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Conflitti senza centro, la sicurezza nazionale alla prova delle nuove reti

27 October 2026 at 14:29

Le violenze di Milano, gli scontri di Roma e le mobilitazioni in varie città occidentali sono il precipitato metropolitano di una trasformazione globale della conflittualità. La tecnica riorganizza gli spazi in cui si formano percezioni, appartenenze e comportamenti. Come si assottiglia il confine fra guerra e non guerra, interno ed esterno, così fratture sociali, reti digitali, culture antagoniste e operazioni di influenza possono interagire senza una regia comune. Di fronte a questa complessità si invoca l’abusato «approccio olistico» oppure si parla di “caos”. Comprenderla richiede invece una revisione rigorosa delle categorie interpretative.

Tale revisione presuppone due distinzioni: fra spiegazione e giustificazione della violenza e fra paradigma giudiziario e strategico. Sono categorie con oggetti e criteri di validità differenti.

Il giustificazionismo pseudosociologico degli anni passati ha provocato un comprensibile rigetto. Ma negare ogni giustificazione non rende irrilevanti le cause sociali. Ignorarle significa trascurare vulnerabilità sfruttabili da organizzazioni estremiste e apparati stranieri. La spiegazione sociale non attenua la responsabilità penale: chiarisce le condizioni in cui possono svilupparsi minacce alla sicurezza nazionale.

Carovita, difficoltà abitative e mobilità sociale bloccata erodono, soprattutto fra i giovani, la fiducia di migliorare rispetto alla generazione precedente. Fratture interne possono così acquistare rilevanza oltre i confini nazionali. L’articolo 3, secondo comma, della Costituzione, sulla rimozione degli ostacoli economici e sociali all’eguaglianza effettiva, investe la credibilità dell’ordinamento e la sua sicurezza.

Quanto alla seconda distinzione, i paradigmi giudiziario e strategico differiscono per oggetto, metodo e criteri di validità: il primo ricostruisce fatti e responsabilità secondo regole probatorie; il secondo interpreta processi e possibili evoluzioni. Confonderli significa attribuire valore probatorio a ipotesi strategiche o ridurre un fenomeno ai suoi responsabili.

Consideriamo Milano. Dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre, il 24 non si sono ripetute devastazioni, mentre a Roma si sono registrate tensioni. L’individuazione del presunto amministratore dei canali del Movimento 17 ottobre, che secondo gli inquirenti avrebbe cercato di sfruttare i disordini precedenti, costituisce un importante risultato investigativo, ferme restando le verifiche giudiziarie. Chiarisce uno specifico livello organizzativo, non una regia unitaria dell’intero fenomeno.

Veniamo alle categorie interpretative. Una prima chiave di accesso riguarda la morfologia della conflittualità. La distinzione fra spontaneità e organizzazione centralizzata non spiega iniziative autonome che convergono senza direzione unitaria. Il concetto di bebelarchia, sviluppato a partire da un’analisi dei movimenti No Global, distingue l’assenza di un centro dall’assenza di un ordine. I nodi della rete selezionano e trasformano impulsi, generando effetti non interamente controllabili. Gerarchie e centri decisionali permangono, ma entro relazioni mutevoli.

Circolano pratiche, non soltanto messaggi. Anarchism in Action: Methods, Tactics, Skills, and Ideas (2001), raccolta curata da Shawn Ewald, documenta la diffusione transnazionale di repertori militanti. Nell’inchiesta milanese è comparso Rivoluzione, istruzioni per l’uso, ispirato alle proteste egiziane del 2011. Tecniche e linguaggi possono attraversare gruppi senza che siano necessari legami organizzativi diretti.

La categoria dell’«integrazione antagonista», elaborata con riferimento all’ibridazione politica fra radicalismo islamista e antagonismo occidentale, descrive gruppi ideologicamente distanti che riconoscono avversari comuni, condividono mobilitazioni e adottano reciproci repertori d’azione. Queste interazioni possono trasformarne identità e strategie senza un’organizzazione unitaria.

