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Business e price cup, cosa porta a casa Meloni dal bilaterale in Kuwait

23 October 2026 at 19:07

Non solo accordi e memorandum, l’Emiro del Kuwait dice sì a prorogare il price cap su benzina e gasolio, già applicato da Q8 nelle scorse settimane in risposta all’appello del governo italiano per contenere i costi dell’energia e tutelare famiglie e imprese. Il bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah al Bayan Palace di Kuwait City è stato ricco di spunti.

Da un lato sono stati siglati cinque accordi: il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo della promozione degli investimenti diretti tra Agenzia Ice e l’Autorità del Kuwait per la promozione degli investimenti diretti; la lettera di intenti tra Leonardo Spa e il ministero della Difesa dello Stato del Kuwait relativa allo sviluppo delle capacità di difesa e alla cooperazione industriale; il protocollo d’intesa tra l’Arma dei Carabinieri e la Guardia Nazionale dello Stato del Kuwait sulla cooperazione militare nei settori della consulenza e della formazione; la dichiarazione dell’adozione dell’Action Plan 2027-2030 tra la Repubblica Italiana e lo Stato del Kuwait sul rafforzamento della cooperazione bilaterale; infine il memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Dall’altro con la visita in Kuwait del 23 ottobre, la tredicesima nelle Nazioni del Golfo, Giorgia Meloni diventa il primo presidente del Consiglio italiano ad avere visitato tutte e sei le Nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel corso di un mandato di governo. Numeri che raccontano il peso specifico delle relazioni tra Palazzo Chigi e il Golfo, come confermato tra le altre cose anche dall’invito a partecipare al Vertice del GCC di Manama del dicembre 2025. Inoltre a proposito del price cap su benzina e gasolio, fonti di Palazzo Chigi spiegano che la disponibilità dell’Emiro rappresenta “un segnale concreto della solidità delle relazioni tra Italia e Kuwait e della capacità del Governo italiano di promuovere un dialogo costruttivo con i partner strategici, traducendo il confronto diplomatico in misure di rilievo per cittadini e sistema produttivo”.

Non va dimenticato che tra Italia e Kuwait ci sono una serie di interlocuzioni molto intense, come la partecipazione dell’Italia alla liberazione del Kuwait dopo l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, le relazioni da quel momento intrecciate in ambiti nevralgici, come il turismo, l’immobiliare, l’alta tecnologia, l’energia, dove Q8 rappresenta la presenza più riconoscibile con un portafoglio che comprende una rete di distribuzione di 3.000 punti vendita e investimenti nella raffinazione e nella produzione di biocarburanti, anche in partnership con Eni. Le intese siglate hanno lo scopo di cementare ulteriormente questa relazione bidirezionale, come dimostra l’accordo tra Ice e Kuwait Direct Investment Promotion Authority.

Non solo business, la geopolitica è stata al centro del bilaterale con una serie di valutazioni che il premier italiano e l’emiro hanno effettuato su temi sensibili, come le infrastrutture critiche più resilienti, le catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, i grandi corridoi regionali e intercontinentali. Ambiti nei quali capitali kuwaitiani e capacità industriali italiane possono concorrere a ridurre le vulnerabilità comuni e creare nuove opportunità di crescita. La difesa resta un pilastro del rapporto bilaterale, spiegano fonti italiane. La visita “segue” il passo da gigante compiuto nelle relazioni bilaterali grazie all’accordo di cooperazione nel settore della difesa entrato in vigore lo scorso 12 ottobre. Sul versante della sicurezza, verrà inoltre definito un memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Una tregua per Oleshky. Cosa prevede l’accordo mediato dalla first lady Melania Trump

23 October 2026 at 15:56

Una tregua circoscritta a una sola città, ma dal forte valore simbolico. La first lady statunitense Melania Trump ha ottenuto da Russia e Ucraina un cessate il fuoco a Oleshky, centro della regione di Kherson sotto controllo russo dal febbraio 2022. Lo ha annunciato la stessa Melania parlando venerdì alla Casa Bianca, precisando che la sospensione delle ostilità scatterà il 29 ottobre. Secondo il comunicato della first lady, le due parti avrebbero accettato di fermare temporaneamente ogni azione militare nella città per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e organizzare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro. Gli abitanti rimasti denunciano da tempo un aggravarsi della crisi alimentare.

Melania ha descritto Oleshky come una città di prima linea “sull’orlo del disastro”, abitata soprattutto da anziani che hanno bisogno urgente di cure mediche, farmaci, cibo e acqua potabile. Stando ai dati diffusi dalla Casa Bianca, la popolazione è oggi compresa tra 1.700 e 2.000 persone, tra cui una cinquantina di bambini, a fronte dei circa 24.000 residenti del periodo prebellico. La città, situata sulla sponda del Dnipro opposta a Kherson, è stata sommersa per circa il 90% in seguito alla distruzione della diga di Kakhovka.

Il meccanismo concordato prevede che squadre non militari di entrambi i Paesi visitino i residenti nelle loro abitazioni e coordinino il trasferimento di chi intende lasciare la città, verso la Russia o verso l’Ucraina a seconda della scelta di ciascuno. Melania Trump ha detto di aspettarsi che una parte degli abitanti opti per la prima destinazione e una parte per la seconda. Le operazioni saranno documentate da un’organizzazione mediatica americana, non indicata nel comunicato (anche se Newsmax, testata di area conservatrice, ha riferito che le proprie telecamere avranno accesso esclusivo all’area).

La Casa Bianca ha sottolineato che i termini della tregua locale sono stati definiti dalla first lady e da un suo rappresentante in contatto diretto con le leadership di Mosca e Kyiv. Non è il primo impegno di Melania sul dossier ucraino, con la first lady che si è già spesa per il ritorno alle famiglie dei bambini ucraini sottratti dalla Russia durante il conflitto. L’intesa su Oleshky arriva però al termine di settimane di pressioni internazionali sul caso, a partire da quelle della Santa Sede. Il 16 ottobre, in una telefonata dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato per un intervento al polmone, papa Leone XIV aveva chiesto al leader russo Vladimir Putin una tregua per consentire l’arrivo di cibo e medicinali e l’evacuazione dei civili. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva letto nella disponibilità del Cremlino al colloquio un segnale incoraggiante. Tre giorni dopo il Pontefice ha sentito anche Zelensky, auspicando una cooperazione tra le parti per far arrivare gli aiuti e garantire un’evacuazione sicura della popolazione.

L’annuncio però potrebbe avere anche una profondità politica, considerando che si inserisce in una fase in cui il presidente Donald Trump sta esercitando pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché raggiunga un’intesa con il presidente russo per porre fine alla guerra.

Serbia al voto, tra voglia (studentesca) di Ue e potere di Vucic

23 October 2026 at 15:34

Domenica la Serbia andrà al voto anticipato: può finire l’era targata Vucic (e quindi le preoccupazioni europee sul feeling con Mosca e Pechino) oppure la piazza degli studenti può influire sul nuovo corso, prendendo il potere. Ma attenzione alle infiltrazioni in entrambi gli schieramenti, dal momento che i collettivi studenteschi non sono immuni da episodi di guerra ibrida, sulla falsariga dei maranza: convocati e indottrinati sui social. Quasi sei milioni e mezzo gli elettori chiamati alle urne in ottomila seggi, compresi quelli per gli elettori residenti in Kosovo e in Bosnia Erzegovina, tutt’altro

Al voto

Il presidente uscente, Aleksandar Vucic, guida la lista Serbia unita, seguita dalla lista del Partito socialista serbo (Sps) di Ivica Dacic e da quella studentesca Gli studenti vincono. Gli ultimi sondaggi condotti dall’agenzia Ipsos danno Vucic al 47,4% dei consensi, contro il 40 della Lista studentesca, prevedendo con un’affluenza del 64,7%.

La Lista Studentesca nasce dopo l’incidente di Novi Sad, che ha innescato un movimento di protesta contro il regime di Vucic, accusandolo di corruzione. Ieri decine di persone hanno affollato l’ultimo comizio nel Palazzetto dello Sport a chiusura di una campagna elettorale che essenzialmente è bipolare. L’ex presidente si dipinge come l’uomo della continuità, che è il passaggio maggiormente contestato dagli studenti, pront invece a chiedere totale discontinuità.

