di altre malattie connesse, si sente sotto attacco, vede ombre russe dappertutto, e nei casi più gravi anche iraniane. Diciamo Europa per capirci, che forse dovremmo chiamare Neuropa, visti i suoi evidenti disturbi neurologici; in realtà parliamo della cupola che guida l’Unione Europea e alcuni dei principali stati e governi, compresi alcuni ministri della difesa. Se non volete chiamarla oligarchia o eurocrazia chiamatela governance europea. A cominciare dalla signora Ursula che la guida, è tutto un gridare All’orso! All’orso! Variante russofoba di Al lupo! Al lupo! L’ultimo attacco di psicosi e paranoia è stato quello di attribuire pure la vandalica e demente rivolta dei ragazzini nelle vie di Milano, Torino, Bologna a quella che ormai definiscono guerra ibrida; i mandanti di quegli sfasci sarebbero in Russia o nel Golfo Persico. Guerra ibrida è diventato lo slogan e il passepartout per attribuire ogni malessere, disguido, hackeraggio, rivolta che accade in Europa, al Nemico, l’ineffabile e onnipresente russo, in un remake della guerra fredda anni sessanta. L’Unione europea e i suoi tentacoli locali si sentono ormai in guerra con la Russia, vedono droni nel salotto di casa e spie russe nel proprio frigo. Certo, la mania dà buoni profitti agli impresari dell’industria bellica e ai loro terminali politici: guerra a parte, il riarmo, soprattutto per i tedeschi, è un bel business, rimette in piedi il suo settore industriale. Chi trova un nemico trova un tesoro. E se non esiste, bisogna inventarselo.

Ma il concetto di guerra ibrida e il suo uso patologico fa acqua da tutte le parti. Se si vuol dire che ci sono sommovimenti tellurici ad opera di intelligence, servizi segreti, tramite fake news, passaparola o notizie pilotate, esse appartengono al sommerso della realtà quotidiana non da oggi. E riguardano non solo i regimi autocratici ma anche quelli democratici: la manipolazione è trasversale e universale, è il retrobottega della politica, la cantina degli stati, oltre che territorio di hacker privati e di manipolazioni social. Se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, vale anche il contrario, e comunque c’è sempre, anche in tempo di pace, quel torrente sotterraneo e malmostoso in cui si muovono agenti manipolatori e provocatori e tanto altro. Vogliamo definirla guerra ibrida? Beh, allora è permanente e non riguarda solo il Cattivo di Turno.

(…)

Attribuire ai russi (e agli iraniani) l’esplosione di violenza vandalica nostrana o parigina, spagnola o albanese, mi pare davvero un esercizio di fantasia, malafede o paranoia.

Mai la Russia, zarista, comunista, postocominista, putiniana, ha pensato di invadere l’Europa, non rientra nella sua strategia, nei suoi interessi. E noi, anziché approfittare del disgelo di Trump con Putin e della sua revoca delle sanzioni per riattivare i rapporti commerciali e la fornitura energetica per ristabilire relazioni che a noi sono ancora più utili, necessarie, oggi più di ieri, dopo quel che è successo grazie a Trump e Netanhyau nello stretto di Hormuz, stiamo al contrario armandoci contro i russi. Siamo a un passo dalla pace, ma l’Europa accelera il passo verso la guerra. Assistiamo a una seduta terapeutica di gruppo in cui l’uno convince l’altro che siamo già in guerra con la Russia, siamo sotto attacco di Putin, vetrine incluse. Riesco a capire i timori delle repubbliche baltiche, che derivano dalla storia passata e dall’oppressione sovietica di lunghi anni; riesco a capire nei paesi confinanti con la Russia le tracce di riflessi condizionati alimentate da timori atavici. Ma quando senti la von der Leyen, alcuni leader europei occidentali, i nostri governanti, e da ultimo il prode Crosetto, attribuire tutto quel che succede di negativo in Italia, persino l’ennesima violenza di piazza (che da noi si abbatte periodicamente da sessant’anni con ciclicità scontata) alla regia russa e alla guerra spuria, allora hai solo un dubbio: che si debba chiamare lo psichiatra per certificare la grave alterazione mentale dei suddetti o se si debba chiamare la talpa per scavare quali interessi loschi si nascondono dietro e sotto una così insensata denuncia. Qualcuno ci guadagna da queste idiozie. Lucrose demenze.

