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Il successo di Anthropic non garantisce guadagni a chi comprerà le sue azioni

28 October 2026 at 03:45

Anthropic si prepara a chiedere a Wall Street di finanziare la sua corsa all’intelligenza artificiale, conservando però il controllo delle decisioni nelle mani dei fondatori. La società americana che sviluppa Claude, il principale concorrente di ChatGpt, ha depositato il prospetto per entrare al Nasdaq. Il debutto è previsto a novembre e potrebbe essere una delle quotazioni più importanti nella storia della Borsa americana. Secondo il Financial Times, Anthropic potrebbe raggiungere una valutazione compresa fra 1.500 e 1.750 miliardi di dollari, poco meno degli 1.770 miliardi con cui SpaceX è entrata a Wall Street lo scorso giugno. Per avere un termine di paragone, nel 2025 le società quotate negli Stati Uniti hanno raccolto in media circa 227 milioni di dollari ciascuna. Non è detto però che superi il record di SpaceX per il capitale raccolto: dipenderà dal numero di azioni offerte e dal loro prezzo, dettagli ancora sconosciuti. Potrebbe quindi diventare una delle società più preziose di Wall Street senza realizzare una delle maggiori raccolte di sempre.

In ogni caso, chi acquisterà le azioni dovrà accettare una condizione particolare: i sette fondatori, tra cui l’amministratore delegato Dario Amodei e sua sorella Daniela, presidente della società, manterranno insieme il 50,1 per cento dei diritti di voto anche dopo la quotazione, conservando così il controllo sulle principali decisioni societarie. E un organismo indipendente, il Long-Term Benefit Trust, avrà il potere di nominare la maggioranza del consiglio di amministrazione. È il risultato della struttura giuridica scelta da Anthropic, una public benefit corporation, che permette di considerare obiettivi di interesse pubblico accanto agli interessi degli azionisti. La sicurezza dei modelli potrebbe dunque prevalere sulle esigenze di rendimento degli investitori, anche quando questi ultimi avranno messo sul tavolo miliardi di dollari.

Il confine è sottile tra la volontà di proteggere una società cruciale dalle pressioni degli azionisti e il rischio di mandare un pessimo segnale all’intera industria dell’intelligenza artificiale. Finora il settore ha vissuto di grandi aspettative, alimentate dalla convinzione che questa tecnologia avrebbe trasformato l’economia mondiale. Ora comincia la fase meno spettacolare, quella in cui bisogna dimostrare che i ricavi bastano a ripagare gli investimenti. I laboratori sviluppano modelli sempre più avanzati, ma per farli funzionare hanno bisogno di enormi quantità di potenza di calcolo, che costa moltissimo. 

Nel frattempo, le aziende che producono i chip e quelle che gestiscono i grandi centri di elaborazione dati hanno cominciato a finanziare direttamente o indirettamente i propri clienti. Amazon e Google, per esempio, investono miliardi in Anthropic, ma guadagnano anche vendendole la potenza di calcolo necessaria a far funzionare Claude. Inoltre, insieme a Microsoft, distribuiscono i suoi modelli attraverso le proprie piattaforme cloud, trattenendo una parte degli incassi. Secondo il prospetto, quasi la metà dei ricavi di Anthropic nel primo semestre del 2026 proveniva proprio da queste vendite. Nel frattempo, le spese commerciali e per le partnership sono passate dal 10 al 19 per cento del fatturato in un anno. Anthropic dipende quindi da aziende che la finanziano, ma che incassano anche una parte del denaro che spende e dei ricavi che genera. Un intreccio che rende più difficile capire quanto della crescita del settore derivi dalla domanda dei clienti e quanto sia sostenuto dagli investimenti reciproci delle aziende.

Per ridurre la dipendenza dai grandi fornitori cloud, Anthropic ha cominciato ad acquistare direttamente processori da installare in centri di elaborazione dati in affitto. Una strategia che potrebbe ridurre i costi nel lungo periodo, ma richiede investimenti enormi. A dare un’idea delle cifre in gioco è un accordo annunciato proprio il giorno della presentazione del prospetto. Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley e il gruppo di investimenti Blackstone hanno organizzato un finanziamento da 63 miliardi di dollari per acquistare chip progettati da Broadcom e destinati ad Anthropic. In questo caso, una società creata appositamente comprerà i processori e li affitterà al laboratorio, che li pagherà nel corso degli anni. Broadcom garantirà ai finanziatori una parte del loro valore nel caso in cui si svalutassero. Le prime consegne sono previste nel 2027.

Accordi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti nell’industria dell’intelligenza artificiale. Secondo uno studio pubblicato il 21 ottobre dal London Stock Exchange Group, il gruppo finanziario che controlla la Borsa di Londra, i produttori di chip stanno aiutando le aziende clienti a finanziare i propri acquisti, per esempio garantendo i prestiti concessi dalle banche. Finché le vendite aumentano, il sistema conviene a tutti. Ma se la domanda di intelligenza artificiale dovesse rallentare, alcune aziende potrebbero non guadagnare abbastanza per ripagare i finanziamenti. A quel punto anche i fornitori rischierebbero di perdere denaro, oltre a vendere meno prodotti. Lo studio richiama il precedente delle telecomunicazioni alla fine degli anni Novanta, quando le aziende investirono enormi somme per costruire le reti necessarie alla diffusione di internet. La tecnologia ebbe successo, ma inizialmente i ricavi furono insufficienti a ripagare molti di quegli investimenti e numerosi azionisti persero denaro.

