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Supporto Formazione e Lavoro di novembre, quando arriva il pagamento Inps: le date

30 October 2026 at 09:08

Il mese di novembre 2026 porta con sé tutti i tipici pagamenti Inps, fra i quali spicca il Supporto per la Formazione e il Lavoro.

La misura, nota anche semplicemente come Sfl, è un sostegno al reddito di 500 euro destinato a chi si attiva fattivamente per entrare, o rientrare, nel mondo del lavoro. Scopriamo il calendario dei pagamenti di novembre.

Quando pagano il Supporto Formazione e Lavoro a novembre

Il calendario dei prossimi pagamenti Sfl vede due date: c’è un accredito il 13 novembre per le domande trasmesse all’Inps dopo il 15 del mese precedente.

Invece per le domande trasmesse entro il 15 dello stesso mese e per i pagamenti successivi al primo, l’accredito è atteso a partire dal 27 novembre.

Come controllare il pagamento Sfl Inps

Le date indicate rappresentano l’avvio dei pagamenti. Per motivi tecnici è però possibile che possano verificarsi ritardi relativi alla gestione della pratica. Per verificare la propria posizione in caso di ritardi a oltranza, essendo sicuri di essere in regola con il proprio percorso e di non avere variazioni non comunicate, è possibile consultare l’apposita sezione del portale Inps accedendo con Spid, Cie o Cns. Si può controllare anche la piattaforma Siisl (Sistema Informativo per l’Inclusione Sociale e Lavorativa) per verificare che non ci siano blocchi.

Per assistenza è possibile rivolgersi a Caf, patronati e consulenti. Ed è sempre possibile chiamare il Contact center dell’Inps: 803164 (gratuito da telefono fisso) e 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).

Supporto Formazione e Lavoro, come funziona

Come si nota, le date dei pagamenti ricalcano quelle della misura gemella dell’Sfl, ovvero l’Adi (Assegno di Inclusione). Sfl e Adi sono gli eredi diretti del vecchio Reddito di cittadinanza.

Sfl si rivolge ai singoli componenti di nuclei familiari di età compresa tra i 18 e i 59 anni e in possesso di determinati requisiti di cittadinanza, soggiorno, residenza ed economici.

Come funziona

Per accedere al beneficio, è necessario:

  • presentare domanda online all’Inps;
  • iscriversi alla piattaforma Siisl;
  • sottoscrivere il Pad (Patto di attivazione digitale);
  • sottoscrivere il Patto di servizio personalizzato;
  • frequentare un corso o altra iniziativa di attivazione lavorativa.

Successivamente, il richiedente può accedere alla piattaforma Siisl e cercare in autonomia le offerte lavorative o le attività formative più utili al suo profilo. Oppure può affidarsi ai servizi di orientamento e accompagnamento al lavoro.

Sfl, spettano 500 euro al mese

Come detto, i beneficiari ottengono 500 euro al mese. Ma l’importo, erogato con bonifico da parte dell’Inps, viene erogato se c’è effettiva partecipazione del beneficiario alle attività previste e fino a un massimo di 12 mesi.

Il limite di 12 mesi può essere prorogato per ulteriori 12 mesi, con aggiornamento del Patto di servizio personalizzato, se alla scadenza è in corso un percorso formativo. Il beneficio è riconosciuto per la durata del corso o dell’attività ed è condizionato alla partecipazione effettiva, pena la decadenza.

I requisiti

Il richiedente deve essere:

  • cittadino italiano;
  • cittadino di un altro Paese dell’Unione europea;
  • familiare di un cittadino italiano o dell’Unione europea;
  • titolare del diritto di soggiorno, anche permanente, oppure ancora cittadino di paesi terzi con permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo;
  • titolare dello status di protezione internazionale o apolide con analogo permesso;
  • residente in Italia da almeno cinque anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo.

L’Isee in corso di validità non deve essere superiore a 10.140 euro annui e il valore del reddito familiare deve essere inferiore a 10.140 euro annui, moltiplicato per il parametro della scala di equivalenza Isee.

Ci sono poi altri requisiti relativi al possesso di beni immobili e beni mobili. Tutti i dettagli sul portale Inps (Home / Lavoro / Supporto per la Formazione e il Lavoro).

Fondo nuovi nati, lo Stato regala 100 euro alla nascita: come funziona il salvadanaio

29 October 2026 at 09:54

Non un bonus per i nuovi nati, ma un investimento per il futuro. Così è stato introdotto il Fondo nuovi nati, un “salvadanaio” alimentato dallo Stato che verserà un’iniziale quota di 100 euro di benvenuto e che i genitori potranno incrementare di anno in anno. La misura è stata fortemente voluta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e salutata con soddisfazione dalla maggioranza.

Libretto per i nuovi nati, incrementabile di anno in anno fino al raggiungimento dei 18 anni, cambia il modo di fare risparmio e previdenza. Vediamo come funziona e quali sono i limiti.

Fondo nuovi nati: cos’è

La Manovra 2027 punta alle famiglie e ai giovani e uno strumento che unisce queste due macroaree è il fondo previdenziale di 100 euro per i nuovi nati.

Nel testo viene infatti introdotto un fondo per i nuovi nati a partire dal 2027. La premier Giorgia Meloni, illustrando le misure della legge di Bilancio 2027 durante la conferenza stampa, ha dichiarato:

Per ogni bambino che nasce l’Inps aprirà una posizione previdenziale come fosse un piccolo salvadanaio in cui lo Stato verserà inizialmente una quota di 100 euro di “benvenuto”, ma negli anni successivi i genitori potranno incrementarla.

Come funziona il libretto?

Si tratta di un vero e proprio fondo previdenziale che parte con un tesoretto da 100 euro per i nuovi nati a partire dal 2027 fino al 18º anno di età.

Nella pratica, come si evince dalle parole dette in conferenza stampa, si tratta di un fondo di 100 € messo dallo Stato su un salvadanaio aperto dall’Inps.

Un “salvadanaio” che potrà essere alimentato dai familiari e che sarà utilizzabile dai nuovi nati, a partire dal 2027, quando avranno raggiunto i 18 anni di età, per alcune spese.

L’ammontare, ha precisato Meloni, non sarà tassabile, pignorabile e potrà essere utilizzato solo al raggiungimento dei 18 anni.

Attenzione: potrebbero esserci delle eccezioni, ma servirebbe l’ok di un giudice tutelare. Si attende il testo ufficiale per capire queste “eccezioni” a cosa facciano riferimento.

Quali spese?

A partire dai 18 anni di età, il bambino a cui è stato aperto questo salvadanaio potrà spendere i soldi accumulati per determinate spese.

Si tratta di spese scolastiche o universitarie, ma i fondi potranno essere utilizzati anche come strumento di previdenza complementare.

Gabriele Fava, presidente dell’Inps, era stato tra i primi a commentare favorevolmente l’ipotesi di un fondo per i nuovi nati. Soprattutto sulla possibilità di utilizzare la somma come strumento di previdenza complementare:

È una scelta che cambia la storia della previdenza italiana. Finora la pensione si cominciava a costruire con il primo lavoro, da oggi inizia dalla nascita.

Fava ha spiegato che nel sistema contributivo la pensione è il frutto di ciò che si accumula lungo tutta la vita e un fattore decisivo è proprio il tempo. “Chi parte prima arriva più lontano”, aveva commentato spiegando come 18 anni di risparmio, che cresce e si capitalizza, valgano molto più di qualunque intervento tardivo.

Pensionati che tornano al lavoro: quando scatta la restituzione della pensione

29 October 2026 at 07:34

Chi richiede la pensione di anzianità deve possedere tutti i requisiti previsti dalla legge compresa, quando richiesta, la cessazione dell’attività lavorativa. Se il beneficiario inizia un nuovo rapporto di lavoro prima della decorrenza del trattamento, possono sorgere dubbi sul diritto alla prestazione e sull’obbligo di restituire le somme eventualmente incassate senza titolo.

