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Israele boccia Netanyahu, ma non riesce a liberarsene

29 October 2026 at 03:45

Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, accompanied by his wife, Sara, waves to supporters at Likud party headquarters in Jerusalem after the release of the first exit poll results in Israel's general election, Wednesday, Oct. 28, 2026. (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Benjamin Netanyahu ha governato per quattro anni e condotto quattro guerre, sostenuto da una maggioranza di sessantotto seggi. Oggi il voto popolare ha ridotto il suo blocco a una schiacciante minoranza parlamentare: secondo lo scrutinio delle schede ordinarie, ha perso quindici seggi e ne conta cinquantatré. L’analisi del voto è dunque chiara e netta: il blocco che sostiene il suo esecutivo non dispone più di una maggioranza. Questo è il dato politico, il più importante e indiscutibile del voto in Israele. Non si vede, peraltro, in cosa consisterebbe la tanto citata rimonta che esalta Donald Trump e tanti improvvisati commentatori da talk show. Il blocco era accreditato da alcuni sondaggi a quota 49-51 seggi e ora ne ha cinquantatré: lo scarto rispetto a quelle previsioni è stato minimo.

Il secondo dato, importantissimo, è che nel voto di condanna dei quattro anni di governo della coalizione di destra un ruolo fondamentale è stato svolto dai partiti arabi, che passano da dieci a diciannove seggi, con un incremento notevole secondo lo scrutinio delle schede ordinarie. Questo risultato si deve a tre dinamiche.

Innanzitutto, e finalmente, gli elettori arabi sono andati alle urne, soprattutto i beduini, che in tutto il mondo islamico, non ebraico quindi ma arabo, sono considerati dei paria a causa di alcuni versetti del Corano e costituiscono lo strato più basso della società multietnica israeliana.

In secondo luogo, i partiti arabi hanno cominciato a fare politica e, anche se solo agli inizi, ad abbandonare il loro massimalismo verbale, spesso di marca jihadista. Hanno messo al primo posto del programma il contrasto alla criminalità araba, il tema delle abitazioni e il welfare.

In terzo luogo, per gli arabi israeliani ha ovviamente contato anche la necessità di contrastare il suprematismo razzista ebraico di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, cinicamente e irresponsabilmente spalleggiato da Netanyahu, che andava penalizzato con il voto. Chi crede invece che l’elettorato arabo israeliano si mobiliti per i due Stati si sbaglia, se non per quanto concerne una sua esigua minoranza: la corruzione, l’immoralità e l’inaffidabilità di Abu Mazen e dei suoi sono ben presenti agli arabi israeliani, che sono ben contenti dei loro privilegi di cittadini a pieno titolo dello Stato ebraico.

Sia chiaro: si è detto che i partiti arabi hanno iniziato a fare politica, ma in realtà sono ancora appesantiti dal jihadismo secolare palestinese. Solo Ra’am di Mansour Abbas ha condannato con chiarezza e determinazione Hamas e la strage del 7 ottobre, definendoli contrari all’islam. Yousef Jabareen, leader della Joint List, la più forte alleanza di tre partiti arabi, incluso quello comunista, non ha mai condannato il 7 ottobre, mentre Sami Abu Shehadeh, leader di Balad, uno dei tre partiti, l’8 ottobre 2023 ha definito la strage «un evento storico importante». Nei fatti, la radicale diffidenza della stragrande maggioranza dell’elettorato ebraico verso l’affidabilità dei partiti arabi è largamente giustificata.