Qualcosa di simile potrebbe accadere oggi. Secondo uno studio pubblicato da Gartner il 14 ottobre, oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti in chip e centri di elaborazione dati potrebbero rischiare di perdere valore entro il 2030. Il motivo è che le aziende stanno costruendo infrastrutture costose contando su una domanda futura che potrebbe non generare abbastanza ricavi per ripagarle. Gartner stima che, entro il 2030, servirebbero circa 8.500 miliardi di dollari di ricavi per recuperare gli investimenti previsti e ottenere un rendimento adeguato, mentre quelli attesi non superano i 3.600 miliardi.

Per il momento, almeno nel caso di Anthropic, la domanda non manca. Nel primo semestre del 2026 la società ha fatturato 16,3 miliardi di dollari, contro 1,2 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Come ha spiegato un interessante approfondimento dell’Economist, nel secondo trimestre ha registrato il suo primo utile operativo, pari a quasi un miliardo di dollari: per la prima volta, i ricavi di un trimestre hanno superato i costi necessari a gestire l’attività. Ma il ritmo di crescita sta già diminuendo: nel terzo trimestre il fatturato è aumentato del 45 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nel secondo trimestre era cresciuto del 145 per cento. Sono risultati ancora eccezionali, ma diventano meno rassicuranti per chi si prepara a comprare azioni a valutazioni così elevate.

Ma Anthropic deve anche difendersi da una concorrenza sempre più aggressiva. Claude Code, lo strumento per programmare con l’intelligenza artificiale che ha trainato la sua crescita, rischia di perdere terreno: secondo l’Economist, grandi clienti come Microsoft e Meta stanno spingendo i dipendenti verso soluzioni sviluppate internamente, mentre OpenAI avanza con Codex. Le imprese, inoltre, hanno cominciato a limitare le spese per questi servizi, mettendo sotto pressione i prezzi. Anthropic sta quindi cercando di ridurre i costi, con risultati notevoli. Secondo l’Economist, all’inizio del 2025 spendeva 251 dollari in potenza di calcolo ogni 100 incassati; nel secondo trimestre del 2026 ne bastavano 48. Ma il risparmio relativo non ferma l’aumento della spesa complessiva: servono sempre più risorse per sviluppare nuovi modelli e soddisfare la domanda. La società ha assunto impegni per infrastrutture superiori a 800 miliardi di dollari, con pagamenti previsti fino al 2045.

I soldi non mancano, per ora. A fine giugno Anthropic disponeva di oltre 131 miliardi di dollari fra liquidità e investimenti a breve termine. Il bilancio mostrava però una perdita di 80,7 miliardi, in gran parte dovuta all’aumento del valore di strumenti finanziari che gli investitori potranno convertire in azioni. Le regole contabili registrano questo aumento come una perdita per Anthropic, anche se il denaro non è uscito dalle sue casse. Nelle attività ordinarie, infatti, la società ha generato più liquidità di quanta ne abbia consumata.

C’è poi un’altra particolarità nei conti delle aziende che finanziano Anthropic. Come ha spiegato il Wall Street Journal, l’aumento del valore della società può produrre un guadagno per chi ci ha investito e, allo stesso tempo, una perdita contabile per Anthropic. Tradotto per chi non mastica economia: un investitore dà un miliardo di dollari ad Anthropic, ottenendo in cambio il diritto di ricevere azioni in futuro. Se la società cresce e quel diritto arriva a valere due miliardi, l’investitore può registrare un guadagno di un miliardo, anche senza aver incassato nulla. Per Anthropic succede il contrario: il valore di ciò che deve riconoscere all’investitore è aumentato di un miliardo e le regole contabili le impongono di registrarlo come una perdita, anche se quei soldi non sono usciti dalle sue casse.

In realtà le cifre sono molto più grandi. Nel primo semestre Amazon ha registrato circa 63 miliardi di dollari di guadagni dovuti all’aumento di valore delle sue partecipazioni in aziende private, soprattutto Anthropic. Quest’ultima, invece, ha presentato agli investitori anche un bilancio che esclude gran parte delle perdite legate alla rivalutazione dei finanziamenti ricevuti, mostrando così un utile netto rettificato di 2,7 miliardi di dollari. Facendo così, si rischia così di dare un’immagine dei profitti del settore più favorevole di quanto giustifichino i guadagni effettivamente realizzati.

Il prezzo della quotazione farà una grande differenza tra i vecchi e i nuovi azionisti. Chi ha investito in Anthropic nei primi anni ha comprato quote della società quando valeva molto meno e potrebbe guadagnare enormemente anche se il debutto in Borsa, l’offerta pubblica iniziale (IPO) avvenisse a una valutazione inferiore a quella sperata. Chi comprerà le azioni a novembre, invece, pagherà un prezzo che tiene già conto di aspettative molto alte. Anthropic prevede di raggiungere fra 190 e 200 miliardi di dollari di ricavi nel 2028. Ma anche se ci riuscisse, i nuovi azionisti non avrebbero la garanzia di guadagnare: molto dipenderà da quanto denaro resterà dopo aver pagato i costi necessari a sostenere questa crescita.

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Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla

22 October 2026 at 03:45

La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.

La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.

I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.

Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.

La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.

I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.

Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.

L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.

Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare. 

Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.

Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.

Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.

La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.

Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.

Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan. 

L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.

Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.

L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.

Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.

La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.

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