In queste situazioni assume speciale importanza l’obbligo di comunicare all’Inps le circostanze che possono incidere sul riconoscimento o misura della pensione. Non fornire informazioni rilevanti — quando l’ente previdenziale non le conosce né può conoscerle autonomamente — è spia della volontà di eludere le regole vigenti, escludendo così le tutele che limitano la restituzione dell’indebito.

È quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione 26206/2026 che ha accolto il ricorso dell’Inps annullando la pronuncia impugnata.

Il caso degli oltre 52mila euro di pensione contestati dall’Inps

L’Inps aveva chiesto a un pensionato la restituzione di 52.447,99 euro, relativi al periodo dal primo gennaio 2008 al 31 dicembre 2012. Secondo l’Istituto, le somme erano state indebitamente percepite perché la pensione di anzianità era stata erogata contemporaneamente allo svolgimento di lavoro subordinato. Il pensionato aveva contestato la richiesta sostenendo di non essere tenuto al rimborso.

Il Tribunale aveva accolto la sua domanda, indicando sostanzialmente che — al momento della presentazione della richiesta di pensione — l’interessato aveva terminato la precedente attività e non aveva agito con l’intento di aggirare la legge a danno dell’Inps. Inoltre per il giudice l’indebito era dipeso da un errore dell’Istituto. Stesso esito in appello.

L’ente ha così fatto ricorso in Cassazione, denunciando la violazione delle norme sulla restituzione dell’indebito previdenziale e sui relativi limiti. Il pensionato si è opposto con controricorso e memoria difensiva.

Pensione di anzianità, perché conta la cessazione del lavoro

La pronuncia della Cassazione considera il requisito dell’inoccupazione, ovvero l’assenza di un lavoro quando la legge la prevede come condizione per ottenere la prestazione. La Corte richiama un orientamento giurisprudenziale consolidato (ad esempio sent. n. 16789/2014) secondo cui la cessazione del lavoro è elemento essenziale del diritto alla pensione di anzianità.

Questa regola si collega alla funzione della previdenza sociale. L’art. 38 Costituzione riconosce ai lavoratori il diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita in presenza dei presupposti stabiliti dall’ordinamento. Nella ricostruzione giurisprudenziale richiamata dalla Corte, la fine dell’attività lavorativa è associata a una presunzione di bisogno che giustifica l’erogazione della pensione.

La prosecuzione di un rapporto alle dipendenze, con relativo reddito, può invece escludere tale presupposto. Per questo, quando la cessazione dell’attività costituisce una condizione necessaria per il trattamento, la pensione non può essere erogata prima che il rapporto sia terminato.

La Corte precisa che il principio può riguardare anche la pensione di vecchiaia. Questo non significa, tuttavia, che tutte le prestazioni pensionistiche siano soggette indistintamente alle stesse regole sul cumulo tra pensione e reddito da lavoro: occorre verificare la disciplina applicabile alla specifica prestazione e al periodo considerato.

La nuova assunzione prima della decorrenza della pensione

Nel caso esaminato, la successione delle date è determinante. Il pensionato aveva presentato domanda di pensione di anzianità il 24 ottobre 2007 e aveva iniziato un nuovo rapporto di lavoro subordinato il successivo 5 novembre. Il trattamento pensionistico era poi decorso dal primo gennaio 2008.

La nuova assunzione era quindi intervenuta dopo la domanda ma prima dell’inizio dell’erogazione della pensione. Non era sufficiente accertare che il lavoratore avesse cessato la precedente attività al momento della richiesta: occorreva verificare che il requisito necessario per il riconoscimento della prestazione sussistesse anche nel momento rilevante per la sua attribuzione. Per la Cassazione, sulla base degli accertamenti riportati nella sentenza impugnata, il requisito mancava perché il rapporto lavorativo era ripreso prima della decorrenza del trattamento.

Perché la comunicazione del datore di lavoro non basta

Un altro punto centrale riguarda gli obblighi informativi nei confronti dell’Inps. La Corte d’Appello aveva attribuito importanza alle comunicazioni effettuate e alla mancata verifica annuale dei redditi da parte dell’Istituto, che avrebbe potuto consentire un recupero più tempestivo delle somme.

La Cassazione ha invece evidenziato che il datore aveva sì comunicato la nuova assunzione al Centro per l’impiego, ma il pensionato non aveva segnalato personalmente all’Inps la propria rioccupazione. Sono due comunicazioni indirizzate a soggetti diversi e con finalità differenti.

Quando una nuova attività lavorativa può incidere sul diritto alla pensione, il beneficiario non deve presumere che l’Istituto sia automaticamente a conoscenza di ogni circostanza importante. È una correttezza che deve sempre ispirare i rapporti con l’ente e che anche il datore vìola quando omette di versare i contributi.

Indebito previdenziale e dolo, quando l’Inps può recuperare le somme

L’art. 2033 Codice Civile stabilisce, in via generale, che chi riceve un pagamento non dovuto è tenuto a restituirlo. In ambito previdenziale, tuttavia, l’art. 52 legge 88/1989 e l’art. 13 della legge 412/1991 prevedono limiti alla ripetizione dell’indebito, subordinati alle condizioni stabilite dalla normativa applicabile.

Queste tutele non operano indistintamente in ogni situazione. Secondo la giurisprudenza richiamata dalla Cassazione, la mancata o incompleta comunicazione di circostanze capaci di incidere sul diritto e misura della pensione può integrare dolo quando le informazioni omesse non siano già conosciute né conoscibili dall’ente competente.

Il dolo non presuppone necessariamente una dichiarazione esplicitamente falsa: può rilevare anche il silenzio su informazioni che l’interessato aveva l’obbligo di comunicare e che risultavano essenziali per la corretta liquidazione della prestazione (Cass. 2169/2026).

In presenza di un’omissione dolosa, il beneficiario non può invocare le disposizioni che limitano la restituzione delle somme indebitamente percepite. Di conseguenza si applica la regola generale sulla restituzione dell’indebito.

Che cosa cambia

Accogliendo il ricorso dell’Inps, la Cassazione ha annullato la sentenza d’appello e rinviato la causa allo stesso giudice, in diversa composizione, per un nuovo esame. Questo non significa che il pensionato debba necessariamente restituire gli oltre 52mila euro: spetterà ora alla Corte d’Appello riesaminare la controversia alla luce dei principi della Cassazione e pronunciarsi anche sulle spese legali.

Non molto diversa da un recente caso deciso ancora dalla Suprema Corte, la vicenda riguarda una rioccupazione intervenuta prima della decorrenza della pensione e va distinta dal caso in cui il beneficiario riprenda a lavorare dopo l’inizio dell’erogazione. In generale, il diritto alla pensione di anzianità o di vecchiaia deve essere valutato sulla base dei requisiti previsti dalla disciplina applicabile e della loro effettiva sussistenza nel momento rilevante. E non può essere dato per scontato il “diritto acquisito” del pensionato.

In definitiva, quando una nuova assunzione precede la decorrenza del trattamento pensionistico, è essenziale sempre verificarne le conseguenze sul diritto alla prestazione e sugli eventuali obblighi informativi verso l’Inps. La possibilità di opporsi alla restituzione delle somme indebitamente percepite dipende anche dalle informazioni eventualmente omesse, dall’esistenza di uno specifico obbligo di comunicarle e dalla possibilità per l’Istituto di conoscerle autonomamente.

Assegno di Inclusione di novembre, date dei pagamenti e come verificare il saldo

29 October 2026 at 07:00

A novembre 2026 si rinnova l’appuntamento con l’Assegno di inclusione. E anche in questo mese le date del pagamento dell’Adi sono due.

Il primo pagamento Inps è fissato al 13 novembre per quanto riguarda le nuove domande accolte, maggiorate di eventuali arretrati e in presenza di requisiti confermati. Si passa al pagamento del 27 novembre, invece, per i vecchi fruitori che sono già beneficiari della ricarica ordinaria. Il calendario è stato indicato dall’Inps nel messaggio n. 214 del 22 gennaio 2026.

