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Ghosting, benching, situationship: perché le relazioni sentimentali sono diventate così complicate? La psicoterapeuta avverte: “Si spendono troppe energie a decifrare l’altro”

29 October 2026 at 15:38

Sparire improvvisamente da una relazione oppure tenere in “panchina” una persona come possibile alternativa. Nell’epoca delle relazioni sentimentali fluide, si moltiplicano ormai termini per definire queste situazioni: ghosting, breadcrumbing, situationship, love bombing, benching, orbiting e zombing. Ma di cosa si parla esattamente? Una recente ricerca di Unobravo, servizio di psicologia online e piattaforma italiana di supporto psicologico, realizzata su 1.670 adulti italiani, ha fotografato questo fenomeno. Ed è emerso per esempio che il 66% degli intervistati considera ormai comuni fenomeni come il ghosting, interrompere improvvisamente ogni comunicazione senza spiegazioni; oppure il benching, ossia tenere una persona “in panchina”, come possibile alternativa, senza investire davvero nel rapporto. E non finisce qui.

Nella lista di ciò che viene vissuta come possibilità ci sono anche situazioni come l’orbiting, interrompere la relazione ma continuare a essere presenti sui social dell’altro, visualizzando storie o mettendo like; o il zombing, caratterizzato dal ricomparire dopo essere spariti, spesso senza spiegare il precedente allontanamento.

Per complicare ulteriormente il quadro generale delle relazioni affettive, dalla ricerca emerge che ci esistono ancora altre tipologie. Come la situationship, cioè una relazione affettiva o sessuale senza una definizione condivisa (20%); lo slow fading, l’allontanamento progressivo senza una vera comunicazione (19%); i mixed signals, i segnali contraddittori (18%). Seguono il love bombing, caratterizzato da un’intensa fase iniziale di attenzioni che può essere seguita da un brusco cambiamento (16%); il breadcrumbing, mantenere l’interesse verso l’altro/a attraverso piccoli segnali senza un reale investimento nella relazione (14%).

Le conseguenze di tutto questo non sono soltanto sentimentali: il 24% dice di essere diventato più prudente nei confronti dei nuovi partner e il 19% di avere maggiore difficoltà a fidarsi; mentre il 13% arriva a chiedersi se abbia fatto qualcosa di sbagliato.

Di fatto, nei giovani tra i 18 e 24 anni queste esperienze risultano ancora più frequenti: il ghosting arriva al 35% e la situationship al 32%.

Un quadro generale che porta a domandarsi se siamo davvero diventati più incapaci di costruire relazioni o forse, stiamo trovando nuovi nomi per comportamenti che sono sempre esistiti. In realtà, “Questi dati non dimostrano che sappiamo amare meno – spiega al FattoQuotidiano.it Sabina Fasoli, psicoterapeuta e sessuologa – I nuovi nomi descrivono anche dinamiche già note, oggi presenti nei contatti digitali. Se il digitale offre nuovi modi per entrare in contatto, può spingere anche a sottrarsi al confronto. Portiamo nelle relazioni ciò che abbiamo imparato nella nostra storia, dentro un contesto che cambia. L’intimità richiede di esporsi e sentirsi ascoltati: il punto è come si costruisce reciprocità”.

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Perché le onde fatte a casa si disfano dopo un’ora? Dalle temperature troppo alte all’errore di toccare subito i capelli: i consigli dell’esperto per una piega perfetta che duri tutto il giorno

29 October 2026 at 15:28

Il sabato della piega aveva i suoi orari, i suoi bigodini e un posto sotto il casco. Per chi rispettava l’appuntamento settimanale dal parrucchiere, i capelli appena sistemati dovevano accompagnare il pranzo della domenica e resistere il più possibile nei giorni successivi. In vista di una cerimonia, poi, la prenotazione entrava nei preparativi insieme all’abito. Oggi a quel rito si affianca un’altra scena: lo specchio del bagno, le ciocche fermate con le pinze, il telefono appoggiato sul mobile e un tutorial da mettere in pausa proprio sul movimento del polso che continua a sfuggirci.

