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Halloween e dintorni: da Shaun, Operazione Z.U.C.C.A. all’horror di Federico Zampaglione

31 October 2026 at 06:44

Posto che la festa di Halloween oramai l’abbiamo così superficialmente sdoganata quasi da sostituirla al nostro povero Carnevale, arrivati a questo momento dell’anno, in sala dobbiamo confrontarci con un bouquet di horror. Ne esploriamo cinque, o quasi, più un drammatico d’autore, completamente diverso.

Con It Ends ci ritroviamo in auto con quattro giovani amici che viaggiando imboccano una strada tra i boschi, un rettilineo d’asfalto isolato nella natura apparentemente senza soluzione di continuità. L’horror di Alexander Ullom procede come uno smarrimento d’infinito non-sense, al tempo stesso forza e fragilità della sua opera prima. L’assurdità di una strada senza fine né alternativa, oltre a una strana minaccia tra i boschi, drammaturgicamente si muove sul grande schermo come un incubo: illogica e ripetitiva quanto perturbante. Il film è stato accostato a Backrooms e Obsession anche per giovinezza degli autori, ma in realtà si basa su disagio e paranoia puri per un loop d’inconoscibile che riflette il nostro tempo di certezze rassicuranti cadute e tensioni costanti. Direzione discreta, ma si basa soprattutto su un plot semplicissimo e d’impatto sinistro. Per agli amanti dei film scomodi e irrisolvibili.




Horror vuol dire libertà, e soprattutto fantasia, quindi incastonarlo come incipit in un film d’animazione per bambini come fa il mirabolante Shaun, Vita da Pecora: Operazione Z.U.C.C.A., fa sorridere viso e cuore. Le celebri pecorelle in stop-motion della fortunata saga creata dalla britannica Aardman Animations – la stessa allegra brigata di Wallace & Gromit e Galline in Fuga, per intenderci – che ha messo insieme un altro film muto e spassosissimo che parla più di mille monologhi.

Si tratta di una storia ancora più movimentata del solito, dove le pecorelle e il loro pastore si ritrovano a doversi “salvare” a vicenda da un Halloween di zucche rotte, mutazioni genetiche, mostruosi esperimenti in forma di malintesi tutti da ridere. La miriade di citazioni cinematografiche da Frankenstein a Ritorno al Futuro intrigheranno anche navigati cinefili e genitori, ma il pubblico dei piccoli si troverà di fronte a un capolavoro di genialità e buon umore. Un’avventurosa parodia coloratissima e fracassona che mette alla berlina gli elementi horror e i mostri dal Bigfoot agli zombie utilizzando altrettanti trucchi, trucchetti, dolcetti e scherzetti del cinema comico iniziato da Mack Sennett e Buster Keaton. Letteralmente imperdibile per tutti.




Veniamo all’unico titolo drammatico. La maison de fammes è l’opera prima della regista francese Mélisa Godet. Una storia di donne in aiuto in una struttura francese che non voglio introdurvi io, perché il film è stato patrocinato in Italia da Amnesty International, e da due altre associazioni.

Infatti da Rete Nazionale Differenza Donna la Presidente Elias Ercoli ha dichiarato: “Un film straordinario e potente che racconta i Centri antiviolenza come laboratori di costruzione di libertà, di rinascita, di riappropriazione delle proprie vite e di messa in crisi di un sistema millenario di sopraffazione e violenze. Narrare oggi questa realtà significa rafforzare il pensiero critico, agire una diffusione di conoscenza e consapevolezza che è indispensabile nella contemporaneità. Come Rete Nazionale Differenza Donna ci riconosciamo nella idea di fondo del film di vivere l’impegno per i diritti delle donne con unicità, passione e determinazione in quanto paradigmatico delle gerarchie e oppressioni delle società globali”.