Come controllare il saldo

Per controllare l’avvenuta erogazione dell’Assegno di inclusione, si può entrare nel portale Inps. L’ingresso è garantito ai possessori di Spid, Cie o Cns.

Un’alternativa è controllare saldo e movimenti della Carta di Inclusione direttamente negli uffici postali o tramite gli sportelli Postamat.

Che fare se l’assegno di inclusione non arriva

Può capitare che, alla data fissata, l’accredito non risulti ancora erogato. Nella maggior parte dei casi non c’è da preoccuparsi: l’erogazione può anche non essere istantanea e può avvenire in diversi momenti della giornata. Ciò si deve all’enorme mole di beneficiari, che può creare dei ritardi nella gestione delle pratiche a causa di tempi tecnici. Il più delle volte basta solo pazientare.

Si ricorda infatti che dalla nascita dell’Assegno di inclusione a gennaio 2024, i nuclei familiari che hanno ricevuto almeno una mensilità dell’Adi sono oltre 1 milione, pari a circa 2,4 milioni di persone in totale.

In caso di ritardo a oltranza, bisogna controllare all’interno della procedura Adi per vedere se la propria richiesta è

  • accolta;
  • respinta;
  • in evidenza;
  • sospesa per la necessità di un supplemento istruttorio.

In caso di problemi, in generale, basta correggere i dati errati o aggiungere quelli mancanti. Per la corretta gestione delle domande respinte, in evidenza o sospese, si rimanda al messaggio Inps numero 684 del 14 febbraio 2024. Dal sito dell’Inps è inoltre scaricabile un tutorial dettagliato, contenente il messaggio 622 del 9 febbraio 2024 con l’allegato 1 del sopracitato messaggio 684/2024.

In caso non si riesca a risolvere da soli, è sempre possibile rivolgersi a un Caf, a un patronato o al proprio consulente di fiducia.

È anche possibile contattare telefonicamente il Contact center dell’Inps, ai numeri:

  • 803164 (gratuito da telefono fisso);
  • 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).

Si ricorda che per continuare a beneficiare dell’Adi è indispensabile mantenere i requisiti richiesti, compreso un Isee 2026 in corso di validità. Il limite Isee per accedere all’Adi è fissato a 10.140 euro. La mancata presentazione della nuova Dsu (Dichiarazione Sostitutiva Unica) può comportare la sospensione dell’erogazione fino alla messa in regola della propria posizione.

Chi a novembre 2026 riceve una somma inferiore potrebbe semplicemente trovarsi nella fase di rinnovo: si ricorda che la prima mensilità successiva al rinnovo viene corrisposta al 50% dell’importo spettante.

Date del pagamento dell’Assegno di inclusione a novembre

Chiudiamo facendo un micro-recap a beneficio della chiarezza.

Ecco quando viene pagato l’Assegno di inclusione a novembre:

  • venerdì 13 novembre 2026 c’è l’accredito per le nuove attivazioni dell’Adi, dopo l’accoglimento della domanda e la sottoscrizione del Pad (Patto di Attivazione Digitale) e nell’accredito possono essere riconosciute anche eventuali mensilità arretrate se spettanti;
  • venerdì 27 novembre 2026 c’è la ricarica per chi ha già ricevuto almeno una mensilità in precedenza e continua a rispettare le condizioni richieste.

Assegno unico 2027, aumenti e nuove soglie Isee: quanto spetterà alle famiglie e quando arriveranno i soldi

29 October 2026 at 07:09

L’Assegno unico e universale sarà rivalutato nel 2027 in base all’andamento del costo della vita. L’adeguamento riguarderà sia gli importi riconosciuti alle famiglie sia le soglie Isee utilizzate per calcolare il beneficio. La rivalutazione annuale alla variazione dell’indice di inflazione per le famiglie di operai e impiegati è prevista dall’articolo 4, comma 11, del decreto legislativo 230 del 2021. Gli importi aggiornati saranno definiti ufficialmente a fine anno con un decreto ministeriale e comunicati dall’Inps. Nell’attesa, vediamo quali sono le ipotesi basate su una rivalutazione del 2,9%, la stima dell’inflazione acquisita per il 2026.

Lo slittamento delle soglie Isee

L’adeguamento all’inflazione comporta anche una revisione delle soglie Isee utilizzate per determinare l’importo dell’Assegno unico. L’obiettivo è evitare che gli aumenti nominali dei redditi riducano il beneficio spettante alle famiglie. In base alle proiezioni, la soglia Isee per ottenere l’importo massimo salirebbe a circa 17.975,10 euro, rispetto ai precedenti 17.468,51 euro. Il limite oltre il quale spetta soltanto la quota base passerebbe invece a 47.933,60 euro, dai precedenti 46.582,71 euro.

I nuovi importi dell’Assegno unico

L’adeguamento riguarderebbe anche gli importi mensili della prestazione. Per i figli minorenni, la quota massima salirebbe a 209,70 euro al mese, rispetto agli attuali 203,80 euro. Per le famiglie che superano la soglia Isee prevista per l’importo massimo, o che non presentano una dichiarazione valida, la quota minima passerebbe da 58,30 a 60 euro mensili per figlio. Per i figli tra i 18 e i 21 anni, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, l’importo massimo salirebbe a 102 euro al mese.

Le maggiorazioni per le famiglie

La rivalutazione interesserebbe anche le maggiorazioni previste per alcune tipologie di nuclei familiari. Per i figli successivi al secondo, il contributo aggiuntivo salirebbe a 102 euro mensili per ciascun figlio, mentre la maggiorazione riconosciuta alle famiglie in cui entrambi i genitori lavorano arriverebbe a 35,90 euro al mese per ciascun figlio minorenne.

Quanto aumenterebbe l’assegno per una famiglia con tre figli

Gli effetti sarebbero più evidenti per le famiglie con più figli minorenni e un Isee nella fascia più bassa. Per un nucleo con tre figli, l’incremento della quota ordinaria sarebbe pari a 17,70 euro al mese, a cui si aggiungerebbero 2,90 euro per la maggiorazione relativa al terzo figlio. L’aumento complessivo ammonterebbe quindi a 20,60 euro al mese, pari a circa 247 euro nell’arco di un anno. L’importo potrebbe aumentare ulteriormente per le famiglie che hanno diritto anche alla maggiorazione per entrambi i genitori lavoratori.

Quando arriveranno gli aumenti e come rinnovare l’Isee

Gli importi aggiornati decorreranno dal primo gennaio, ma i nuovi valori dovranno essere recepiti dall’Inps attraverso gli aggiornamenti amministrativi previsti. Gli eventuali arretrati potrebbero quindi essere corrisposti con i pagamenti dei mesi successivi. Per ottenere l’importo dell’Assegno unico calcolato sulla propria situazione economica, le famiglie dovranno presentare una nuova Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) per il calcolo dell’Isee. In assenza di un Isee valido, l’assegno viene generalmente erogato nella misura minima, ferma restando la possibilità di ottenere gli importi spettanti dopo la presentazione della dichiarazione entro i termini previsti.

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Manovra 2027, stop alla rivalutazione delle pensioni: chi perde con quest’ipotesi e quanto

28 October 2026 at 14:31

Le pensioni assorbono circa il 15% del Pil e oltre il 30% della spesa pubblica primaria dello Stato, motivo per cui rappresentano uno dei capitoli più dibattuti ogni volta che si avvicina la sessione di bilancio per la Manovra 2027.

Per guadagnare margini di bilancio, il Governo sta immaginando di congelare la perequazione automatica per le pensioni di importo medio-alto. Ecco cosa accadrebbe ai cedolini dei pensionati se l’Esecutivo decidesse di confermare il blocco dell’adeguamento all’inflazione.

Quante pensioni sono coinvolte e quanto si risparmia

Per far quadrare i conti pubblici e reperire coperture finanziarie a stretto giro, l’Esecutivo starebbe valutando di confermare anche per il 2027 la stretta sul meccanismo di adeguamento degli assegni all’inflazione, replicando uno schema già ampiamente sfruttato nelle ultime leggi di Bilancio.