Le interferenze straniere attraversano reti transnazionali, intermediari, piattaforme e, in alcuni casi, segmenti di comunità diasporiche. Il fenomeno precede Internet: durante la guerra fredda le «misure attive» sovietiche impiegavano falsificazioni e disinformazione. Un documento americano del 1983 ricordava falsi telegrammi attribuiti all’ambasciata statunitense a Roma. Oggi algoritmi e intelligenza artificiale propagano narrazioni attraverso nodi distanti, senza catene lineari. Il rapporto europeo del marzo 2026 esamina campagne contemporanee di manipolazione estera. L’influenza può modificare tensioni che non ha originato.

La minaccia strategica emerge quando tensioni sociali circoscritte diventano terreno di convergenza fra gruppi violenti, reti di radicalizzazione e operazioni di influenza estera. La circolazione di tecniche insurrezionali, il sabotaggio di infrastrutture sensibili e la manipolazione informativa possono rafforzarsi reciprocamente senza una regia comune. Il rischio non è soltanto l’estensione dei disordini, ma la trasformazione di conflitti locali in fattori di instabilità nazionale. Di qui l’esigenza di rivedere le categorie tradizionali e integrare l’analisi delle fratture sociali, delle reti digitali, dei gruppi violenti e delle interferenze esterne. La questione decisiva è comprendere quando e come queste dinamiche, pur conservando una propria autonomia, possano concorrere alla formazione di minacce che nessuno dei soggetti coinvolti ha interamente progettato o controllato.

Il paradosso Castro nella partita tra Washington e L’Avana. Scrive Vecchioni

27 October 2026 at 11:40

Il 19 ottobre il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha annunciato l’emissione di un mandato di arresto contro Raúl Castro, 95 anni, per il suo presunto coinvolgimento nell’abbattimento, il 24 febbraio 1996, di due aerei civili dell’organizzazione umanitaria Hermanos al Rescate, nel quale morirono quattro persone, tre cittadini americani e un cubano, residente permanente negli Stati Uniti. Secondo l’accusa, i due velivoli disarmati furono abbattuti da caccia cubani nello spazio aereo internazionale. Il mandato, firmato dalla giudice Ariana Fajardo Orshan, si aggiunge a un’incriminazione federale già resa pubblica lo scorso maggio.

Ora, a parte i contorni giudiziari della vicenda, ci si può chiedere perché le autorità della Florida abbiano deciso di procedere proprio adesso, trent’anni dopo i fatti, in una fase per giunta delicata e alquanto confusa dei rapporti Stati Uniti-Cuba e quali potrebbero essere gli effetti politici della decisione.

A mio avviso, almeno tre. Soddisfare una richiesta di giustizia avanzata da decenni dalle famiglie delle vittime e da una parte dell’esilio cubano in Florida; aumentare la pressione personale sul simbolo ancora vivente della rivoluzione castrista; segnalare ai dirigenti cubani che Washington dispone di strumenti di pressione anche giudiziari. Senza dimenticare un’altra circostanza: l’annuncio è coinciso con l’inizio del voto anticipato in Florida, dove Uthmeier è candidato alla conferma nella carica di procuratore generale. Una coincidenza che ha alimentato accuse di strumentalizzazione elettorale, respinte dall’interessato. La dimensione politica dell’iniziativa, insomma, non può essere ignorata, pur senza mettere in discussione il diritto delle famiglie delle vittime a chiedere giustizia. Ragionamento, però, che ci porta dritti al “paradosso Raúl Castro”! Se cioè Castro mantiene ancora un’influenza determinante sugli apparati del regime, colpirlo personalmente non rischia di rendere più difficile, anziché più facile, proprio quella transizione negoziata che Washington dichiara di voler favorire?