La piega domestica ha strumenti capaci di semplificare gesti che richiedevano una certa destrezza fra spazzola e phon. Per chi ha imparato a usarli, l’appuntamento in salone può concentrarsi sul taglio, sul colore, su un trattamento personalizzato, oppure sul piacere di affidarsi alle mani di qualcuno, come nelle hair spa, con i loro massaggi e rituali dedicati al cuoio capelluto. La piega professionale conserva il suo posto; intanto, la possibilità di ottenere un buon risultato da soli modifica le abitudini. Così possiamo avere i capelli curati anche il martedì mattina, senza organizzare ogni volta un’uscita dal parrucchiere. Merito di una vera e propria rivoluzione tecnologica che ha immesso sul mercato strumenti sempre più leggeri, aerodinamici, maneggevoli e sicuri, capaci di convincere anche le persone più scettiche e con minore manualità a cimentarsi nello styling fai-da-te. Al centro di questa svolta domestica c’è un trend che domina incontrastato da stagioni e che non accenna a tramontare: le onde. Ma per capire come si sta evolvendo questa tendenza e, soprattutto, come padroneggiare la tecnologia senza distruggere la fibra capillare, abbiamo interpellato Alessandro Maritato, affermato hairstylist e ambassador Dyson.

L’evoluzione delle onde: dalla rigidità al movimento naturale

Se le onde continuano a dominare i feed dei social e le strade delle nostre città, il motivo risiede nella loro natura democratica. “Le onde continuano a piacere perché sono estremamente versatili: ammorbidiscono i lineamenti, danno movimento e si adattano a lunghezze e tipologie di capelli differenti”, spiega Maritato. “Sono uno styling che riesce a essere elegante senza risultare troppo formale“. Tuttavia, l’estetica sta cambiando. Abbandonati i boccoli scolpiti e rigidi, le tendenze per l’autunno-inverno guardano ai volumi ispirati agli anni Novanta e a una texture che deve prima di tutto comunicare salute. “La vera tendenza è un capello che appare sano, curato e valorizzato nella sua forma, senza dare l’impressione di essere troppo lavorato”, prosegue l’esperto. “Oggi stanno evolvendo verso un risultato più naturale e meno costruito. Si cercano onde morbide, irregolari, con una radice leggera e lunghezze che mantengono elasticità. Non è più soltanto una questione di creare il riccio perfetto, ma di ottenere una texture bella da vedere e piacevole al tatto”.

Generazione TikTok: l’illusione del tutorial e il ruolo (insostituibile) del salone

La spinta verso l’autonomia nello styling arriva soprattutto dai social network. Le nuove generazioni imparano a dividere le ciocche e a ruotare le piastre scorrendo i brevi video su TikTok. Una democratizzazione dell’informazione che Maritato, divulgatore lui stesso, osserva con interesse: “Sicuramente le nuove generazioni hanno accesso a una quantità di informazioni e tutorial che in passato era impensabile. Attraverso TikTok e i social possono scoprire tecniche, imparare a utilizzare nuovi strumenti e sperimentare look diversi direttamente a casa. Questo ha reso molte persone più curiose e autonome nella gestione quotidiana dei propri capelli”. Eppure, replicare i movimenti visti su uno schermo non trasforma automaticamente un utente in un professionista. “Bisogna distinguere tra saper replicare un’acconciatura e conoscere davvero il capello”, avverte l’hairstylist. “Un tutorial mostra un procedimento ma non sempre spiega come adattarlo a una diversa densità, porosità o struttura. La stessa tecnica può dare risultati molto diversi da persona a persona”.