A sfidare Vucic ci sarà il professore di medicina Ilija Srdanovic che dal novembre 2024, data dell’incidente ferroviario in cui persero la vita 16 persone, ha impostato un certo tipo di impegno politico. Da quel giorno ha costruito un movimento che si è trasformato in partito. È stato anche accusato di far parte di un disegno esterno per destabilizzare il Paese e sostituire Vucic, ma sul punto si è registrata la presa di distanza dell’ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic che ha escluso tale scenario e ha contrastato con veemenza le voci di una suo appoggio alla Lista studentesca.

La geopolitica, oltre le liste

Ma non c’è solo l’urna elettorale in quanto tale al centro della disputa di domenica, bensì anche l’aspetto geopolitico: il Paese balcanico è in bilico tra l’ingresso in Ue da un lato e le pressioni di Cina e Russia dall’altro, passando per le sanzioni americane che, ad esempio, hanno spinto la Serbia a cercare un nuovo proprietario per la sua compagnia petrolifera controllata da Gazprom. Nell’ultimo periodo Belgrado ha stretto ancora maggiori relazioni con Pechino. Il partenariato tra Vucic e Xi è considerato “di ferro”, caratterizzato da legami politici, economici e militari che, in concomitanza con l’ascesa di Vucic, si sono ulteriormente cementati. Durante l’incontro dello scorso maggio, i due leader hanno deciso di promuovere congiuntamente quattro iniziative globali, otre ad aver concluso una serie di accordi di cooperazione pluriennale.

Anche la russa Rosatom potrebbe fare i conti con l’ostracismo serbo e sganciarsi dal paese balcanico, dal momento che il suo progetto di costruire una centrale nucleare su larga scala sarebbe in contrasto con il processo di adesione all’Ue. Nel paese intanto montano le preoccupazioni di tipo occupazionale, dopo che la fabbrica tessile turca Kaizen di Smederevo ha avviato la liquidazione, con il rischio che 350 lavoratori restino a casa. Un altro elemento che potrebbe influire sugli umori elettorali, accentuando il voto di protesta.

Un disertore, una diciassettenne e un ex commissario. Il mosaico russo della guerra ibrida

23 October 2026 at 15:28

Dietro la linea di fuoco tra eserciti contrapposti, il conflitto in Ucraina ha anche un fronte “interno” che non riguarda la coesione della popolazione, ma la presenza di individui che possono essere reclutati dalla fazione avversaria come agenti della “quinta colonna”, per usare un termine coniato da Francisco Franco durante la guerra Civile spagnola del secolo scorso. Una realtà che ci è stata ricordata dalle notizie delle ultime ore, durante le quali sono emersi tre casi molto diversi per natura e gravità, ma che evidenziano la stessa minaccia.

Il primo caso riguarda un presunto disertore della regione di Zhytomyr, arrestato dal controspionaggio militare dell’Sbu con il supporto del comando in capo delle Forze armate ucraine. Secondo quanto diffuso dai servizi ucraini e riportato da Ukrinform, l’uomo avrebbe guidato i missili russi contro le posizioni della sua stessa unità di droni, consentendo però agli investigatori di intervenire in tempo, permettendo a oltre cento velivoli ucraini di essere evacuati dalla potenziale area dell’attacco, e di sequestrare un drone nemico. La ricostruzione dell’Sbu descrive un percorso costruito a tavolino: reclutato dall’Fsb ancor prima di vestire la divisa, l’uomo avrebbe svolto inizialmente compiti di prova, monitorando impianti energetici e petroliferi nel nord del Paese, per poi ricevere l’ordine di arruolarsi. Durante i corsi per operatori di droni avrebbe raccolto dati personali di comandanti e istruttori; dopo aver abbandonato il reparto senza autorizzazione, si sarebbe spostato nella regione di Kyiv per mappare i centri logistici dell’esercito destinati a raid missilistici e aerei. È stato fermato nei pressi di uno dei magazzini strategici della capitale. In cambio, Mosca gli avrebbe promesso l’“evacuazione” in Russia e la cittadinanza. Ora è detenuto senza cauzione e rischia l’ergastolo con confisca dei beni.

Ancora più inquietante il secondo episodio, annunciato dalla Polizia nazionale ucraina. Una ragazza di 17 anni è stata arrestata con l’accusa di aver collaborato con i servizi russi all’avvelenamento di militari ucraini. Il meccanismo, spiegano gli investigatori, prevedeva che i soldati venissero agganciati su Telegram con l’offerta di droga gratuita, che sarebbe stata inviata poi per posta. Ma nelle capsule inviate erano presenti dosi letali di metadone, che hanno portato alla morte di due soldati nella regione di Zhytomyr . La giovane, che avrebbe agito su istruzione di un referente dell’Fsb, si occupava di confezionare le sostanze e spedirle utilizzando false generalità. Il compenso promesso ammontava a 5mila grivnie, pari circa 100 euro. Le indagini sui decessi avrebbero permesso di risalire ad altri quattro destinatari delle spedizioni, nelle regioni di Kirovohrad, Zaporizhzhia, Chernivtsi e Ivano-Frankivsk, sventandone l’avvelenamento.

Il terzo caso sposta l’attenzione da Kyiv a Bruxelles. Il sito EUobserver riferisce di aver visionato una serie di messaggi WhatsApp risalenti al 2022 tra l’ex commissario europeo Didier Reynders e Hugues Brulin, all’epoca dirigente dei servizi segreti belgi, oggi acquisiti in un’indagine della polizia del Belgio. Dalle conversazioni emergerebbero tentativi di bloccare gli approfondimenti sui presunti legami di Reynders con la Russia, con Brulin che avrebbe comunicato che il “lavoro” era stato in larga parte portato a termine, ricevendo in risposta l’apprezzamento dell’ex commissario. Nei messaggi comparirebbero anche riferimenti a come contrastare un informatore che aveva segnalato i sospetti, mentre tre agenti impegnati su quelle piste avrebbero visto le proprie carriere compromesse. Reynders, già ministro degli Esteri e della Difesa belga e commissario europeo alla Giustizia dal 2019 al 2024, era stato incriminato nel 2025 in un procedimento per presunto riciclaggio relativo a operazioni per circa un milione di euro. Le nuove rivelazioni, ancora da verificare in sede giudiziaria, si inseriscono in quel quadro.

Tre storie completamente diverse e apparentemente distanti, ma che mostrano come l’azione di Mosca non si limiti a quella convenzionale, ma vada ben oltre il fronte. Rappresentando una minaccia concreta non solo per l’Ucraina, ma per tutta l’Europa.

Il Nord Africa e il nuovo gioco delle medie potenze. Come cambia l’ordine globale

23 October 2026 at 14:36

Il Nord Africa sta diventando uno dei laboratori più significativi della trasformazione dell’ordine internazionale. In una regione tradizionalmente legata agli interessi strategici europei, la crescente presenza di Turchia, monarchie del Golfo e Russia rivela come la distribuzione dell’influenza globale stia cambiando, attraverso dinamiche che non possono essere ricondotte esclusivamente alla competizione tra Stati Uniti e Cina.

Un recente commentary dello Stimson Center, firmato da Stefan Lukas e Yusuf Can, ricostruisce questa evoluzione attraverso le strategie adottate dai diversi attori regionali. La tesi è che la capacità di incidere sugli equilibri politici e di sicurezza dipenda sempre più dall’integrazione di strumenti economici, militari e diplomatici, utilizzati con flessibilità e adattati alle specifiche condizioni locali.

La Russia ha consolidato la propria presenza attraverso la cooperazione militare, soprattutto in Libia, sfruttando l’accesso a infrastrutture strategiche e le relazioni con attori locali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno combinato investimenti, sostegno politico e capacità militari, mentre l’Arabia Saudita ha privilegiato la leva finanziaria, particolarmente rilevante nei rapporti con l’Egitto. La Turchia ha sviluppato un modello più articolato, nel quale esportazioni militari, accordi energetici, investimenti infrastrutturali e diplomazia culturale contribuiscono a sostenere una presenza regionale duratura.