Infine, ma non per ultimo, anzi, le urne hanno punito la fragilità politica del blocco non arabo dell’opposizione a Netanyahu, che ha ottenuto soltanto quarantotto seggi, contro i 55-56 che alcuni sondaggi pronosticavano. In questo insuccesso hanno contato lo scarso spessore politico e, soprattutto, il deficit di carisma e leadership di Gadi Eisenkot, ma anche di Naftali Bennett, Yair Lapid e Avigdor Lieberman. È stata inoltre disastrosa la lite sotterranea, ma evidente, tra i primi tre per l’indicazione del candidato premier, con molti colpi bassi reciproci, in stile Campo largo italiano. Infine, ha pesato il fatto che Yashar, il partito più votato dell’opposizione non araba, quello di Eisenkot, non avesse un forte radicamento territoriale, essendo stato fondato dal nulla un anno fa. Il Likud, invece, forte di 16 anni di governo, ha una presenza sul territorio capillare, diffusa e radicata.

Da notare, inoltre, che le liste di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich avevano 13 seggi e ne hanno 13 anche oggi. La loro sovraesposizione mediatica e il ruolo decisivo svolto nella conduzione feroce della guerra a Gaza e nel sostegno alle sopraffazioni dei coloni in Cisgiordania non hanno giovato ai due partiti. I due partiti religiosi alleati con Netanyahu hanno invece perso seggi.

Va ricordato — e il dato è importantissimo — che devono ancora essere conteggiate circa seicentocinquantamila schede speciali, comprese quelle dei militari fuori sede, degli sfollati dal nord di Israele, delle persone ricoverate o impossibilitate a recarsi al proprio seggio e del personale diplomatico. Il loro peso può incidere sull’assegnazione di circa quattordici seggi. Veniamo dunque agli scenari di governo possibili.

Nell’ipotesi credibile che questi voti rispecchino, con poche variazioni, le proporzioni del voto espresso nelle urne e che non attribuiscano comunque a nessuno dei due blocchi i sessantuno seggi necessari per raggiungere la maggioranza, lo scenario che pare più probabile — non certo, ma probabile — è quello di nuove elezioni anticipate a gennaio o febbraio.

È infatti impossibile che Eisenkot e i suoi alleati, con soli quarantotto seggi, formino un governo di minoranza contando sull’astensione dei partiti arabi. Sarebbe un esecutivo zoppo, debolissimo, e avrebbe come conseguenza un netto rigetto alle urne nella successiva, imminente tornata elettorale da parte dell’elettorato ebraico che, non senza ragione, non si fida affatto tanto degli elettori arabi quanto delle loro leadership, letteralmente educate male da un secolo di jihadismo e terrorismo palestinese.

Yair Golan, leader dei Democratici, che hanno riportato un risultato abbastanza deludente con soli 8 seggi, ha indicato questa soluzione, ma è totalmente isolato e smentito dai suoi alleati.

Resta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, senza Ben-Gvir e Smotrich né Golan: una soluzione richiesta da Donald Trump, auspicata per dovere istituzionale dal presidente della Repubblica Isaac Herzog e soprattutto indicata come obiettivo per tutta la campagna elettorale da Netanyahu, che prevedeva la caduta della sua coalizione e che, indubbiamente, a differenza dei suoi avversari, sa fare politica. Ha infatti già iniziato a inviare, invano, emissari discreti a Bennett e Lieberman nel tentativo di incrinare il fronte avversario.

Il problema di fondo, che con ogni probabilità renderà impraticabile questo esecutivo unitario, sta proprio nella principale motivazione del voto dell’elettorato ebraico: la volontà, addirittura la necessità, di accertare sino in fondo le responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023 e per la gestione delle trattative per liberare gli ostaggi. È questa, infatti, la ragione principale del crollo del blocco Netanyahu, passato da sessantotto a cinquantatré seggi. Ma è evidente che Netanyahu porrà come condizione ferrea e ultimativa — e non potrebbe fare altrimenti — l’istituzione di una commissione d’inchiesta su quelle responsabilità, di fatto addomesticata e da lui controllabile, che lo assolva da ogni responsabilità, pur evidente e indiscutibile, per la serie di decisioni politiche e militari che hanno permesso ad Hamas di penetrare senza ostacoli in Israele, uccidere circa milleduecento persone, in gran parte civili israeliani, e prendere in ostaggio 251 persone.

