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Perché le dogane contano nella nuova geografia del commercio eurasiatico

30 October 2026 at 15:53

Le crisi nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso stanno accelerando la riconfigurazione delle rotte commerciali che collegano Asia, Golfo, Mediterraneo ed Europa. La ricerca di percorsi alternativi, più sicuri e prevedibili, riporta al centro del confronto internazionale una componente spesso meno visibile delle infrastrutture commerciali: le amministrazioni doganali. Dalla qualità dei controlli alla rapidità delle procedure, fino allo scambio di informazioni tra Paesi, la capacità di far circolare le merci attraverso giurisdizioni differenti incide direttamente sull’affidabilità delle catene di approvvigionamento.

È il tema affrontato venerdì 30 ottobre a Roma, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, durante la conferenza internazionale “Crisi di Hormuz e le nuove rotte del commercio eurasiatico. Sfide e opportunità per le politiche doganali”, organizzata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) in partnership con Confindustria, Il Sole 24 Ore, ISPI e SRM, centro studi collegato al Gruppo Intesa Sanpaolo. L’obiettivo dell’iniziativa è rafforzare la cooperazione doganale internazionale per accompagnare la trasformazione dei collegamenti commerciali, sostenere la competitività delle imprese e rendere più resilienti le catene logistiche.

Ad aprire i lavori è stato il direttore dell’ADM, Roberto Alesse. La conferenza ha visto il videomessaggio del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, gli interventi dei viceministri Edmondo Cirielli, agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale, ed Edoardo Rixi, alle Infrastrutture e ai Trasporti, e la lettura di un messaggio del presidente della Camera Lorenzo Fontana.

La dimensione internazionale del confronto è emersa dalla partecipazione di Gerassimos Thomas, direttore generale della Direzione generale della Fiscalità e dell’Unione doganale (DG TAXUD) della Commissione europea; Judson Murdock, Deputy Executive Assistant Commissioner dell’Office of Field Operations della US Customs and Border Protection; e Suleiman bin Masoud Al-Ghafri, direttore esecutivo dell’Autorità dell’Unione doganale del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Presenti anche i vertici doganali di Irlanda, Turchia, Tunisia, Grecia, Germania, Paesi Bassi, Emirati Arabi Uniti e Bahrain, insieme a rappresentanti del mondo accademico, della ricerca e delle imprese.

Il punto centrale riguarda il rapporto tra infrastrutture e procedure. “La qualità delle procedure doganali è parte integrante della qualità complessiva di una rotta commerciale”, ha sottolineato Alesse. Anche un corridoio sostenuto da investimenti portuali, ferroviari e logistici rischia infatti di non esprimere il proprio potenziale se le merci incontrano regole poco chiare, sistemi informativi incompatibili o controlli difficili da coordinare lungo il percorso.

Secondo il direttore dell’ADM, la crisi di Hormuz ha contribuito ad accelerare la ricerca di itinerari alternativi, mentre l’aumento dei costi logistici e assicurativi ha reso ancora più rilevante la prevedibilità degli scambi. Le amministrazioni doganali devono affrontare queste trasformazioni insieme alla crescita dell’e-commerce, all’evoluzione tecnologica e alla maggiore sofisticazione dei traffici illeciti. La sfida è garantire controlli efficaci senza compromettere la fluidità del commercio legittimo.

Nel messaggio istituzionale, Fontana ha richiamato la necessità di rafforzare il dialogo tra Stati e la condivisione di strumenti capaci di rendere più solide le catene logistiche. Ha inoltre indicato il possibile ruolo dell’Italia nel promuovere la cooperazione tra Europa, Asia, Mediterraneo e Golfo, collegando l’efficienza delle dogane alla competitività delle imprese e alla fiducia reciproca tra Paesi.

La questione ha una dimensione infrastrutturale immediata. Nel suo intervento, Rixi ha ricordato come il settore marittimo abbia continuato a garantire gli approvvigionamenti europei nonostante le tensioni lungo alcune delle principali direttrici internazionali. Mantenere questa capacità di adattamento richiede però interventi che vadano oltre il potenziamento fisico dei porti.