Il mandato di arresto può dunque essere visto come uno strumento di pressione, ma allo stesso tempo – e qui sta il paradosso – come un ostacolo alla costruzione della fiducia necessaria per avviare veri negoziati. Negoziati di cui si parla spesso, ma dei quali in realtà si sa molto poco. Si sa, comunque, che nei contatti cubano-americani è emerso un personaggio da tenere senz’altro d’occhio: Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote prediletto di Raúl, conosciuto come El Cangrejo. È stato la guardia del corpo e l’uomo di fiducia del nonno. Pur non ricoprendo alcuna carica governativa formale, è considerato vicino al centro effettivo del potere cubano. Nel febbraio 2026 Axios ha riferito di contatti riservati tra Rodríguez Castro e Marco Rubio. A marzo Reuters ha ricostruito il possibile ruolo del nipote nei canali di comunicazione tra Washington e L’Avana. Il fatto più interessante è arrivato lo scorso luglio: in un’intervista a Usa Today, ripresa da Reuters il 6 luglio, Rodríguez Castro ha dichiarato di essere disponibile a negoziare con rappresentanti americani, persino direttamente con Trump.

Dichiarazione significativa per almeno due ragioni. La prima è che un uomo così vicino alla famiglia Castro difficilmente potrebbe esporsi pubblicamente su una questione tanto delicata senza una qualche forma di avallo da parte del vertice politico del Paese. La seconda è che il regime potrebbe voler sondare le intenzioni americane attraverso un canale familiare, più riservato e meno vincolante di quello diplomatico ufficiale. Ma essere favorevoli alla conclusione di un accordo con Washington, non significa necessariamente essere favorevoli alla democratizzazione di Cuba. È ragionevole ipotizzare che all’interno dell’apparato convivano orientamenti differenti: dirigenti convinti che occorra difendere integralmente il sistema marxista-leninista, altri disponibili a liberalizzare l’economia pur mantenendo il monopolio politico del Partito comunista, altri ancora non contrari a concessioni più ampie. Ma esiste davvero una corrente moderata, organizzata e influente, disponibile a concordare una transizione politica con gli americani? E soprattutto, chi sta trattando realmente con Washington? Questo è il problema!

L’altro problema da chiarire è il ruolo dei militari. A Cuba le Forze armate non rappresentano soltanto un apparato di difesa. Attraverso il sistema delle imprese legate ai militari, tra cui il potente gruppo Gaesa, esse controllano settori strategici dell’economia nazionale. Qualsiasi trasformazione del sistema cubano dovrà quindi fare i conti con gli interessi economici e politici dell’apparato militare. Non è affatto escluso, anzi, che gli ambienti più disponibili a un’intesa con Washington siano proprio quelli maggiormente interessati a preservare le proprie posizioni di potere, anche a costo di sacrificare alcuni dogmi economici del castrismo. In altre parole, si potrebbe essere favorevoli a cambiare il sistema economico proprio per evitare di cambiare quello politico. Per fare in qualche modo fronte alla tragica situazione del Paese, il 18 giugno 2026 l’Assemblea nazionale cubana ha approvato un vasto programma di riforme economiche, sostenuto espressamente da Raúl Castro. Le misure prevedono, tra l’altro, un ampliamento delle attività private, nuove possibilità di trasformazione delle imprese statali, aperture al capitale privato nel sistema finanziario e maggiori spazi per l’iniziativa imprenditoriale. A luglio sono state annunciate altre misure attuative, riguardanti anche l’importazione di carburanti e medicinali da parte delle imprese private e l’accesso a settori in precedenza riservati allo Stato. Naturalmente l’approvazione di una riforma non equivale alla sua realizzazione, né garantisce il successo delle misure previste.

Raúl Castro, del resto, lo sa bene: molte delle riforme da lui introdotte a partire dal 2010 hanno prodotto effetti assai modesti sull’economia cubana. Il problema cubano non è mai stato soltanto quello di annunciare le riforme, ma di applicarle fino in fondo, accettandone le inevitabili conseguenze economiche e politiche. La dirigenza cubana, in ogni caso, non sembra pronta ad accettare l’idea di abbandonare il socialismo o il monopolio politico del Partito comunista.