Questa condizione, che Netanyahu porrà e che Eisenkot e i suoi alleati non potranno assolutamente accettare, si scontrerà non solo con il buon senso e con la volontà di accertare le responsabilità, chiaramente espressa dall’elettorato, ma anche con un dato politico stranamente non rilevato dagli osservatori. L’ex generale Gadi Eisenkot e il suo partito Yashar devono la loro comunque eccellente affermazione, per quanto sovrastimata, a un fatto e a un fatto solo: sono il partito di riferimento non solo dell’intero vertice delle Forze armate, dell’Idf, a iniziare dal loro comandante in capo Eyal Zamir — uno dei tanti stretti collaboratori di Netanyahu, da lui nominati e che ora lo contrastano —, ma anche di tutto il quadro degli ufficiali di carriera. La ragione è ovvia: devono difendere l’onore dell’Idf dalle accuse infamanti, dichiarate e addirittura urlate da Netanyahu, secondo cui l’esercito e lo Shin Bet sarebbero gli unici responsabili e colpevoli del 7 ottobre. In un contesto talmente avvelenato — una barbarie indotta colpevolmente e personalmente da Netanyahu stesso —, un sondaggio dell’Università Reichman condotto nell’aprile scorso rilevava che addirittura il quarantasei per cento degli elettori della coalizione di governo era convinto che i vertici militari e della sicurezza avessero deliberatamente nascosto al premier informazioni sull’imminente attacco di Hamas per danneggiarlo politicamente.

Si apre dunque una fase politica di stallo e di grandi tensioni interne in Israele, che sarà influenzata dalle conseguenze del voto di midterm negli Stati Uniti e soprattutto dalla nuova iniziativa militare contro l’Iran che Donald Trump pare stia preparando e che Netanyahu voleva anticipare rispetto al voto israeliano, ma che è stata letteralmente bloccata da Eyal Zamir, il comandante dell’Idf, ormai suo implacabile, ma silente, avversario.

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Netanyahu ha nutrito la destra che ora minaccia di divorarlo

21 October 2026 at 03:45

Per leggere il complesso scenario elettorale di un Israele in cui si voterà il 27 ottobre, è indispensabile avere presente innanzitutto una delle ragioni di fondo della sua fluidità e imprevedibilità, una delle caratteristiche della democrazia israeliana. Oggi, infatti, ben 38 partiti si presentano al voto e di questi sicuramente 25, ma più probabilmente 28-30, non supereranno la soglia di sbarramento del 3,25 per cento, provocando così una grande dispersione dei suffragi. Un voto inutile e disperso che nel 2022 è stato pari all’8,8 per cento dei voti espressi, con cui si sarebbero potuti eleggere ben 10 parlamentari. Partiti strani, o addirittura bizzarri: c’è il partito della Cannabis, quello dei Pirati, quello che propugna il matrimonio universale, un altro che vuole la monarchia costituzionale, ovviamente quello che vuole abolire le tasse e persino quello che vuole trasferire la popolazione ebraica di Israele su un’isola artificiale nel Mediterraneo.

È questo, dunque, l’effetto di un tratto tipico della democrazia israeliana, partecipativa a ogni costo. Per presentare una lista al voto per la Knesset è infatti sufficiente fondare un partito con solo 100 iscritti, con organi dirigenti e statuto, e comunque il controllo della Corte Suprema è limitato a poche, ovvie condizioni. Il tutto è dovuto a un’esasperata attenzione a dare possibilità di rappresentatività in Parlamento ai tanti volti dell’ebraismo forgiati nei millenni della diaspora e poi nel ritorno. Proprio questo cosciente privilegiare la rappresentatività anche a scapito della governabilità, che impone un sistema elettorale proporzionale, è all’origine, negli ultimi decenni, di un fenomeno fortissimo di fluidità elettorale e addirittura delle cinque elezioni anticipate nell’arco di tre anni tra il 2019 e il 2022, dopo la morte e la scomparsa di tutti i leader storici del sionismo e di tutti i loro partiti storici, fatto salvo il Likud.