Il viceministro ha insistito sull’esigenza di uniformare le procedure negli scali italiani, ampliare il pre-clearing, che permette di anticipare le verifiche documentali prima dell’arrivo delle navi, e sviluppare sistemi informatici integrati. La distinzione riguarda soprattutto i tempi: le nuove infrastrutture richiedono investimenti e lavori pluriennali, mentre la semplificazione amministrativa e la digitalizzazione possono migliorare più rapidamente la gestione dei traffici. Rixi ha richiamato anche le iniziative di cooperazione con India ed Egitto per facilitare i collegamenti commerciali e la possibilità di rafforzare la presenza italiana in infrastrutture portuali estere attraverso collaborazioni con operatori locali.

Le quattro sessioni della conferenza hanno affrontato queste questioni da prospettive complementari: gli effetti delle trasformazioni geoeconomiche sugli investimenti e sulla logistica nel Mediterraneo allargato, il contributo delle dogane alla connettività tra Europa e Asia, gli strumenti di cooperazione tra operatori economici e le priorità delle nuove politiche doganali. Al centro del confronto sono emersi lo scambio anticipato delle informazioni, l’interoperabilità dei sistemi digitali, la tracciabilità delle spedizioni e il mutuo riconoscimento dei programmi di Operatore Economico Autorizzato (Authorized Economic Operator, AEO). Quest’ultimo meccanismo consente di tradurre l’affidabilità riconosciuta alle imprese in facilitazioni concrete negli scambi internazionali.

La cooperazione doganale assume anche una funzione diplomatica. Andrea Mazzella, ministro plenipotenziario e direttore dell’Ufficio relazioni internazionali dell’ADM, ha descritto il dialogo tra amministrazioni come uno strumento per mantenere operativi i collegamenti commerciali anche in condizioni di instabilità. La condivisione dei dati, l’armonizzazione delle procedure e lo sviluppo di corridoi facilitati possono contribuire alla costruzione di rapporti di fiducia tra economie con interessi e sistemi regolatori differenti.

Per l’Unione europea, il tema riguarda la capacità di presentarsi in maniera più coordinata nei rapporti con i partner esterni. Mazzella ha richiamato l’opportunità di superare la frammentazione delle iniziative nazionali, favorendo accordi operativi e una maggiore integrazione tra i sistemi logistici che attraversano Mediterraneo, Golfo e Asia. Una cooperazione doganale più coerente potrebbe così rafforzare anche la proiezione economica e diplomatica europea.

Questa prospettiva riguarda direttamente il futuro dei corridoi commerciali alternativi, a partire dall’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC). L’Italia continua a considerare il progetto una possibile forma di ridondanza geoeconomica, come ha ricordato l’ambasciatore Francesco Maria Talò, inviato speciale italiano per il corridoio. La realizzazione di nuove connessioni richiede investimenti nei porti, nelle ferrovie e nella logistica, ma la loro efficienza dipenderà anche dalla compatibilità delle procedure doganali lungo l’intero tragitto delle merci.

Nelle conclusioni, Alesse ha indicato tra le prospettive di lavoro lo sviluppo dei corridoi doganali facilitati e una maggiore capacità di coordinamento e sostegno reciproco tra amministrazioni nelle situazioni di crisi. Il coinvolgimento di istituzioni, imprese e centri di ricerca risponde alla necessità di individuare strumenti operativi capaci di aumentare la prevedibilità degli scambi e sostenere la competitività economica.

Per l’Italia, la questione riguarda il posizionamento del sistema portuale nel Mediterraneo allargato e la capacità di intercettare flussi commerciali in trasformazione. Per l’Unione europea, investe la possibilità di rendere la politica doganale esterna più coerente con le proprie ambizioni economiche e strategiche. Le crisi delle rotte marittime hanno mostrato quanto la continuità del commercio dipenda dalla capacità di adattare rapidamente i collegamenti internazionali. L’efficienza delle dogane e la cooperazione tra amministrazioni contribuiranno a determinare quali dei nuovi corridoi tra Europa, Medio Oriente e Asia riusciranno a tradurre gli investimenti infrastrutturali in connessioni commerciali affidabili.