Il regime teme evidentemente che un’apertura politica autentica possa mettere in discussione il monopolio del potere conquistato nel 1959. Bisognerebbe inoltre capire bene quali siano le reali aspettative e i desiderata dell’amministrazione americana. Che cosa si aspetta, in definitiva, Washington? Un semplice cambio al vertice della dirigenza cubana, accompagnato dall’impegno a una svolta geo/strategica favorevole agli Stati Uniti (come in Venezuela)? Oppure vuole la caduta del regime e del sistema comunista, per favorire il ritorno della democrazia liberale nell’isola? La differenza non è da poco. Nel primo caso si tratterebbe di modificare gli equilibri politici e strategici, senza necessariamente smantellare l’intero apparato del regime.

Nel secondo, invece, si chiederebbe alla classe dirigente cubana di contribuire alla propria estromissione dal potere. Il 10 aprile 2026 si è svolto all’Avana un incontro tra funzionari americani e cubani, confermato da entrambe le parti. Washington ha precisato che i colloqui erano supervisionati da Marco Rubio, il Segretario di Stato di origine cubana, espressamente incaricato da Trump di risolvere il “problema” dell’Isola grande. Contatti, però, che non sembrano aver prodotto l’avvio di un’agenda negoziale condivisa. Il 5 ottobre Reuters ha intervistato Lianys Torres Rivera, chargée d’affaires cubana a Washington. La diplomatica ha confermato l’esistenza di canali di comunicazione, comprendenti incontri, telefonate e messaggi, ma ha escluso che fossero in corso negoziati formali. Ha inoltre ribadito che Cuba non intende trattare sul proprio sistema politico, mentre Washington continua a richiedere cambiamenti sostanziali, comprese elezioni libere.

Allo stato attuale, dunque, abbiamo almeno un paio di elementi abbastanza chiari: i contatti esistono, ma non equivalgono ancora a un negoziato strutturato; le posizioni ufficiali restano assai distanti. Il nodo principale è politico, perché la liberalizzazione economica non soddisfa necessariamente le richieste americane di cambiamento del sistema. Persistono, infine, diverse contraddizioni da entrambe le parti. Gli americani, mentre chiedono a Cuba di sviluppare il settore privato, all’inizio di ottobre hanno introdotto nuove restrizioni che interessano anche l’accesso delle imprese private cubane ai servizi bancari americani. I cubani, dal canto loro, si dicono disposti ad aperture economiche che però, senza adeguate garanzie giuridiche e senza un reale ampliamento degli spazi di autonomia, rischiano di non produrre gli effetti sperati. L’Avana rischia insomma di riproporre il consueto copione déjà vu: cambiare qualcosa nell’economia per non cambiare nulla nella politica. Washington, dal canto suo, continua a oscillare tra la tentazione dell’accordo e quella della resa dei conti. Il 26 settembre 2026 il presidente americano ha dichiarato di ritenere possibile un accordo con Cuba senza ricorrere alla forza militare, dopo mesi di dichiarazioni particolarmente dure nei confronti del regime castrista.

A Washington, in effetti, sono ben consapevoli che un eventuale intervento armato comporterebbe problemi enormi: possibili vittime civili, reazioni internazionali, destabilizzazione dell’isola, nuove ondate migratorie verso la Florida e la necessità di gestire il dopo-regime. La storia recente insegna quanto sia più facile rovesciare un governo con la forza che costruire un ordine politico stabile sulle sue macerie. Una transizione negoziata eviterebbe evidentemente alcuni di questi rischi. Ma richiederebbe interlocutori cubani dotati di potere reale e disponibili a concessioni politiche che, almeno pubblicamente, L’Avana continua a rifiutare. C’è infine un altro dato da non trascurare: il 19 ottobre, proprio mentre veniva annunciato il mandato d’arresto contro Raúl Castro, Stati Uniti e Cuba si sono nuovamente scontrati diplomaticamente alle Nazioni Unite, in vista del voto annuale sull’embargo previsto per il 27-28 ottobre.

