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Ilva, i mesi più duri: dagli 8.600 in cassa integrazione al rischio flop della vendita, cosa succede dopo lo stop agli altiforni

31 October 2026 at 17:24

Le certezze sono solo due: gli altiforni spenti e la cassa integrazione dilagante nei prossimi mesi. Per il resto l’Ilva è avvolta dalle nubi nere, questa volta metaforiche ma non meno drammatiche e incidenti sulla città. Dopo la sentenza della Corte di Cassazione che ha confermato la sospensione delle attività produttive nell’area a caldo della fabbrica a tutela di ambiente e salute, le incognite sul futuro dell’acciaieria e gli impatti economici su Taranto sono tutti lì sul tavolo. Si è chiusa un’epoca, ma l’era che si aprirà al momento è un buco nero che rischia di inghiottire le speranze di chi ha sempre immaginato la città senza il suo gigante d’acciaio. Perché, nonostante la difficoltà finanziaria e produttiva degli impianti sia nota da tempo, tanto da rendere difficile il passaggio a un privato al di là dei fronti giudiziari aperti, il governo che gestisce la più grande vertenza italiana da oltre quattro anni è arrivato impreparato a una fine annunciata.

Tanto per iniziare le casse della società che gestisce l’Ilva, Acciaierie d’Italia, sono dissanguate. Se qualcuno dovesse davvero rilevarla dovrà rimborsare un prestito da 340 milioni di euro fornito dallo Stato in due anni di amministrazione straordinaria per garantirne la sopravvivenza. È solo il primo scoglio di un’eventuale ripartenza della nuova mini-Ilva, destinata alla sola laminazione dell’acciaio che ora, visto lo stop agli altiforni, dovrà essere acquistato altrove. In campo ci sono tecnicamente due potenziali acquirenti, l’indiana Jindal e la cordata messa insieme da Federacciai. Hanno avanzato manifestazioni d’interesse, ma nessuna ha formalizzato un’offerta vincolante. E le voci che si rincorrono non sono rassicuranti. Negli ultimi tavoli a Palazzo Chigi, Jindal non è mai stata tirata in ballo quando si parlava del futuro, mentre sembrerebbero crescere perplessità da parte degli acciaieri italiani sulla fattibilità dell’operazione di acquisto a causa di costi ingenti per far ripartire Taranto, Genova, Novi e Racconigi con una previsione di scarsa marginalità per almeno un biennio.

Le carte verranno scoperte l’8 novembre, data entro la quale bisognerà imbustare eventuali proposte d’acquisto. Ancor più fosco il quadro riguardo a un eventuale piano industriale: conterrà anche la volontà di costruire un forno elettrico, prevedendo quindi una fabbrica che nel medio termine abbia la possibilità di produrre autonomamente acciaio svincolandosi dalla fluttuazione dei prezzi di mercato? Qualsiasi sia l’evoluzione, non si scappa dal dramma occupazionale. In uno scenario intermedio – vendita, senza previsione di forni elettrici – le stime sindacali sono concordati: basteranno poco più di 2.000 dipendenti per far funzionare gli impianti. Attualmente l’Ilva conta 9.626 lavoratori, compresi i quadri. A conti fatti ballano, per difetto, almeno 6.000 esuberi diretti. Un dato al quale bisogna aggiungere il diluvio di licenziamenti che finirà per colpire l’indotto tra servizi, logistica, trasporti, edili e multiservizi. Si parla di almeno 5.000 addetti a rischio solamente a Taranto.

Bene che andrà, ci saranno da ricollocare o accompagnare al pensionamento 11mila lavoratori. Considerando un numero medio di componenti per famiglia pari a 2,5 secondo l’Istat nella provincia jonica, le ripercussioni interesseranno 27.500 persone. Il governo sta studiando appositi provvedimenti – prepensionamenti, incentivi alla riassunzione e una norma per il lavoro usurante – ma dovrà fornire un supporto finanziario congruo per coprire numeri così importanti. La dotazione, insomma, farà la differenza tra tutele e dramma sociale. E quello dei soldi pubblici da mettere in campo, in una vicenda che ha risucchiato risorse tra i 3,6 e i 4 miliardi di euro dall’inizio della crisi, non è un problema secondario. Al conteggio bisogna aggiungere i fondi necessari (187 milioni di euro già stanziati) per garantire massicci ammortizzatori sociali nei prossimi mesi, durante i quali i livelli di laminazione saranno incerti e intermittenti. Il supporto statale al reddito di tutti i contrattualizzati durerà presumibilmente fino all’estate, stando alle tempistiche per la vendita indicate dalla ministra del Lavoro Marina Calderone.