Da Toronto un asse tra Italia e Canada su economia e sicurezza

30 October 2026 at 14:23

Non solo Ottawa rivendica un ruolo nella costruzione degli equilibri internazionali, ma mostra chiare affinità progettuali con Roma e con le priorità che il governo ha da tempo cerchiato in rosso nello scacchiere internazionale. La missione del sottosegretario agli esteri Maria Tripodi al Forum imprenditoriale Italia–Canada, che si è svolto a Toronto, è un’ulteriore dimostrazione di come i due Paesi siano legati da visioni comuni, sia alla voce interscambio che alla voce geopolitica.

Il Forum

Il Canada è un mercato sempre più strategico per il Made In Italy, basti pensare che lo scorso anno l’export italiano ha raggiunto 6,33 miliardi di euro e, nei primi sette mesi del 2026, ha registrato un’ulteriore crescita del 4,2%. Numeri che confermano una realtà ormai certificata: l’Italia è oggi l’8° fornitore del Canada e il 12° cliente per l’export canadese. Il Forum imprenditoriale Italia–Canada, che si è svolto a Toronto alla presenza del sottosegretario Tripodi, su delega del ministro Antonio Tajani, rappresenta dunque un appuntamento fondamentale per rafforzare gli scambi commerciali e gli investimenti tra i due Paesi e creare nuove opportunità di collaborazione per le imprese italiane. Promosso dalla Farnesina, in collaborazione con Agenzia Ice, la Direzione Nazionale Armamenti del ministero della Difesa e Canadian Chamber of Commerce, ha visto snodarsi tre panel tematici dedicati a industria avanzata; energia, minerario e infrastrutture; difesa, aerospazio e sicurezza cibernetica. La cornice del sistema-Paese italiano è stata garantita dalla presenza dell’Agenzia Ice, del Gruppo Cassa Depositi e Prestiti, di Simest, di Sace, di Unioncamere e della rete diplomatica e consolare che ha accompagnato le imprese italiane nell’accesso a un mercato ad alto potenziale, mettendo a sistema competenze, strumenti e relazioni per rafforzarne la presenza internazionale.

Sicurezza economica e sviluppo di sinergie

Due gli obiettivi strategici dell’Italia, messi nero su bianco da Tripodi, la sicurezza economica e lo sviluppo di sinergie. “Il Canada – ha spiegato l’esponente del governo – è un partner di particolare rilievo per l’Italia, con cui condividiamo l’interesse a rafforzare la sicurezza economica, diversificare gli approvvigionamenti e sviluppare nuove sinergie industriali e tecnologiche. La complementarità delle nostre economie, unita alle opportunità offerte dal Ceta, crea le condizioni per sviluppare nuove collaborazioni ad alto valore aggiunto. Nel Piano d’Azione per l’Export, il Canada è un Paese prioritario: vogliamo tradurre questa convergenza strategica in maggiori opportunità di crescita, investimenti e competitività per le nostre imprese”.

Valori e realismo: l’agenda canadese

Come recentemente ribadito da Elissa Golberg, ambasciatrice del Canada in Italia, alla Sioi in occasione della presentazione dell’ultimo numero della rivista Formiche, la strategia canadese mescola valori e realismo: ovvero da un lato produttività, infrastrutture e capacità tecnologiche per ridurre l’esposizione agli shock esterni e valorizzare risorse e capitale umano, dall’altro la collaborazione tra medie potenze, che appartiene alla tradizione diplomatica canadese ma oggi assume un’urgenza maggiore. “Abbiamo un’influenza notevole dal momento in cui agiamo insieme e non individualmente. La finalità è perseguire un’autonomia strategica, non la rivalità strategica”, aveva osservato il diplomatico.

È il turno della Germania. Cosa muove i giovani europei nelle proteste

30 October 2026 at 14:14

È arrivato il turno della Germania. Dopo le manifestazioni delle ultime settimane in Francia, Italia, Belgio, Spagna, Portogallo, Albania e Serbia, per le giornate del 31 ottobre e 1° novembre sono previste proteste in alcune città tedesche. Le autorità temono una degenerazione violenta come accaduto in altri Paesi. Il movimento si è organizzato, anche in Germania, tramite la rete con un sito chiamato “Gen-Z regelt” (“la Generazione Z comanda” in tedesco, come si legge su Dw, e sono in programma proteste in 23 città della Germania.