Non si tratta di una riduzione nominale dell’assegno, ma di un mancato adeguamento pieno all’aumento del costo della vita. Una misura che andrebbe a colpire la platea dei trattamenti superiori a quattro volte il minimo Inps, che per il 2026 è fissato a 611,85 euro: la soglia è quindi di 2.447,40 euro lordi al mese. I pensionati che percepiscono importi al di sopra di questo valore rappresentano circa il 45,9% del totale dei pensionati italiani.

Una scelta di questo tipo garantisce allo Stato un gettito di risparmio di diversi miliardi di euro all’anno a scapito del potere d’acquisto della classe media.

Effetti di lungo corso del blocco dell’indicizzazione

La ragione per cui il blocco della rivalutazione rappresenta la leva preferita dai governi risiede nella sua immediata praticabilità tecnica e nella straordinaria efficacia sui saldi di finanza pubblica.

Le cifre contabili evidenziano un risparmio netto per le casse dello Stato così articolato:

  • 2 miliardi di euro incassati nel solo 2023;
  • 4 miliardi di euro all’anno di risparmio strutturato nel triennio 2024-2026;
  • oltre 54 miliardi di euro di risparmio cumulato lordo proiettato sull’arco di un decennio.

Il vero punto di forza contabile per lo Stato risiede nell’effetto trascinamento. Poiché la quota di rivalutazione negata in un determinato anno non viene più reintegrata nella base di calcolo dell’assegno, l’importo della pensione resta permanentemente inferiore rispetto a quello che si sarebbe raggiunto con la perequazione al 100%, generando un beneficio permanente per le casse pubbliche.

Quanto perde il singolo pensionato

Per comprendere l’impatto sulle tasche dei cittadini, basta osservare l’evoluzione di un assegno pensionistico medio-alto nell’ultimo quadriennio. Un pensionato che nel 2022 percepiva 2.000 euro netti al mese, per effetto dei tagli percentuali alla rivalutazione applicati negli anni successivi, percepisce oggi circa 2.260 euro netti.

Se il meccanismo di indicizzazione fosse rimasto integrale e privo di tetto, lo stesso assegno avrebbe raggiunto la soglia dei 2.329 euro netti mensili. La perdita cumulata per il singolo assegno ammonta dunque a circa 69 euro netti al mese, per un danno complessivo al potere d’acquisto pari a 828 euro all’anno.

Flessibilità rinviata e risorse limitate

L’ipotesi di rinnovare la stretta sulle rivalutazioni si inserisce in un quadro di interventi sulla previdenza estremamente contenuto. Con le riforme sulla flessibilità in uscita per provare a superare la Legge Fornero o le nuove formule di Quota sostanzialmente congelate o rinviate al 2027, le risorse a disposizione della previdenza sono ridotte all’osso.

La creazione di un fondo da circa un miliardo di euro previsto in Manovra per gestire le future uscite anticipate conferma la linea di estrema prudenza adottata dal Ministero dell’Economia, che per finanziare le misure a sostegno dei redditi bassi torna a fare cassa sulla fascia intermedia dei trattamenti previdenziali.

Carta Dedicata a Te, via ai pagamenti da 500 euro: come controllare lista beneficiari

28 October 2026 at 11:38

Sta per tornare la Carta Dedicata a Te per le famiglie individuate dall’Inps e dai Comuni come beneficiarie. A partire dal 4 novembre queste riceveranno il pagamento della prima tranche da 500 euro per il periodo 2026, mentre per il 2027 è previsto un altro pagamento da 500 euro.

La modalità con la quale il sostegno arriverà alle famiglie dipenderà dagli anni precedenti. Infatti, se una famiglia è già stata beneficiaria, otterrà la ricarica sulla Postepay collegata all’iniziativa. Invece per i nuovi beneficiari sarà necessario recuperare fisicamente la carta prepagata.

Carta Dedicata a Te: quando arriva

È in arrivo la ricarica per la Carta Dedicata a Te. Da mercoledì 4 novembre le carte elettroniche di Poste Italiane riceveranno un accredito di 500 euro.

Chi rientra tra i beneficiari non dovrà fare alcuna domanda, ma controllare di essere all’interno della lista dei beneficiari del proprio Comune.

Ricordiamo che la Carta Dedicata a Te 2026-2027 si divide in due tranche:

  • una in arrivo il 4 novembre 2026;
  • la seconda in arrivo ad aprile 2027.

Attenzione: fondamentale da non dimenticare è il primo utilizzo della carta. Questa deve essere utilizzata entro il 16 dicembre 2026, anche soltanto per una spesa piccola.

A chi spetta?

La Carta Dedicata a Te 2026-2027 è un contributo a sostegno dei nuclei familiari residenti in Italia che hanno un Isee ordinario non superiore a 15.000 euro.

Tra i requisiti c’è quello che tutti i componenti devono essere iscritti all’anagrafe della popolazione residente del Comune.

Attenzione: restano esclusi i nuclei che già percepiscono l’Assegno di Inclusione, la Carta Acquisti e altre misure di sostegno contro la povertà.

Restano esclusi dalla Carta Dedicata a Te anche i nuclei nei quali almeno un componente riceve un aiuto al reddito o alla disoccupazione come Naspi, DIS-COLL o cassa integrazione.

La lista dei beneficiari: come controllare

Per la Carta Dedicata a Te non c’è la necessità di fare alcuna domanda. I beneficiari sono già stati individuati in automatico dall’Inps e i Comuni hanno pubblicato o stanno pubblicando gli elenchi delle famiglie.

La fase di pubblicazione è in corso dal 13 ottobre. Si può verificare se si è negli elenchi del proprio Comune attraverso il sito dello stesso. Di solito il Comune pubblica sotto forma di avviso o notizia, o nella pagina dei servizi sociali, l’elenco dei beneficiari.

Per capire se si è tra i beneficiari, basta controllare il numero di protocollo della DSU, la dichiarazione presentata per ottenere l’Isee. Infatti, per garantire la privacy non vengono indicati nome e cognome, ma il codice che si trova nella parte alta dell’attestazione e che comincia con la sigla “INPS-ISEE-2026”.

Come si ritira la carta

Per i beneficiari della carta dedicata degli scorsi anni non c’è molto altro da fare, se non fare il primo acquisto e riattivare così la carta con l’accredito del 4 novembre.

I nuovi beneficiari invece dovranno ritirare negli uffici postali abilitati la carta. Per farlo basterà presentare il codice fiscale e un documento d’identità valido.

Come recuperare il PIN

Per utilizzare la Carta Dedicata a Te serve il PIN. Con questo si può controllare la ricarica e anche pagare per spese superiori a 50 euro.

Nel caso di smarrimento del PIN, è possibile richiedere un duplicato contattando il servizio clienti o recandosi nell’ufficio postale del proprio Comune. Basterà procedere alla sostituzione della carta o alla consegna di una nuova carta e di un nuovo PIN.

La richiesta del duplicato

La richiesta di una nuova carta comporta la compilazione di un apposito modulo. In caso di furto, smarrimento, deterioramento o indisponibilità del PIN sarà necessario sostituire la vecchia carta.

Bisognerà consegnare il modulo con la richiesta del duplicato e la copia della denuncia presentata all’autorità giudiziaria o di pubblica sicurezza, o riconsegnare la vecchia carta prepagata in caso di perdita del PIN.

Una volta ottenuta la nuova Postepay, bisognerà procedere allo stesso identico modo: un primo pagamento entro la scadenza del 16 dicembre per attivare la carta.

Attenzione: chi non rispetta questo termine perde l’accredito per il 2026, ma non quello in arrivo ad aprile 2027.