Queste strategie presentano differenze sostanziali, ma condividono una caratteristica: la capacità di trasformare risorse relativamente circoscritte in influenza politica, intervenendo su settori nei quali gli interlocutori locali manifestano esigenze immediate.

Il risultato è una progressiva moltiplicazione dei centri decisionali. I governi nordafricani possono diversificare le proprie relazioni, negoziare con interlocutori differenti e ridurre la dipendenza da un singolo partner. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di alternative non coincide necessariamente con un rafforzamento dell’autonomia strategica. In alcuni casi, la diversificazione produce nuove vulnerabilità, soprattutto quando finanziamenti, forniture militari e infrastrutture critiche diventano strumenti di condizionamento politico.

È proprio questa ambivalenza a rendere il Nord Africa interessante per comprendere un fenomeno più ampio. Le medie potenze stanno acquisendo maggiore capacità di iniziativa all’interno di un sistema internazionale nel quale le gerarchie tradizionali risultano meno vincolanti. La loro influenza deriva dalla possibilità di costruire relazioni trasversali, partecipare contemporaneamente a reti concorrenti e utilizzare le proprie capacità settoriali per ottenere vantaggi diplomatici.

Il tema è emerso anche durante un recente confronto organizzato da Sioi e Formiche, dedicato alla geopolitica delle medie potenze. Dal Canada al Brasile, fino all’India e alle monarchie del Golfo, la ricerca di autonomia si traduce nella diversificazione delle partnership economiche, tecnologiche e di sicurezza, accompagnata dalla richiesta di partecipare maggiormente alla definizione delle regole internazionali.

Esiste tuttavia una distinzione importante tra le potenze intermedie che cercano di ampliare il proprio spazio decisionale e quelle che utilizzano le proprie capacità per condizionare gli equilibri di Paesi più vulnerabili. Le due dinamiche possono coesistere, ma producono conseguenze differenti sulla stabilità regionale e sulla governance internazionale.

Anche la categoria stessa di middle power richiede una certa cautela. La Russia, potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, occupa una posizione strutturalmente diversa rispetto alla Turchia o agli Emirati. Eppure, nel contesto nordafricano, alcuni strumenti della sua proiezione regionale possono essere analizzati attraverso logiche operative comparabili.

Per l’Europa, questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione europea conserva un ruolo economico centrale nel Nord Africa, ma l’intensità degli scambi commerciali non garantisce automaticamente un’influenza equivalente sulle dinamiche politiche e di sicurezza. La disponibilità di partner alternativi modifica il potere negoziale dei governi locali e riduce l’efficacia di strumenti tradizionali come la condizionalità economica.

La questione europea riguarda quindi la capacità di integrare relazioni economiche, cooperazione industriale, sicurezza e diplomazia in una strategia coerente, riconoscendo che gli interlocutori regionali dispongono oggi di margini di scelta più ampi.

Il Nord Africa suggerisce, infine, una considerazione sull’evoluzione dell’ordine globale. La crescente influenza delle medie potenze non implica necessariamente la formazione di un sistema multipolare stabile. Può invece favorire una configurazione più fluida, nella quale il potere viene esercitato attraverso reti di relazioni, accesso a infrastrutture strategiche e capacità di intervenire su specifiche vulnerabilità.

In questo scenario, la competizione internazionale riguarda sempre più la possibilità di costruire e mantenere connessioni strategiche. Ed è proprio attraverso queste connessioni che le potenze intermedie stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri del sistema internazionale.

Lula da Silva o Bolsonaro? Il peso di Trump nel voto brasiliano

23 October 2026 at 14:21

Ultimi giorni prima della grande scelta presidenziale in Brasile. Ad oggi, il candidato Flávio Bolsonaro si mantiene in testa nei sondaggi, che prevedono una sua vittoria nel ballottaggio di domenica 25 ottobre. Tuttavia, la distanza dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva è marginale, come nel primo turno. La possibilità di un pareggio tecnico c’è ancora.

Il sondaggio di Quaest pubblicato mercoledì scorso indica che il figlio dell’ex presidente Bolsonaro gode del 45% del consenso, con un solo punto di vantaggio rispetto a Lula, che ha il 44% del gradimento dei brasiliani. Il report di mercoledì è il primo studio sulle proiezioni di voti dopo il dibattito di domenica tra i due candidati. La scorsa settimana, la stessa impresa di sondaggi dava a Bolsonaro il 46% e a Lula il 44%.

Invece per Nexus, che ha eseguito un sondaggio lunedì, subito dopo il confronto tra Bolsonaro e Lula da Silva, la differenza sarebbe di soli 0,6%, vedendo in vantaggio l’attuale presidente con il 46,5% dei voti e Bolsonaro figlio con il 45,9%. Il sondaggio precedente registrava una distanza di oltre tre punti percentuali. Per Nexus, circa il 4,7% degli elettori avrebbe deciso di votare in scheda nulla o bianca e il 2,9% è ancora indeciso.

La consultazione della firma Datafolha del 15 ottobre indica che Bolsonaro avrebbe il 47% dei voti e Lula da Silva il 45%. Gli ultimi sondaggi sembrano avere dato conto dell’effetto della riforma del lavoro approvata dal governo di Lula e dal Congresso, che offre un giorno di riposo a settimana (pagato).

Nell’ultimo tratto della campagna elettorale, il candidato di destra invece si è concentrato sul bisogno di un cambiamento di direzione per il Paese e nelle potenzialità del Brasile, che potrebbe diventare una delle sette principali economie del mondo. “Avevano detto che il bolsonarismo era finito, ma si sono dimenticati che Jair Bolsonaro ha lasciato milioni e milioni di semi”, ha detto il figlio, Flávio. Il candidato ha mantenuto il discorso sulla lotta contro la criminalità e la proposta di ridurre la età di responsabilità penale per reati gravi.

“Non dite all’indeciso per chi votare – ha detto il presidente brasiliano -. Chiedetegli di pensare in quale Brasile vuole vivere. Sicuro che voteranno per noi, siamo l’unica opzione per migliorare il Brasile”.

Oltre agli argomenti e i progetti di governo, il tema dell’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali brasiliane è al centro del dibattito. Molti esperti sostengono che gli Usa hanno preso misure politiche, economiche e diplomatiche per favorire il candidato Bolsonaro – più vicino alla linea del presidente Donald Trump – perché una possibile vittoria della destra agevolerebbe gli interessi americani nella regione.

James N. Green, professore di storia politica del Brasile dell’Università Brown, ha detto alla Bbc che i dazi sono stati disegnati dall’amministrazione Trump per fare pressione sul governo di Lula: “Non c’era una giustificazione economica. Era semplicemente un’altra forma per interferire nelle elezioni”.

Anche il quotidiano Folha de São Paulo ha pubblicato un documento in cui l’Agenzia dell’Intelligence Brasiliana eleva a livello critico la possibilità di ingerenza degli Stati Uniti nel voto di domenica 25 ottobre. Per il Dipartimento di Stato americano, “qualsiasi insinuazione di una ‘strategia’ per danneggiare le elezioni in un Paese democratico è una bugia senza fondamento”.

Oggi ci sarà l’ultimo dibattito televisivo per confrontare le due proposte di Lula da Silva e Bolsonaro jr. prima del voto finale. Entrambi i candidati hanno promesso di svelare il loro patrimonio e quello delle loro famiglie in diretta.

Musk riaccende Starlink in Ucraina? L’incognita della telefonata di Trump

23 October 2026 at 12:11

Sarebbe stato il presidente americano Donald Trump a chiedere ad Elon Musk di ripristinare l’accesso dell’Ucraina a Starshield, la componente esclusivamente militare della costellazione satellitare Starlink diventata un’infrastruttura imprescindibile per le forze di Kyiv.

Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe chiesto a Musk di rimuovere le restrizioni sull’uso ucraino del servizio, mostrandosi frustrato per le velocità ancora limitate. Poco dopo la telefonata, riferiscono fonti americane e ucraine citate dal quotidiano, il sistema ha ripreso a funzionare in modo più regolare. Il quadro resta però incerto, con alcuni funzionari ucraini i quali sostengono che Starlink non sia tornato alla piena funzionalità, pur operando a velocità superiori al tetto imposto. Lo stesso Volodymyr Zelensky aveva dichiarato giovedì che la velocità non era stata ripristinata, auspicando colloqui a breve con il segretario di Stato Marco Rubio.

Resta l’ambiguità sulle responsabilità. Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento nella decisione di rallentare il servizio, mentre Rubio ha ribadito mercoledì che le scelte sull’accesso ucraino spettano a SpaceX e a Musk, non alla Casa Bianca. Una linea difficile da conciliare con la ricostruzione del Wsj, secondo cui sarebbe bastata una telefonata presidenziale per sbloccare la situazione.

La posta in gioco è anzitutto militare. Starlink regge le comunicazioni sul campo di battaglia e le operazioni con droni, e la limitazione del servizio ha penalizzato sia le missioni d’attacco sia quelle di difesa aerea condotte con velivoli senza pilota contro la Russia. Lo sfondo è quello di relazioni tra Kyiv e Washington mai così tese. Trump ha annunciato un accordo per l’acquisto di diesel russo, ha rinunciato a nuove sanzioni contro Mosca, ha chiesto all’Ucraina di fermare gli attacchi alle raffinerie russe e ha invitato gli ucraini a sostituire Zelensky. Intanto i combattimenti proseguono: giovedì la Russia ha colpito Kyiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni verso Mosca, nonostante l’ultima spinta americana per chiudere il conflitto. La vicenda conferma quanto la tenuta ucraina dipenda da un’infrastruttura privata, e quanto questa resti esposta alle oscillazioni della politica americana.

La reputazione come fattore di competitività. La Fondazione Guido Carli lancia il Manifesto per Leadership responsabili

23 October 2026 at 12:07

La reputazione come infrastruttura invisibile della competitività. È da questa convinzione che partirà il 27 novembre, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, la Convention inaugurale della stagione 2026-2027 della Fondazione Guido Carli. Un appuntamento che farà da cornice al lancio del Manifesto per Leadership responsabili, un patto rivolto a istituzioni, imprese e società civile per riaffermare il valore della credibilità in una fase segnata da policrisi, cambiamenti rapidi e nuove opportunità.

L’iniziativa aprirà anche il percorso che accompagnerà il diciottesimo anniversario della Fondazione Guido Carli, nata per custodire e tramandare l’eredità morale e culturale dello statista che fu governatore della Banca d’Italia, ministro del Tesoro e senatore della Repubblica. Le celebrazioni culmineranno il 21 maggio 2027 con la XVIII edizione del Premio Guido Carli nella cornice del Teatro dell’Opera di Roma.

“Dalla Capitale e dal cuore delle istituzioni democratiche apriremo un cantiere di idee e di progetti centrato sulla credibilità”, spiega la presidente della Fondazione Guido Carli, Romana Liuzzo. “Avvertiamo più forte che mai la necessità di favorire un’alleanza virtuosa tra chi decide, chi produce e chi rappresenta la società civile. Per questo lanceremo il Manifesto per Leadership responsabili, un patto che mette al centro una parola che riteniamo decisiva: reputazione”.

Secondo Liuzzo, la competizione globale non si misura più soltanto sul costo dell’energia o sulla corsa ai brevetti dell’intelligenza artificiale generativa. “Oggi conta anche la fiducia che una nazione, un’impresa o un’istituzione riescono a generare. In un mondo attraversato dal sovrapporsi di crisi e shock imprevedibili, il capitale reputazionale rappresenta un fattore determinante per attrarre investimenti, sostenere le filiere produttive e rafforzare la tenuta delle comunità”.

In questo quadro, il capitale reputazionale diventa un elemento decisivo per attrarre investimenti, garantire la tenuta delle filiere produttive e rafforzare la coesione delle comunità. Per questo la Convention riunirà esponenti di mondi diversi ma interconnessi, dalle infrastrutture energetiche alla farmaceutica, dal lusso all’agroalimentare, dalla finanza all’impresa sociale.

“Vogliamo rafforzare quel capitale di fiducia che consente a persone, organizzazioni e territori di affrontare il cambiamento con maggiore solidità”, osserva Liuzzo. Il richiamo è alla lezione di Guido Carli, indicata come un modello capace di coniugare rigore e visione, crescita economica e attenzione al sociale, governo del presente e fiducia nelle nuove generazioni.

“A diciotto anni dalla nascita della Fondazione vogliamo riproporre il suo metodo come stella polare: la capacità di tenere insieme rigore e visione, conti e persone, progresso economico e attenzione al sociale. È un’eredità che consideriamo più attuale che mai e che guarda con fiducia alle nuove generazioni”. Una prospettiva che la Fondazione sintetizza nell’obiettivo di “disegnare nuove mappe di speranza”.

Dopo il saluto iniziale di Romana Liuzzo, sarà il Prefetto di Roma, Lamberto Giannini, ad aprire i lavori della Convention, moderata da Costanza Calabrese, giornalista e conduttrice Mediaset. In dialogo con lei interverranno Ettore Prandini, presidente di Coldiretti; Alessandro Zehentner, presidente di Snam; Nico Acampora, fondatore di PizzAut; Laura Burdese, ceo di Bulgari; Alessandro Circiello, membro del TASIN del ministero della Salute; Sergio Marullo di Condojanni, presidente e amministratore delegato di Angelini Pharma; Claudia Parzani, presidente di Borsa Italiana e Maria Elena Boschi, presidente del Gruppo Italia Viva alla Camera.

Le loro testimonianze offriranno uno spaccato su come il sistema produttivo possa trasformare la reputazione in un fattore di competitività e in uno strumento di proiezione internazionale del Paese, valorizzando non solo l’eccellenza del Made in Italy, ma anche quel capitale di fiducia che contribuisce a raccontare qualità, innovazione e coesione sociale.

Saranno 170 gli ospiti ammessi nella Sala della Regina. Da Montecitorio prenderà così avvio il percorso del Manifesto per Leadership responsabili, con l’obiettivo di tradurre il tema della reputazione in un impegno concreto condiviso tra istituzioni, imprese e territori.

Huang scuote l’Europa sull’AI. Ecco la strategia di Nvidia per colmare il ritardo tecnologico

23 October 2026 at 11:42

“You can’t regulate what you don’t have”: è un mantra che si ripete molto spesso nei corridoi di chi affronta, lato americano ed europeo, la competizione tecnologica, ed è la formula scelta da Jensen Huang, diretta, netta, chiara, per rispondere al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che durante l’Invest in Germany Summit di Berlino gli aveva chiesto cosa l’Europa potesse fare meglio sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

Sul palco del Kraftwerk, un’ex centrale elettrica riconvertita in spazio per eventi, il ceo di Nvidia ha messo il dito su una delle contraddizioni della strategia tecnologica europea: l’ambizione di definire le regole di un settore nel quale il continente fatica ancora a sviluppare capacità industriali competitive.

Il messaggio non era rivolto soltanto alla Germania. Huang sta attraversando l’Europa per convincere governi e imprese ad accelerare l’adozione dell’AI, mentre Nvidia cerca di consolidare il proprio ruolo nella costruzione delle infrastrutture tecnologiche del continente. Dopo aver criticato a Londra la tendenza britannica a individuare ostacoli anziché opportunità, a Berlino ha espresso frustrazione per il ritardo di un Paese che considera tra i più avanzati al mondo sul piano scientifico e industriale.

La spinta di Huang riflette il ruolo sempre più centrale di Nvidia nello sviluppo dell’economia dell’intelligenza artificiale. L’azienda americana è il principale fornitore dei chip utilizzati per sviluppare ed eseguire i modelli AI e sta ampliando il proprio contributo alla costruzione dell’ecosistema tecnologico globale, anche attraverso investimenti e partnership industriali. Per l’Europa, che punta ad accelerare la diffusione dell’intelligenza artificiale e a rafforzare la competitività del proprio sistema produttivo, Nvidia si presenta come un interlocutore strategico, capace di mettere a disposizione tecnologie, infrastrutture e competenze necessarie a sostenere questa trasformazione.

