Israele boccia Netanyahu, ma non riesce a liberarsene
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Benjamin Netanyahu ha governato per quattro anni e condotto quattro guerre, sostenuto da una maggioranza di sessantotto seggi. Oggi il voto popolare ha ridotto il suo blocco a una schiacciante minoranza parlamentare: secondo lo scrutinio delle schede ordinarie, ha perso quindici seggi e ne conta cinquantatré. L’analisi del voto è dunque chiara e netta: il blocco che sostiene il suo esecutivo non dispone più di una maggioranza. Questo è il dato politico, il più importante e indiscutibile del voto in Israele. Non si vede, peraltro, in cosa consisterebbe la tanto citata rimonta che esalta Donald Trump e tanti improvvisati commentatori da talk show. Il blocco era accreditato da alcuni sondaggi a quota 49-51 seggi e ora ne ha cinquantatré: lo scarto rispetto a quelle previsioni è stato minimo.
Il secondo dato, importantissimo, è che nel voto di condanna dei quattro anni di governo della coalizione di destra un ruolo fondamentale è stato svolto dai partiti arabi, che passano da dieci a diciannove seggi, con un incremento notevole secondo lo scrutinio delle schede ordinarie. Questo risultato si deve a tre dinamiche.
Innanzitutto, e finalmente, gli elettori arabi sono andati alle urne, soprattutto i beduini, che in tutto il mondo islamico, non ebraico quindi ma arabo, sono considerati dei paria a causa di alcuni versetti del Corano e costituiscono lo strato più basso della società multietnica israeliana.
In secondo luogo, i partiti arabi hanno cominciato a fare politica e, anche se solo agli inizi, ad abbandonare il loro massimalismo verbale, spesso di marca jihadista. Hanno messo al primo posto del programma il contrasto alla criminalità araba, il tema delle abitazioni e il welfare.
In terzo luogo, per gli arabi israeliani ha ovviamente contato anche la necessità di contrastare il suprematismo razzista ebraico di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, cinicamente e irresponsabilmente spalleggiato da Netanyahu, che andava penalizzato con il voto. Chi crede invece che l’elettorato arabo israeliano si mobiliti per i due Stati si sbaglia, se non per quanto concerne una sua esigua minoranza: la corruzione, l’immoralità e l’inaffidabilità di Abu Mazen e dei suoi sono ben presenti agli arabi israeliani, che sono ben contenti dei loro privilegi di cittadini a pieno titolo dello Stato ebraico.
Sia chiaro: si è detto che i partiti arabi hanno iniziato a fare politica, ma in realtà sono ancora appesantiti dal jihadismo secolare palestinese. Solo Ra’am di Mansour Abbas ha condannato con chiarezza e determinazione Hamas e la strage del 7 ottobre, definendoli contrari all’islam. Yousef Jabareen, leader della Joint List, la più forte alleanza di tre partiti arabi, incluso quello comunista, non ha mai condannato il 7 ottobre, mentre Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, uno dei tre partiti, l’8 ottobre 2023 ha definito la strage «un evento storico importante». Nei fatti, la radicale diffidenza della stragrande maggioranza dell’elettorato ebraico verso l’affidabilità dei partiti arabi è largamente giustificata.
Infine, ma non per ultimo, anzi, le urne hanno punito la fragilità politica del blocco non arabo dell’opposizione a Netanyahu, che ha ottenuto soltanto quarantotto seggi, contro i 55-56 che alcuni sondaggi pronosticavano. In questo insuccesso hanno contato lo scarso spessore politico e, soprattutto, il deficit di carisma e leadership di Gadi Eisenkot, ma anche di Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman. È stata inoltre disastrosa la lite sotterranea, ma evidente, tra i primi tre per l’indicazione del candidato premier, con molti colpi bassi reciproci, in stile Campo largo italiano. Infine, ha pesato il fatto che Yashar, il partito più votato dell’opposizione non araba, quello di Eisenkot, non avesse un forte radicamento territoriale, essendo stato fondato dal nulla un anno fa. Il Likud, invece, forte di 16 anni di governo, ha una presenza sul territorio capillare, diffusa e radicata.
Da notare, inoltre, che le liste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich avevano 13 seggi e ne hanno 13 anche oggi. La loro sovraesposizione mediatica e il ruolo decisivo svolto nella conduzione feroce della guerra a Gaza e nel sostegno alle sopraffazioni dei coloni in Cisgiordania non hanno giovato ai due partiti. I due partiti religiosi alleati con Netanyahu hanno invece perso seggi.