I giovani appartenenti alla Generazione Z, nati tra il 1995 e 2010, rimproverano ai genitori non avere fatto abbastanza per combattere il cambiamento climatico e per avere permesso un divario enorme tra i più poveri e i più ricchi, differenza che continua ad aumentare nel tempo. Ugualmente, protestano per chiedere opportunità di ingresso del sistema scolastico.

Negli altri Paesi tra i motivi delle proteste ci sono anche la crisi abitativa (i prezzi alti degli affitti e l’impossibilità di accedere ai contratti), l’alto costo della vita e il deterioro dei servizi pubblici, incluso il sistema sanitario. Sebbene le rivendicazioni siano diverse, il malessere è comune e si basa sull’incertezza economica e la percezione che le istituzioni e lo Stato non rispondono alle necessità dei cittadini, specialmente dei giovani.

Maria Silvestre, professoressa di Sociologia dell’Università di Deusto, in Spagna, ha spiegato a France 24 che ci sono determinate circostanze che possono agire come una “scintilla” capace di trasformare lo scontento accumulato in mobilitazione collettiva. Per i ragazzi della Generazione Z non si tratta solo di difficoltà economiche immediate ma dell’impossibilità di potere accedere a una casa, nel futuro, trovare un lavoro stabile e godere della sicurezza dei servizi pubblici per costruire un progetto di vita. Julius Fintelmann del “The European Correspondent” sintetizza questo sentimento come una frustrazione di fronte alla politica che non risponde ai bisogni dei più giovani. Mentre in Spagna e in Francia si protesta per la situazione abitativa, in Albania e in Serbia si manifesta contro la corruzione.

La tensione sociale coincide con un cronogramma elettorale importante e con un contesto internazionale incerto sul sostegno dell’Europa all’Ucraina e l’ingerenza russa in alcuni Paesi della Nato.

In questo ambiente, “le strade sono diventate uno scenario dove confluiscono richieste economiche, sociali e politiche – si legge sull’emittente France 24 -. Dalla manifestazione per la casa nella penisola iberica fino alle proteste contro la corruzione nei Balcani, la sfida per i governi europei consiste in rispondere a rivendicazioni che, anche se nascono da problemi diversi, condividono una stessa domanda: quali opportunità può offrire Europa alle generazioni presenti e future”.

Le prime parole pubbliche di Christa Pike dopo la fallita esecuzione: “Provo un dolore costante”

La donna sopravvissuta a un'iniezione letale in Tennessee il mese scorso: “Ferita dall'incompetenza che ha messo così tante persone in questa terribile situazione. Continuo a pensare alla famiglia della mia vittima e al terribile dolore e alla perdita che hanno subito”

Francia, rischio disordini durante la notte Halloween. Il governo schiera 70mila agenti

Il governo teme una nuova escalation di violenze dopo oltre un mese di proteste. Il ministro dell’Interno Nuñez lancia l’allarme per i raduni convocati sui social nella notte tra il 31 ottobre e il 1 novembre: “Non tollereremo eccessi, nessuno con il capo coperto con il pretesto...

Non provocate Mosca. Cosa significa il non fate rumore di Washington

30 October 2026 at 11:52

Basta ricorrere a una retorica dura contro Mosca. L’altolà è arrivato da Washington nel corso delle ultime settimane, e rappresenta un segnale evidente di come stiano mutando drasticamente le logiche che regolano i rapporti nel triangolo Stati Uniti-Europa-Russia. Secondo la Reuters, che ha ottenuto la notizia da funzionari statunitensi ed europei con una conoscenza diretta della questione, la richiesta sarebbe stata avanzata da Washington in una serie di colloqui bilaterali con diversi Paesi europei. Tra questi, le fonti menzionano con certezza Estonia, Lettonia e Lituania, ma non escludono che un simile messaggio sia stato convogliato anche ad altri Paesi.