In tema di Ucraina ho una domanda ingenua: ma quando l’Unione Sovietica invadeva l’Ungheria, la Cecoslovacchia, la Polonia, che poi erano Europa, come mai i nostri padri costituenti, i governanti di allora, gli statisti occidentali erano cauti a indignarsi, non rompevano le relazioni, non si dichiaravano in guerra con la Russia, non pensavano di mandare armi agli insorti e ai popoli schiacciati dai carri armati sovietici? Come mai nessuno allora si sognava di dire che oggi invadono Praga, Stettino o Budapest e domani saranno a Roma, Vienna o a Parigi, quindi dobbiamo armarci? Ci fidavamo più del regime totalitario sovietico che di Putin, nutrivamo più fiducia nella dittatura comunista rispetto all’autocrazia di Putin, o non c’importava niente delle popolazioni schiacciate e delle tante vittime? O quei predecessori nostrani erano realisti e sapevano che il mondo era stato spartito in aree e nessuno poteva cambiare gli assetti disegnati dalle potenze con le loro aree di influenza e di pertinenza? Come mai nessuno invocava il riarmo dell’Europa quando i carri armati russi erano quasi ai nostri confini, e oggi invece dobbiamo riarmarci e sfidare i russi pur sapendo di non essere competitivi sul piano militare? Era realismo geopolitico.

Anzi, visto che ci siamo, ci chiediamo cosa ha fatto l’Europa in questi ultimi anni davanti ai massacri di Gaza e alle aggressioni dei coloni, davanti alle follie di Trump in Iran e in Venezuela e un po’ ovunque? E di fatto quali sono stati i risultati del grande sostegno europeo in favore dell’Ucraina e dei suoi armamenti? In tutti questi casi l’Europa è stata irrilevante, non pervenuta, come davanti al tema dell’immigrazione o ai grandi temi geostrategici, energetici, tecnologici del nostro tempo. Quest’Europa ibrida, cioè bastarda, cosa rappresenta sullo scenario mondiale se non la caricatura di se stessa, la parodia di un continente che nulla conta in sede diplomatica e strategica?  E allora vai con la guerra ibrida, bombe e cotillons, armi nucleari e assalto ai negozi griffati, aggressioni alle centrali nucleari e alle gioiellerie, manovre di guerra e saccheggi di negozi e librerie, tutta una stessa pasta. Un élite di psicopatici in divisa di guerra, di eurocoglioni armati fino ai denti.

Marcello Veneziani estratto La verità

L'articolo L’Europa ha bisogno di uno psichiatra proviene da Blondet & Friends.

Chesterton, sesso e proprietà

26 October 2026 at 07:47

 