Rimborso 730 con la Naspi nel 2026, i casi nei quali l’INPS blocca o rifiuta il pagamento

28 October 2026 at 06:00

Tra i principali vantaggi della presentazione del Modello 730 a credito vi è la possibilità di recuperare in tempi brevi le somme spettanti per spese sanitarie, detrazioni edilizie o carichi di famiglia. Per i lavoratori disoccupati che percepiscono la Naspi, il meccanismo teorico è semplice: l’INPS agisce da sostituto d’imposta e accredita il saldo direttamente sull’assegno mensile nella prima finestra utile successiva all’elaborazione della dichiarazione. Tuttavia, può capitare che la mensilità attesa arrivi senza alcuna traccia del conguaglio Irpef. Di fronte al mancato accredito, la domanda sorge spontanea: per quale motivo il rimborso 730 non è stato erogato sulla Naspi e dove sono finiti i soldi?

Non veder comparire l’importo sul proprio conto non significa aver perso il credito fiscale. Indica però che il flusso automatico tra l’Agenzia delle Entrate e l’INPS ha incontrato un ostacolo.

Come funziona il conguaglio fiscale sulla disoccupazione

L’indennità Naspi è considerata dalla normativa fiscale un reddito assimilato a quello da lavoro dipendente. Per questa ragione, l’INPS è tenuto ad applicare le ritenute Irpef sui sussidi erogati, operando a tutti gli effetti come un datore di lavoro.

Quando si presenta il Modello 730 indicando l’INPS come sostituto d’imposta, l’Agenzia delle Entrate trasmette all’ente previdenziale il Modello 730-4, ossia il documento contabile che certifica l’ammontare del credito da rimborsare (o del debito da trattenere). Se il flusso si svolge regolarmente, l’INPS recepisce il dato e dispone la liquidazione nell’assegno di disoccupazione elaborato nel mese successivo a quello di ricezione del prospetto.

Se la mensilità di Naspi successiva all’invio della dichiarazione viene pagata con l’importo ordinario senza alcuna voce integrativa, significa che l’INPS ha notificato un diniego dell’assistenza fiscale o che la dichiarazione è stata bloccata prima di giungere a destinazione.

Le cause principali: perché l’INPS rifiuta il rimborso 730?

L’INPS non applica i conguagli in modo discrezionale, ma deve attenersi a precisi paletti amministrativi. Qualora riscontri un’incompatibilità, l’ente invia un rifiuto telematico all’Anagrafe Tributaria entro 5 giorni dalla ricezione del prospetto e si sfila dal ruolo di sostituto.

Le motivazioni che spiegano il mancato versamento del rimborso 730 sulla Naspi sono riconducibili a cinque casistiche principali.

La Naspi è terminata prima del conguaglio

È la causa più frequente. Affinché l’INPS possa erogare il credito Irpef, è necessario che il rapporto di sostituzione d’imposta sia ancora attivo al momento dell’elaborazione dei dati. Se l’indennità di disoccupazione è giunta a scadenza prima che l’INPS ricevesse il Modello 730-4 dall’Agenzia delle Entrate, l’ente si trova nell’impossibilità di disporre il pagamento, non avendo più un cedolino su cui applicare la somma.

Domanda di disoccupazione in corso di lavorazione

Molti contribuenti trasmettono il Modello 730 subito dopo aver fatto domanda di disoccupazione, indicando l’INPS come sostituto quando la pratica risulta ancora nello stato in istruttoria. Se al momento dell’invio dei flussi fiscali la richiesta di Naspi non è stata ancora formalmente accolta con un provvedimento definitivo, l’INPS rifiuta la gestione del conguaglio. Anche se il sussidio viene approvato poco tempo dopo, il flusso del 730 non si riallinea automaticamente.

Incapienza della mensilità o modalità straordinarie

Esistono situazioni legate alla struttura del pagamento della disoccupazione:

  • capienza mensile insufficiente. Se il rimborso 730 è di importo elevato e la rata mensile della Naspi è ridotta (o parzialmente trattenuta per pignoramenti o recupero di indebiti), l’INPS eroga il credito nei limiti della disponibilità del mese. Se la prestazione si esaurisce con quel pagamento, l’eccedenza non viene pagata;
  • anticipazione in un’unica soluzione. Chi ha richiesto l’anticipazione della Naspi per l’avvio di un’attività autonoma non riceve un’indennità periodica. Essendo un pagamento unico a tassazione separata, l’INPS non può effettuare conguagli da dichiarazione dei redditi ordinaria.

Controlli preventivi dell’Agenzia delle Entrate

Il ritardo nell’accredito sulla Naspi può dipendere direttamente dall’Agenzia delle Entrate. La normativa prevede che il Fisco blocchi la trasmissione del prospetto 730-4 all’INPS quando la dichiarazione presenta elementi di rischio e richiede controlli preventivi. Ciò avviene in caso di:

  • rimborsi di importo complessivamente superiore a 4.000 euro;
  • sostanziali modifiche rispetto alla dichiarazione precompilata;
  • incoerenze relative ai dati sui familiari a carico o sui bonus edilizi e sanitari.

In questi casi, la pratica viene congelata per le verifiche documentali e l’INPS non riceve mai l’autorizzazione a pagare.

Credito sotto il limite minimo

In base alle norme generali sul conguaglio fiscale, l’erogazione dei rimborsi non viene effettuata se l’importo netto spettante risultante dalla dichiarazione è pari o inferiore a 12 euro.

Verificare lo stato del rimborso sui portali ufficiali

Per capire esattamente cosa sia accaduto dopo l’invio della propria dichiarazione dei redditi, non occorre attendere comunicazioni cartacee. È sufficiente consultare le proprie aree riservate sui siti istituzionali accessibili attraverso le proprie credenziali fiscali:

  • fascicolo previdenziale INPS. Entrando nella sezione Prestazioni e selezionando Modello 730/4, è possibile consultare i dati inviati dall’Agenzia delle Entrate e verificare l’eventuale presenza di una nota di diniego con la relativa causale (es. Rapporto di sostituzione esaurito);
  • cassetto fiscale Agenzia delle Entrate. Nella sezione Dichiarazioni fiscali – Modello 730 si trova lo stato di lavorazione della pratica. Se il conguaglio è fallito, la scheda evidenzierà il mancato perfezionamento del pagamento tramite il sostituto d’imposta.

Come sbloccare i soldi e ottenere il pagamento

Quando l’INPS rifiuta di erogare il rimborso 730 sulla Naspi, l’origine del pagamento deve essere spostata dall’ente previdenziale all’Agenzia delle Entrate. Il credito rimane valido e il contribuente ha a disposizione le seguenti opzioni per recuperarlo.

Per il 2026 il termine per inviare il 730 integrativo è scaduto il 26 ottobre, dato che il 25 cadeva di domenica. Chi si accorge solo ora del mancato rimborso deve quindi seguire una delle due strade ancora percorribili: il modello Redditi o il riporto del credito nella dichiarazione dell’anno successivo.

Presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche

Scaduta la finestra del 730 integrativo, la strada da seguire consiste nell’invio del Modello Redditi PF (ex Unico) in modalità integrativa o correttiva. Attraverso questo modello si recepisce il credito della precedente dichiarazione mai incassato e si richiede il rimborso diretto al Fisco. Il termine per la presentazione del modello Redditi PF 2026 è il 2 novembre 2026, visto che il 31 ottobre cade di sabato.

Riporto del credito nella dichiarazione successiva

Chi non riesce a rispettare nemmeno questa scadenza non perde il credito. L’importo non rimborsato dal sostituto d’imposta può essere indicato nel 730 del 2027, relativo ai redditi 2026, nella sezione dedicata ai crediti non rimborsati, e utilizzato in diminuzione dell’imposta dovuta oppure chiesto a rimborso.

Il 730 integrativo di tipo 2, termine scaduto il 26 ottobre

Fino al 26 ottobre 2026 era possibile inviare un Modello 730 Integrativo di tipo 2, una dichiarazione che consente di correggere solo l’indicazione del sostituto d’imposta senza toccare redditi e spese:

  • se la Naspi era terminata o la pratica era bloccata, si selezionava la modalità 730 Senza Sostituto;
  • se nel frattempo si era intrapreso un nuovo lavoro dipendente, si poteva indicare il nuovo datore di lavoro.