È qui che il parrucchiere smette di essere il mero esecutore di una piega per diventare un consulente d’immagine e di salute. Questa crescente autonomia domestica non rappresenta un rischio economico per i saloni, ma un’opportunità di evoluzione. “Se una persona impara a gestire meglio la piega a casa, può comunque continuare a rivolgersi al parrucchiere per i servizi tecnici, i trattamenti personalizzati e i cambiamenti di look o semplicemente regalarsi una coccola”, ragiona Maritato. “Il nostro lavoro non consiste soltanto nel realizzare una piega. Significa analizzare la struttura del capello, valutare la forma del viso, comprendere le abitudini della persona e costruire un risultato su misura. Il cliente deve percepire che non sta acquistando semplicemente una piega, ma un risultato costruito sulle proprie esigenze”.

I segreti tecnici per la piega perfetta a casa (e gli errori da smettere di fare)

Se gli strumenti di ultima generazione offrono un controllo impensabile fino a un decennio fa, l’errore umano è sempre dietro l’angolo. Maritato evidenzia come l’industria stia fornendo soluzioni sempre più avanzate per arginare i danni termici, introducendo ad esempio tecnologie ibride che lavorano non solo sul riscaldamento, ma sulla dissipazione del calore per fissare la piega e proteggere l’idratazione. “La tecnologia può aiutarci molto, ma il risultato dipende sempre anche da come la utilizziamo“, puntualizza. “L’errore più comune è utilizzare temperature troppo elevate, lavorare su sezioni troppo grandi o passare ripetutamente sulla stessa ciocca. Un altro errore è scegliere il prodotto di styling senza considerare se il capello sia fine, spesso, poroso o trattato”.

Per ottenere un risultato duraturo, l’esperto detta tre parole d’ordine: preparazione, controllo e raffreddamento. “Il primo consiglio è preparare bene i capelli: una piega riuscita comincia sempre dal lavaggio e dai prodotti adatti, applicando sempre un buon leave-in per nutrire e proteggere, per poi utilizzare prodotti pensati proprio per lo styling che definiscono e proteggono la chioma. Il secondo è eliminare l’acqua in eccesso e non iniziare lo styling su capelli troppo bagnati. Il terzo è dividere la chioma in sezioni: lavorare su ciocche ordinate permette di ottenere un risultato più uniforme in meno tempo”. Ma il vero segreto, quello che fa la differenza tra un’onda che crolla dopo un’ora e una che resiste tutto il giorno, è l’ultimo passaggio: “Lasciare raffreddare la piega prima di toccarla troppo è un passaggio spesso sottovalutato, ma importante per la tenuta. Il calore, da solo, non garantisce la tenuta: contano anche la tecnica e il modo in cui viene fissata la piega. È importante lasciare raffreddare completamente la piega prima di uscire o indossare un cappello”.

La “Skinification” dei capelli: meno stratificazioni, più cura della cute

L’autunno, con i suoi sbalzi di temperatura e l’umidità, è il banco di prova più severo. Per non ritrovarsi con la testa gonfia e crespa, la soluzione non è sommergere i capelli di oli e creme. Il rischio di esagerare con la stratificazione dei prodotti è altissimo. “Una routine efficace non deve essere necessariamente lunga: deve essere coerente con le condizioni del capello”, avverte Maritato. “I segnali da osservare sono la perdita di morbidezza, la maggiore difficoltà nel districare, la rottura, le punte che si spezzano e una chioma che appare opaca o perde elasticità. Se il capello è appesantito, invece, potrebbe esserci un eccesso di prodotti”. L’approccio vincente è il minimalismo mirato: “Consiglio di non sovrapporre trattamenti a caso, di utilizzare il termoprotettore quando si ricorre al calore e di alternare lo styling alle giornate in cui si lascia riposare la chioma”.

