❌

Normal view

Ti ricordi… Victor Benitez Morales, “El Conejo” nato lo stesso giorno di Maradona che mandò a quel paese i dirigenti del Milan

30 October 2026 at 08:28

Potrebbe passare tutto in secondo piano il 30 ottobre, data di nascita di Diego Armando Maradona. Di prodigi e primati, El Pibe, ne ha firmati a bizzeffe, tutti arcinoti. Qualche anno prima di Diego e a qualche chilometro di distanza di Villa Fiorito ad esempio nasceva il primo calciatore peruviano in grado di vincere una Coppa dei Campioni. Qualche anno prima, 25 per l’esattezza, con i chilometri di distanza che forse sono più di qualche perché tra Villa Fiorito e Lima ce sono quasi 4mila, nasceva Victor Benitez Morales, soprannominato “El Conejo”.

25 anni prima di Diego, a quattromila chilometri di distanza: nel Rìmac, ai piedi del Cerro San Cristobal di Lima, Perù, Victor cresce tra polvere e campionati dei barrio. Campionati e quartieri dove affini carattere e muscoli, e Benitez coi suoi denti sporgenti, col temperamento da leader e la grande velocità di corsa è uno dei ragazzini che emerge. Tifa Sporting Cristal, squadra del barrio, ma le sue qualità gli valgono la chiamata dell’Alianza Rima, dove arriva praticamente bambino ed esordisce qualche anno dopo tra i professionisti. Centrocampista, esterno, terzino: gioca praticamente in qualunque ruolo gli chiedano di farlo, tanto che dall’Allianca passa al Boca Juniors nel 1960, diventando subito, tra tackle ruvidi e corse su ogni pallone un idolo del pubblico della Bombonera. Ancor di più quando piazza una zampata vincente nel Supercalsico contro il River Plate.

Anni senza internet e di tournée internazionali: in uno di questi appuntamenti la fitta rete di osservatori del Milan, con gli occhi puntati sugli xeineses perché interessati ad acquistare Antonio Rattìn, resta folgorata da quel ragazzo tutto grinta e corsa. Ansiosi di non farselo scappare chiedono di prelevarlo nonostante sia sotto la doccia: “Peruano, te estàn buscando!” gli grida l’allenatore Josè D’Amico, così lui esce e si ritrova di fronte gli italiani. Non è amore a prima vista però: gli emissari rossoneri non si capacitano di come un fisico così esile potesse destreggiarsi tra botte e contrasti in campo, il loro scrutarlo per contro irrita il calciatore che li manda a quel paese.

In quello stesso spogliatoio, ad assistere alla scena, c’è Ernesto Grillo, che al Milan ci aveva giocato per tre anni fino al 1960. Grillo prende da parte il giovane amico e gli consiglia di ritornare sui suoi passi e accettare l’offerta. Benítez ci ripensa. Telefona al padre in Perù, chiede consiglio, tratta. E nel novembre del 1962 sbarca in Italia. A Milano lo aspetta Nereo Rocco, il Paròn che sta costruendo una squadra destinata a lasciare il segno. Benítez non è uno di quelli che si prendono la scena con un colpo di tacco o una giocata da copertina. È il lavoro sporco, quello che permette agli altri di brillare. Corre, contrasta, recupera palloni, protegge la difesa e dà equilibrio alla squadra. Al suo fianco c’è Giovanni Trapattoni, mentre davanti ci sono i piedi raffinati di Gianni Rivera e la potenza di José Altafini. Una macchina nella quale anche gli ingranaggi meno appariscenti fanno la differenza. Infatti il 22 maggio 1963, a Wembley, arriva la notte che lo consegna alla storia. Dall’altra parte c’è il Benfica di Eusébio, campione d’Europa in carica e già vincitore delle due precedenti edizioni.