Invece da Kering Foundation, la Chief Sustainability e Institutional Affairs Officer e Vicepresidente Marie Claire Daveau ha sottolineato: “Accompagnare questo film, nato dall’esperienza della Maison des Femmes che Kering Foundation ha avuto il privilegio di sostenere fin dai suoi esordi, significa contribuire a dare voce a storie e percorsi che troppo spesso rimangono invisibili. Da quasi vent’anni, Kering Foundation si impegna al fianco di coloro che lavorano per prevenire la violenza contro le donne e accompagnare le sopravvissute nel loro percorso di ricostruzione. Attraverso questo film, desideriamo contribuire a far conoscere più da vicino la realtà di queste violenze, ma anche l’importanza di un accompagnamento specializzato e multidisciplinare. La sua distribuzione in Italia rappresenta una nuova occasione per sensibilizzare il pubblico e far risuonare questo messaggio oltre confine”.




Torniamo agli incubi di Halloween ritrovandoci sottobraccio a Federico Zampaglione, artista dalla doppia anima, vellutata e musicale da una parte, truce e cinematograficamente spietata dall’altra. Il 5 novembre esce The Nameless Ballad, dove un cantante pop di successo è atteso al varco del secondo album. Il suo preoccupante stallo creativo, nonostante la villa isolata predisposta a scrittura e incisioni, s’incrocerà con il passato di uno spettro.

Ci eravamo lasciati con l’ottimo The Well. Qui per ambientazione ci si ripete un po’, si asciugano molto narrazione e cast, dove spicca Fabrizio Ferracane come inserviente della misteriosa villa, mentre il regista si concentra sui tempi morti della crisi creativa, forse più sentita in empatia cantautoriale, ma ci monta intorno un ghost movie con meno idee forti del suo precedente. Qualche jumpscare ben girato, ma prevedibile, il nostro Zampaglione regista può fare molto di meglio.




Il ritorno di Eli Roth invece rappresenta la perfetta allegoria splatter da Halloween per un pubblico di adolescenti. In una cittadina americana il gelataio, altro che il carretto di Battisti, spaccia gelati ai bambini che li renderanno piccoli assassini pralinati a caccia di adulti. Ice Cream Man è un film di zombie senza zombie. Stessa modalità survival per i piccoli protagonisti che dovranno evitare quei gelati cercando di scoprire chi sia quel gelataio più infingardo di un Freddy Krueger ma con la faccetta buffa da Maccio Capatonda.




Chiudiamo la nostra Notte delle Streghe con Ferine, opera prima di Andrea Corsini, dove le cose sbilenche sono un bel po’. Una ricca borghese traumatizzata dalla perdita di una neonata prima letteralmente comprata di nascosto da una sala parto, poi sbranata da un giaguaro fuggito dal furgone di una cacciatrice, inizia a presentare manie cannibali.

Il lavoro diretto alla bene e meglio sfodera una sequela di brutalità rivoltanti piene di incoerenze narrative prive spesso di senso, sembra voglia portare messaggi matriarcali, o di denuncia vegana, chissà. Ad ogni modo per evitare inutili ringhi sanguinolenti su conigli crudi sarebbe meglio un pacato silenzio. A volte l’horror sa essere davvero brutto. E a prescindere, si dovrebbe poter vedere solo su uno schermo, mai nella realtà. #PEACE




L'articolo Halloween e dintorni: da Shaun, Operazione Z.U.C.C.A. all’horror di Federico Zampaglione proviene da Il Fatto Quotidiano.

Halloween e dintorni: da Shaun, Operazione Z.U.C.C.A. all’horror di Federico Zampaglione

31 October 2026 at 06:44

Posto che la festa di Halloween oramai l’abbiamo così superficialmente sdoganata quasi da sostituirla al nostro povero Carnevale, arrivati a questo momento dell’anno, in sala dobbiamo confrontarci con un bouquet di horror. Ne esploriamo cinque, o quasi, più un drammatico d’autore, completamente diverso.

Con It Ends ci ritroviamo in auto con quattro giovani amici che viaggiando imboccano una strada tra i boschi, un rettilineo d’asfalto isolato nella natura apparentemente senza soluzione di continuità. L’horror di Alexander Ullom procede come uno smarrimento d’infinito non-sense, al tempo stesso forza e fragilità della sua opera prima. L’assurdità di una strada senza fine né alternativa, oltre a una strana minaccia tra i boschi, drammaturgicamente si muove sul grande schermo come un incubo: illogica e ripetitiva quanto perturbante. Il film è stato accostato a Backrooms e Obsession anche per giovinezza degli autori, ma in realtà si basa su disagio e paranoia puri per un loop d’inconoscibile che riflette il nostro tempo di certezze rassicuranti cadute e tensioni costanti. Direzione discreta, ma si basa soprattutto su un plot semplicissimo e d’impatto sinistro. Per agli amanti dei film scomodi e irrisolvibili.