A questo si sommano la nascita e la rapida scomparsa di tanti effimeri partiti di opposizione al Likud e la debolezza politica delle figure a capo dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, che invece ha una forte capacità e caratura da leader, che gli va riconosciuta e che è alla base dei suoi 19 anni di governo. Basti pensare alla figura opaca dello scialbo ex generale Benny Gantz, che sino al 2022 è stato il leader delle forze di contrasto al leader del Likud, che nel 2019, con il suo partito Blu e Bianco, era riuscito a essere il primo partito con il 25,95 per cento e 33 seggi e che invece ora non riuscirà neanche a superare la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e infatti ha dichiarato che si ritira. Lo stesso ex generale Gadi Eisenkot, il cui partito è stato appena formato e che oggi è dato dai sondaggi come il più votato, non ha alcuna esperienza politica o di governo, ha un’oratoria lenta, conosce a malapena l’inglese e soprattutto non è riuscito a farsi indicare dai leader degli altri partiti dell’attuale opposizione (Naftali Bennett, Yair Lapid, Avigdor Lieberman e Yoav Golan) come unico candidato premier contro Netanyahu, all’interno di una dinamica di sterile concorrenza tra leader alleati molto simile a quella del Campo Largo in Italia.

Una sola cosa è però chiara sulle cruciali elezioni in Israele, stando alla netta maggioranza delle rilevazioni pre-voto: Netanyahu ha perso la sua maggioranza, come indicano le rilevazioni della quasi unanimità dei sondaggi. La sua coalizione di governo è infatti quotata tra i 49 e i 51 seggi (la maggioranza alla Knesset è a 61 seggi), contro i 63 attuali (solo Canale 14, filo Netanyahu, gliene attribuisce 62). Israel Hayom, il più diffuso quotidiano israeliano, fondato nel 2007 proprio ed esclusivamente per sostenerlo, ma oggi molto critico, gliene attribuisce 50. Si vedrà ora quali effetti avrà sui votanti israeliani la tardiva sponsorizzazione a suo netto favore da parte di Donald Trump, ma non è affatto detto che sia decisiva.

Il problema vero, però, sempre secondo i sondaggi, è che il blocco dell’attuale opposizione è fermo tra i 54 e i 57 seggi e quindi non avrebbe la maggioranza, anche se potrebbe essere molto favorito in termini di seggi dalla decisione di Benny Gantz di ritirarsi dal voto e dovrebbe quindi incamerare come voti utili quelli del suo 1-2 per cento, che sarebbe andato disperso.

Ma in Israele c’è un terzo protagonista: i partiti arabi, a cui vengono attribuiti complessivamente 13-15 seggi. Il fatto è che, almeno prima dell’apertura delle urne, i partiti dell’opposizione a Netanyahu negano di voler fare un governo con il loro supporto (a urne chiuse, si vedrà). Torneremo più avanti su questo snodo cruciale.

Innanzitutto, una notazione politica fondamentale. La sciagurata decisione di Netanyahu nel 2022 di legittimare con la sua alleanza l’estrema destra non sionista di Itamar Ben Gvir, facendolo entrare nella Knesset con 6 deputati, ha trasformato il leader del Likud in un apprendista stregone. Infatti, questo violento e ignorante demagogo parafascista, che pure sino ad allora non era mai riuscito a entrare in Parlamento (nel 2020 aveva raccolto un indicativo 0,42 per cento), grazie al suo populismo, ai suoi cappi esibiti in Parlamento, alla legge sulla pena di morte solo per i palestinesi e al suo appoggio ai coloni suprematisti e razzisti, non solo ora è quotato dai sondaggi in grado di eleggere otto deputati, ma soprattutto, dopo avere fagocitato i voti di Bezalel Smotrich, meno demagogo di lui, ora aspira dichiaratamente a diventare premier, sostituendo un Netanyahu che è costretto a fare larga parte della campagna elettorale proprio contro di lui. Un indicativo precedente dell’«effetto Vannacci» sulla destra italiana.