La questione supera il ciclo degli investimenti tecnologici. Il continente dispone di una solida base manifatturiera, ma non ha sviluppato equivalenti domestici dei grandi operatori americani dell’AI. Accelerare significa quindi ricorrere, almeno nel breve periodo, a tecnologie esterne. Una necessità che rischia di complicare l’obiettivo europeo di ridurre la dipendenza dalle piattaforme statunitensi, che a loro volta spingono sul valore delle “trusted technologies”: tecnologie affidabili condivise tra Paesi alleati come soluzione a lacune e per costruire un ecosistema condiviso e condivisibile – al sicuro dai rivali strategici dell’asse transatlantico e del cosiddetto “Occidente politico”.

È soprattutto sull’intelligenza artificiale industriale che Huang intravede un’opportunità pratica e soprattutto rapida per l’economia europea. La Germania, alle prese con difficoltà di crescita, conserva capacità produttive che potrebbero diventare un vantaggio competitivo nell’applicazione dell’AI alla manifattura. Durante il summit, il ceo di Nvidia ha richiamato la collaborazione con Siemens per trasformare lo stabilimento di Erlangen in un modello di produzione autonoma, attraverso strumenti capaci, secondo le stime presentate, di ridurre i costi fino al 20%. L’azienda americana sta inoltre ampliando la cooperazione con Mercedes-Benz nello sviluppo di sistemi di guida automatizzata.

Queste partnership illustrano la direzione della strategia di Nvidia, il cui obiettivo non è limitarsi alla fornitura di capacità di calcolo per i grandi modelli linguistici, ma portare l’intelligenza artificiale dentro i processi produttivi delle imprese europee. Automotive, servizi finanziari e sanità sono tra i settori indicati da Huang durante il keynote tenuto alla GPU Technology Conference di Berlino. Per costruire una vera economia dell’AI, ha sostenuto, le industrie che utilizzano queste tecnologie devono diventare esse stesse imprese fondate sull’intelligenza artificiale.

La spinta all’adozione richiede però un’espansione delle infrastrutture. Nvidia sta promuovendo nuove soluzioni modulari, tra cui DSX POD – un sistema progettato per semplificare e accelerare l’installazione delle infrastrutture di calcolo necessarie all’intelligenza artificiale – pensate per accelerare la realizzazione dei sistemi necessari all’AI, per esempio riducendo i tempi di realizzazione dei data center nei siti già predisposti. Per i governi europei, chiamati a sostenere investimenti e modernizzazione industriale, la disponibilità di queste tecnologie può rappresentare un’opportunità.

La presenza europea di Nvidia, intanto, si estende anche oltre le tappe del tour di Huang. Il ceo non ha previsto una visita in Italia, ma durante la sua missione europea è stata annunciata un’iniziativa che coinvolge Nvidia e TIM. Il caso italiano conferma come la strategia dell’azienda americana interessi più ampiamente lo sviluppo dell’infrastruttura AI in Europa.

La sfida per Bruxelles sta nel cercare di trasformare la crescente domanda di intelligenza artificiale in capacità industriale, colmando il divario tra ambizioni tecnologiche e infrastrutture. Nvidia può accelerare l’adozione dell’AI e rafforzare la competitività europea con tecnologie, competenze e partnership.

La provocazione di Huang a Merz sottolinea la necessità di creare condizioni per lo sviluppo industriale dell’AI. L’Europa ha una base manifatturiera avanzata e competenze scientifiche. La collaborazione con Nvidia permette di tradurre questi punti di forza in applicazioni concrete, colmando una lacuna tecnologica in modo quasi immediato – e “trusted”.

Perché l’IA può fare la differenza soprattutto per le Pmi

23 October 2026 at 11:16

Il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi ha ospitato piccoli imprenditori, titolari di botteghe e artigiani all’evento “Genova digitale per le imprese. Strumenti, competenze e Intelligenza Artificiale per crescere sul territorio” il secondo appuntamento di un ciclo formativo voluto dalla sindaca Silvia Salis, che lo ha costruito insieme a Meta, alla Camera di Commercio e a Confindustria Genova, con l’Università di Genova e le associazioni del commercio e dell’artigianato (Confcommercio, Confesercenti, CNA e Confartigianato).

Aprendo i lavori, la Sindaca Silvia Salis ha ringraziato Meta per aver messo a disposizione le proprie competenze e ha sottolineato l’importanza e la centralità degli strumenti digitali affermando che chi fa impresa e porta avanti un’attività, ha un patrimonio di esperienza che merita nuove occasioni di crescita. Opportunità che l’amministrazione ha il dovere di creare aiutando le imprese del territorio a integrare il digitale e l’intelligenza artificiale nella propria operatività quotidiana, senza che l’età o le dimensioni dell’impresa diventino un ostacolo

Angelo Mazzetti, direttore delle relazioni istituzionali per Italia e Grecia di Meta ha raccontato che, come anni fa ogni impresa ha dovuto attrezzarsi con un sito e una pagina social, oggi deve imparare a usare l’AI. Le tecnologie rappresentano un volano per le micro e piccole imprese per crescere, però, l’accesso alla tecnologia da solo non basta, servono anche le competenze per utilizzarla. Dopo di lui, i formatori di Meta hanno parlato di campagne, di creatività con l’AI e di WhatsApp Business.

A conclusione della giornata formativa, ho avuto il piacere di condividere alcuni spunti e consigli pratici per l’applicazione nel concreto sulle attività quotidiane.

A supporto di questi temi, mi vengono in aiuto i dati del rapporto “Il Digitale in Italia 2026” di Anitec-Assinform, di cui sono consigliere, che registra un mercato digitale da 84,4 miliardi, con la spesa in intelligenza artificiale cresciuta del 47,6% in un solo anno. Anche secondo l’Istat, in un solo anno, la quota di PMI che usa almeno una soluzione di AI è raddoppiata, dal 7,7 al 15,7%.

Ma la differenza più grande, secondo me, si può fare proprio nelle micro e piccole imprese, dove un’ora risparmiata è un’ora guadagnata.

Pensate alla focacceria che può farsi scrivere in un minuto la risposta gentile ad una recensione, o al gestore di un B&B che con un click può inviare un messaggio di benvenuto in tedesco o giapponese. Oppure all’impresa edile che può dettare al telefono i lavori da eseguire e ritrovarsi immediatamente pronta una bozza di capitolato, o ancora allo spedizioniere che può riassumere in tre righe la mail di un cliente straniero e preparare la risposta. C’è, però, un equivoco da chiarire, l’AI non sostituisce il titolare, né chi lavora al banco o al telefono e, tanto meno, la capacità di costruire un rapporto empatico con i clienti. Capire cosa cerca chi entra, ricordarsi di chi torna e conoscerne i gusti, restano propri delle caratteristiche personali di ogni commerciante, e il cliente se ne accorge. Ma se metà del lavoro d’ufficio, tra amministrazione, email, contenuti per i social e recensioni, arriva già impostato e pronto, il tempo che si libera si può utilizzare e spendere proprio nella costruzione della relazione, che per una piccola impresa è il vantaggio che fa la differenza.

La serranda, la mattina, si alza ancora a mano. Con l’AI, però, chi la alza ha più tempo per dedicarsi a chi entra. ‎

Hormuz, il memorandum di giugno e il ruolo di Roma. Parla il ministro iraniano Nouri

23 October 2026 at 09:49

Il memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno con la mediazione pakistana, doveva chiudere la guerra entro sessanta giorni. È saltato a luglio, e il blocco americano è tornato. E oggi il negoziato sembra non registrare progressi di sorta. Una situazione che ha avuto ripercussioni sulle economie di tutto il sistema globale, compresa, ovviamente, quella iraniana. Proprio di questo Formiche.net ha parlato con il ministro dell’Agricoltura di Teheran Gholamreza Nouri Ghezeljeh, con cui ha poi esplorato anche altri temi, dal peso crescente delle rotte del Caspio ai rapporti con Mosca e Pechino, fino alle prospettive del negoziato con Washington e al possibile ruolo dell’Italia.