Horror vuol dire libertà, e soprattutto fantasia, quindi incastonarlo come incipit in un film d’animazione per bambini come fa il mirabolante Shaun, Vita da Pecora: Operazione Z.U.C.C.A., fa sorridere viso e cuore. Le celebri pecorelle in stop-motion della fortunata saga creata dalla britannica Aardman Animations – la stessa allegra brigata di Wallace & Gromit e Galline in Fuga, per intenderci – che ha messo insieme un altro film muto e spassosissimo che parla più di mille monologhi.

Si tratta di una storia ancora più movimentata del solito, dove le pecorelle e il loro pastore si ritrovano a doversi “salvare” a vicenda da un Halloween di zucche rotte, mutazioni genetiche, mostruosi esperimenti in forma di malintesi tutti da ridere. La miriade di citazioni cinematografiche da Frankenstein a Ritorno al Futuro intrigheranno anche navigati cinefili e genitori, ma il pubblico dei piccoli si troverà di fronte a un capolavoro di genialità e buon umore. Un’avventurosa parodia coloratissima e fracassona che mette alla berlina gli elementi horror e i mostri dal Bigfoot agli zombie utilizzando altrettanti trucchi, trucchetti, dolcetti e scherzetti del cinema comico iniziato da Mack Sennett e Buster Keaton. Letteralmente imperdibile per tutti.




Veniamo all’unico titolo drammatico. La maison de fammes è l’opera prima della regista francese Mélisa Godet. Una storia di donne in aiuto in una struttura francese che non voglio introdurvi io, perché il film è stato patrocinato in Italia da Amnesty International, e da due altre associazioni.

Infatti da Rete Nazionale Differenza Donna la Presidente Elias Ercoli ha dichiarato: “Un film straordinario e potente che racconta i Centri antiviolenza come laboratori di costruzione di libertà, di rinascita, di riappropriazione delle proprie vite e di messa in crisi di un sistema millenario di sopraffazione e violenze. Narrare oggi questa realtà significa rafforzare il pensiero critico, agire una diffusione di conoscenza e consapevolezza che è indispensabile nella contemporaneità. Come Rete Nazionale Differenza Donna ci riconosciamo nella idea di fondo del film di vivere l’impegno per i diritti delle donne con unicità, passione e determinazione in quanto paradigmatico delle gerarchie e oppressioni delle società globali”.

Invece da Kering Foundation, la Chief Sustainability e Institutional Affairs Officer e Vicepresidente Marie Claire Daveau ha sottolineato: “Accompagnare questo film, nato dall’esperienza della Maison des Femmes che Kering Foundation ha avuto il privilegio di sostenere fin dai suoi esordi, significa contribuire a dare voce a storie e percorsi che troppo spesso rimangono invisibili. Da quasi vent’anni, Kering Foundation si impegna al fianco di coloro che lavorano per prevenire la violenza contro le donne e accompagnare le sopravvissute nel loro percorso di ricostruzione. Attraverso questo film, desideriamo contribuire a far conoscere più da vicino la realtà di queste violenze, ma anche l’importanza di un accompagnamento specializzato e multidisciplinare. La sua distribuzione in Italia rappresenta una nuova occasione per sensibilizzare il pubblico e far risuonare questo messaggio oltre confine”.




Torniamo agli incubi di Halloween ritrovandoci sottobraccio a Federico Zampaglione, artista dalla doppia anima, vellutata e musicale da una parte, truce e cinematograficamente spietata dall’altra. Il 5 novembre esce The Nameless Ballad, dove un cantante pop di successo è atteso al varco del secondo album. Il suo preoccupante stallo creativo, nonostante la villa isolata predisposta a scrittura e incisioni, s’incrocerà con il passato di uno spettro.