E oltre al cosa, è interessante soffermarsi anche sul chi, poiché a trasmettere questo messaggio agli alleati del Vecchio Continente nel corso dei suddetti colloqui bilaterali sarebbe stato il sottosegretario alla Difesa con delega alla policy Elbridge Colby, figura di un certo rilievo nell’amministrazione Trump già nota per essere un fervente sostenitore del disengagement statunitense dall’Europa.

Alcuni dettagli contribuiscono a stemperare la tensione. Queste richieste, come sottolineano le stesse fonti, non sarebbero state trasmesse con aggressività e “in modo conflittuale”, e da parte statunitense il riferimento non sarebbe stato alla retorica generale, ma all’uso di specifiche espressioni impiegate dalle figure istituzionali europee, come ad esempio quella del “topo costretto all’angolo” impiegata poche settimane fa dal primo ministro estone Kristen Michal in riferimento al leader russo Vladimir Putin, espressione usata per contestualizzare il crescente ricorso ad azioni di sabotaggio in Europa come diretta conseguenza dello stallo registrato sul campo di battaglia ucraino. Inoltre, uno dei funzionari europei a conoscenza dei fatti ha riportato anche altre espressioni impiegate dai partner statunitensi nel corso dei colloqui: “Vi stiamo aiutando. Gli americani sono lì. Basta che non facciate troppo rumore. Non date nell’occhio”.

Ma a rendere particolarmente rilevante la faccenda è la tempistica. Le pressioni del Pentagono sono infatti arrivate nelle stesse settimane in cui tra Washington e Mosca si è registrato un riavvicinamento sempre più concreto. A inizio ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un’intesa con Putin per riportare sul mercato il gasolio russo e ha allentato le sanzioni sui carburanti, mentre in contemporanea i rapporti con Kyiv toccavano il punto più basso degli ultimi mesi. Poche settimane dopo, l’inviato speciale Steve Witkoff è stato ricevuto da Putin a San Pietroburgo, con il quale avrebbe portato avanti una discussione su possibili cooperazioni in ambito economico tra Stati Uniti e Russia, da joint venture energetiche al Nord Stream, e dall’affaire Lukoil alla gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dossier che toccano direttamente gli interessi europei, ma che non sono stati discussi con questi ultimi. In questa cornice, l’invito a non “fare rumore” assume un valore completamente diverso. Che potrebbe causare malumori, se non spingere a qualcosa di più.

Sessanta imprese italiane a Misurata. La missione che guarda anche all’Africa

30 October 2026 at 11:11

Non soltanto incontri tra imprese. La missione di sessanta aziende italiane nella Misurata Free Zone, in programma dal 31 ottobre al 4 novembre, affianca alla componente commerciale una dimensione istituzionale e un’apertura verso l’Africa centrale e subsahariana. Un’iniziativa che punta a consolidare i rapporti economici tra Italia e Libia, mettendo in contatto aziende, amministrazioni e potenziali committenti.

Il percorso da Roma a Misurata

Organizzata dalla Camera di Commercio Italo Libica in collaborazione con l’ambasciata d’Italia a Tripoli e Unioncamere, la missione prosegue il percorso avviato nella capitale italiana con il Road Show dedicato alla zona franca di Misurata. Ad accompagnare la delegazione saranno il presidente della Camera, Nicola Colicchi, e il direttore generale Francesco Muraca.

Secondo il programma, ad attendere le imprese italiane ci saranno circa 250 aziende di Tripoli, Misurata e Bengasi, insieme a rappresentanti del governo libico, enti e committenti pubblici. Gli incontri istituzionali si affiancheranno agli appuntamenti tra operatori economici, con l’obiettivo di tradurre i contatti in accordi e collaborazioni.

I settori e la componente istituzionale

La composizione della delegazione restituisce l’ampiezza degli ambiti interessati: costruzioni e infrastrutture, energia, petrolio e gas, agroalimentare, telecomunicazioni, logistica e trasporti. A questi si aggiungono meccanica, manifattura, sanità, farmaceutica, formazione, servizi finanziari e assicurativi, arredamento, design ed energie rinnovabili.

Alla componente imprenditoriale si accompagnerà quella istituzionale italiana. Sono annunciate, tra le altre, le presenze dell’Istituto zooprofilattico Umbria Marche e di Annalisa Tardino, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Occidentale.