In questo contesto, nel caso molto probabile, ma non certo, che i sondaggi abbiano ragione e che nessuno consegua quota 61 seggi alla Knesset, questi sono gli scenari possibili.

Primo scenario: un governo di minoranza guidato dall’ex generale Eisenkot, leader del partito più votato, con tutti i partiti di opposizione e che può ottenere la fiducia grazie all’astensione o all’uscita dall’aula dei partiti arabi (i cittadini arabi di Israele sono due milioni e centomila, il 21 per cento della popolazione).

Questo scenario è probabile, anche se è rigettato da Lieberman e rifiutato dallo stesso Eisenkot, perché non solo è nelle corde del partito Ra’am di Mansour Abbas, che già nel 2021 ha dimostrato grande flessibilità entrando nel governo di Bennett, ma anche perché gli altri partiti arabi della Joint List pare abbiano finalmente compreso che il loro storico estremismo islamista e jihadista non paga e che è l’ora di iniziare a fare politica. Il leader di questa alleanza tra tre partiti arabi, Yousef Jabareen, ha infatti «giurato di mettere in atto tutti gli strumenti e le scelte possibili pur di affossare la possibilità che Netanyahu formi un governo», e la strada dell’astensione è la più praticabile. Questa astensione non implicherebbe nessuna alleanza formale, ma impedirebbe a questo eventuale esecutivo di varare qualsiasi provvedimento contro gli arabi israeliani e anzi lo spingerebbe ad annullare l’orrore della legge sulla pena di morte solo per i palestinesi.

Si può anche ipotizzare che questo scenario potrebbe essere rafforzato dalla nomina a ministro per la Sicurezza urbana (è questo il principale problema della minoranza araba a causa delle mafie palestinesi) del sionista ed ex dirigente della polizia israeliana Yoav Segalovitz. Con eccellente intelligenza strategica, infatti, Mansour Abbas, leader del partito arabo Ra’am, lo ha inserito in lista al secondo posto, facendo sì che si vedranno decine di migliaia di elettori arabi israeliani votare per un poliziotto sionista (a proposito dell’accusa di apartheid allo Stato ebraico). Molto poco probabile, se non impossibile, sarà invece un accordo formale di governo tra le forze di opposizione e il partito arabo Ra’am, con la nomina di suoi ministri. Lo choc del 7 ottobre in Israele è tale e tanto radicato ed esteso che quello che è apparso come un’eccellente novità nel 2021 può essere percepito come una minaccia nel 2026.

La forza dell’ipotesi di un governo di minoranza permesso dall’astensione dei partiti arabi, o di un solo partito arabo, sta nel fatto che aprirebbe una fase di sedimentazione politica in cui alcuni parlamentari del Likud potrebbero rispondere alle incitazioni molto forti, già espresse da Lieberman, ad abbandonare finalmente il Likud di Netanyahu e passare con le attuali forze di opposizione, in modo da poter raggiungere in tempi brevi la quota di 61 deputati e varare un governo autosufficiente e non più subordinato all’astensione dei parlamentari arabi, come è peraltro suggerito da vari media israeliani.