Ci eravamo lasciati con l’ottimo The Well. Qui per ambientazione ci si ripete un po’, si asciugano molto narrazione e cast, dove spicca Fabrizio Ferracane come inserviente della misteriosa villa, mentre il regista si concentra sui tempi morti della crisi creativa, forse più sentita in empatia cantautoriale, ma ci monta intorno un ghost movie con meno idee forti del suo precedente. Qualche jumpscare ben girato, ma prevedibile, il nostro Zampaglione regista può fare molto di meglio.




Il ritorno di Eli Roth invece rappresenta la perfetta allegoria splatter da Halloween per un pubblico di adolescenti. In una cittadina americana il gelataio, altro che il carretto di Battisti, spaccia gelati ai bambini che li renderanno piccoli assassini pralinati a caccia di adulti. Ice Cream Man è un film di zombie senza zombie. Stessa modalità survival per i piccoli protagonisti che dovranno evitare quei gelati cercando di scoprire chi sia quel gelataio più infingardo di un Freddy Krueger ma con la faccetta buffa da Maccio Capatonda.




Chiudiamo la nostra Notte delle Streghe con Ferine, opera prima di Andrea Corsini, dove le cose sbilenche sono un bel po’. Una ricca borghese traumatizzata dalla perdita di una neonata prima letteralmente comprata di nascosto da una sala parto, poi sbranata da un giaguaro fuggito dal furgone di una cacciatrice, inizia a presentare manie cannibali.

Il lavoro diretto alla bene e meglio sfodera una sequela di brutalità rivoltanti piene di incoerenze narrative prive spesso di senso, sembra voglia portare messaggi matriarcali, o di denuncia vegana, chissà. Ad ogni modo per evitare inutili ringhi sanguinolenti su conigli crudi sarebbe meglio un pacato silenzio. A volte l’horror sa essere davvero brutto. E a prescindere, si dovrebbe poter vedere solo su uno schermo, mai nella realtà. #PEACE




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Festa del Cinema e Alice nella Città: 5 film imperdibili di cui si è parlato poco

26 October 2026 at 17:31

Chissà se i pesci negli acquari sono a disagio. Sembra chiederselo spesso con il suo sguardo Kamei, adolescente di Okinawa che galleggia tra le sue giornate estive prima di scegliere il suo futuro. The Color of the Sun è l’opera prima di Xavier Tera. Ci apre lo sguardo su un litorale asiatico dove basi militari e angherie post-coloniali Usa limitano i rintocchi della vita fin dai rombi dei caccia, che tuonano dal cielo neanche fossero campanili. Kamei si destreggia tra le prime esperienze sessuali con una ragazza, suo primo amore, e le prove di coraggio con la nuova amicizia simbiotica di un ragazzo americano legato alle basi.

Mentre sullo sfondo Okinawa manifesta, ambisce all’indipendenza e sviluppa forte diffidenza verso l’arroganza stelle e strisce. Con un rapporto di silenzi tra il protagonista e una madre in affanno, l’istantanea realista su questa piccola frazione di mondo così lontana presenta virtù e fragilità di tante opere prime veraci e giovanilistiche. Da una parte vivida e vibrante anche nei respiri lunghi, e con un finale aperto a varie letture. Ha esordito alla Mostra del Cinema Venezia, Orizzonti, mentre ad Alice nella Città era in sezione Sintonie.

Il primo film in lingua inglese di Kantemir Balagov è anche ambientato a Newark, Usa. Butterfly Jam racconta di un giovane padre, Barry Keoghan, alle prese con un figlio adolescente con un talento incredibile e un futuro probabile nella lotta libera. “Io posso fare marmellata con qualsiasi cosa”, dice il personaggio di Keoghan quando cucina a dei tipi loschi interessati al suo ristorante in difficoltà. Il titolo del film è proprio “marmellata di farfalle”.

La famiglia che andiamo a conoscere fa parte della comunità circassa, etnia russo-caucasica, e in un sol colpo, questo regista tra i promettenti in circolazione cuce intorno a quel fenomeno di Keoghan una messa in scena palpitante che si sposta tra la crescita accellerata del ragazzo, l’ottimo Talha Akdogan, e il passo rischioso del giovane padre che metterà a rischio ogni cosa.