Ci troviamo così in pieno “paradosso Raúl Castro”. Il fratello minore di Fidel è uno degli uomini che Washington vuole portare davanti alla giustizia, ma è anche, allo stesso tempo, una delle figure che potrebbero rendere possibile un accordo. Per ottenere una trasformazione pacifica del sistema, gli americani potrebbero aver bisogno proprio dell’influenza dell’uomo che stanno cercando di incriminare! E il mandato statale della Florida aggiunge una complicazione. A differenza dei reati federali, un procedimento penale “statale” non può essere cancellato attraverso la grazia presidenziale americana. Se un giorno si arrivasse a discutere di garanzie personali per i dirigenti cubani, la questione giudiziaria potrebbe quindi diventare particolarmente delicata: Trump non potrebbe, da solo, cancellare le conseguenze penali di un’eventuale condanna pronunciata dalla giustizia della Florida. In definitiva, è possibile che gli Stati Uniti stiano privilegiando, almeno in questo momento, una strategia tesa a ottenere un cambiamento profondo a Cuba, combinando pressioni economiche, isolamento politico, contatti con esponenti vicini al potere e minacce militari di vario genere.

A sua volta, una parte della dirigenza cubana potrebbe essere disponibile a sacrificare alcuni dogmi economici pur di conservare il monopolio politico. Il problema è capire se esista uno spazio di compromesso tra queste due strategie. Il destino di Cuba dipenderà da questo singolare compromesso: gli americani dovrebbero accettare di trattare con gli eredi del castrismo, mentre questi ultimi dovrebbero rinunciare almeno a una parte del sistema che intendono salvare. Un compromesso molto difficile, forse contraddittorio come si vede, ma che potrebbe rappresentare l’unica via d’uscita pacifica dalla crisi cubana. Il paradosso è che a renderla possibile, potrebbe essere proprio Raúl Castro, l’uomo che la giustizia americana vorrebbe ora mettere dietro le sbarre. Il popolo cubano intanto sta a guardare, aspetta, spera e soffre da oltre sessant’anni!

India e Stati Uniti, quando la pressione non basta più. Scrive Cossu

27 October 2026 at 09:49

La relazione tra Stati Uniti e India attraversa una fase di ridefinizione che va oltre le controversie commerciali e diplomatiche degli ultimi mesi. Le iniziative dell’amministrazione Trump per ricomporre le tensioni con Nuova Delhi indicano un cambiamento di approccio, non una vera svolta strategica: è un aggiustamento pragmatico, dettato dal peso crescente dell’India e dai limiti degli strumenti coercitivi. Il punto investe una questione più ampia, la difficoltà degli Stati Uniti di adattarsi a un sistema internazionale in cui emergono potenze che non intendono collocarsi in schieramenti contrapposti. L’India ne è il caso più significativo: la sua cooperazione con Washington è destinata ad approfondirsi, ma non implica un allineamento automatico.

Dal 17 al 22 ottobre il segretario di Stato Marco Rubio è stato in India per la seconda volta quest’anno, dopo la missione di maggio legata alla riunione ministeriale del Quad. Le tappe, Mumbai e Jamnagar, dove sorge la più grande raffineria del mondo, e l’incontro con il ministro degli Esteri Jaishankar, senza un colloquio con Modi, raccontano un’agenda più economica ed energetica che politica. Rubio ha definito l’accordo commerciale «molto vicino», atteso in settimane e non in mesi. Dopo una fase di tensioni sui dazi, sugli acquisti indiani di petrolio russo e sulla politica americana verso il Pakistan, Washington ha cercato di rilanciare il dialogo economico e strategico, dopo che l’amministrazione Trump aveva fatto ampio ricorso alla pressione commerciale per ottenere concessioni.