Secondo scenario: il varo di un governo di unità nazionale, che è oggi quello che Netanyahu propone e caldeggia con vigore in campagna elettorale per riparare alla disastrosa e probabile perdita di voti della sua coalizione, che ha governato negli ultimi quattro anni. Un governo che escluda le estreme, quindi Ben Gvir e la sinistra unita di Yair Golan (accreditata tra gli 8 e gli 11 seggi). È questa la strada che Netanyahu avrebbe dovuto intraprendere dopo il 7 ottobre, come fece il laburista Levi Eshkol che, alla vigilia della guerra dei Sei giorni nel 1967, fece entrare nel governo il suo irriducibile oppositore di destra Menachem Begin, fondatore del Likud. Invece, Netanyahu – sintomo indiscutibile della sua miopia strategica – ha preferito legarsi e subire le pressioni della destra parafascista di Ben Gvir e Smotrich nella conduzione della guerra di Gaza, con esiti disastrosi.

Il governo di unità nazionale sarebbe una soluzione a prima vista pacificatrice e saggia, ma è irta di difficoltà. Infatti, la condizione non negoziabile che sicuramente Netanyahu porrà sarà la formazione di una commissione d’inchiesta sul massacro del 7 ottobre che gli garantisca l’assoluzione da ogni responsabilità. Questo in un contesto in cui più del 60 per cento degli elettori dichiara che la prima motivazione del proprio voto è appunto appurare la verità sulle colpe dell’incredibile serie di falle che hanno permesso a Hamas di penetrare in profondità in Israele, massacrare 1.166 ebrei e prendere 251 ostaggi.

Ma scaricare e liberare dalle sue evidenti responsabilità Netanyahu significherebbe sposare la sua incredibile tesi, che nega ogni e qualsiasi colpa del potere esecutivo e politico, quindi sua, caricando tutte le colpe sulle Forze armate, sullo Shin Bet e sul Mossad. Uno scenario che le forze oggi di opposizione, e le stesse Forze armate, non possono subire e men che meno può essere accettato dal loro leader, l’ex comandante delle Idf, il generale Eisenkot, che nella guerra di Gaza ha visto cadere suo figlio e due suoi nipoti.

Un Eisenkot, oggi favorito e sostenuto dal quadro dirigente delle Idf, che infatti nell’autunno del 2024 è uscito dal Gabinetto di guerra in rovente polemica anche con la conduzione della guerra di Gaza da parte di Netanyahu.

C’è uno scenario che potrebbe aiutare il concretizzarsi di questa soluzione, già ipotizzato da Lieberman, ed è che il Likud scarichi Netanyahu, escludendolo così dal governo. Ipotesi scarsamente praticabile, visto il ferreo controllo che questi ha sul suo partito.

Per inciso, per comprendere il contesto di questo voto e che cosa sia oggi Israele, va considerato che i media prevedono che circa il 25 per cento dei parlamentari che saranno eletti abbia subìto un lutto grave durante la guerra di Gaza: c’è chi ha perso un figlio o una figlia in armi e chi un altro parente.

Comunque, in politica è bene non dire mai mai.

Terzo scenario: nuove elezioni anticipate, che sono possibili, in linea non solo teorica, se i due blocchi non raggiungono la maggioranza. Sarebbero da tenere in tempi stretti, nei primi mesi del 2027. È una strada di per sé pessima per il protrarsi dello stato di incertezza al comando politico in un Paese che continua a essere di fatto in guerra e avrebbe per di più un risvolto più che scabroso e negativo per le attuali forze di opposizione. Netanyahu rimarrebbe infatti in carica come premier con il governo attuale e avrebbe tutti gli strumenti per influenzare il nuovo voto.

Di fatto – ripetiamo, sempre che i sondaggi siano confermati – un ruolo decisivo verrà svolto dal presidente della Repubblica Isaac Herzog, già laburista, figlio di Chaim Herzog, già apprezzato presidente di Israele, eletto nel giugno del 2021, nei giorni in cui Netanyahu stava perdendo il governo a favore di Bennett, con una maggioranza schiacciante di 87 voti.

Il problema, non piccolo, è che la caratura dell’uomo, del presidente, non è quella di un leader forte, sicuro, incisivo e che ha dimostrato spesso di essere incline al compromesso al ribasso.

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