Tempistiche e modalità dell’accredito da parte dell’Agenzia delle Entrate

Quando la gestione del credito passa sotto la responsabilità diretta dell’Agenzia delle Entrate, è essenziale accedere al portale dell’Anagrafe Tributaria per registrare il proprio codice Iban. Senza l’indicazione del conto corrente, i tempi si allungano ulteriormente perché il pagamento avverrà tramite vaglia o titolo di credito postale.

A differenza del rimborso erogato sulla Naspi, la liquidazione diretta da parte dell’Agenzia delle Entrate segue le tempistiche dell’amministrazione finanziaria. Per le dichiarazioni ricalcolate senza sostituto a seguito di un diniego, l’accredito sul conto corrente arriva generalmente tra la fine dell’anno della dichiarazione e i primi mesi dell’anno successivo, estendendosi fino a sei mesi nei casi sottoposti a controllo preventivo per importi elevati.

Assegno unico di novembre, quando arriva il pagamento: le date del calendario Inps

27 October 2026 at 07:02

L’Assegno unico di novembre 2026 arriva giovedì 19 e venerdì 20 per le famiglie che ricevono già il contributo e non hanno variazioni nella propria posizione di fronte all’Inps.

Per chi aspetta il primo accredito, un conguaglio o la conclusione di una verifica dell’Isee, invece, le tempistiche possono essere diverse: l’assegno per loro arriva qualche giorno dopo. E anche la somma da incassare può cambiare in base alla situazione economica del nucleo familiare, al numero dei figli, alla loro età e alle eventuali maggiorazioni.

Quando arriva l’Assegno unico di novembre 2026

Il calendario dei pagamenti dell’Assegno unico e universale per i figli a carico è stato comunicato dall’Inps con il messaggio n. 3931 del 24 dicembre 2025.

Una precisazione che riguarda le famiglie interessate dai controlli sull’Isee: la rata può essere temporaneamente abbassata all’importo minimo previsto in assenza di un indicatore valido.

Le date di pagamento ordinario dell’Assegno unico universale sono, come detto, giovedì 19 e venerdì 20 novembre 2026. Non significa, però, che tutte le famiglie riceveranno il denaro nello stesso giorno: la data effettiva dipende dalla lavorazione della singola pratica. Può capitare, così, che qualcuno riceva i soldi nella mattinata di giovedì e qualcun altro il giorno dopo o quello dopo ancora.

Ed ecco anche quando pagano l’Assegno unico a dicembre: i soldi arrivano il 16 e 17 dicembre 2026, cioè prima delle festività natalizie.

Chi riceve l’Assegno unico a fine novembre

Per alcune famiglie, come anticipato, il pagamento arriverà nell’ultima settimana del mese. Le principali casistiche sono:

  • nuova domanda per le richieste presentate a ottobre, dove il primo pagamento è previsto di norma nell’ultima settimana di novembre;
  • conguagli con importi da integrare o recuperare che possono essere liquidati nella parte finale del mese;
  • variazioni familiari per la nascita di un figlio, il riconoscimento della disabilità, il raggiungimento della maggiore età o altri cambiamenti possono richiedere un aggiornamento della pratica;
  • modifica dell’Iban;
  • ripartizione tra i genitori con la quota destinata al secondo beneficiario che decorre dal mese successivo alla comunicazione all’Inps.

Come controllare la data e l’importo dell’accredito Inps

Le famiglie possono verificare data del pagamento e dettaglio dell’accredito attraverso i servizi online dell’Inps. Per accedere occorre utilizzare Spid, Cie o Cns. Le info del caso sono disponibili nel servizio dedicato all’Assegno unico, nel Fascicolo previdenziale del cittadino oppure attraverso l’app “Inps Mobile”.

In caso di anomalie, è possibile chiedere assistenza a un Caf, a un patronato, al proprio consulente di fiducia oppure al Contact center dell’Inps, ai numeri:

  • 803164 (gratuito da telefono fisso);
  • 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).

Se la riduzione è collegata a una verifica dell’Isee, occorre controllare la comunicazione ricevuta e fornire i documenti necessari a chiarire la propria posizione.

A chi spetta l’Assegno unico

L’Assegno unico e universale spetta alle famiglie in cui ricorrono le seguenti condizioni:

  • per ogni figlio minorenne a carico. Per i nuovi nati decorre dal settimo mese di gravidanza;
  • per ciascun figlio maggiorenne a carico fino al compimento dei 21 anni con un reddito complessivo inferiore a 8mila euro annui e che frequenti un corso di formazione scolastica o professionale oppure un corso di laurea oppure che svolga un tirocinio o un’attività lavorativa oppure che sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego oppure, infine, che svolga il servizio civile universale;
  • per ogni figlio con disabilità a carico senza limiti di età.

Pensione con contributi all’estero, quando si sommano a quelli italiani: il chiarimento Inps

22 October 2026 at 06:00

L’Inps, con la circolare 107 del 20 ottobre, riepiloga e aggiorna le regole per far valere i contributi versati all’estero nella pensione in regime di cumulo. Sono tre i chiarimenti che riguardano i periodi all’estero:

  • quando contano per il diritto alla pensione;
  • come si considerano per la verifica dell’importo soglia;
  • quando danno accesso all’integrazione al trattamento minimo.

Chi ha una carriera divisa tra più gestioni italiane e uno o più Paesi esteri può ottenere un trattamento che con i soli contributi italiani non sarebbe raggiungibile.

Cos’è la pensione in regime di cumulo

Il cumulo, previsto dalla Legge di Stabilità 2013 e poi modificato con la Legge di Bilancio 2017, permette di sommare i contributi non coincidenti versati in gestioni previdenziali diverse per ottenere un’unica pensione.

Quando contano i periodi lavorati all’estero

I periodi esteri valgono per il diritto alla pensione in cumulo come se fossero periodi italiani, in base all’articolo 6 del regolamento (CE) 883/2004 e contano anche se hanno già prodotto una pensione estera.

Quando lo stesso periodo è coperto sia da contributi italiani sia da contributi esteri, per esempio per due lavori svolti in contemporanea in due Paesi, quei mesi valgono una volta sola e non si sommano.

Quali Paesi rientrano nel cumulo

Rilevano i contributi maturati:

  • negli Stati Ue;
  • nello Spazio economico europeo;
  • in Svizzera;
  • nel Regno Unito;
  • nei Paesi legati all’Italia da accordi o convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedono la totalizzazione internazionale.

Le condizioni da rispettare

La totalizzazione con l’estero è possibile se:

  1. risulta raggiunto il periodo minimo di contribuzione italiana, cioè 52 settimane (un anno) per la normativa europea o quello fissato dalla singola convenzione;
  2. almeno una delle gestioni italiane coinvolte è compatibile con il riconoscimento dei periodi esteri;
  3. i periodi esteri servono per maturare il diritto oppure danno una pensione più favorevole rispetto al solo cumulo nazionale.

Per la maggior parte delle convenzioni bilaterali la totalizzazione non serve se il diritto si raggiunge già con i soli contributi italiani. Fanno eccezione Jersey e le altre Isole del Canale (che dipendono dal Regno Unito), gli Stati nati dalla ex Jugoslavia e l’Uruguay.

Contributi esteri anteriori al 1996

L’importo della pensione si calcola solo sui contributi italiani. I periodi esteri collocati prima del 1° gennaio 1996 servono però a stabilire l’anzianità al 31 dicembre 1995 e quindi il sistema in cui rientra la pensione, con i relativi requisiti di accesso e istituti.

Significa che chi ha lavorato all’estero prima del 1996 e in Italia ha versato solo dopo quella data viene inquadrato nel sistema misto, anche se la quota italiana resta calcolata, di fatto, con il sistema contributivo.

Importo soglia e contributi esteri

Per la pensione di vecchiaia in cumulo valgono anche i requisiti diversi da età e contributi previsti dall’ultima gestione di iscrizione.