Il rapporto padre/figlio, la lotta alla sopravvivenza, il discorso sull’identità culturale dell’immigrato e la genialità attoriale di Keoghan – uno che anche stavolta inventa nuove espressioni e movenze per il suo ragazzo padre – sono i punti di forza di questo film dal ritmo pizzicato su musiche folk caucasiche. Il film ha aperto quest’anno la Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes, è stato in concorso ad Alice nella Città e sarà nelle nostre sale dal 26 novembre. Da mettere in lista se amate registi come Arnolds e Baker.




Torniamo in Italia, anzi a Roma, dov’è ambientata questa liaison tra un ragazzo e una ragazza che negli anni ottanta si fiutano, si desiderano, ma si trovano troppo tardi. Poi diversi anni dopo, il nuovo incontro in età adulta li porterà su un terreno molto più complesso e imprudente.

Michela Cescon con Desiderio firma un’opera seconda ricca di dettagli precisi per la narrazione quanto preziosi per il transfer dello spettatore, e sceglie Enrico Borello e Romana Maggiora Vergano come protagonisti. Sfiorandosi l’anima come fossero piume, i due costruiscono piccoli momenti da Nouvelle Vague. Dal mood crepuscolare che solo certe storie d’amore incompiute regalano, per i nostalgici di Rohmer e Demy sarà un raggio di luce. Proiettato in sezione Grand Public alla Festa del Cinema di Roma, uscirà in sala nel marzo 2027 con Fandango.

Programmato invece come Special Screening, Il gioco del silenzio è tra i documentari italiani più coraggiosi degli ultimi anni. Ha sempre vissuto in un’hinterland del Nord Italia Vincenzo De Caro, circondato dalla sua numerosa famiglia siciliana che ha ricreato negli anni una micro-comunità del Sud senza mai tornare a casa. Nel suo film decide di scavare nelle sue origini, dove il fratello della sua amata nonna è Gaspare Mutolo, ex-autista di Totò Riina che testimoniò al Maxi Processo voluto da Falcone e Borsellino. Con candore e dignità il regista percorre sterrati difficilissimi da rivangare per i suoi cari, in primis per suo padre, che era un ragazzo emigrante negli anni ottanta, e per sua nonna, donna tutta d’un pezzo da giovane, poi vecchina coccolata da figli e nipoti negli anni recenti.

Documentario in prima persona che gioca a tutto campo tra migrazione interna, collaboratori di giustizia, memoria e cancellazione, verità e silenzio dei famigliari, fughe e ritorni (d)alla terra d’origine, con un suo stile pop e molta scorrevolezza anche visiva di tramonti pittorici e archivi di videocassette, tocca con delicatezza non scontata il contrasto tra la dignità e la vergogna.

Concludiamo con Brianza, opera prima di Simone Catania, in concorso Progressive Cinema. A nord di Milano e a sud della Svizzera si intreccia la vicenda sporca di un ricco negoziante d’armi prossimo al fallimento dal carattere ingenuo e serioso, Fausto Russo Alesi, e di un imprenditore in carburanti traffichino e narcisista, Paolo Pierobon. Tra loro la mogliettina viziata Marina Rocco e lo spezzapollici istrionico Giovanni Calcagno. L’incontro e il gioco per arraffare denaro farà scintille e continui capovolgimenti di fronte dall’inizio alla fine.

In questa provincia tra pistole e Caravaggio la morale ha sempre molti zeri, così il regista ci mostra con stile notturno tra western e crime una danza scomposta tra business di armi e benzina, presepi in cosmogonie quasi blasfeme e una corsa disperata alla salvezza economica da debiti contrapposta alla vergogna per la povertà, tutto condito da forze dell’ordine pure un po’ corrotte. Succulento meccanismo drammaturgico e personaggi per un bel Guy Ritchie all’italiana.