La vera frontiera, mutuata dal mondo della cosmetica, è considerare l’haircare esattamente come la skincare, spostando l’attenzione dalle lunghezze alla radice. “Oggi stiamo imparando a considerare la cura dei capelli in modo più completo, proprio come facciamo con la pelle”, conclude l’esperto, sottolineando l’importanza di trattamenti specifici a base di aminoacidi e attivi mirati per riequilibrare la barriera cutanea. “Prendersi cura dei capelli significa partire proprio dalla cute, creando le condizioni ideali perché i capelli appaiano più sani e voluminosi. La vera evoluzione della haircare è proprio questa: non scegliere più tra bellezza e cura, ma imparare a farle convivere attraverso prodotti mirati, strumenti adeguati e una routine personalizzata”.

I tool di ultima generazione per fare le onde a casa

Se c’è un marchio che negli ultimi anni ha contribuito più di altri a trasformare la piega domestica in un piccolo esercizio di tecnologia è Dyson, che con Airwrap ha praticamente creato una nuova categoria di styler ad aria. L’ultima evoluzione, Dyson Airwrap i.d., resta uno degli strumenti più completi per chi ama onde e ricci: asciuga e modella sfruttando il flusso d’aria, mentre la versione connessa permette di impostare nell’app MyDyson una sequenza personalizzata di avvolgimento, styling e colpo d’aria fredda in base al tipo e alla lunghezza dei capelli. Il nuovo cono affusolato consente inoltre di lavorare più vicino alla radice. Il prezzo, 549 euro a listino, lo colloca però nella fascia più alta del mercato. Per chi preferisce la manualità della piastra, la novità è Dyson Corrale CoolShine: le lamine flessibili possono essere utilizzate anche per costruire onde e ricci e, dopo il passaggio caldo, un accessorio removibile con tubi di rame sottrae calore alla ciocca per favorirne il raffreddamento. Le quattro temperature disponibili vanno da 145 a 210 gradi; i dati su maggiore lucentezza, minore danno termico e tenuta fino a 24 ore sono risultati dei test dichiarati dall’azienda e vanno letti come tali. Prima dello styling, fra i prodotti, si può abbinare la crema pre-styling Dyson Chitosan, scegliendo formula e quantità in base alla struttura dei propri capelli, senza trasformare la routine in una stratificazione indiscriminata di cosmetici. È proprio Maritato a ricordare che preparazione, scelta dello strumento e raffreddamento restano determinanti per la riuscita delle onde.

Per chi vuole replicare a casa una piega mossa senza trasformare il bagno in una postazione da backstage, gli strumenti più recenti lavorano soprattutto su due fronti: automatizzare il gesto oppure rendere più controllabili aria e temperatura. Il Dreame Air-Auto Oro appartiene alla prima categoria: è un arricciacapelli automatico da 32 millimetri che richiama la ciocca e la avvolge in entrambe le direzioni, con tre livelli di temperatura; può essere utile soprattutto a chi con il ferro tradizionale fatica a coordinare mani e rotazioni. Attualmente proposto a 169 euro sul sito del marchio, automatizza quasi completamente il gesto: la ciocca viene attirata sul cilindro da 32 millimetri, avvolta automaticamente in entrambe le direzioni e poi investita da aria fredda per fissarne la forma; tre temperature — 120, 140 e 160 gradi — permettono di adattare il lavoro a capelli più fini o più spessi. È probabilmente la soluzione più immediata per chi non ha mai acquisito dimestichezza con ferro e rotazione del polso, ma non è comunque banale l’utilizzo: bisogna impratichirsi all’inizio nella scelta della quantità giusta di capelli per ciocca, altrimenti se sono troppi o troppo pochi il risultato non viene.

Più vicino alla filosofia del multistyler è invece lo Shark FlexStyle IonCurl, che unisce asciugacapelli e styler e utilizza cilindri ad aria per avvolgere le ciocche, aggiungendo il colpo freddo per fissare il riccio: costa 349,99 euro, dunque resta sotto Airwrap pur giocando nella stessa area di utilizzo. La differenza, a questo punto, la fanno soprattutto budget, manualità e tipo di capello: spendere di più può significare avere più funzioni e possibilità di personalizzazione, ma per ottenere onde morbide e ben costruite non è più necessario partire automaticamente dal prodotto più costoso.