L’importo soglia è l’importo minimo che la pensione deve raggiungere per essere pagata, ed è quello previsto dalle regole della Gestione separata. Nel cumulo l’Inps controlla l’importo soglia solo quando ricorrono insieme tutte queste condizioni:

  • la pensione è calcolata con il sistema misto (in parte con il retributivo e in parte con il contributivo);
  • l’ultima iscrizione del lavoratore è alla Gestione separata dell’Inps;
  • l’interessato non ha ancora compiuto 71 anni, limite che dal 1° gennaio 2027 sarà adeguato alla speranza di vita.

Nel caso internazionale, la pensione italiana si somma alla pensione o al pro-rata estero e il totale non deve risultare inferiore alla soglia. Il requisito può maturare anche dopo, quando arriva la liquidazione estera. In quel caso la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo.

La verifica non serve se, dopo l’ultimo contributo in Gestione separata, si hanno periodi esteri valorizzabili in una gestione dove la soglia non è prevista. Con i Fondi speciali conta la natura del lavoro svolto all’estero, che deve corrispondere alla stessa categoria.

Resta fermo che alla decorrenza il lavoro dipendente deve essere cessato, anche all’estero.

Integrazione al minimo

L’integrazione al trattamento minimo alza le pensioni più basse fino a 611,85 euro al mese – importo provvisorio per il 2026 fissato dalla circolare 153 del 19 dicembre 2025, che diventano 619,80 euro con l’incremento dell’1,3% riconosciuto alle pensioni pari o inferiori al minimo.

L’integrazione spetta a chi ha redditi entro i limiti di legge e solo alle pensioni nel sistema retributivo o misto. Nel cumulo spetta a condizione che almeno una delle quote sia a carico di una gestione che la prevede. Grazie ai periodi esteri anteriori al 1996, l’integrazione spetta anche a chi in Italia ha iniziato a versare dopo quella data.

Nell’esempio della circolare del 20 ottobre, un lavoratore con 15 anni di contributi all’estero prima del 1996 e poi iscritto in Italia al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alla Gestione esclusiva dei dipendenti pubblici ottiene una pensione in cumulo nel sistema misto, integrabile al minimo, anche se le quote italiane sono calcolate con il contributivo. L’integrazione resta a carico delle gestioni italiane.

Per verificare i limiti di reddito, l’Inps conta anche le pensioni estere e gli eventuali redditi prodotti all’estero.

Come si presenta la domanda

L’ente istruttore si individua solo in base all’ultimo contributo italiano, anche se l’ultimo versamento è avvenuto all’estero.

C’è poi un distinguo in base a dove si ha la residenza:

  • chi risiede in Italia presenta la domanda per via telematica e sceglie il tipo di pensione;
  • chi risiede all’estero si rivolge all’istituzione previdenziale del Paese di residenza, che inoltra la pratica alla sede Polo dell’Inps.

Se la domanda arriva dall’estero con la generica dicitura vecchiaia o anticipata, l’Inps deve comunque esaminare l’intera posizione, cercare il trattamento più favorevole e informare l’interessato sulle alternative prima di liquidare. Anche per questo motivo è sempre meglio indicare esplicitamente il cumulo nell’istanza.

Rimborso dei contributi Inps, via alla domanda unica: chi può chiederlo e come

21 October 2026 at 08:47

L’Inps semplifica la richiesta per ottenere indietro i contributi versati in eccesso. Con il messaggio n. 3247 del 13 ottobre l’Istituto ha attivato il servizio Domanda Rimborso Unico, un punto di accesso unico per tutte le richieste di rimborso delle somme indebitamente versate, anche quando l’indebito emerge da un accertamento. Per ora il servizio è attivo solo per la Gestione separata, ma sarà esteso progressivamente a tutte le gestioni previdenziali dell’Istituto. Per committenti, professionisti e collaboratori il passaggio è obbligato, dato che i vecchi canali di trasmissione sono stati chiusi.

Chi può chiedere il rimborso Inps

Possono usare il servizio i titolari di posizione contributiva presso la Gestione separata (articolo 2, comma 26, della legge 335/1995) che rientrano in uno di questi casi:

  • professionisti (lavoratori autonomi con redditi di lavoro autonomo);
  • committenti oltre il massimale (per la quota a loro carico, pari a 2/3 del contributo versato, quando il collaboratore ha superato il massimale annuo);
  • committenti per altri motivi (versamenti duplicati, somme versate in più per una variazione dell’aliquota denunciata, errori di versamento e casi analoghi);
  • lavoratori parasubordinati (per la quota a loro carico, pari a 1/3 del contributo versato, sempre in caso di superamento del massimale).

Le tipologie di rimborso

Sono 4 le tipologie di rimborso previste dall’Inps:

  • versamento errato, per le somme pagate per sbaglio o in eccesso;
  • credito da dichiarazione, cioè il credito risultante dalla dichiarazione dei redditi e non usato in compensazione entro il 31 dicembre dell’anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione;
  • superamento del massimale, cioè i contributi versati oltre il tetto annuo;
  • altra Cassa, se la contribuzione era dovuta a un’altra Cassa professionale.

Come presentare la domanda

La domanda si presenta solo online. Può farlo il contribuente in prima persona oppure un intermediario di fiducia, come un consulente del lavoro o un professionista abilitato.

Dove si trova il servizio

Si entra nel Cassetto previdenziale del contribuente con Spid almeno di livello 2, Cie di livello 3, Cns o eIdas, poi si seleziona il percorso:

Altri Servizi > Domanda Rimborso Unico.

La pagina iniziale mostra le domande più recenti con il relativo stato, il collegamento per inserirne una nuova, gli aggiornamenti amministrativi su rimborsi ed eccedenze e i contatti per segnalare anomalie o malfunzionamenti. Il manuale utente resta sempre consultabile dalla scheda in alto a destra.

Dallo stesso servizio si possono consultare dunque anche le domande già trasmesse, riprendere la compilazione di quelle salvate in bozza e verificare lo stato di lavorazione e informazioni che i vecchi canali separati non sempre rendevano disponibili.

Quale causale scegliere

In questa prima fase le macro-causali sono 3:

  • Gestione Separata – Committenti per superamento del massimale;
  • Gestione Separata – Parasubordinati;
  • Altro.

L’ultima copre le richieste che non dipendono dal massimale. Per esempio il committente che deve recuperare somme versate con un’aliquota non corretta o il professionista che chiede il rimborso delle eccedenze risultanti dalla dichiarazione dei redditi.

La procedura riconosce il tipo di utente e imposta la domanda di conseguenza.

Se si accede come parasubordinato senza contributi in Gestione separata o come committente per superamento del massimale senza somme disponibili, il sistema segnala l’incongruenza.

Committente e collaboratore: chi ottiene il rimborso

Il massimale annuo della base contributiva e pensionabile è il tetto oltre il quale i contributi non sono più dovuti. Per il 2026 è fissato a 122.295 euro, come spiegato dalla circolare Inps n. 6 del 30 gennaio. Lo supera soprattutto chi lavora per più committenti, perché ciascuno versa sui propri compensi senza conoscere quelli pagati dagli altri.

Da maggio 2025 l’Inps ha iniziato a inviare tramite MyInps una comunicazione ai collaboratori che hanno superato il tetto. L’anno seguente, concluse le verifiche (compresa quella sull’aliquota applicata), un avviso analogo arriva a ciascun committente per la quota di sua competenza. Ognuno deve procedere in autonomia:

  • il committente chiede, per ogni collaboratore interessato, la restituzione della propria quota eccedente;
  • il collaboratore chiede con un’unica domanda il rimborso complessivo della quota a suo carico, versata da tutti i committenti oltre il tetto.

Nuovo bonus mamme 2026 Inps: via alle domande, come fare e requisiti

20 October 2026 at 14:42

L’Inps ha aperto da oggi il canale telematizzato per l’invio delle domande relative al Nuovo bonus mamme 2026.