Qual è stato l’impatto della guerra e del conseguente blocco sull’agricoltura iraniana?

La guerra ha sicuramente un costo, anche per il nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Ma ha avuto un costo per tutto il mondo: i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati ovunque, non solo da noi. Noi non abbiamo iniziato questa guerra, siamo sempre stati per la pace e per il dialogo. L’America e Israele ci hanno attaccato e ci siamo difesi bene, popolo e governo insieme. Quando qualcuno attacca il tuo Paese, il costo della difesa lo metti in conto. Chiunque abbia un po’ di orgoglio difende il proprio Paese, e in Iran tutti la pensano così. E nonostante la guerra, nel settore alimentare abbiamo avuto anche dei successi. Siamo diventati indipendenti nella produzione di alcuni prodotti che prima importavamo. In Iran non c’è stata alcuna carenza di cibo. Anche se, come nel resto del mondo, sono aumentati i prezzi. Ma siate certi che presto l’Iran percorrerà la strada dello sviluppo a un ritmo straordinario, quasi miracoloso, fino a diventare un vero paradiso per gli investimenti.

Durante il conflitto 3 milioni di tonnellate di input sono arrivati dai porti del nord. Il Caspio, e quindi la Russia, è diventato un’arteria vitale? Si è sviluppata una sorta di dipendenza? Come si è sviluppato il rapporto con Mosca?

Il rapporto con la Russia è molto importante. Naturalmente, con la guerra le nostre rotte commerciali sono diventate più efficaci e hanno aiutato molto il Paese. Il nostro rapporto con la Russia si basa su un accordo bilaterale tra Paesi amici. Ovviamente ogni Paese pensa anche al proprio interesse, quindi è un rapporto basato sul beneficio reciproco. E non c’è solo la Russia, abbiamo avuto buone collaborazioni anche altri Paesi che si trovano lungo il nostro confine settentrionale. L’Iran è un grande Paese e tutti i Paesi confinanti hanno bisogno di questa relazione. Che è un rapporto reciproco, e guarda tanto ai nostri bisogni quanto ai loro.

E con la Cina invece?

Anche con la Cina abbiamo un rapporto molto buono. Come noi, la Cina è contraria all’unilateralismo e deve sviluppare rapporti con altri Paesi. Abbiamo un buon rapporto commerciale e continuiamo ad averlo. Collaboriamo con la Cina, come con la Russia, nel quadro dell’Organizzazione di Shanghai e dei Brics. La Cina è riconosciuta da tutto il mondo come una grande potenza economica.

Mosca ha tratto vantaggio dal petrolio sopra i 100 dollari. Avete la sensazione che alla Russia convenga che la crisi continui?

È naturale. Tutti i Paesi del mondo perseguono i propri interessi nazionali e, quando se ne presenta l’occasione, si attivano per coglierla. Anche la Russia segue i propri interessi, come tutti gli altri. Questa situazione ha creato delle buone opportunità per Mosca, ed è naturale che oggi la Russia ne tragga beneficio. L’America lo ha accettato, con Trump che ne ha riconosciuto il ruolo, e ha poi aperto anche ad accordi con la Russia. Noi speriamo che la guerra finisca, ed è un interesse che abbiamo tutti. Oggi la Russia guadagna dall’aumento del prezzo del carburante. In futuro, quando la guerra sarà finita, tutti i Paesi dovranno poter trarre i loro benefici.

Lei ha detto di sperare nei negoziati. Cosa manca secondo lei per tornare al memorandum di giugno?

Era un accordo logico, e speriamo che la parte americana torni a rispettarlo. Nessuna guerra dura in eterno, e alla fine si arriva sempre alla pace. Questa guerra ha imposto costi pesanti a tutto il mondo. Le popolazioni di tutto il mondo stanno già pagando un prezzo elevato per le politiche belliciste di Trump, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, e per questo sono arrabbiate. Penso quindi che si arriverà presto a un accordo. I politici più lungimiranti stanno facendo pressione su Trump perché la guerra finisca, ed è nell’interesse di tutti che finisca al più presto. Noi siamo ancora fedeli all’accordo di giugno; sono stati gli Stati Uniti ad uscirne. Speriamo che tornino a rispettarlo. Il popolo iraniano e le forze armate hanno dimostrato di non cedere di fronte all’insistenza del nemico. Se Trump continua, avrà problemi anche all’interno del suo Paese. Vedete anche in Italia quanto sono aumentati i prezzi del petrolio e della benzina. Tutte le persone ragionevoli del mondo vorrebbero che finisse presto, e anche la posizione di Sua Santità il Papa va in questa direzione. Penso che alla fine questa volontà prevarrà. Nessuna guerra dura per sempre.

Come viene vista Roma da Teheran?

Guardiamo all’Italia con il rispetto di una grande civiltà verso un’altra grande civiltà. L’Italia, come l’Iran, ha una grande cultura: sono due civiltà che hanno fatto tanto per la crescita dell’umanità. Abbiamo rapporti diplomatici e commerciali con l’Italia da più di 150 anni. Nonostante la distanza, i due popoli hanno tante cose in comune. Speriamo che questa comunanza tra i due popoli arrivi anche al livello dei governi. Vogliamo sviluppare le relazioni tra Italia e Iran, anche nel campo dell’agricoltura, ma non solo in esso.

Quindi crede che l’Italia potrebbe essere un mediatore credibile?

L’Italia ha dimostrato in passato, su queste questioni, di avere un atteggiamento razionale e ragionevole. Per questo forse può avere un ruolo più importante e più attivo, e penso che in futuro andrà in questa direzione. O almeno, questo è quello che ci aspettiamo.

L’Europa non può perdere la corsa alla new space economy. Parla Santangelo (Space Industries)

23 October 2026 at 08:09

La space economy si prepara a una nuova fase, in cui la competitività non dipenderà tanto dalla capacità di progettare i satelliti, ma da quella di produrli su scala industriale. Un modello inaugurato da SpaceX, ma a cui anche l’Europa, giocoforza, dovrà adeguarsi. A portare questo modello in Italia è Space Industries, realtà nata un anno fa e che si appresta a inaugurare il suo primo impianto produttivo. Obiettivo: produrre centinaia di satelliti all’anno. L’intervista di Airpress a Giuseppe Santangelo, amministratore delegato della società.

Ingegnere, come sta cambiando lo spazio e cosa si intende per “new space economy”?

Chi lavora nello spazio da anni, come me, in Italia e negli Stati Uniti, riesce a osservare certi movimenti di mercato in entrambi i contesti e a prevedere cosa potrebbe succedere. Gli Stati Uniti sono più avanti sotto diversi aspetti della space economy commerciale e secondo me la loro visione sta arrivando in Europa con qualche anno di ritardo. A questo si aggiunge la geopolitica, che evolve a sua volta. La difesa è un elemento non nuovo ma oggi più accentuato, e porta con sé il concetto di dual use, per cui tutto ciò che si trova nello spazio deve esserlo. Il cambiamento di fondo, però, è il passaggio da una logica istituzionale a una di mercato. Fino ad oggi, il settore è stato trainato dalla spinta pubblica. In Europa pensiamo ai fondi dell’Esa, con le loro logiche di ritorno geografico e un sistema di finanziamento delle missioni con un obiettivi pubblici e non privati. In questa modalità è difficile che si sviluppi un vero mercato.

Perché?

Un qualunque mercato nasce quando esiste un’esigenza che può essere risolta con una tecnologia, in questo caso spaziale. Quell’esigenza oggi c’è e possiamo declinarla attraverso il dato. Il dato può essere generato a terra con infrastrutture terrestri e usato per scopi di business, oppure generato in orbita con obiettivi terrestri, oppure in orbita con obiettivi spaziali. In ogni caso si tratta di un business industriale e tecnologico, che risponde a necessità concrete.