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Corrale CoolShine Model Imagery

Corrale CoolShine

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Dyson Airwrap i.d.

Dyson Airwrap i.d.

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SharkNinja IonCurl

SharkNinja IonCurl

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Dreame Air-Auto

Dreame Air-Auto

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Cerchi una maschera per Halloween? Queste non fanno paura ma idratano, levigano e rimpolpano la pelle

28 October 2026 at 14:53

Le maschere sono divertenti. Non parliamo solo dei travestimenti di Halloween, che ci permettono di diventare qualcun altro per una notte (in modo spaventoso!) ma anche delle beauty mask, il rituale di bellezza che, al contrario, promette di renderci un po’ più splendenti, idratate e luminose.

A differenza della skincare ordinarie, le maschere ci concedono una pausa. O meglio, ci obbligano a fermarci: hanno un tempo di posa, vanno applicate con calma e sciacquate con cura. Sono un momento di cura di sé, oltre che un booster per la pelle del viso. Negli ultimi anni il mercato è stato dominato dalle maschere monouso in tessuto o in hydrogel, confezionate singolarmente. Estremamente pratiche, ma non il massimo sul fronte della sostenibilità, vista la quantità di packaging da buttare dopo un singolo uso. Postilla: se il 31 volete vestirvi da fantasmi, sono un ottimo modo per completare il look e fare skincare al tempo stesso.

Enzimi di papaya, peptidi e maschere in gel

Le ultime novità beauty lanciate sul mercato però, propongono qualcosa di diverso. Si torna alle maschere “vintage” da stendere con il pennello. Il marchio austriaco Ringana, punto di riferimento per la cosmesi naturale, ha presentato tre nuove “Fresh Mask” in tubetto. Ognuna è pensata per un’esigenza diversa: purificante all’argilla, esfoliante agli enzimi di papaya e rimpolpante ai peptidi. Il punto di forza? La miscela di attivi: gli ingredienti si completano a vicenda e non si contrastano. A ognuno la sua. Pelle sensibile? La maschera viso esfoliante delicata di Fluéa è una crema soffice che leviga con granuli di riso e papaina, senza aggredire. Biofficina Toscana viene in soccorso della pelle grassa con la maschera Sebo Control. Lepo invece propone una texture in lipogel, molto facile da risciacquare (il vero tallone d’achille delle maschere più ricche e dense). Le nuovissime Jelly Mask, pratiche e colorate, hanno un formato leggero ideale per chi viaggia o per chi cerca una coccola extra, ed esistono in versione idratante, liftante e purificante, in una busta con tappo richiudibile comoda anche in viaggio.

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Biofficina Toscana, Maschera viso sebo control

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Fluéa, Maschera Viso Esfoliante Delicata

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Lepo, Hydrating Jelly Mask

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Ringana, FRESH exfoliating mask

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Sephora Collection, Stick Mask Illuminante

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Aroma-Zone, Maschera in Stick Purificante

La novità: le maschere in stick

La novità della stagione, però, è la maschera in stick: si passa direttamente sul viso senza pennelli, senza sprechi e senza sporcarsi le dita. La Maschera in Stick Purificante di Aroma-Zone con argilla verde ed elettroliti marini è pensata per le pelli con imperfezioni. Cinque minuti di posa, e la pelle torna a splendere. Sephora Collection ha anticipato il trend lanciando la scorsa estate due Stick Mask dalla texture extra-cremosa, una purificante e una illuminante arricchita da niacinamide per ravvivare l’incarnato spento. Se il 31 sera restate a casa con un buon film sapete cosa fare: candela, skincare e tisana. Ma se decidete di uscire e far festa tutta la notte, le nuove maschere viso saranno le migliori alleate della mattina dopo: pochi minuti di posa e addio a quel grigiore da vampiro…