Con la pubblicazione del messaggio numero 3343, l’Istituto dà ufficialmente il via alle richieste per accedere al contributo economico erogato in un’unica soluzione con la mensilità di dicembre 2026.

Come fare domanda sul portale Inps passo dopo passo

La procedura per richiedere l’assegno si svolge interamente online sul sito dell’Istituto tramite i seguenti passaggi:

  • accedere al portale ufficiale Inps autenticandosi con Spid di livello 2, Carta d’identità elettronica, Carta nazionale dei servizi o eIdas;
  • entrare nella sezione dedicata alle prestazioni a sostegno del reddito e selezionare il punto d’accesso per le prestazioni non pensionistiche;
  • spuntare l’opzione del Nuovo bonus mamme 2026 e compilare il modulo con i dati del rapporto di lavoro e i codici fiscali dei figli;
  • verificare la correttezza dei dati inseriti, inoltrare la richiesta e scaricare la ricevuta con il numero di protocollo.

Sarà possibile consultare lo stato di avanzamento dell’istanza direttamente dall’area riservata MyInps o rivolgendosi a un patronato.

Entro quando si può fare richiesta

Le lavoratrici interessate hanno tempo fino al 31 dicembre 2026 per trasmettere la domanda. Il termine slitta al 31 gennaio 2027 solo per chi perfeziona i requisiti d’accesso nel corso del mese di dicembre 2026.

Le differenze con il precedente Bonus mamme

Il nuovo incentivo presenta modifiche sostanziali rispetto al vecchio Bonus mamme. Mentre il vecchio strumento si configurava come uno sgravio del 100% dei contributi previdenziali Ivs a carico della lavoratrice, la misura attuale consiste in un contributo economico diretto erogato dall’Inps.

Con la decontribuzione si poteva cumulare un beneficio di 3.000 euro l’anno, percepiti durante l’anno in busta paga. Il nuovo bonus accredita un importo fisso di 60 euro al mese, per un tetto massimo di 720 euro annui, che viene liquidato in un’unica soluzione a fine anno.

In passato il diritto spettava esclusivamente alle lavoratrici dipendenti con contratto a tempo indeterminato. La nuova disciplina estende invece l’accesso alla prestazione sia alle lavoratrici dipendenti sia alle lavoratrici autonome e alle libere professioniste.

Infine, se con il vecchio beneficio fiscale non era prevista alcuna soglia Isee o reddituale, la nuova misura introduce un tetto al reddito annuo individuale da lavoro, fissato entro il limite massimo di 40.000 euro.

Bonus 500 euro respinto nonostante Naspi e disoccupazione, il chiarimento dell’Inps

20 October 2026 at 12:15

Circa 350 giovani che hanno chiesto il contributo da 500 euro al mese per l’autoimpiego hanno presentato un esposto alle autorità europee e all’Anac contro i rigetti delle loro domande. Dopo che la vicenda è arrivata sui giornali, l’Inps è intervenuto con un comunicato stampa il 20 ottobre 2026. Nella nota l’Istituto esclude che le domande siano decise da algoritmi e indica nel Ministero del Lavoro l’unico soggetto che può certificare lo stato di disoccupazione. Proprio su questo requisito, infatti, si sono bloccate molte pratiche, comprese quelle di chi, al momento di aprire l’attività, percepiva la Naspi.

Il contributo è previsto dall’articolo 21, comma 3, del decreto Coesione e vale 500 euro mensili per un massimo di 3 anni, al massimo fino al 31 dicembre 2028. Spetta a chi aveva meno di 35 anni ed era disoccupato quando ha avviato un’impresa o aperto la partita Iva tra il 1° luglio 2024 e il 31 dicembre 2025, nei settori delle nuove tecnologie e della transizione digitale ed ecologica. L’Inps ha chiuso l’istruttoria a giugno, aprendo la fase dei riesami per le domande respinte.

Cosa contestano i richiedenti

Come riportato da Fanpage, l’esposto è stato inviato all’Olaf (l’Ufficio europeo per la lotta antifrode), alla Procura europea e all’Autorità nazionale anticorruzione da circa 350 richiedenti e da un comitato civico. Le contestazioni principali riguardano:

  • rigetti che sarebbero stati decisi da procedure automatizzate senza un adeguato controllo umano, in contrasto con l’articolo 22 del Gdpr;
  • lo stato di disoccupazione, la cui verifica sarebbe all’origine di oltre 3.000 delle circa 5.000 richieste di riesame;
  • pratiche ferme da mesi;
  • difficoltà nell’accesso agli atti che motivano i rigetti.

Il coinvolgimento delle autorità europee si spiega con il finanziamento. La misura rientra infatti nel Programma nazionale Giovani, donne e lavoro 2021-2027, cofinanziato dal Fondo sociale europeo Plus.

I chiarimenti dell’Inps sulle verifiche

La nota non cita l’esposto ma solo gli articoli usciti in questi giorni. Sul punto delle decisioni automatizzate spiega che:

L’istruttoria automatizzata non è basata su algoritmi decisionali ma sulla consultazione e sul riscontro delle informazioni certificate presenti nelle banche dati disponibili.

L’Istituto controlla nei propri archivi i dati dell’impresa o la data di apertura della partita Iva per i liberi professionisti, l’appartenenza dell’attività alle categorie ammesse e i dati anagrafici del richiedente. Su queste voci i funzionari stanno riesaminando le pratiche caso per caso.

Chi certifica lo stato di disoccupazione

Come previsto dalla circolare 148 del 28 novembre 2025, lo stato di disoccupazione viene attestato con una dichiarazione sostitutiva al momento della domanda. L’Inps verifica che sia presente consultando la banca dati del Ministero del Lavoro, che definisce

unico soggetto competente a certificare lo stato di disoccupazione.

Se nel sistema non risulta la posizione, la domanda viene respinta anche quando il richiedente ha documenti che dicono il contrario. Le posizioni corredate da documentazione idonea, precisa l’Inps, sono state sottoposte alla valutazione del Ministero.

Perché ci sono ritardi

L’Istituto ha riconosciuto un rallentamento nella conclusione delle pratiche, soprattutto nei casi in cui è servita la valutazione di un’altra amministrazione.

Il pagamento, comunque, parte quando arrivano le informazioni mancanti e vengono confermati tutti i requisiti, compreso il Durc, il Documento unico di regolarità contributiva.

Il nodo della Naspi

L’articolo 21, comma 1, del Dlgs 150/2015 stabilisce che la domanda di Naspi presentata all’Inps, che viene trasmessa ai fini dell’inserimento nel sistema informativo unitario delle politiche del lavoro, equivale alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro (Did), il passaggio da cui dipende lo stato di disoccupazione.

Sulla carta, quindi, chi ha chiesto la Naspi dovrebbe risultare disoccupato. Quando non succede, il problema riguarda i dati presenti nel sistema. Su questi casi si concentrano i riesami trasmessi al Ministero.

Cosa fare se la domanda è ancora bloccata

Se si è tra i richiedenti del bonus da 500 euro al mese del decreto Coesione, i passaggi da seguire sono:

  1. verificare nel servizio Incentivo decreto Coesione del portale Inps, con identità digitale, il motivo del rigetto;
  2. se il rigetto riguarda la disoccupazione, controllare che nel sistema risultino la Did e lo stato di disoccupazione alla data di avvio e, se mancano, chiederne l’aggiornamento, dato che in riesame l’Inps si basa su queste risultanze;
  3. allegare al riesame tutta la documentazione che prova il requisito, come la domanda di Naspi e il relativo provvedimento;
  4. verificare di essere in regola con i versamenti contributivi, perché senza Durc regolare il pagamento non parte.

Non è mai troppo tardi per la previdenza complementare

7 September 2026 at 08:42

Aderire alla previdenza complementare conviene anche se si è a fine carriera. Le prime coorti di iscritti al Fondo Espero hanno maturato risorse superiori rispetto a chi non ha aderito, pur con un orizzonte di accumulazione limitato. Lo dicono i dati Inps.

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