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Dal dominio cyber al sistema-Paese. Il prossimo passo della Sicurezza Nazionale

30 October 2026 at 07:07

Il disegno di legge governativo A.S. 2028, “Disposizioni per il rafforzamento e l’adeguamento della capacità di difesa nazionale”, attualmente all’esame del Senato, rappresenta un passaggio importante nell’evoluzione della sicurezza italiana. L’articolo 7 propone di introdurre nel codice dell’ordinamento militare una definizione dello spazio cibernetico di interesse nazionale per la difesa e la sicurezza militare dello Stato. Ne affida l’identificazione e l’aggiornamento al Ministro della difesa e precisa le responsabilità del Capo di stato maggiore della difesa, individuato quale autorità cyber del Ministero. Il testo prevede la tutela di questo spazio anche in tempo di pace, attraverso operazioni cibernetiche difensive, mantenendo ferme le competenze delle altre autorità e degli organismi preposti alla sicurezza nazionale.

Si tratta di una scelta coerente con l’evoluzione del contesto strategico, che rafforza l’inquadramento normativo di capacità già presenti nello strumento militare. Le operazioni nel cyberspazio sono strumenti ricorrenti di pressione, raccolta informativa, sabotaggio e preparazione delle operazioni militari. Attribuire responsabilità precise e definire una chiara catena di comando rappresenta quindi un passo necessario. L’ulteriore passo riguarda la capacità di collegare questi interventi alla resilienza dell’intero sistema-Paese.

La trasformazione della sicurezza nazionale richiede infatti che lo Stato continui a funzionare quando è sottoposto contemporaneamente a pressioni e attacchi provenienti da domini diversi. La difesa del territorio e dei suoi confini rimane essenziale. La sicurezza nazionale comprende però anche la protezione delle funzioni e delle interdipendenze dalle quali dipendono la vita del Paese e la sua libertà di decisione. Il rafforzamento delle capacità nei domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico deve quindi accompagnarsi a una visione delle relazioni che li collegano.

La competizione strategica può mirare sia al controllo del territorio sia a compromettere il funzionamento del sistema nazionale. Un’interruzione delle reti energetiche, un attacco alle comunicazioni satellitari, il blocco di una catena logistica, una campagna di disinformazione o un’operazione cyber contro il sistema finanziario possono produrre effetti strategici anche senza un’offensiva militare convenzionale. Gli obiettivi possono essere molteplici: disorganizzare i servizi, danneggiare le infrastrutture, ridurre la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, aumentare i costi economici e limitare la capacità di reazione dello Stato.

Per questa ragione la sicurezza nazionale deve essere valutata anche attraverso la capacità dell’intero sistema-Paese di mantenere le proprie funzioni essenziali, ripristinare quelle compromesse e adattarsi a condizioni mutate. Le interdipendenze rendono possibile la propagazione degli effetti da un settore all’altro: un’interruzione dell’energia può compromettere comunicazioni, trasporti e servizi finanziari, ampliando le conseguenze dell’attacco iniziale.

La competizione strategica si sviluppa anche al di sotto della soglia del conflitto armato. Strumenti economici, tecnologici, informativi, cibernetici, spaziali e militari possono essere combinati, con intensità variabile, per esercitare pressione e modificare gli equilibri strategici. Questa continuità della competizione richiede capacità di prevenzione, risposta e adattamento anche in assenza di ostilità aperte.

Una simile realtà richiede un’architettura della sicurezza capace di collegare Forze armate, intelligence e cybersicurezza con industria, ricerca, università, infrastrutture critiche, settore energetico, spazio, telecomunicazioni, sistema finanziario e pubblica amministrazione. La sicurezza nazionale diventa così una proprietà dell’intero sistema-Paese, da costruire attraverso responsabilità definite e capacità di cooperazione.

È una direzione già riconosciuta dalla Nato. I requisiti di resilienza aggiornati nel 2026 richiamano la continuità del governo e dei servizi essenziali, il sostegno civile alle operazioni militari e il coordinamento fra amministrazioni, imprese e società. La sfida consiste nel tradurre questi principi in pianificazione condivisa, risorse disponibili ed esercitazioni che verifichino la tenuta delle interdipendenze.

La guerra in Ucraina rende evidente questa esigenza. La capacità di resistenza del Paese dipende anche dal mantenimento e dal ripristino delle reti elettriche, delle comunicazioni, della produzione, dei trasporti e dei servizi pubblici, sostenuti dagli aiuti internazionali. Gli attacchi alle infrastrutture e alle reti di comunicazione mostrano come la pressione militare possa estendersi alle condizioni che consentono alla società e all’economia di funzionare. La lezione strategica è che nessuna di queste componenti, considerata isolatamente, può assicurare la tenuta nazionale.