La Pantera Nera porta in vantaggio i portoghesi, poi Altafini si prende la scena con una doppietta nella ripresa. Finisce 2-1: il Milan conquista la sua prima Coppa dei Campioni, la prima per una squadra italiana, e Benítez diventa il primo peruviano a sollevare il trofeo. Rocco gli affida inizialmente la marcatura di Eusébio, poi cambia gli accoppiamenti difensivi, spostando il peruviano su José Torres e Trapattoni sul fuoriclasse portoghese. Una correzione tattica che contribuisce a cambiare la partita. Anni dopo, però, El Conejo ricorderà quella finale con la sicurezza di chi non ha intenzione di lasciare ad altri neppure una briciola di gloria: «Io sì, ho giocato tutti i 90 minuti e sono diventato campione d’Europa». E aggiungerà di aver avuto la fortuna di annullare Eusébio. Il destino, tuttavia, non gli riserva una carriera tutta in discesa. Dopo il Milan passa al Messina, torna in rossonero, veste le maglie di Roma, Venezia e Inter. Con i giallorossi conquista la Coppa Italia nel 1969. Con i nerazzurri si toglie anche lo sfizio di segnare al Milan nel derby dell’ottobre 1967, quando la partita finisce 1-1. Una specie di scherzo del destino: l’uomo che aveva contribuito a regalare ai rossoneri la notte più importante della loro storia europea finisce per colpirli da avversario.

Poi il ritorno in Perù, allo Sporting Cristal. Una scelta che chiude un cerchio: era nato nel Rímac, si era formato nell’Alianza Lima, ma aveva sempre conservato un legame speciale con la squadra celeste del suo quartiere. Con lo Sporting vince altri due campionati, nel 1970 e nel 1972, prima di lasciare il calcio giocato. Fuori dal campo resta un uomo diretto, orgoglioso, poco incline alle diplomazie. Nel 2013, intervistato da El Comercio, liquida con poche carezze i paragoni con i calciatori contemporanei e rivendica il proprio posto nella storia. Non gli basta essere stato campione d’Europa: vuole che si sappia come, quando e perché. Nel 2016 torna a Milano, accolto dal club rossonero e celebrato a San Siro.

È un riconoscimento tardivo, ma pieno di significato. Il ragazzo arrivato dal Perù più di mezzo secolo prima, quello che i dirigenti avevano guardato con sospetto per il fisico troppo esile, viene salutato da una nuova generazione di tifosi. Il tempo, almeno per una sera, rimette le cose al loro posto. Víctor Benítez muore a Milano l’11 luglio 2022, a 86 anni. Se ne va lontano da Lima, ma con un pezzo di Wembley cucito addosso. Il 30 ottobre il mondo ricorderà giustamente Maradona, nato per incantare e riscrivere il calcio. Ma nello stesso giorno, venticinque anni prima, nasceva anche un ragazzo del Rímac che non avrebbe mai avuto il suo talento leggendario né la sua fama planetaria. Aveva però una corsa inesauribile, due denti da coniglio e un posto nella storia.

L'articolo Ti ricordi… Victor Benitez Morales, “El Conejo” nato lo stesso giorno di Maradona che mandò a quel paese i dirigenti del Milan proviene da Il Fatto Quotidiano.

Un vecchio divano e i bicchieri di vino: lo splendido brindisi dei due anziani tifosi a bordo campo | Domeniche Bestiali

29 October 2026 at 07:12

Il pallone dei massimi livelli è diventato salottiero. Palati fini, poltrone comode, luci di scena, ricchi premi e cotillon. Attenzione: nessuno pensi che le domeniche bestiali non abbiano il proprio salotto. Ce l’hanno eccome, solo che è più rustico, più spartano, più vero: si utilizza persino il “seau à glace”, però senza sapere che si chiama così. Questo per non far perdere di vista il pallone, che da queste parti resta ancora il cuore della domenica: ma il rischio che si perda di vista è concreto, a volte dolorosamente concreto. E allora bisogna avere il coraggio di tenere alta l’attenzione: anche a costo di restare isolati.

