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“L’addio di Enrico Mentana a La7? Mi dispiace ma posso capire. Non ho ancora scelto chi lo sostituirà”: così Urbano Cairo

30 October 2026 at 09:50

Il 23 dicembre Enrico Mentana condurrà per l’ultima volta il Tg La7. Lo ha annunciato lui stesso dal palco del Premio giornalistico Franco Marchiaro di Alessandria, confermando una decisione sulla quale si rincorrevano indiscrezioni da mesi: “Il 23 dicembre saluterò i miei telespettatori, sarà il mio ultimo giorno alla conduzione del Tg de La7”. Dopo sedici anni alla guida del telegiornale, il giornalista si prepara dunque a chiudere un capitolo importante della sua carriera. Ma cosa ne pensa Urbano Cairo? E, soprattutto, chi prenderà il posto di Mentana?

A rispondere è stato proprio l’editore di La7 e del Corriere della Sera, ospite di Giorgio Lauro e Nancy Brilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1: “Ha detto questa cosa, ci conosciamo da una vita. È con me da tredici anni ed era a La7 già prima. In tutto questo tempo gli ho sempre lasciato una libertà assoluta. È una persona particolare, ma ci siamo sempre trovati bene e siamo anche amici. Posso capire che, dopo tanti anni, si senta il desiderio di chiudere un’esperienza”.

Nessun tentativo dichiarato di convincerlo a restare, dunque, almeno per il momento. “In questa vicenda rispetto molto i suoi desiderata. Lo stimo, è una persona di altissimo livello, quindi lascio decidere a lui”, ha spiegato Cairo. Che, interrogato sul piano personale, ha aggiunto: “Mi dispiacerebbe molto. Siamo amici, è bello condividere una colazione o una cena. Ma arriva anche il momento in cui le esperienze possono concludersi”.

E il futuro di Mentana? Tra le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane c’è quella di un possibile approdo a Sky, ma Cairo preferisce non sbilanciarsi: “Non lo so e non voglio entrare in questo tema. Vediamo, abbiamo ancora due mesi davanti”. Una risposta che non aggiunge conferme alla voce di mercato, ma che non chiude nemmeno definitivamente la porta a un eventuale ripensamento. Resta poi la questione più delicata per La7: chi raccoglierà l’eredità di Mentana alla direzione del telegiornale? Per il momento, almeno stando alle parole dell’editore, non c’è un nome già individuato. “Ho letto tanti nomi, adesso vediamo, decideremo nelle prossime settimane. Nel momento in cui con Mentana le cose si interrompono decidiamo. E, comunque, saremo pronti”.

E quando gli viene chiesto se abbia già un possibile sostituto in mente, Cairo risponde senza troppi giri di parole: “Se lo avessi trovato lo avrei anche annunciato, dal momento in cui Mentana dice che il 23 dicembre è il suo ultimo giorno allora anche io posso annunciare il prossimo direttore, ma non l’ho ancora trovato”. Insomma, la data dell’addio è fissata, ma il dopo Mentana resta ancora da scrivere.

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“Molti fenomeni dei social spiegano dove andrò e perché. Dietrologi al quadrato, senza un’esistenza fuori dal web”: le parole di Enrico Mentana

28 October 2026 at 07:47

Lo ha detto lui stesso: dal prossimo 23 dicembre non sarà più alla conduzione del TgLa7. Enrico Mentana lascia il telegiornale che dirige dal 2010 e, a pochi giorni dall’annuncio arrivato dal palco del Premio giornalistico Franco Marchiaro di Alessandria, torna a parlare del proprio futuro con un post sui social.

“Leggo con grande divertimento che molti fenomeni dei social spiegano dove andrò dopo La7 e soprattutto perché, per poi biasimare la scelta che si sono inventati. Dietrologi al quadrato, senza un’esistenza fuori dal web, forti solo della loro faziosità: buona vita”, ha scritto il giornalista.

Per ora, dunque, nessuna conferma sulle molte ipotesi circolate in questi giorni. Di certo c’è che il contratto di Mentana con l’emittente scadrà alla fine dell’anno e non verrà rinnovato. Ad Alessandria era stato lui stesso a dare la notizia: “Il 23 dicembre saluterò i miei telespettatori, sarà il mio ultimo giorno alla conduzione del Tg de La7”.

Che il rapporto con la rete di Urbano Cairo fosse arrivato a un punto delicato, però, era emerso già da mesi. Lo scorso maggio, al Festival della Tv di Dogliani, Mentana aveva espresso in modo molto netto le proprie perplessità sull’identità editoriale di La7: “È evidente che si è voluto fare di La7 una nuova Rai3 senza però che esistano una nuova Rai2 e una nuova Rai1”. Aveva poi aggiunto che “un elettore del centrodestra non può guardare i programmi di La7 sentendosi a casa”, sostenendo che nei programmi della rete “uno si sente a casa e l’altro in trasferta, uno in poltrona e l’altro sui carboni ardenti”.