Se questo business non si è ancora sviluppato in modo prorompente, pur con qualche eccezione, è perché oggi il mercato è quasi un single player, SpaceX, che ha avuto per prima l’accesso allo spazio, si è costruita i suoi satelliti e ha creato il proprio mercato. Nel segmento Leo (Orbita bassa terrestre) vale quasi il 50% della space economy. Questo non vuol dire però che sarà sempre così. SpaceX ha aperto il mercato ed è arrivata prima, ma io sono convinto che il mercato spaziale del futuro sarà caratterizzato da player che oggi non sono ancora evidenti. Stiamo guardando al futuro facendo i conti senza l’oste.

Chi sono questi nuovi attori?

Saranno realtà che oggi ancora non operano nello spazio e che non fanno parte di questo mercato. Sono aziende con esigenze relative ai dati e alla connettività: monitorare siti produttivi, gestire telecomunicazioni, logistica, cybersicurezza. Quando entreranno nel settore faranno la differenza e chi oggi si occupa di spazio dovrà essere pronto a un adattamento al nuovo modello, altrimenti rischia di scomparire dal mercato. A queste realtà serve una tecnologia in orbita ma agile, che si lanci in fretta e costi il giusto per il dato che serve, in modo da essere confrontabile con le soluzioni terrestri. Se posso fare telecomunicazioni dallo spazio spendendo meno che costruendo antenne in tutto il mondo, allora è lì che, come azienda, scelgo di andare nello spazio.

Per questo l’idea che una sola costellazione basti per tutti non regge. In Europa, per esempio, ce n’è una sola ed è stata pensata con metriche istituzionali, non commerciali. Funzionerà bene per chi impara a gestire le costellazioni, ma a livello di business il concetto è diverso. Un’industria che ha grandi risorse e oggi spende molto per gestire il rapporto con diversi operatori potrà decidere di costruirsi la propria costellazione privata, e di concentrare lì tutto il suo sviluppo, dalle telecomunicazioni alla logistica alla cybersicurezza, con un’infrastruttura che nessun altro può gestire o spegnere. Se avremo cinquanta operatori nel mondo, ci saranno cinquanta costellazioni, e intorno a esse si svilupperanno i servizi: ad esempio chi le mantiene in orbita e chi effettua l’in-orbit servicing, oltre ad altre infrastrutture a un livello più alto che supporteranno quelle più basse. 

Come accennava, l’Europa registra più di una criticità nell’adeguarsi a questo nuovo mercato. Qual è, secondo lei, la più pressante?

Sicuramente l’accesso allo spazio. Oggi questo settore è di fatto monopolizzato da un solo player mondiale, SpaceX, che ha dato avvio all’intero fenomeno della new space. Infatti, senza SpaceX non staremmo facendo questa intervista. Ma chi detta le regole è anche un rischio per il mercato. Mi risulta che il manifesto dei lanci commerciali di Falcon 9 sia chiuso fino al 2029, e stiamo tutti lì a capire cosa succederà. Starship, che sarà operativa tra il 2029 e il 2030, potrebbe riaprire lo spazio commerciale. Il costo per lanciare un proprio satellite, oggi intorno ai 10mila dollari al chilo, secondo gli annunci più recenti potrebbe scendere anche sotto i 500. Gli altri lanciatori, in Europa e negli Stati Uniti, stanno emergendo ma non sono allo stesso livello, lanciano carichi più piccoli, con minore frequenza e a costi più bassi. Direi che Starship, in questo senso, ha almeno dieci anni di vantaggio rispetto a tutti gli altri. Se un operatore europeo vende un lancio a 5mila euro al chilo e SpaceX a 500, è ovvio che il mercato guarderà alla soluzione più economica.

E poi?

La scala. Per garantire continuità di servizio servono molti satelliti. Un satellite passa sopra di noi decine di volte al giorno, quindi ne servono almeno 15-20 per coprire una singola località. Poi bisogna moltiplicare per le diverse aree geografiche e per la ridondanza del segnale. Si arriva a migliaia di satelliti per fare, in sostanza, una sola cosa. In Europa il satellite è ancora trattato come un prodotto artigianale, un “proto-flight” in cui conta la missione e con i costi che ne derivano. Negli Stati Uniti si è già andati verso la modularizzazione e la scala. Venti anni fa un satellite da una tonnellata costava circa 30 milioni. Oggi, per le stesse funzioni, pesa 200-300 chili e costa 3-4 milioni. Credo che in futuro dovremo scendere almeno di un altro ordine di grandezza. Quando il satellite diventerà una commodity, con componenti commerciali qualificati e certificati e una costruzione in linea, quasi come una lavastoviglie, il mercato spaziale sarà davvero attivo.

Quali altre criticità vede, oltre a quelle industriali?

Ne vedo due, entrambe di lungo periodo. La prima è la regolamentazione. Esiste l’Unoosa, l’ufficio Onu per gli affari spaziali, che cerca un accordo su regole comuni, ma oggi di fatto ognuno fa ciò che vuole. Finché i satelliti si contavano sulle dita di una mano il rischio era contenuto, ma quando diventeranno centinaia di migliaia, la gestione del traffico spaziale e del deorbiting dovrà essere comune. Se qualcuno distrugge il satellite di un altro, o lancia troppi satelliti e rende un’orbita inutilizzabile, oggi non c’è una norma che stabilisca di chi sia la colpa o chi sanzioni. È un diritto internazionale ancora da declinare.

La seconda è proprio il deorbiting. Quei satelliti resteranno in orbita non decenni ma probabilmente un paio d’anni, poi saranno sostituiti dalla generazione successiva. Deorbitare significa distruggerli in atmosfera, e lì che fine fanno l’alluminio e i materiali delle batterie? Finiscono in mare, restano sospesi in aria? Con un lancio SpaceX a settimana, stima che sappiamo essere destinata ad aumentare, tra dieci-quindici anni la sostenibilità dei materiali con cui si costruiscono i satelliti sarà uno dei problemi principali. 

Cosa insegna, allora, il modello americano?

Che il mercato lo apre chi rischia. Musk ha dovuto mettersi in grandissima difficoltà, usando capitali propri e bruciando cassa per continuare a lanciare, prima di riuscire nell’impresa. Non è corretto dire, come tendono a fare alcuni, che sia stato semplicemente finanziato dallo Stato e dalla Nasa. Gli Stati Uniti sono avanti sulla space economy commerciale e hanno iniziato ad applicare anni fa la modularizzazione, si pensi che un satellite come quelli di Starlink ha costi di produzione molto inferiori a quelli degli analoghi europei. Ciò ovviamente non toglie che il sostegno pubblico sia e rimanga una componente importante, specialmente per attori emergenti e non ancora consolidati.

E l’Italia? Cosa sta facendo?

L’Italia, a mio avviso, è stata molto lungimirante, infatti si è dotata per prima in Europa di una legge sullo spazio. Il rischio, però, è che altri continuino a non farlo per trarre il massimo vantaggio dall’assenza di regole e sanzioni in caso di condotte ambigue. Gli Stati, dalla legislazione agli aspetti finanziari pubblici, devono ascoltare e capire cosa succederà in questo mercato, perché può essere un’opportunità grandiosa. E l’Italia questo lo sta facendo, ad esempio con le varie tappe degli Stati generali della space economy, dove noi operatori ci incontriamo molte volte e il governo ascolta tutti. 

Veniamo ora alla realtà che lei guida. Come nasce Space Industries?

Dall’incontro di due competenze. Io porto l’esperienza spaziale, maturata negli Stati Uniti e in Italia, e avevo un’idea chiara di cosa serviva. L’azionista principale, Comat, è un’industria di Torino che non aveva alcuna esperienza nello spazio ma aveva due cose: il capitale e la capacità tecnica di costruire impianti, clean room e impianti energetici. Mi sono seduto con loro, ne abbiamo discusso e poi abbiamo disegnato l’azienda a tavolino. Io ho indicato cosa andava fatto e loro hanno avuto la capacità di farlo nei tempi previsti. È un investimento interamente privato, e anche questo è un elemento “alieno” rispetto al sistema spaziale attuale. Un’industria che decide di investire fondi propri, con competenze molto diverse ma utilissime per lo spazio. Pensata principalmente per il mercato commerciale, con un approccio del tutto privato. 