Gli interlocutori libici

L’elenco degli invitati sul versante libico comprende i ministeri dell’Economia e del Commercio, dei Trasporti, dell’Industria e dei Minerali, del Petrolio e del Gas, dell’Agricoltura e dell’Ambiente.

Sono stati invitati anche l’Autorità per la Promozione degli Investimenti, l’Autorità Doganale, la Società Libica dei Porti, l’Aeroporto Internazionale di Misurata, la LISCO, la Banca Estera Libica, l’Unione delle Camere di Commercio e il Comune di Misurata. Un insieme di interlocutori che affianca alle opportunità commerciali i temi degli investimenti, dei collegamenti e dei servizi necessari alle attività delle imprese.

La prospettiva africana

A caratterizzare il programma è anche il previsto coinvolgimento delle ambasciate di Niger, Ciad e Sudan. La missione guarda dunque oltre il solo rapporto bilaterale, attraverso il confronto con rappresentanze diplomatiche e commerciali dell’Africa centrale e subsahariana.

Nelle cinque giornate è prevista la firma di protocolli di collaborazione e memorandum d’intesa. L’obiettivo dichiarato è mettere in relazione l’offerta italiana con le esigenze di investimento e crescita libiche: il passaggio dai contatti alle partnership sarà il terreno sul quale misurare gli sviluppi dell’iniziativa.

Bosnia, elicottero precipitato: ecco chi sono le quattro vittime. I ritratti

30 October 2026 at 08:40

Bosnia, elicottero precipitato: ecco chi sono le vittime

Nell’incidente che ha coinvolto un elicottero italiano impegnato nell’ambito dell’operazione Eufor Althea in Bosnia-Erzegovina, sono deceduti quattro militari: due appartenenti all’Esercito Italiano e due al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana (CRI). Ma chi sono le vittime? A perdere la vita sono stati Simone Ruggia e Claudio Marchesi, che appartenevano alla componente aerea dell’Esercito, e il tenente Franco Adriano Zecchillo e la sergente Laura Procacci della Croce Rossa.

Per Procacci – riporta Il Corriere della Sera – era la prima missione internazionale. Originaria di Andria, alla salute aveva dedicato tutta la sua vita: si era trasferita a Roma per studiare Medicina e durante l’Università si era impegnata nella Croce Rossa. Proprio lo scorso marzo aveva giurato come sergente, prima donna a raggiungere il grado di sottufficiale nel Corpo militare volontario della Croce Rossa italiana.

A questo corpo apparteneva anche il lombardo Zecchillo, tecnico di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare all’Ospedale di Legnano. Dal 1990 tenente della Croce rossa, aveva una grande competenza nelle attività di soccorso e intervento in casi di emergenza. Autore di numerose pubblicazioni, aveva tenuto diversi corsi ed era stato relatore di molte tesi di laurea alle Facoltà di Medicina delle Università di Milano e Varese.

Le vittime dell’Esercito

Ruggia e Marchesi erano tecnici di volo, e facevano parte del Primo reggimento Aviazione dell’esercito “Antares” di Viterbo. Ruggia era originario di Salerno. Era un appassionato di corsa e di immersioni subacquee. Sui social scrivevano di lui: “E tu Simone accetti e superi sempre nuove sfide”. Marchesi, 35 anni, era originario di Orvieto, nel Ternano. Appassionato di sci e calcio, sport che aveva praticato da ragazzo. Oltre ai quattro morti, nella tragedia di ieri si contano anche undici feriti (dieci militari dell’Esercito e uno della Croce Rossa): “Nessuno di loro versa in pericolo di vita“, ha precisato ieri sera il ministero della Difesa.

Da quanto è trapelato ieri sera, il Chinook precipitato subito dopo il decollo era partito mercoledì proprio dalla base nella città laziale, e dopo una tappa all’aeroporto militare di Pratica di Mare, aveva raggiunto la Bosnia. Allo stesso raggruppamento apparteneva anche l’elicottero precipitato ad Abu Dhabi nel 1980, un incidente durante una dimostrazione che costò la vita a tredici persone.