Juan Manuel de Prada
In questi giorni in cui i demagoghi cercano di trasformare il problema dell’abitazione in
affitto nella panacea per tutti i mali che affliggono i giovani, mi è tornato in mente un
articolo preveggente di Chesterton, intitolato Sesso e proprietà, in cui avvertiva che "lo
spirito stesso del male ha maledetto le due grandi forze che hanno reso la vita poesia". Due
forze – sesso e proprietà – che sono i pilastri su cui si fonda una vita dignitosa e che erano
intimamente legate "finché l'umanità era umana, anche se pagana. Ma il fetore del
paganesimo decadente non era così forte come il fetore del cristianesimo decadente".
Entrambe le forze implicavano effettivamente la partecipazione di ogni persona a un
processo creativo che la includeva e insieme la trascendeva. In mezzo al “fetore del
cristianesimo decadente", entrambe sono state furiosamente adulterate, con il proposito di
un'ingegneria sociale il cui obiettivo finale è ciò che Clive Stapleton Lewis chiamava
l'abolizione dell'uomo.
Per citare ancora Chesterton, è stata proclamata una “religione erotica” che esalta la
lussuria e al tempo stesso proibisce la fertilità; contemporaneamente, è stato imposto un
concetto perverso di proprietà, confuso con “qualcosa che viene immediatamente
consumato, goduto e utilizzato, qualcosa che procura un piacere momentaneo e poi
scompare”. In questo modo, i due pilastri su cui si fondava una vita dignitosa vengono
contemporaneamente distrutti; l'uomo si trasforma in mero consumatore senza radici,
bulimico, alla ricerca di una gratificazione immediata dei suoi appetiti e bisogni,
rassegnandosi a un'esistenza errante, senza una casa propria e senza legami. L'affitto, che i
demagoghi propinano ai giovani come una nuova forma di redenzione, non è altro che
l'esatto equivalente di quel sesso fugace e sterile che è stato elevato a religione erotica del
capitalismo. In una società non immersa nel "fetore del cristianesimo decadente", l'affitto
sarebbe una realtà residuale, utilizzata – a parte turisti e stranieri di passaggio – solo da
persone il cui lavoro richiede continui spostamenti. Il lavoratore medio, legato a un’attività
che lo vincola alla propria terra, non desidera affittare una casa, ma piuttosto godersi la
propria abitazione con la famiglia; affittare una casa non è altro che consumarla,
partecipare a un piacere privo di prospettive future.
In questo senso, l'affitto "indefinito" (che è quello che i demagoghi offrono ai giovani che
lasciano senza casa) è una caramella doppiamente avvelenata. Perché, se da un lato
propone una vita senza radici autentiche, dall'altro cerca anche di perpetuarla. L'affitto
svuota la proprietà del suo carattere sacro e la degrada a mero bene di consumo fungibile;
è l'habitat naturale richiesto dalla religione erotica intronizzata dal capitalismo. "Mobilità
lavorativa", "flessibilità residenziale", "economia della condivisione", insomma, tutti quegli
eufemismi aberranti che il capitalismo ha inventato per mascherare la vita sterile e senza
radici che offre a una gioventù stordita, alla quale fa credere di trovarsi di fronte al
paradiso. In definitiva, sotto la maschera di una presunta emancipazione, l'affitto cela un
disegno di sterilità che impedisce la costruzione di un'eredità vitale.
Perché la proprietà, come sottolinea anche Chesterton, costruisce qualcosa di permanente:
chi possiede un campo o un giardino non solo mangia i frutti della sua terra, ma decide
anche chi li erediterà. L'affitto impone un turismo esistenziale elevato a condizione

metafisica: l'individuo attraversa la vita come un ospite perenne di un albergo
impersonale. Una vita senza proprietà non potrà mai essere un'autentica vita di comunità.
In realtà, l'affitto che i demagoghi offrono alla gioventù cretinizzata non è altro che la
proposta di sradicamento strutturale indispensabile al funzionamento del mercato
globalizzato: un lavoratore senza proprietà è un soggetto sottomesso, infinitamente
mobile, disposto a trasferirsi a seconda delle esigenze del mercato del lavoro. Chesterton
affermava nel già citato articolo, con lucida franchezza, che "il sesso diventerà per lo
schiavo un mero piacere, affinché non diventi mai potere". Lo stesso vale per la casa.
Privando i giovani della proprietà immobiliare, li si priva della loro cittadella, del loro
piccolo regno di resistenza contro il capitalismo. Alla fine, il giovane, intrappolato tra sesso
sterile e affitto perpetuo, crede di essere libero perché cambia spesso partner e codice
postale, senza rendersi conto di aver accettato la più docile condizione di servitù: quella di
chi non lascia alcuna traccia sulla terra.
( fonte www. Noticiasholisticas.com.ar – trad.

L'articolo Chesterton, sesso e proprietà proviene da Blondet & Friends.

❌