Va ricordato — e il dato è importantissimo — che devono ancora essere conteggiate circa seicentocinquantamila schede speciali, comprese quelle dei militari fuori sede, degli sfollati dal nord di Israele, delle persone ricoverate o impossibilitate a recarsi al proprio seggio e del personale diplomatico. Il loro peso può incidere sull’assegnazione di circa quattordici seggi. Veniamo dunque agli scenari di governo possibili.
Nell’ipotesi credibile che questi voti rispecchino, con poche variazioni, le proporzioni del voto espresso nelle urne e che non attribuiscano comunque a nessuno dei due blocchi i sessantuno seggi necessari per raggiungere la maggioranza, lo scenario che pare più probabile — non certo, ma probabile — è quello di nuove elezioni anticipate a gennaio o febbraio.
È infatti impossibile che Eisenkot e i suoi alleati, con soli quarantotto seggi, formino un governo di minoranza contando sull’astensione dei partiti arabi. Sarebbe un esecutivo zoppo, debolissimo, e avrebbe come conseguenza un netto rigetto alle urne nella successiva, imminente tornata elettorale da parte dell’elettorato ebraico che, non senza ragione, non si fida affatto tanto degli elettori arabi quanto delle loro leadership, letteralmente educate male da un secolo di jihadismo e terrorismo palestinese.
Yair Golan, leader dei Democratici, che hanno riportato un risultato abbastanza deludente con soli 8 seggi, ha indicato questa soluzione, ma è totalmente isolato e smentito dai suoi alleati.
Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich né Golan: una soluzione richiesta da Donald Trump, auspicata per dovere istituzionale dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e soprattutto indicata come obiettivo per tutta la campagna elettorale da Netanyahu, che prevedeva la caduta della sua coalizione e che, indubbiamente, a differenza dei suoi avversari, sa fare politica. Ha infatti già iniziato a inviare, invano, emissari discreti a Bennett e Lieberman nel tentativo di incrinare il fronte avversario.
Il problema di fondo, che con ogni probabilità renderà impraticabile questo esecutivo unitario, sta proprio nella principale motivazione del voto dell’elettorato ebraico: la volontà, addirittura la necessità, di accertare sino in fondo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023 e per la gestione delle trattative per liberare gli ostaggi. È questa, infatti, la ragione principale del crollo del blocco Netanyahu, passato da sessantotto a cinquantatré seggi. Ma è evidente che Netanyahu porrà come condizione ferrea e ultimativa — e non potrebbe fare altrimenti — l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quelle responsabilità, di fatto addomesticata e da lui controllabile, che lo assolva da ogni responsabilità, pur evidente e indiscutibile, per la serie di decisioni politiche e militari che hanno permesso ad Hamas di penetrare senza ostacoli in Israele, uccidere circa milleduecento persone, in gran parte civili israeliani, e prendere in ostaggio 251 persone.
Questa condizione, che Netanyahu porrà e che Eisenkot e i suoi alleati non potranno assolutamente accettare, si scontrerà non solo con il buon senso e con la volontà di accertare le responsabilità, chiaramente espressa dall’elettorato, ma anche con un dato politico stranamente non rilevato dagli osservatori. L’ex generale Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar devono la loro comunque eccellente affermazione, per quanto sovrastimata, a un fatto e a un fatto solo: sono il partito di riferimento non solo dell’intero vertice delle Forze armate, dell’Idf, a iniziare dal loro comandante in capo Eyal Zamir — uno dei tanti stretti collaboratori di Netanyahu, da lui nominati e che ora lo contrastano —, ma anche di tutto il quadro degli ufficiali di carriera. La ragione è ovvia: devono difendere l’onore dell’Idf dalle accuse infamanti, dichiarate e addirittura urlate da Netanyahu, secondo cui l’esercito e lo Shin Bet sarebbero gli unici responsabili e colpevoli del 7 ottobre. In un contesto talmente avvelenato — una barbarie indotta colpevolmente e personalmente da Netanyahu stesso —, un sondaggio dell’Università Reichman condotto nell’aprile scorso rilevava che addirittura il quarantasei per cento degli elettori della coalizione di governo era convinto che i vertici militari e della sicurezza avessero deliberatamente nascosto al premier informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente.
Si apre dunque una fase politica di stallo e di grandi tensioni interne in Israele, che sarà influenzata dalle conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti e soprattutto dalla nuova iniziativa militare contro l’Iran che Donald Trump pare stia preparando e che Netanyahu voleva anticipare rispetto al voto israeliano, ma che è stata letteralmente bloccata da Eyal Zamir, il comandante dell’Idf, ormai suo implacabile, ma silente, avversario.
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