Con il suo luciferino faccendiere brianzolo Pierobon ha vinto come Migliore attore, ex aequo con Anthony Boyle per I See Buildings Fall Like Lightning. Il film però non ha ancora un distributore, speriamo arrivi presto, insieme a una data d’uscita. Lo dico per il film, ma pure per gli amanti di un cinema graffiante e pieno di ritmo. #PEACE




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Mistero fitto sul nuovo James Bond, la rosa dei candidati si stringe ma la produzione ha la bocca cucita. Ecco quale sarà l’identikit dell’agente 007

24 October 2026 at 08:09

“Il domani non muore mai, ma per tutti gli attori tranne uno, il sogno di diventare il prossimo James Bond probabilmente morirà questa settimana”. Non potevamo che ricopiare l’apertura di The Hollywood Reporter che, parafrasando uno dei più iconici capitoli della saga cinematografica 007 (Tomorrow Never Dies, 1997, Bond era Pierce Brosnan), mette sul piatto dell’ufficialità la voce secondo cui nel weekend verrà scelto il nuovo Bond tra due attori, più forse un altro, “bianchi”: l’inglese Callum Turner, lo scozzese Jack Lowden e, come terzo incomodo, l’inglese Jack O’Connell. Secondo quanto scriveva THR non molto tempo fa, il gruppetto dei finalisti comprendeva addirittura Jacob Elordi, star di Frankenstein e Cime tempestose.

I provini starebbero iniziando proprio in queste ore a Londra. Prova smoking permettendo, il nuovo agente segreto al servizio di Sua Maestà (per la prima volta sarà re Carlo e non più la regina Elisabetta) dovrà ricoprire un ruolo delicatissimo, sia perché da tempo l’hype della sagoma di 007 si è sgonfiato, volteggiando freneticamente per aria a destra e a sinistra come quei palloncini che vengono svuotati all’improvviso, sia perché il franchise più longevo della storia del cinema ha bisogno di una pompata assoluta e rigenerante di ossigeno commerciale.

In gara in queste ore ci sarebbero dunque Turner e Lowden. Trentasei anni, ex modello, fresco maritino di Dua Lipa, Turner si è già fatto le ossa al cinema sia nel franchise di Animali fantastici, sia con Clooney in The Boys in the Boat, nonché da terzo incomodo in Eternity. Anche Lowden ha 36 anni, ma viene da una tradizione e un’esperienza recitativa più teatrale. In Italia al cinema lo abbiamo visto probabilmente solo in Dunkirk, ma la sua presenza scenica molto potente l’abbiamo imparata a seguire nella serie Slow Horses, mentre il suo cuore, come l’anulare della mano sinistra, è stato conquistato da un paio d’anni dalla celebre attrice Saoirse Ronan.

Così, se O’Connell sembra non invitato alla festa dell’ultimo provino per un pelo, c’è anche la versione/variante del Guardian da tenere sott’occhio. Già, perché il foglio progressista londinese segnala che ai provini dovrebbe partecipare nientemeno che Josh O’Connor. Inglese, 36enne pure lui, celebre per Challengers di Guadagnino insieme a Zendaya, ma anche per aver fornito prove stralunate per Alice Rohrwacher in La chimera.

Scrive ancora il Guardian che, secondo alcune fonti, il provino verterà su tre elementi principali: acrobazie, presenza scenica e dialoghi. Tutti e tre ugualmente importanti per un Bond moderno. “Eliminate le acrobazie e il film sarà noioso. Eliminate la presenza scenica e rischiate di ritrovarvi con un George Lazenby, che potrebbe rovinare quello che altrimenti sarebbe un capolavoro. Eliminate i dialoghi e vi ritroverete con Quantum of Solace, e Dio solo sa quanto non ne abbiamo bisogno di un altro”.

Difficile andare oltre queste già dense previsioni. Anche perché da Amazon Studios non hanno rilasciato commenti, lasciando tutto sospeso all’ultima loro dichiarazione, dove veniva affermato che “la ricerca del prossimo James Bond è in corso. Pur non avendo intenzione di commentare dettagli specifici durante il processo di casting, non vediamo l’ora di condividere ulteriori notizie con i fan di 007 non appena sarà il momento opportuno”. Ad attendere Turner, Lowden, O’Connor o O’Connell ci sarà comunque il regista pluripremiato Denis Villeneuve (Dune, Blade Runner 2049), che Amazon ha designato a proseguire la saga da quando ha acquisito i diritti creativi del franchise dalla famiglia Broccoli nel febbraio 2025.