Anche l’indirizzo strategico cinese attribuisce rilievo all’integrazione delle capacità nazionali. Nel marzo 2023 Xi Jinping ha richiamato esplicitamente la necessità di coordinare risorse strategiche, innovazione scientifica, infrastrutture, riserve e resilienza delle filiere industriali. Questa impostazione indica l’importanza assegnata da Pechino alla mobilitazione delle diverse componenti della potenza nazionale. Il vantaggio competitivo dipende anche dalla capacità di farle cooperare e di adattarne l’impiego al mutare delle condizioni.

In questo percorso l’intelligenza artificiale potrà assumere un ruolo rilevante, soprattutto se sviluppata su una solida base scientifica, tecnologica e industriale nazionale. Per l’Italia, coltivare questa capacità significa rafforzare la propria autonomia nella gestione dei dati, nello sviluppo dei sistemi e nel sostegno alle decisioni strategiche. Oltre ad automatizzare alcune attività, può sostenere il processo decisionale, contribuire all’analisi di grandi quantità di dati provenienti da domini differenti, individuare vulnerabilità, simulare scenari e aiutare a riconoscere le interdipendenze tra infrastrutture critiche. Il suo contributo dipenderà dalla qualità e dalla protezione dei dati, dalla verifica dei risultati e dalla capacità delle istituzioni di mantenere un giudizio autonomo e la responsabilità delle decisioni.

Il vantaggio strategico dipenderà quindi dalla qualità delle singole capacità e dalla rapidità con cui uno Stato riuscirà a comprenderne le interazioni, coordinarne l’impiego e adattare il comportamento del proprio sistema nazionale. L’efficacia di una tecnologia deve essere valutata anche per il contributo che offre alla continuità delle funzioni essenziali.

Per questo motivo la resilienza contribuisce alla deterrenza. Uno Stato che continua a funzionare sotto pressione riduce la possibilità che l’avversario ottenga, attraverso la coercizione, i risultati politici perseguiti. La capacità di assorbire un attacco, limitarne gli effetti e ripristinare i servizi incide quindi sul calcolo strategico di chi valuta se attaccare.

Il rafforzamento del dominio cyber costituisce un passaggio essenziale di questo percorso. La sfida consiste nel costruire un’architettura capace di integrare Difesa, industria, ricerca, infrastrutture critiche, spazio, intelligenza artificiale, economia e leadership politica in un sistema adattivo. Questa integrazione deve accompagnarsi a capacità ridondanti, autonomia operativa e possibilità di ripristino delle funzioni compromesse.

La capacità dell’Italia di affrontare la competizione strategica dipenderà dalla qualità delle proprie capacità nei diversi domini e dalla loro integrazione in un sistema-Paese capace di rimanere operativo, coeso e adattabile.

Droni e guerra ibrida, cosa rivela l’allarme Usa sulla sicurezza degli Stati. Scrive Preziosa

19 October 2026 at 10:45

L’avvertimento del contrammiraglio statunitense in congedo Mark Montgomery sulla non completa preparazione americana contro le minacce dei droni pone una questione che riguarda l’intero sistema internazionale. Se gli Stati Uniti, pur disponendo di capacità militari, tecnologiche e informative fra le più avanzate, presentano lacune nella protezione delle proprie installazioni e infrastrutture, quale preparazione possono presumere di avere gli altri Paesi esposti alla stessa minaccia?

Nell’intervento a The Capitol Show, ripreso dalla Foundation for defense of democracies il 16 ottobre 2026, Montgomery richiama le lezioni della guerra in Ucraina, la necessità di intercettori economicamente sostenibili e la protezione delle infrastrutture americane e degli alleati del Golfo. Il problema che emerge è lo scarto fra la rapidità con cui evolvono le minacce e il tempo necessario alle istituzioni per adeguare mezzi, organizzazione e modalità d’impiego.

L’allarme americano permette di osservare il fenomeno dal punto di vista degli Stati ossia: la diffusione di capacità offensive accessibili modifica le condizioni nelle quali una potenza può proteggere il proprio territorio e conservare libertà d’azione.

La questione geopolitica nasce dalla possibilità, per attori anche relativamente deboli, di incidere sulle attività di soggetti molto più forti. Per esercitare questa pressione può essere sufficiente interrompere un collegamento, minacciare un’infrastruttura o costringere un governo a redistribuire risorse per la difesa. La superiorità militare complessiva deve quindi confrontarsi con vulnerabilità locali attraverso le quali l’avversario può imporre costi economici, vincoli operativi e conseguenze politiche. La capacità di uno Stato di operare oltre i propri confini si fonda anche sulla sicurezza del territorio e delle infrastrutture che sostengono la sua azione. Il caso del pallone cinese abbattuto negli Stati Uniti mostra come questa sicurezza richieda di integrare capacità militari, valutazioni politiche e tutela della popolazione.

