❌

Normal view

Israele, i partiti arabi decideranno la partita? L’analisi di Castellaneta

29 October 2026 at 10:04

Il lungo autunno elettorale è appena cominciato e il pendolo della politica sembra tornare a oscillare dagli estremi verso il centro. In aprile la sconfitta di Viktor Orbán in Ungheria aveva aperto una prima breccia. Domenica Luiz Inácio Lula da Silva ha conquistato in Brasile il quarto mandato, frenando la destra bolsonarista che sembrava avere già la vittoria in tasca; in Serbia la lista degli studenti ha sconfitto il blocco del filorusso Aleksandar Vučić. Ora ha votato Israele, mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e quelle spagnole.

Non è un’ondata ideologica uniforme: i sondaggi spagnoli, per esempio, premiano il Partito popolare e Vox, quindi una riconferma di Sánchez o di un’alternanza centripeta non è scontata (a maggior ragione dopo il disastro ferroviario di ieri). Eppure emerge una domanda comune: maggiore pragmatismo dopo anni nei quali la polarizzazione ha sostituito la politica. Il voto israeliano conferma questa tendenza, senza però produrre una maggioranza anche a causa della legge elettorale estremamente proporzionale che regola l’assegnazione dei seggi alla Knesset.

Il conteggio delle ultime ore ha modificato la fotografia iniziale. Con oltre il 90% dei voti scrutinati, il Likud rimane il primo partito con il 20,7% e 26 seggi, davanti a Yashar di Gadi Eisenkot, al 16,2% e con 21 deputati. Il blocco di destra e religioso di Benjamin Netanyahu ottiene 53 seggi, mentre l’opposizione ebraica ne raccoglie 48. Lista congiunta e Ra’am arrivano complessivamente a 19, quasi raddoppiando i dieci della legislatura uscente. La maggioranza è fissata a 61.

Restano da conteggiare oltre mezzo milione di “doppie buste”, soprattutto i voti dei militari. Potranno spostare qualche seggio, ma difficilmente cambieranno il dato politico: nessuno dei due blocchi può governare e i partiti arabi sono diventati il perno della legislatura.

Netanyahu è riuscito nell’intento di contenere una sconfitta che molti davano per certa. Il Likud resta la maggiore forza del Paese, ma scende dai 32 seggi del 2022 agli attuali 26; l’intero blocco, che quattro anni fa disponeva di 64 deputati, ne perde undici. Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich non scompaiono, ma non hanno trasformato guerra e paura in una nuova espansione elettorale. A tre anni dal 7 ottobre, una parte dell’elettorato conservatore continua a chiedere sicurezza, ma non necessariamente le fughe in avanti della coalizione precedente.

Il principale beneficiario è Eisenkot, già capo di Stato maggiore. Sarebbe però un errore dipingerlo come un “paladino” della sinistra. Netanyahu, a modo suo, è un sognatore in grande: punta a ridisegnare il Medio Oriente allargato e a contenere definitivamente l’Iran. Eisenkot appare più pragmatico, concentrato sulla sicurezza nazionale, sulle istituzioni e sul rapporto fra esercito, governo e società.

La vera sorpresa è la mobilitazione degli arabi israeliani, favorita anche dalla reazione alle politiche di Ben-Gvir e Smotrich. Lista congiunta e Ra’am sono forze diverse: la prima più nazionale e di sinistra, la seconda islamista ma già disponibile a sostenere una coalizione guidata da partiti ebraici. Insieme porterebbero il fronte anti-Netanyahu a 67 seggi. I loro leader si sono detti pronti a collaborare per sostituire il premier, chiedendo però la fine dell’esclusione politica degli arabi e un cambiamento sulle questioni sociali e palestinesi.

Eisenkot e altri esponenti dell’opposizione avevano escluso di dipendere dai partiti arabi. Ora dovranno scegliere se mantenere quel veto, condannandosi probabilmente all’opposizione, oppure riconoscere che quasi un sesto della nuova Knesset rappresenta cittadini arabi di Israele. Potrebbe nascere una coalizione formale, più probabilmente un governo di minoranza sostenuto dall’esterno, oppure un’intesa limitata alla sostituzione di Netanyahu.

L’alternativa è un governo di unità nazionale. Il Presidente Isaac Herzog ha chiesto ai leader di presentarsi alle consultazioni con “mente aperta” e di fare tutto il possibile per evitare un’altra elezione. Non ha indicato una formula, ma le sue parole riaprono l’ipotesi di un’intesa fra Likud, Yashar e parte dell’opposizione. Gli ostacoli restano enormi: Eisenkot rifiuta di partecipare ad un governo guidato da Netanyahu, mentre quest’ultimo ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich che non li abbandonerà. Se i veti incrociati resisteranno, il ritorno alle urne all’inizio del prossimo anno diventerà lo scenario più probabile.

Il nuovo peso dei partiti arabi potrebbe restituire spazio al dialogo con i palestinesi e al principio dei “due popoli, due Stati”, oltre a rilanciare gli Accordi di Abramo come collegamento fra normalizzazione regionale e prospettiva politica palestinese. Non bisogna attendersi però svolte immediate: anche Eisenkot resta un uomo della sicurezza e la questione palestinese è stata oggetto di dibattito molto più all’estero che nella stessa Israele. Ma la sicurezza nazionale non può essere separata all’infinito dalla stabilità regionale.

Anche il contesto regionale sta cambiando. La riunione dei giorni scorsi a Teheran tra Iran e i tre membri del Patto della Mecca — Arabia Saudita, Turchia e Pakistan, spesso definito impropriamente una “Nato sunnita” — mostra che gli attori dell’area cercano canali autonomi per evitare un conflitto permanente. È significativo che Paesi vicini a Washington parlino direttamente con Teheran mentre restano aperti i dossier di Hormuz, degli Houthi e di Bab el-Mandeb.

