Halloween e dintorni: da Shaun, Operazione Z.U.C.C.A. all’horror di Federico Zampaglione
Posto che la festa di Halloween oramai l’abbiamo così superficialmente sdoganata quasi da sostituirla al nostro povero Carnevale, arrivati a questo momento dell’anno, in sala dobbiamo confrontarci con un bouquet di horror. Ne esploriamo cinque, o quasi, più un drammatico d’autore, completamente diverso.
Con It Ends ci ritroviamo in auto con quattro giovani amici che viaggiando imboccano una strada tra i boschi, un rettilineo d’asfalto isolato nella natura apparentemente senza soluzione di continuità. L’horror di Alexander Ullom procede come uno smarrimento d’infinito non-sense, al tempo stesso forza e fragilità della sua opera prima. L’assurdità di una strada senza fine né alternativa, oltre a una strana minaccia tra i boschi, drammaturgicamente si muove sul grande schermo come un incubo: illogica e ripetitiva quanto perturbante. Il film è stato accostato a Backrooms e Obsession anche per giovinezza degli autori, ma in realtà si basa su disagio e paranoia puri per un loop d’inconoscibile che riflette il nostro tempo di certezze rassicuranti cadute e tensioni costanti. Direzione discreta, ma si basa soprattutto su un plot semplicissimo e d’impatto sinistro. Per agli amanti dei film scomodi e irrisolvibili.
Horror vuol dire libertà, e soprattutto fantasia, quindi incastonarlo come incipit in un film d’animazione per bambini come fa il mirabolante Shaun, Vita da Pecora: Operazione Z.U.C.C.A., fa sorridere viso e cuore. Le celebri pecorelle in stop-motion della fortunata saga creata dalla britannica Aardman Animations – la stessa allegra brigata di Wallace & Gromit e Galline in Fuga, per intenderci – che ha messo insieme un altro film muto e spassosissimo che parla più di mille monologhi.
Si tratta di una storia ancora più movimentata del solito, dove le pecorelle e il loro pastore si ritrovano a doversi “salvare” a vicenda da un Halloween di zucche rotte, mutazioni genetiche, mostruosi esperimenti in forma di malintesi tutti da ridere. La miriade di citazioni cinematografiche da Frankenstein a Ritorno al Futuro intrigheranno anche navigati cinefili e genitori, ma il pubblico dei piccoli si troverà di fronte a un capolavoro di genialità e buon umore. Un’avventurosa parodia coloratissima e fracassona che mette alla berlina gli elementi horror e i mostri dal Bigfoot agli zombie utilizzando altrettanti trucchi, trucchetti, dolcetti e scherzetti del cinema comico iniziato da Mack Sennett e Buster Keaton. Letteralmente imperdibile per tutti.
Veniamo all’unico titolo drammatico. La maison de fammes è l’opera prima della regista francese Mélisa Godet. Una storia di donne in aiuto in una struttura francese che non voglio introdurvi io, perché il film è stato patrocinato in Italia da Amnesty International, e da due altre associazioni.
Infatti da Rete Nazionale Differenza Donna la Presidente Elias Ercoli ha dichiarato: “Un film straordinario e potente che racconta i Centri antiviolenza come laboratori di costruzione di libertà, di rinascita, di riappropriazione delle proprie vite e di messa in crisi di un sistema millenario di sopraffazione e violenze. Narrare oggi questa realtà significa rafforzare il pensiero critico, agire una diffusione di conoscenza e consapevolezza che è indispensabile nella contemporaneità. Come Rete Nazionale Differenza Donna ci riconosciamo nella idea di fondo del film di vivere l’impegno per i diritti delle donne con unicità, passione e determinazione in quanto paradigmatico delle gerarchie e oppressioni delle società globali”.
Invece da Kering Foundation, la Chief Sustainability e Institutional Affairs Officer e Vicepresidente Marie Claire Daveau ha sottolineato: “Accompagnare questo film, nato dall’esperienza della Maison des Femmes che Kering Foundation ha avuto il privilegio di sostenere fin dai suoi esordi, significa contribuire a dare voce a storie e percorsi che troppo spesso rimangono invisibili. Da quasi vent’anni, Kering Foundation si impegna al fianco di coloro che lavorano per prevenire la violenza contro le donne e accompagnare le sopravvissute nel loro percorso di ricostruzione. Attraverso questo film, desideriamo contribuire a far conoscere più da vicino la realtà di queste violenze, ma anche l’importanza di un accompagnamento specializzato e multidisciplinare. La sua distribuzione in Italia rappresenta una nuova occasione per sensibilizzare il pubblico e far risuonare questo messaggio oltre confine”.
Torniamo agli incubi di Halloween ritrovandoci sottobraccio a Federico Zampaglione, artista dalla doppia anima, vellutata e musicale da una parte, truce e cinematograficamente spietata dall’altra. Il 5 novembre esce The Nameless Ballad, dove un cantante pop di successo è atteso al varco del secondo album. Il suo preoccupante stallo creativo, nonostante la villa isolata predisposta a scrittura e incisioni, s’incrocerà con il passato di uno spettro.
Ci eravamo lasciati con l’ottimo The Well. Qui per ambientazione ci si ripete un po’, si asciugano molto narrazione e cast, dove spicca Fabrizio Ferracane come inserviente della misteriosa villa, mentre il regista si concentra sui tempi morti della crisi creativa, forse più sentita in empatia cantautoriale, ma ci monta intorno un ghost movie con meno idee forti del suo precedente. Qualche jumpscare ben girato, ma prevedibile, il nostro Zampaglione regista può fare molto di meglio.
Il ritorno di Eli Roth invece rappresenta la perfetta allegoria splatter da Halloween per un pubblico di adolescenti. In una cittadina americana il gelataio, altro che il carretto di Battisti, spaccia gelati ai bambini che li renderanno piccoli assassini pralinati a caccia di adulti. Ice Cream Man è un film di zombie senza zombie. Stessa modalità survival per i piccoli protagonisti che dovranno evitare quei gelati cercando di scoprire chi sia quel gelataio più infingardo di un Freddy Krueger ma con la faccetta buffa da Maccio Capatonda.
Chiudiamo la nostra Notte delle Streghe con Ferine, opera prima di Andrea Corsini, dove le cose sbilenche sono un bel po’. Una ricca borghese traumatizzata dalla perdita di una neonata prima letteralmente comprata di nascosto da una sala parto, poi sbranata da un giaguaro fuggito dal furgone di una cacciatrice, inizia a presentare manie cannibali.
Il lavoro diretto alla bene e meglio sfodera una sequela di brutalità rivoltanti piene di incoerenze narrative prive spesso di senso, sembra voglia portare messaggi matriarcali, o di denuncia vegana, chissà. Ad ogni modo per evitare inutili ringhi sanguinolenti su conigli crudi sarebbe meglio un pacato silenzio. A volte l’horror sa essere davvero brutto. E a prescindere, si dovrebbe poter vedere solo su uno schermo, mai nella realtà. #PEACE
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