In quella stessa occasione Mentana aveva però distinto nettamente il proprio telegiornale dal resto dell’offerta della rete, rivendicandone l’autonomia: “Io non do pagelle, se Meloni ha ragione ce l’ha e basta. La mia missione è raccontare la realtà nel modo più rigoroso possibile”. E aveva criticato una televisione sempre più costruita secondo una logica “binaria”, nella quale il giornalismo rischia di trasformarsi in “una forma di tifoseria”.

Cairo, dal canto suo, aveva pubblicamente lasciato aperta la porta alla permanenza di Mentana, parlando di “grande stima” e di un rapporto amicale consolidato negli anni, ma precisando anche che per continuare sarebbe servita “la voglia da ambo le parti”. Il ripensamento, evidentemente, non è arrivato.

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‘Hello, is that The Hague?’ Sudan’s dead miners point a cold finger at Cairo

26 October 2026 at 10:43

 

Egypt’s armed support for the Sudanese military junta under General Abdel Fattah al-Burhan took on a new and decidedly ugly dimension earlier this month with the killing of at least 114 people working an artisanal goldmine in northeastern Sudan.

The attack took place on October 10th. Survivors describe an aircraft circling before attacking the workings at Jabal al-Uqaydat. One injured miner, Ali Mohamed Hamza, said workers were preparing tea at about eight in the morning when it appeared overhead, making three circuits before striking on its fourth pass. Other accounts describe five strikes. The number of weapons and attack runs remains unverified, as does the final death toll. 

The New York Times placed the mine in Sudan’s Red Sea State, about 25 miles from the Egyptian frontier. Its reporting identified apparent Egyptian munitions in footage from the site. Subsequent accounts of that investigation described an unexploded Egyptian NASR 400 bomb, identified by Trevor Ball, a former American army explosive-ordnance specialist. This is significant physical evidence, although the identification requires further corroboration and manufacture alone cannot establish the operator.

On October 12th Egypt’s armed forces announced a third phase of a military and police campaign against illegal gold mining in the Eastern Desert. Warning leaflets had been dropped, it said, and operations were intended to protect national resources and enforce sovereignty. Cairo did not admit bombing the Sudanese mine or acknowledge casualties or crossing the frontier. Instead, its statement carefully described operations within Egyptian borders.

But taken together, the munition evidence, eyewitness accounts and Egypt’s own announcement mean Cairo can’t brush this off. Nor can they brush this off as an operation against the Rapid Support Forces. What it does suggest is that Egypt will use armed force indiscriminately against civilians wherever their Sudanese allies either won’t or can’t do it. 

This is all part of the wider story of Egypt’s involvement in Sudan. Reuters reported in February that satellite imagery showed Turkish-made Bayraktar Akinci combat drones at East Oweinat, an Egyptian airfield near Sudan. Egyptian officials acknowledged equipping two southern airports for border protection and military strikes. A separate Times investigation reported that drones operating from Egypt had attacked the RSF inside Sudan. 

All this goes well beyond diplomatic sympathy. Cairo provides political backing and, as its security officials have acknowledged privately to Reuters, logistical and technical assistance to General al-Burhan’s forces. Egypt simultaneously occupies a seat in the Quad mediation group alongside the United States, Saudi Arabia and the United Arab Emirates. It therefore possesses leverage both over the battlefield and over negotiations intended to end the war.  

The contradiction is sharp. The Quad’s September 2025 statement called for an independent, civilian-led government and a transition not controlled by either belligerent. But under Burhan’s leadership that’s not happening any time soon, which means that Egypt, for all its talk about supporting the sovereignty and territorial integrity of Sudan, will go its own way as it sees fit—even if that includes desperate miners trying to scratch a living from the soil of their own economically devastated country.  

Burhan’s response to the miners’ deaths was pusillanimous, tepid at best. On October 12th, he ordered a fact-finding inquiry involving prosecutors, judicial officials and security representatives. His administration said Sudanese and Egyptian authorities were communicating. But there was no condemnation of Cairo or any public demand that Egypt explain what had happened. Preserving the patron’s goodwill appears to be more important to Burhan than demanding answers about the deaths of his own countrymen. 

These miners were neither an invading army nor a rival government. They were people digging for survival on ground reported to be their own country’s soil. Their killing demands accountability, not diplomatic discretion. The junta’s tepid response suggests a grim hierarchy of obligations: the survival of its relationship with Cairo first; the lives of Sudanese citizens a distant second. 

As for Cairo’s behaviour, this looks decidedly like a war crime. If further investigation were to corroborate eyewitness accounts of the plane making several passes over the area before commencing its attack, then clearly they were having a good look at the facts on the ground. And they dropped their bombs anyway. Hello…? Is that The Hague?

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