I dazi e il loro limite

La pressione commerciale si è scontrata con una realtà che gli Stati Uniti non possono ignorare. L’India non è un’economia marginale dipendente dall’accesso al mercato americano, ma un mercato interno di oltre 1,4 miliardi di persone, con una crescente capacità industriale e tecnologica e un ruolo sempre più importante negli equilibri dell’Indo-Pacifico. Le sue vulnerabilità economiche e sociali restano rilevanti, ma non le impediscono di difendere con determinazione i propri interessi strategici.

La guerra commerciale lanciata da Trump nell’aprile 2025 ha pesato sui settori indiani più esposti all’export verso gli Stati Uniti, ma non ha modificato l’orientamento internazionale di Nuova Delhi, che ha continuato a diversificare le proprie partnership senza subordinare le scelte energetiche e diplomatiche alle richieste americane. A febbraio le due capitali hanno raggiunto un’intesa per ridurre i dazi americani; pochi giorni dopo la Corte Suprema ha annullato i dazi generalizzati dell’amministrazione, lasciando incerta la sua entrata in vigore.

Il petrolio russo

Il petrolio russo è il dossier che mostra meglio i limiti della coercizione. Dopo l’invasione dell’Ucraina l’India ha aumentato considerevolmente gli acquisti di greggio da Mosca, per ragioni di costo e di sicurezza energetica: importa oltre l’85% del greggio che consuma e deve contenere i costi per imprese e famiglie. Una legge firmata in settembre autorizza dazi fino al 100% sui primi cinque importatori di petrolio russo, tra cui l’India, seconda dopo la Cina. Pochi giorni prima della visita di Rubio, però, Trump ha sospeso quella possibilità, collegandola al negoziato commerciale, mentre Washington firmava a sua volta un accordo con Mosca per importare diesel in vista delle elezioni di metà mandato.

La posizione indiana non deriva dalla volontà di preservare un rapporto privilegiato con Mosca, ma da una concezione della sicurezza economica in cui l’accesso alle risorse energetiche è condizione dello sviluppo. Questo non significa che la pressione sia terminata: lo strumento punitivo è sospeso, non abolito, e può tornare come leva negoziale. Ma la lezione è chiara. Le sanzioni operano su mercati globali nei quali le conseguenze ricadono anche su chi le promuove, e l’India ha saputo usare questa interdipendenza per difendere i propri margini di autonomia.

Cina, Quad e tecnologia

Gli Stati Uniti considerano l’India un partner fondamentale per gli equilibri dell’Indo-Pacifico, soprattutto in relazione alla crescente potenza cinese, e la collaborazione bilaterale comprende esercitazioni militari, cooperazione marittima, sistemi di difesa e tecnologie avanzate. Ma leggere la relazione solo attraverso Pechino significa sottovalutare le ambizioni indiane. Nuova Delhi condivide la preoccupazione per l’influenza cinese, nell’Oceano Indiano come lungo i confini himalayani, senza trasformarla in un vincolo permanente per la propria politica estera.

L’India mantiene con la Cina rivalità strategica, competizione economica e significative interdipendenze commerciali; partecipa ai Brics e alla Shanghai Cooperation Organisation oltre che al Quad. Non è equidistanza, ma la volontà di conservare capacità di iniziativa e libertà di scelta. Il Quad, per Washington strumento di bilanciamento, per Nuova Delhi è una piattaforma di cooperazione che non deve assumere le caratteristiche di un’alleanza militare tradizionale: l’India può contribuire alla sicurezza marittima e alla diversificazione delle catene produttive senza assumere gli obblighi politici e militari delle alleanze occidentali.