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Il beauty punta tutto sulla medicina rigenerativa. Il chirurgo Victor Urzola: “Il segreto della longevità? E’ importante anche il rapporto con Dio, non siamo solo corpi”

28 October 2026 at 14:14

La medicina rigenerativa è la nuova frontiera della medicina estetica. Se prima l’obiettivo era minimizzare i segni del tempo – distendere le rughe, schiarire le macchie e dare più tono dove serve – ora il settore della bellezza abbraccia i concetti di longevità, di terapia rigenerativa e l’idea di “anticipare l’invecchiamento”. Lo dimostra il congresso di medicina estetica Agorà, che ha radunato a Milano esperti e professionisti da tutto il mondo. A spingere ancora più avanti il discorso sulla longevità è stato il dottor Victor Urzola, chirurgo plastico, cofondatore e amministratore delegato del Regenerative Medicine Institute (RMI) di San José, in Costa Rica: una clinica privata che offre terapie con cellule staminali per la longevità, per l’ortopedia e per la medicina estetica.

Al congresso ha portato alcune delle promesse più ambiziose e più discusse del settore. Il lavoro di RMI, spiega Urzola ai giornalisti, ruota intorno all’impiego delle cellule staminali mesenchimali derivate da cordone ombelicale, prelevate da donatori e moltiplicate in laboratorio. Accanto a queste terapie, la clinica propone anche di conservare le cellule staminali del paziente stesso, per usarle in futuro. “Cosa succede se prendiamo tutte queste cellule a un’età molto precoce, le crioconserviamo e poi le reintroduciamo più avanti?”, spiega. “Però, prima di reintrodurle, le moltiplichiamo, in modo da poter contare su una quantità più alta di cellule staminali quando invecchiamo”. Le cellule staminali adulte sono infatti il serbatoio che il corpo usa per riparare i tessuti, e il loro declino è considerato uno dei “segni” dell’invecchiamento. L’idea di conservare le proprie cellule da giovani, moltiplicarle in laboratorio e reinfonderle anni dopo è ciò che RMI chiama “bioinsurance“, una sorta di “assicurazione biologica” sul futuro, ma la comunità scientifica sta ancora discutendo sull’efficacia e su eventuali rischi.

Al congresso Agorà di Milano, il dottor Urzola ha presentato insieme al professor Luciano Lanfranchi, chirurgo plastico che lavora a Milano, due approfondimenti dedicati alle applicazioni cliniche del lavoro con le cellule staminali. La prima presentazione (intitolata “One Stem Cell, Many Solutions“) riguardava i risultati raggiunti su 174 pazienti. Secondo l’abstract, i miglioramenti più netti si sono visti nel dolore cronico al ginocchio (23 pazienti su 28) e nel ringiovanimento del viso, il gruppo più numeroso: 88 pazienti su 104 sono stati giudicati migliorati su una scala estetica. In questo caso le cellule sono state usate insieme a laser e radiofrequenza. Sono risultati che gli stessi autori definiscono “esplorativi”: lo studio si basa su questionari compilati dai pazienti, con un controllo a tre mesi. La seconda relazione ha presentato una tecnica di lifting “rigenerativo” che utilizza l’ecografia ad alta risoluzione per guidare la somministrazione di tessuto adiposo micronizzato in specifiche aree del volto.

Da chirurgo plastico, Urzola sostiene che si possano avere eccellenti risultati anche in medicina estetica, soprattutto nel miglioramento dell’aspetto della pelle. “Abbiamo incorporato le terapie cellulari con cellule mesenchimali del cordone ombelicale anche nella chirurgia del volto. Le pazienti guariscono molto più velocemente, e la cosa interessante è che il risultato si mantiene di più nel tempo”.