Il 4 febbraio 2023, un F-22 americano abbatté al largo della Carolina del Sud un pallone ad alta quota che Washington identificava come piattaforma di sorveglianza, mentre Pechino ne dichiarava la finalità civile e meteorologica. Gli Stati Uniti possedevano i mezzi per intervenire, ma dovevano contemperare protezione delle informazioni, sicurezza delle persone, tutela della sovranità e conseguenze diplomatiche. Un singolo mezzo aveva coinvolto intelligence, difesa aerea, autorità politiche e relazioni fra due grandi potenze. Pur essendo tecnicamente diverso dai piccoli droni, il pallone mostrava come la protezione del territorio richiedesse una valutazione più ampia della sola possibilità di neutralizzare un oggetto. Anche un’attività di osservazione può assumere rilievo strategico e richiedere una risposta nella quale capacità militari e responsabilità politiche risultano strettamente collegate.

Il caso di Lipsia introduce una dimensione direttamente legata alla sicurezza europea. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto 2026, nell’area cargo dell’aeroporto di Lipsia/Halle fu rinvenuto un drone dotato di ordigno esplosivo. La Procura generale di Dresda e la polizia criminale della Sassonia confermarono la rimozione dell’innesco e la temporanea interruzione delle operazioni aeroportuali. Il governo tedesco ha successivamente attribuito alla Russia il tentato attentato, distinguendo questa attribuzione politica dagli accertamenti penali ancora in corso. La rilevanza di Lipsia deriva dalla funzione dell’infrastruttura. Lo scalo partecipa alle attività di trasporto strategico del programma Salis, attraverso il quale Paesi alleati accedono a capacità di trasporto aereo per carichi di grandi dimensioni. Un aeroporto civile è quindi anche un nodo della capacità logistica e della mobilità militare europea. Un Paese può trovarsi lontano dai combattimenti e contribuire comunque al sostegno di uno Stato coinvolto nel conflitto. Attraverso i suoi aeroporti, porti e collegamenti ferroviari possono transitare rifornimenti e materiali, mentre le sue imprese possono fornire mezzi e servizi. Queste attività lo espongono alla possibilità di azioni ostili contro le infrastrutture che rendono concreto quel sostegno. Minacciarle o interromperne il funzionamento può perseguire due obiettivi collegati: ostacolare gli aiuti e far ricadere sul Paese che li fornisce costi economici, disagi e timori per la sicurezza.

La pressione può così estendersi alle decisioni del governo, cercando di indebolire la volontà politica di continuare a sostenere il partner. Questi scenari trovano spazio nelle zone grigie della conflittualità contemporanea, nelle quali azioni ostili possono svilupparsi mantenendo incerti la loro origine, la portata e il rapporto con una strategia più ampia. Gli attori possono sfruttare questa ambiguità combinando strumenti militari e non militari, iniziative manifeste e operazioni clandestine. È in tale combinazione che si esprimono le modalità della guerra ibrida: sabotaggio, attacchi informatici, disinformazione, pressione economica e impiego di intermediari possono concorrere a condizionare le decisioni della controparte.

Queste azioni possono avere anche una funzione di comunicazione strategica ossia mostrare una capacità d’intervento, mettere alla prova le difese o segnalare i costi del proseguimento di una determinata politica. Il messaggio può accompagnarsi a conseguenze materiali, come l’interruzione di un servizio o il danneggiamento di un’infrastruttura. Chi agisce cerca così di esercitare una pressione riconoscibile, conservando margini per negare il proprio coinvolgimento e complicare la risposta. Il confronto può svilupparsi senza sfociare in una guerra aperta oppure accompagnare un conflitto già in corso, estendendone gli effetti a territori e attività lontani dai combattimenti.

I droni possono essere impiegati sia nel combattimento convenzionale sia nell’ambito di campagne ibride. Il carattere ibrido dipende dalla strategia nella quale vengono inseriti: osservazione, sabotaggio e intimidazione possono combinarsi con altri strumenti per condizionare le decisioni della controparte. Nel caso di Lipsia, il governo tedesco ha qualificato l’episodio come attacco ibrido, collegando la risposta alla protezione delle infrastrutture, al sostegno all’Ucraina e al coordinamento con Nato e Unione europea. L’allarme americano evidenzia che la preparazione alla guerra convenzionale non assicura, da sola, un’analoga capacità di affrontare le minacce ibride. Uno Stato può disporre di forze armate efficienti e incontrare difficoltà nel riconoscere e contrastare una campagna che combina sabotaggi, attacchi informatici e pressioni sulle infrastrutture civili, coinvolgendo competenze distribuite fra più istituzioni. Le analisi della Nato individuano nell’ambiguità delle azioni ibride un ostacolo alla comprensione della situazione e alla rapidità delle decisioni. La vulnerabilità può quindi manifestarsi prima dell’intervento difensivo. Una presenza sospetta può essere trattata come questione aeroportuale, un’interruzione digitale come incidente informatico, un danneggiamento come episodio criminale. Se le informazioni raccolte dai diversi apparati restano separate, può diventare difficile riconoscere eventuali collegamenti fra gli episodi e valutarne il significato strategico.