Lo stesso vale per la tecnologia. Washington ha interesse a sviluppare collaborazioni nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nello spazio e nella difesa; Nuova Delhi, però, non considera sufficiente attrarre investimenti o acquistare tecnologie straniere. Vuole acquisire competenze, sviluppare capacità produttive nazionali e partecipare alla progettazione delle tecnologie strategiche, e il programma di autosufficienza industriale, pur con risultati disomogenei, risponde a questa esigenza: l’obiettivo non è l’isolamento, ma la riduzione delle dipendenze vulnerabili.

È su questo terreno che si misurerà la profondità del partenariato. Esercitazioni militari e accordi commerciali non bastano a determinare un’integrazione strategica duratura: conta la disponibilità americana a favorire trasferimenti tecnologici, ricerca congiunta e integrazione delle filiere. L’India vuole essere riconosciuta come partner industriale e tecnologico, non soltanto come mercato di sbocco o contrappeso geopolitico alla Cina.

Le divergenze che restano

Il riavvicinamento americano al Pakistan, migliorato negli ultimi mesi, continua a preoccupare Nuova Delhi, che considera la sicurezza nei confronti di Islamabad una questione nazionale sulla quale difficilmente accetterà interferenze. La volontà americana di mantenere rapporti con entrambi i Paesi conferma che la convergenza strategica non elimina il conflitto tra interessi nazionali.

C’è poi una contraddizione interna agli Stati Uniti: si chiede più cooperazione tecnologica, ma le restrizioni sui visti per i lavoratori specializzati rischiano di ostacolare proprio la circolazione di competenze che ha sostenuto i rapporti economici e scientifici tra i due Paesi. Emerge la difficoltà di conciliare le priorità della politica interna americana con le esigenze di una partnership tecnologica globale.

Oltre l’Indo-Pacifico: IMEC, Europa e Italia

La proiezione indiana va oltre l’Indo-Pacifico: Nuova Delhi consolida le relazioni con i Paesi del Golfo, l’Africa e l’Europa, cercando una maggiore centralità nelle reti commerciali e infrastrutturali internazionali. Il corridoio India-Middle East-Europe, annunciato nel 2023, ne è l’espressione più ambiziosa e non va letto soltanto come alternativa occidentale alla Belt and Road: per l’India è lo strumento per connettersi ai mercati europei, rafforzare i legami con il Golfo e guadagnare posizioni nelle catene globali del valore.

La sua realizzazione dipende da condizioni politiche e finanziarie incerte, e le tensioni su Hormuz e sul Mar Rosso ne mostrano la fragilità. Il significato strategico, però, è evidente: l’India vuole contribuire a ridisegnare la geografia economica tra Asia, Medio Oriente ed Europa.

Per l’Unione europea e per l’Italia questo significa trattare Nuova Delhi come un interlocutore autonomo e non come una variabile della competizione tra Washington e Pechino. Le convergenze possibili vanno dalla manifattura avanzata alle tecnologie energetiche, dalla difesa alla meccanica e alle infrastrutture.

Un partner, non un subordinato

L’India non ha ancora le capacità complessive di Stati Uniti o Cina. Deve affrontare profonde disuguaglianze sociali, un’occupazione giovanile insufficiente, ritardi infrastrutturali e dipendenze in settori strategici. Ma la dimensione del mercato, le prospettive di crescita, la posizione geografica e la capacità di dialogare con attori in competizione ne fanno un interlocutore difficilmente sostituibile.

Gli Stati Uniti sembrano prenderne atto, senza rinunciare a orientare le scelte indiane secondo le proprie priorità; Nuova Delhi, a sua volta, userà la cooperazione americana per rafforzare la propria posizione, evitando vincoli che ne limitino l’autonomia. Ne verrà una relazione di cooperazione e competizione negoziale, la cui stabilità dipenderà dalla capacità di gestire le divergenze senza compromettere gli interessi comuni.

La questione decisiva non è se l’India finirà per schierarsi definitivamente con gli Stati Uniti. È se Washington saprà costruire un partenariato con una potenza che non intende essere subordinata a nessuno.

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