MAI DOMA
Il coraggio delle donne è sempre da apprezzare: se gli uomini sono animali da branco le donne non hanno paura di dire ciò che pensano anche se da sole. Ad un arbitro, ad esempio, come nel caso della sostenitrice della Janus Euganea, Promozione Veneto: “Dalla metà del 2° tempo numerosi sostenitori della Società ospitante proferivano plateali insulti verso il Direttore di Gara. Reiterati a fine gara da una isolata sostenitrice mentre l’Arbitro rientrava negli spogliatoi”.

STINCO D’ANGOLO
“Dobbiamo far male da calcio piazzato”, “colpiamoli su palla inattiva”: quante volte abbiamo sentito cose del genere da allenatori e addetti ai lavori? A volte però questi consigli vengono presi troppo in parola, come nel caso del Monterrey, con Diego Rossi che era pronto a battere un calcio d’angolo. Ha provato a farlo troppo in fretta, col guardalinee che ancora era sulla lunetta, e così invece che il pallone ha colpito lo stinco dell’assistente e poi se stesso. Il guardalinee, piuttosto grosso e muscoloso, è rimasto illeso. Diego Rossi, mingherlino, è rimasto invece a terra dolorante.

RUBA PALLA
Altro dettame ormai assai in voga: oggi forse due gol su tre arrivano da palla rubata e i calciatori in grado di farlo sono merce pregiata. Avrà voluto mettersi in mostra allora il tifoso della Reggina che ha tentato di rubare un pallone, correndo per tutto il campo…e portando una sanzione da 600 euro al club: “Per avere un proprio sostenitore invaso il terreno di gioco e dopo aver sottratto un pallone ad un raccattapalle, corso da una porta all’altra, senza arrecare problemi di sicurezza e all’incolumità dei calciatori e delle persone presenti nel recinto di gioco. Veniva bloccato e allontanato dalle forze dell’ordine presenti”.

IL SALOTTO
L’ennesima bellissima immagine di calcio bucolico che ci regala la splendida pagina Facebook “Abruzzo Calcio Ignorante”: il salotto attorno al campo dell’Asd Aielli 2015, società dilettantistica della Prima Categoria abruzzese. Un parcheggio di auto, due bobine di legno usate come tavolini, un divano recuperato e ad occuparlo due meravigliosi vecchietti che brindano: attenzione, con un vino che pare pure importante, tanto da meritare il “seau à glace”. Ed è subito domenica bestiale.

L'articolo Un vecchio divano e i bicchieri di vino: lo splendido brindisi dei due anziani tifosi a bordo campo | Domeniche Bestiali proviene da Il Fatto Quotidiano.

De Laurentiis può vendere il Napoli, ma non a Matt Rizzetta: “Magari a un napoletano”. Il piano del patron partenopeo

23 October 2026 at 15:20

Con gli occhiali da sole e il viso sornione quella di Aurelio De Laurentiis è una “poker face” eccellente. In ventidue anni alla guida della Società Sportiva Calcio Napoli se c’è stato qualcosa di pressoché impossibile da portare a casa con lui è stata l’interpretazione esatta delle sue mosse. Che bluffi o faccia sul serio, o che nel suo fare sul serio ci sia un po’ di bluff e viceversa non è (quasi) mai possibile capirlo. E il patron azzurro usa questa capacità a suo piacimento, naturalmente. Il tavolo che lo vede protagonista negli ultimi giorni è quello della eventuale vendita del Napoli. Ventidue anni ininterrotti di regno, aveva 55 anni quando rilevò la società dal fallimento e oggi ne ha 77: in mezzo ci ha messo due promozioni, una dalla C alla B e una dalla Cadetteria alla A, due Scudetti, tre Coppe Italia, due Supercoppe italiane la presenza stabile del Napoli nelle coppe europee e tanti campioni portati in azzurro.