I commissari straordinari hanno avanzato una richiesta di cassa integrazione per 8.622 dipendenti, circa il 90% della forza lavoro, e il piano di emergenza sviluppato per la gestione dei prossimi mesi prevede brevi periodi lavorativi a Taranto e Genova, grazie ad alcune commesse e a materiali acquistati sul mercato, mentre Novi e Racconigi resteranno fermi fino alla primavera. Tutti gli impianti, tra l’altro, chiuderanno dal 19 dicembre al 10 gennaio. Ancor più complicata la situazione dell’indotto, anche in questo caso: i fondi per la cassa integrazione sono destinati ai lavoratori delle imprese che abbiano realizzato almeno il 50 per cento del fatturato con Acciaierie d’Italia nell’ultimo biennio. La specifica apre un problema di enorme portata. Un esempio per tutti: la mensa interna e pulizie dello stabilimento di Taranto sono gestite da Pellegrini, società che ha sedi in tutta Italia e quindi non realizza metà dei suoi incassi attraverso l’appalto con AdI. Ma i dipendenti coinvolti direttamente nella commessa sono 470 e, alla luce di come il governo ha perimetrato la norma, resterebbero esclusi dagli ammortizzatori rischiando un licenziamento immediato.

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Ita Airways avvia procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratori: tra le cause guerra, costo carburante e AI

29 October 2026 at 13:34

Ita Airways comunica l’avvio di una procedura di licenziamento collettivo per 226 lavoratrici e lavoratori. Coinvolto sia personale di volo che di terra. Lo riporta Repubblica. Le motivazioni addotte dalla compagnia controllata per il 41% da Lufthansa sono plurime: l’impatto della guerra sul costo del carburante, la brusca frenata nei progetti di espansione, il rallentamento nella vendita dei biglietti, oltre alla trasformazione tecnologica dettata del sempre maggiore utilizzo dell’intelligenza artificiale. Tutte le ragioni sono riconducibili alla necessità di ridurre i costi. Al 15 ottobre 2026, Ita Airways conta 5.269 dipendenti: il licenziamento dei 226 lavoratori – 10 piloti, 90 assistenti di volo e 126 addetti d terra – equivarrebbe alla perdita del 4,3% del personale complessivo.

Non è ancora noto il numero effettivo di lavoratori che lasceranno la compagnia, dal momento che criteri di scelta ed eventuali alternative saranno oggetto di confronto tra sindacati; tuttavia, la società ha fatto sapere che gli esuberi sono “strutturali” e non temporanei, dunque i tagli ci saranno. Le prime lettere di licenziamento potrebbero essere recapitate già entro il 30 dicembre 2026. La compagnia, tra l’altro, non ha predisposto scivoli o incentivi economici aggiuntivi rispetto a quelli che stabiliscono la legge e i contratti collettivi di categoria: spetterà ai sindacati chiedere questo tipo di agevolazioni all’uscita durante la contrattazione con l’azienda.

La prima motivazione addotta dalla compagnia riguarda il costo del carburante: Ita Airways ricorda che, per effetto delle guerre in Ucraina e in Medioriente, il jet fuel è passato da 670 a 1.700 dollari per tonnellata. I conflitti, inoltre, hanno imposto la modifica delle rotte aeree, spesso allungate, comportando un incremento nei costi delle tratte, a cui è conseguentemente corrisposta una riduzione della vendita dei biglietti. Sono state dunque preferite scelte low cost, vicine e percepite come meno rischiose. Sempre sul tema carburante, viene anche ricordata la carenza che a luglio aveva inciso sull’operatività della compagnia.

I problemi sono stati rinvenuti anche nella componentistica degli aeromobili: i difetti sui motori Pratt & Whitney hanno tenuto a terra alcuni velivoli di nuova generazione, mentre il costruttore Airbus è stato costretto a rinviare diverse consegne. La flotta operativa di Ita Airways, dunque, si è rivelata più piccola del previsto, e ciò ha rallentato i piani di espansione sui collegamenti intercontinentali; e ciò proprio mentre all’aeroporto Milano Malpensa è stato deciso l’ampliamento dei “diritti di quinta libertà”, che comporta il permesso per vettori stranieri di aumentare i collegamenti internazionali tra Italia e Paesi stranieri.

Ci sono poi la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale a complicare ulteriormente il quadro lavorativo: alcune attività amministrative e organizzative saranno automatizzate, e parte dei programmi e delle strutture verranno messe a disposizione dalla casa madre Lufthansa, eliminando i doppioni che si verranno a creare. Ita Airways comunica inoltre che sarà ampiamente utilizzata l’intelligenza artificiale agentica, capace di svolgere autonomamente alcuni compiti, e perciò necessiterà l’assunzione di alcune figure specializzate nell’automazione e nel machine learning. Da qui il tema dei percorsi di formazione o riqualificazione annunciati dall’azienda, che presenterà ai sindacati un piano formativo per “ricollocare internamente, anche tra reparti diversi, una significativa parte di personale”.

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