L’attore ostile può sfruttare questa frammentazione per ritardare l’attribuzione delle responsabilità e rendere più difficile una decisione politica sulla risposta. La capacità di ricomporre le informazioni diventa, perciò, parte integrante della difesa. Oggi è più che mai necessario coniugare difesa e sicurezza nella valutazione delle minacce e nella preparazione nazionale, mantenendo competenze e responsabilità definite. I domini terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico sono collegati dalle funzioni che consentono di osservare, comunicare, muoversi e decidere. La protezione del singolo mezzo o impianto deve essere valutata insieme alla continuità del sistema nel quale opera. La condizione degli altri Paesi va letta attraverso queste relazioni. Un bilancio militare elevato non misura, da solo, la preparazione contro minacce distribuite. Le lacune statunitensi non dimostrano che ogni altro Stato sia necessariamente meno preparato, ma mostrano che una grande superiorità tecnologica può convivere con problemi di protezione.  L’Ucraina evidenzia il valore dell’esperienza. La pressione della guerra ha imposto un apprendimento continuo nell’impiego dei droni e delle contromisure, che Montgomery richiama come patrimonio utile alla preparazione americana. Per i Paesi europei, assume particolare rilievo il rapporto fra infrastrutture interconnesse e protezioni organizzate prevalentemente su base nazionale. L’interruzione di un nodo logistico o energetico può trasferire conseguenze oltre confine. Le differenze nella preparazione diventano pertanto un problema collettivo: la sicurezza dell’Alleanza dipende anche dalla continuità delle reti attraverso le quali i suoi membri possono sostenersi.

Nei Paesi del Golfo, la concentrazione di funzioni energetiche e logistiche di interesse mondiale amplia la portata delle vulnerabilità locali. Gli attacchi del settembre 2019 agli impianti sauditi di Abqaiq e Khurais mostrarono come il danneggiamento di pochi siti potesse interrompere una quota rilevante della produzione petrolifera e produrre effetti sui mercati internazionali. La protezione di queste infrastrutture riguarda contemporaneamente la sicurezza dei produttori, gli interessi dei partner e la stabilità degli approvvigionamenti esterni. Il richiamo di Montgomery alla cooperazione con gli alleati del Golfo non è casuale. Le garanzie politiche e militari devono tradursi in strumenti effettivamente disponibili dove la minaccia si manifesta. Se anche il principale garante presenta lacune, i partner devono valutare quanto dipendano dalla sua protezione e quali capacità proprie debbano sviluppare. La sostenibilità economica attraversa tutte queste condizioni. Impiegare un intercettore costoso può essere giustificato dal valore delle vite e delle infrastrutture protette. La difficoltà emerge quando la difesa deve essere mantenuta contro azioni ripetute: diventano determinanti scorte, capacità produttiva, manutenzione e disponibilità di risposte differenti.

L’attore ostile può cercare di consumare risorse difensive e imporre una pressione prolungata anche senza ottenere ogni volta un danno materiale. L’aumento della spesa deve quindi accompagnarsi a scelte coerenti con la minaccia. Occorre valutare quali capacità vengano acquistate, quanto rapidamente possano essere aggiornate e come siano collegate all’organizzazione nazionale. L’esperienza operativa deve raggiungere industria, ricerca e decisori con tempi compatibili con l’evoluzione dei mezzi e delle modalità d’impiego. La velocità dell’adattamento diventa una componente della potenza, insieme alla quantità e alla qualità delle risorse disponibili. Per tutti gli Stati, l’allarme americano impone quindi di verificare la preparazione dell’intero sistema nazionale. Le capacità militari devono accompagnarsi alla condivisione delle informazioni, alla chiarezza delle responsabilità e alla possibilità di intervenire tempestivamente sulle vulnerabilità individuate. Quando l’avversario nasconde il proprio ruolo e distribuisce la pressione fra ambiti civili e militari, riconoscere il disegno che collega le sue azioni diventa essenziale per contrastarlo. Da questa capacità dipende anche la libertà dello Stato di perseguire i propri interessi senza che sabotaggi, interruzioni e intimidazioni ne condizionino le decisioni.

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