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Walter Veltroni e la Gialappa’s, l’assurda storia di un documentario

23 October 2026 at 12:04

Seguiamo da tempo con curiosità la carriera di Walter Veltroni “regista”. Negli ultimi dodici anni, ad esempio, ha girato dodici documentari. Ripetiamo: dodici. Uno all’anno. Implacabile come l’Immacolata Concezione o il Ferragosto. Alla lunga lista di temi affrontati nel tempo (politica, musica, calcio) oggi, grazie a L’assurda storia della Gialappa’s Band, se ne aggiunge un altro: la storia della televisione. E come per le precedenti opere, Veltroni non riesce a ritagliarsi una riga sul Rondolino-Tomasi o sul Brunetta dedicati alla storia patria del nostro cinema.

Sarà perché l’ex segretario PD sta al documentario cinematografico un po’ in generoso prestito come Fabio Volo al romanzo letterario, ma L’assurda storia della Gialappa’s Band sembra tutto fuorché un film. Ingordo collage di intervistati (27!), collezione di figurine Panini con molti doppioni, festival del dire qualcosa a tutti i costi con la rilevanza cronachistica e storica delle estrazioni del lotto, la dodicesima fatica documentaria dell’ex vicepresidente del Consiglio rinnova limiti e semplificazioni di una formula che vuole essere forma, di un prodotto commerciabile indistinguibile che vuole essere progetto estetico raffinato.

Intanto alla matrice visiva ricorrente (il trio protagonista Giorgio Gherarducci-Marco Santin-Carlo Taranto ritratto ripetutamente insieme a mezzo busto, più variante dei tre ripresi da soli verso la fine) viene come abbozzato un franoso anelito drammaturgico. Visto che il documentario, tra piatte richieste frontali da telegiornale, è già al palo dopo pochi minuti, ecco che lo scheletro del racconto va a ricomporsi frettolosamente su alcune varianti di linguaggio.

Si parte dal tentativo di intervallare spesso tutti gli intervistati con la scenetta del Mago Forest in uno studio mezzo buio che dialoga con Veltroni, nientemeno che voce fuoricampo/spalla comica modello Gialappa’s. Altra variante, qui direttamente nell’interpunzione di montaggio, una scelta che nemmeno Ejzenstejn, sono le espressioni facciali tra le più varie di Elio delle Storie Tese, seduto tra Faso e Cesareo, inquadrate brevemente a mo’ di commento alle battute o affermazioni dei colleghi comici. Un espediente che, va detto, non abbandona mai lo spettatore. Una specie di litania espressiva a metà strada tra il tormentone e il memento mori.

Nella catasta chilometrica, sommaria e sommabile, di filmati tratti da Mai dire gol, a volte interi sketch (ce n’è uno di Aldo, Giovanni e Giacomo medici di quasi tre minuti), si rinviene poi la confusione teorica tra poetica necessità della ricerca e affermazione autocelebrativa del ritrovamento (a Bisio che si schermisce di una partecipazione a un vecchio show su Odeon TV, Veltroni – fuori campo – risponde con un «Ce l’abbiamo!»). E se L’assurda storia della Gialappa’s Band fatica ancora a girare, Veltroni mostra il tocco e trucco per il quale è stato da noi definito la “Barbara D’Urso del documentario”: l’inquadratura forzata della lacrima indotta (ci fermiamo all’anziano Teo Teocoli).

Infine, come se non bastasse, appena dopo la metà del film, circa un’ora di estenuante batti e ribatti tra Gialappi e comici del loro ampio carnet, Veltroni si adopera in una raffica di retoriche istantanee da rimanere fulminati. Memore di una didascalia iniziale bianca su sfondo nero che suona pressappoco “i 40 anni che hanno cambiato l’Italia” (figuriamoci i quaranta precedenti! ndr), ecco che parte, senza motivo alcuno rispetto alla Gialappa’s, una gragnola di foto, bric-à-brac pop porno per turisti della democrazia: scatti della demolizione del Muro di Berlino, della Guerra del Golfo, di Berlusconi, di Antonio Di Pietro (in toga), ancora di Berlusconi, di Giovanni Falcone, della strage di Capaci, di Paolo Borsellino, della strage di via d’Amelio, di nuovo Berlusconi, Achille Occhetto, Carlo Azeglio Ciampi e ancora Berlusconi. L’assurda storia del documentario, altroché.

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