Di cosa si occupa, nel concreto?

Space Industries costruisce satelliti, ma non li progetta. Non ci collochiamo nell’ambito dei “piattaformisti”, quello è un mercato in fortissima evoluzione e richiede altri tipi di focus. Noi preferiamo concentrarci su un singolo segmento della filiera e farlo bene. Il nostro obiettivo è portare l’elemento della scala nell’industria spaziale europea e puntiamo a produrre fino a centinaia di satelliti l’anno.

E come si rende sostenibile un simile produzione?

Abbiamo ribaltato la prospettiva. Nel mondo spaziale si faceva prima il satellite e poi si costruiva la fabbrica, o almeno le attrezzature di test, su misura per quell’oggetto. Noi abbiamo fatto prima la fabbrica, ottimizzata secondo i criteri della lean manufacturing, e ci aspettiamo che il satellite sia adatto a essere costruito lì. Oltre al livello di maturità tecnologica, per noi esiste un livello di maturità produttiva, e quindi se un satellite non è immediatamente producibile, per noi non è pronto. In pratica, vuol dire definire procedure di costruzione ben definite, test funzionali e di performance già predisposti e automatici, un assemblaggio agile e un ciclo produttivo di pochi mesi e non di anni. Se un cliente mi chiede di lanciare tra tre anni una costellazione da cento satelliti, devo poter rispondere di sì, restando nel budget che si aspetta. Per riuscirci abbiamo concentrato nello stesso stabilimento produzione, metrologia e tutte le macchine di test ambientale e funzionale: termovuoto, shaker, camera anecoica, il tutto in clean room. Il satellite si produce in condizioni ISO 8 ed è sottoposto a tutti i test direttamente in loco, evitando trasferimenti fuori dalla struttura e tutti i problemi annessi. È un costo importante, ma è la risposta agli errori e ai problemi che ho visto nell’approccio proto-flight.

Ecco, quali sono le principali novità rispetto al “vecchio” approccio?

Due le scelte chiave. La prima è il layout, pensato per un ciclo produttivo di linea. La seconda è che, essendo agnostici rispetto alle piattaforme, dobbiamo servire più clienti in contemporanea. Invece del solito grande stanzone, abbiamo creato dodici clean room modulari e separate, che permettono di gestire in parallelo fino a dodici progetti diversi. C’è poi un dettaglio solo apparentemente banale, ovvero le control room. Gli ingegneri di sistema, gli esperti di software, non entrano in clean room ma si collegano al satellite dall’esterno tramite degli ombelicali. In clean room lavorano solo gli operatori specializzati nell’integrazione hardware. Così si riducono le non conformance, cioè gli errori di integrazione che nascono quando mette le mani sull’hardware chi non è adatto a farlo. E si seguono procedure definite in anticipo, provate e riprovate, come avviene nelle industrie dell’automotive e dell’aeronautica.

Il prossimo 28 ottobre, a Torino, si terrà l’inaugurazione del vostro primo impianto produttivo. 

Esatto, e in quell’occasione dimostreremo che quello che volevamo fare l’abbiamo fatto. A marzo 2025, avevamo annunciato in conferenza stampa che lo stabilimento sarebbe stato pronto nel 2026, e così è stato. E non parliamo solo di un taglio del nastro, l’impianto sarà già operativo al momento dell’inaugurazione. Con questo ci teniamo a far passare due messaggi. Il primo è, appunto, il rispetto degli impegni: la fabbrica c’è e nei tempi dichiarati, secondo i piani. Il secondo è che questo modello commerciale è sostenibile. Space Industries non va in cerca di contratti istituzionali, ma scava nel modello di business commerciale. Ci sono altri player che oggi non sono ancora nello spazio e che, quando entreranno, faranno la differenza. Chi si occupa di spazio e non è pronto a un adattamento mentale al nuovo modello rischia di scomparire. Saper fare un satellite non basta, bisogna anche essere pronti a capire dove andrà il mercato. E noi siamo convinti di averlo fatto.

I pescherecci russi e la mappa dei cavi britannici. Cosa ha scoperto il Telegraph

23 October 2026 at 07:25

Sono pescherecci, almeno sulla carta. Ma alcune delle loro rotte hanno attirato l’attenzione britannica. Per mesi diverse unità russe hanno navigato lentamente, sostato o seguito tratti di mare coincidenti con il passaggio di importanti cavi sottomarini che collegano il Regno Unito all’Europa e al Nord America. È quanto ricostruisce il Telegraph in un’inchiesta basata sui dati di Global Fishing Watch. Il quotidiano britannico ha esaminato quattro anni e mezzo di movimenti navali, individuando oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi sarebbero transitati o avrebbero sostato in prossimità delle infrastrutture sottomarine.

Diciassette imbarcazioni, secondo l’analisi, avrebbero mostrato comportamenti particolarmente persistenti: bassa velocità, permanenze prolungate, percorsi coincidenti con il tracciato dei cavi. Il Telegraph ha analizzato una sequenza di oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi hanno sostato in prossimità dei cavi o ne hanno seguito il tracciato per diversi chilometri. Diciassette navi avrebbero trascorso periodi particolarmente lunghi procedendo a bassa velocità nelle aree interessate.

In uno dei casi analizzati, imbarcazioni russe avrebbero operato attorno a nove cavi che collegano Europa occidentale e Stati Uniti. Nell’aprile scorso sarebbero state registrate complessivamente 337 ore di presenza nei pressi dell’Atlantic Crossing 1, uno dei sistemi transatlantici di telecomunicazione. L’ipotesi presa in considerazione dagli apparati occidentali è quella dell’impiego di “commercial proxies”, mezzi formalmente civili che possono offrire una piattaforma meno riconoscibile per raccogliere informazioni. Non necessariamente per tagliare un cavo nell’immediato, quanto per conoscere con precisione ciò che si trova sul fondale: posizione, configurazione e punti vulnerabili di infrastrutture che, in una fase di crisi, assumerebbero un valore operativo evidente.

Dalla Yantar ai sommergibili del Gugi

Nel gennaio 2025 il ministro della Difesa britannico definì pubblicamente la Yantar una nave spia impiegata per “raccogliere intelligence e mappare le infrastrutture sottomarine critiche” del Regno Unito. La Royal Navy dispiegò HMS Somerset e HMS Tyne per seguirla, dopo che la nave era già stata osservata mentre sostava sopra infrastrutture sensibili britanniche.

La sequenza si è allargata nel 2026. Lo scorso aprile il governo britannico ha reso pubblica un’operazione condotta con gli alleati per seguire nel Nord Atlantico un sottomarino classe Akula e due unità specializzate appartenenti al Gugi, la Direzione principale russa per la ricerca in acque profonde. Secondo il Ministero della Difesa britannico, queste ultime sono specificamente progettate per esaminare le infrastrutture sottomarine in tempo di pace e conservare la capacità di colpirle in caso di conflitto, estendendo così la raccolta informativa a piattaforme commerciali apparentemente ordinarie. È una modalità coerente con una competizione sotto soglia nella quale la distinzione fra attività economica, sorveglianza e preparazione militare può essere deliberatamente mantenuta ambigua.

Londra cambia le regole

La coincidenza temporale è significativa. Il 22 ottobre, il governo britannico ha presentato un Libro bianco per aggiornare una normativa che in parte risale al Submarine Telegraph Act del 1885. Le nuove proposte prevedono fino a quattordici anni di carcere per il danneggiamento intenzionale delle infrastrutture sottomarine critiche, dieci anni per condotte imprudenti e sanzioni pecuniarie senza un limite massimo. Il governo vuole inoltre imporre nuovi obblighi di sicurezza agli operatori delle telecomunicazioni e attribuirsi poteri di intervento diretto quando sia in gioco la sicurezza nazionale.

Questo perché circa il 99 per cento del traffico internazionale di dati britannico passa attraverso cavi sottomarini; le pipeline sotto il mare assicurano inoltre circa tre quarti delle forniture di gas del Paese. Così, l’infrastruttura è divenuta tanto cruciale quanto difficilmente ma necessariamente difendibile, perno della sicurezza economica e nazionale di Londra.

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