L'articolo Bosnia, elicottero precipitato: ecco chi sono le quattro vittime. I ritratti proviene da Affaritaliani.it.

Leone XIV ha votato per corrispondenza alle elezioni di metà mandato negli Usa: “Diritto e dovere”

La notizia del Chicago Sun-Times confermata dalla Santa Sede. Il Papa è registrato a New Lenox, in Illinois. Il Vaticano: “Esprime la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici”. Nei mesi passati gli attriti con Trump

Russia, chiude Novaja Gazeta: “Ci hanno uccisi”. Cala il silenzio sull’ultimo giornale d’opposizione

Dopo anni di censura, perquisizioni e intimidazioni, la storica testata indipendente annuncia la cessazione delle attività dal 9 novembre. Fondata con il sostegno di Gorbaciov, ha avuto tra le sue firme Anna Politkovskaja, assassinata nel 2006, e tra i direttori il Nobel per la...

Dalle colonne corazzate agli assalti a ondate. Come cambia la guerra russa

30 October 2026 at 07:31

L’esercito russo che combatte oggi in Ucraina ha poco a che vedere con quello che varcò il confine nel febbraio 2022. Le colonne corazzate lanciate in profondità sono sparite. Al loro posto c’è una pressione continua su un fronte ampio, esercitata da piccoli gruppi d’assalto di quattro-otto uomini che avanzano a ondate successive contro lo stesso obiettivo. È il quadro tracciato da Hlib Parfonov in un’analisi pubblicata dalla Jamestown Foundation, in cui l’autore prova anche a tradurre l’esperienza del conflitto in indicazioni operative per i Paesi baltici.

Il primo elemento su cui si concentra Parfonov nella sua analisi è il carattere “sacrificabile” della prima ondata degli attacchi, impiegata in funzione di “ricognizione col fuoco”, con il compito di costringere il difensore a rivelare le proprie postazioni, che vengono poi colpite da successive ondate più pesantemente armate e coordinate con droni e artiglieria. A questo fenomeno si affiancano quelli di frequenti azioni diversive su un fianco per attirare le riserve, così come quelli di cicli di addestramento di due-tre settimane su riproduzioni a grandezza naturale delle località da conquistare.

Il secondo elemento centrale nell’analisi di Parfonov riguarda l’impiego dei droni first person-view. Secondo l’esperto, questa tipologia di sistemi unmanned costituisce oltre il 90% dei sistemi senza pilota impiegati nella zona di combattimento, ed è responsabile di quasi il 70% delle distruzioni di mezzi corazzati russi.  E anche all’interno della categoria si sta assistendo ad una transizione: già a metà 2025 i droni guidati in fibra ottica superavano il 20% dell’impiego totale di droni Fpv, riducendo drasticamente l’efficacia della guerra elettronica.

L’autore valorizza anche l’autocritica russa. I quaderni di sintesi dell’esperienza di combattimento distribuiti alle truppe riconoscono il degrado dell’organico tradizionale, e lo stesso fa il segmento analitico dei canali Telegram filo-bellici. Le squadre di fanteria motorizzata hanno smesso di funzionare come elementi dell’ordine di battaglia e la fanteria si divide ormai tra unità “di tenuta” e “d’assalto”. Inoltre, mantenere una posizione impreparata per più di un giorno costa più perdite dell’attacco.

Come applicare dunque queste lezioni al teatro baltico? Parfonov riprende un’ipotesi operativa su un’eventuale offensiva contro la Lettonia, in cui l’attacco non punterebbe alle grandi città, ma seguirebbe invece l’asse Daugavpils-Rēzekne-Jēkabpils-Jelgava fino a Tukums, per spezzare il Paese, isolare Riga e imporre un “negoziato” alle condizioni di Mosca. Uno scenario plausibile, ma non con i numeri attuali: delle circa 17 divisioni previste per il 2025, infatti, la Russia ne ha costituite appena quattro, mentre il reclutamento di circa 400mila contrattisti basta a malapena a compensare le perdite. Cifre non sufficienti, conclude l’autore dell’analisi, per permettere la messa in atto di una simile operazione.

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