Il caso Costa Rica e il quadro normativo in Italia

“Stiamo già facendo questo tipo di terapie in Costa Rica, e magari in futuro potremo portarle anche in Europa“, aggiunge il dott. Urzola. Il quadro normativo, infatti, al momento non lo permette: in Unione Europea le cellule staminali mesenchimali moltiplicate in laboratorio sono considerate medicinali per terapie avanzate (ATMP, dal Regolamento CE 1394/2007). Si possono quindi usare solo all’interno di sperimentazioni cliniche autorizzate o dopo un’autorizzazione dell’Agenzia europea per i medicinali. In Italia, la conservazione del sangue cordonale per uso personale non è consentita nelle banche nazionali, che lavorano per la donazione solidaristica. È permesso però esportarlo, a proprie spese, verso banche private estere.

La Costa Rica ha una storia particolare su questo fronte. Fino a una quindicina di anni fa le autorità sanitarie consideravano queste terapie sperimentali e non consentite. In seguito il Paese si è dotato di un regolamento specifico, che autorizza le terapie con staminali adulte in tre categorie: quelle che comportano una manipolazione importante delle cellule richiedono l’autorizzazione del ministero e prove precliniche di sicurezza ed efficacia. Le nuove regole hanno favorito il turismo medico, soprattutto dagli Stati Uniti. Secondo il suo CV, il dottor Urzola ha contribuito in prima persona alla stesura della normativa sulle cellule staminali.

Mangiare bene, dormire bene, vivere bene

Durante l’intervista, Urzola ribadisce più volte l’importanza dello stile di vita: “È molto importante mangiare bene, dormire bene, avere un livello basso di stress, esporsi al sole, ed è molto importante un rapporto con Dio“. È un’affermazione rara per uno scienziato, e gli chiediamo perché: “Perché, organicamente, non siamo solo corpi: abbiamo anche uno spirito, e lo spirito è legatissimo al corpo. E questo lo dico da scienziato: io amo la scienza, però Dio è fondamentale in questo“. Il peso dello stile di vita è tra i dati più solidi della medicina preventiva: fumo, alimentazione, attività fisica e sonno influiscono in modo misurabile sulla durata e sulla qualità della vita. Ma sono altrettanto importanti anche aspetti emotivi, psicologici e sociali: appartenere a una comunità, sentire di avere uno scopo, prendersi cura della propria salute mentale, coltivare le amicizie.

L’obiettivo, spiega Urzola, è “incrementare il tempo di vita e anche incrementare il tempo di salute”. E aggiunge: “Dopo una certa età si diventa dipendenti da un’altra persona anche per le cose più banali, come mangiare, lavarsi e andare in bagno. Questo ha un costo sulle famiglie e sul sistema sanitario”. Aumentare l’healthspan, cioè gli anni in salute, significa vivere una vita autonoma.

Nel libro Escape Velocity from Human Aging, scritto insieme a Vincent Giampapa, cofondatore e direttore scientifico di RMI, e a Liz Parrish, fondatrice e ceo dell’azienda specializzata in terapie geniche BioViva Science, Urzola sostiene che “l’invecchiamento è una malattia e, come ogni malattia, può essere trattata”. Parrish è nota per aver dichiarato, nel 2015, di essersi sottoposta in Colombia, quindi fuori dal controllo dell’agenzia americana del farmaco (FDA), a due terapie geniche sperimentali contro l’invecchiamento: una scelta criticata da diversi scienziati per l’assenza di dati sulla sicurezza.

Il titolo fa riferimento all’idea della “velocità di fuga dall’invecchiamento”. È il momento in cui la medicina riuscirebbe ad allungare l’aspettativa di vita di più di un anno per ogni anno che passa. Il concetto, reso popolare da Aubrey de Grey e Ray Kurzweil, è un’ipotesi affascinante ma ancora molto controversa, e apre un dibattito etico, oltre che scientifico. Solo perché tecnicamente potremmo farlo, allora dovremmo farlo?

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