Molto dipenderà infine dagli Stati Uniti. Le elezioni di mid-term del prossimo 3 novembre potranno rafforzare o limitare la libertà d’azione di Donald Trump e indurlo ad aggiornare, in meglio o in peggio, la propria politica mediorientale. Il voto israeliano non chiude dunque una fase, ma ne apre una nuova in cui il pendolo si è spostato verso il centro, ma non abbastanza da indicare chi governerà. In questa incertezza può nascere uno spazio per il pragmatismo oppure, se prevarranno i veti, per uno stallo politico che potrebbe procrastinare ulteriormente la ricerca di una soluzione che porti a stabilizzare il Medio Oriente.

La stagione delle piogge politiche comincia dal Brasile. L’analisi dell’amb. Castellaneta

24 October 2026 at 09:14

Dal Brasile comincia una nuova stagione delle piogge politiche: una sequenza di elezioni destinate potenzialmente a ridisegnare gli equilibri internazionali. Domenica 25 ottobre i brasiliani sceglieranno tra il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair (attualmente agli arresti domiciliari). Seguiranno le elezioni in Israele, le mid-term americane a inizio novembre e poi il ciclo europeo cominciando dalla Spagna a fine novembre. Nell’ottobre 2027 tornerà alle urne anche l’Argentina. Non sono appuntamenti separati: in un sistema globale quanto mai frammentato, ogni voto sposta alleanze, mercati e margini diplomatici. Insomma, tra un anno potremmo trovarci un mondo con il volto radicalmente diverso

Il ballottaggio è quanto mai incerto. Flávio Bolsonaro ha chiuso il primo turno al 47%, precedendo Lula, fermo al 45. Ma il vantaggio si è assottigliato: l’ultima rilevazione Datafolha assegna a entrambi il 50% dei voti validi, mentre altri istituti mantengono Bolsonaro avanti di uno o due punti, entro il margine d’errore. Decideranno l’affluenza e la capacità di conquistare chi al primo turno non ha scelto nessuno dei due. La scelta riguarda due programmi molto diversi: Lula propone continuità e ampliamento della protezione sociale, come del resto è sempre stato nel suo stile. Sul clima rivendica la riduzione della deforestazione e l’obiettivo di azzerarla entro il 2030, anche al fine di salvaguardare la straordinaria biodiversità che caratterizza il Brasile. Flávio Bolsonaro offre invece un’agenda liberal-conservatrice: aggiustamento più rapido dei conti pubblici, taglio di almeno dieci ministeri, riduzione delle imposte, privatizzazioni e maggiore spazio all’iniziativa privata. Promette di fermare il disboscamento illegale entro il 2029, ma vuole alleggerire vincoli che considera un ostacolo ad agricoltura, miniere e infrastrutture.

La differenza più rilevante per il resto del mondo riguarda però la collocazione internazionale. Con Bolsonaro si consoliderebbe un asse conservatore che, partendo dall’Argentina di Javier Milei, e con il Venezuela sotto tutela, arriverebbe agli Stati Uniti di Donald Trump. Brasília cercherebbe un rapporto privilegiato con Washington e potrebbe ridimensionare il proprio ruolo nei Brics, espressione di un’idea alternativa di multilateralismo che fa capo alla Cina. Una sua vittoria rafforzerebbe Trump nell’emisfero occidentale, consentendogli di dichiarare la dottrina Donroe come una sorta di ‘missione compiuta’ e potrebbe offrirgli maggiore libertà di manovra sugli altri dossier: dalla guerra nello Stretto di Hormuz al tentativo di raggiungere un’intesa con la Russia sull’Ucraina. Non esiste un automatismo, ma il clima politico internazionale conta.

Se vincesse Lula, il Brasile diventerebbe invece un grande cuneo progressista nel nuovo spazio conservatore americano. In quello che, per ragioni anagrafiche, sarebbe verosimilmente il suo ultimo mandato, accentuerebbe l’autonomia strategica di Brasília: cooperazione con Washington senza allineamento, rapporto economico essenziale con la Cina, protagonismo nel Sud globale e ulteriore investimento nei Brics e negli organismi regionali. Una linea che non equivale a schierarsi contro l’Occidente, ma rivendica il diritto di dialogare con tutti e di non dipendere da nessuno.

Queste elezioni contano per il resto del mondo anche perché il Brasile è una potenza quasi continentale, con oltre 214 milioni di abitanti, immense riserve di acqua, biodiversità e terre coltivabili, crescente capacità energetica e minerali critici. L’Amazzonia rende ogni sua scelta nazionale una questione globale. Importante sarà anche l’atteggiamento verso l’accordo tra Unione europea e Mercosur, decisivo per rilanciare i rapporti economici fra le due sponde dell’Atlantico. Anche per l’Italia si tratta di un’elezione più vicina di quanto sembri. In Brasile vivono circa 32 milioni di discendenti italiani e quasi un milione di persone con doppia cittadinanza; vi operano oltre mille nostre imprese, dalla meccanica all’energia, dalle infrastrutture alle telecomunicazioni, con Tim Brasil fra le presenze più rilevanti. Insomma, dal voto capiremo se le Americhe stanno diventando sempre più conservatrici (anche dopo le vittorie della destra in Cile e Colombia) oppure se il gigante brasiliano continuerà a seguire una propria rotta. In entrambi i casi, cambierà l’equilibrio tra Stati Uniti, Cina ed Europa.

❌