È giunta l’ora del cambio di mano? Chissà, Aurelio come sempre porta tutti sulle giostre con le sue dichiarazioni, da un lato dice che il Napoli “È incedibile”, dall’altro però che “… se poi arrivasse qualcuno in grado di ripagare 25 anni di sacrifici…”. Da un lato racconta di aver rifiutato “un’offerta degli arabi da tre miliardi e mezzo di euro” dall’altro che “se qualcuno avesse voglia di sostituirmi nell’arco di due, tre, cinque anni, chissà”. Qualcuno. Chi? Rumors nemmeno troppo celati (anzi, proprio per nulla) hanno portato a Matt Rizzetta, imprenditore italo americano poco più che quarantenne, attraverso investitori e fondi come North Sixth Group e Underdog Global Partners. Rizzetta ha già investito nello sport italiano: nel Campobasso calcio, preso in Eccellenza e oggi stabilmente in C e soprattutto nel Napoli Basket che oggi sta facendo benissimo in Italia e in Europa.

Rumors per nulla celati perché da un lato Rizzetta ha più volte confessato pubblicamente (e spesso negli ultimi giorni) il sogno di rilevare il Napoli per creare una polisportiva, dichiarandosi pronto: “Io ci sono, sarei onorato di portare avanti l’eredità di quello che ha costruito De Laurentiis con il club. Farei di tutto e anche di più per non deludere la piazza” e dall’altro c’è Aurelio che lo invita al Maradona per Napoli–Bodo Glimt e racconta di essere stato già suo ospite negli Stati Uniti per una partita di basket, e pure di una trattativa cominciata con una due diligence e conclusa in una proposta da 2,2 miliardi di euro, rifiutata perché “Mi sarei dovuto fare gradualmente da parte”. Già, e pare un po’ un unicum che un presidente riservatissimo (sul fronte affari) come De Laurentiis riveli così tanto di un potenziale acquirente. E infatti eccolo offrire a tutti un nuovo giro di giostra quando dice che sì, forse potrebbe vendere “ma magari ad un napoletano e non ad un americano”. E giù a inseguire il nuovo giro di giostra: trova il prossimo presidente napoletano.

Sarà Diego Aponte? Figlio di Gianluigi e patron di Msc, partner commerciale del Napoli da tempo e main sponsor azzurro dal 2023. I rumors parlano anche di un impegno di Msc nella costruzione del nuovo stadio che Adl vorrebbe per il Napoli. E a proposito: il no agli americani era stato motivato en passant non solo con l’indisponibilità al pensionamento, ma pure con la questione stadio: “Rizzetta – aveva dichiarato Adl a Radio Kiss Kiss Napoli – si sarebbe fatto andar bene il Maradona”. E no, il Maradona, che sarà rinnovato con 200 milioni di euro in ottica Europei 2032 (fondi di Regione attraverso il Cipess e Comune) non va bene a De Laurentiis che invece insiste su un nuovo stadio. Dove? L’area individuata è quella dell’ex raffineria Q8 a San Giovanni a Teduccio, Napoli Est, che dovrebbe essere oggetto di un profondo restyling, dove c’è già una stazione ferroviaria nelle vicinanze. Dovrebbe arrivare nelle prossime settimane una valutazione del prezzo dei terreni: non una prima pietra (come quella posta un anno fa per l’eventuale nuovo centro sportivo che però ancora non c’è) ma un elemento concreto.

Un elemento concreto anche nella valutazione di quel Napoli che Adl prese per 32 milioni di euro quando non esisteva più e che oggi ha trasformato in una realtà calcistica europea in grado di vincere coi conti in ordine. Quanto valgono oggi, ventidue anni dopo, quei 32 milioni? Difficile dirlo. Per gli analisti indipendenti una cifra che va dagli 800 milioni al miliardo, per Adl almeno due… e al tavolo, di poker come quello delle trattative, siede lui. Se vuole.

L'articolo De Laurentiis può vendere il Napoli, ma non a Matt Rizzetta: “Magari a un napoletano”. Il piano del patron partenopeo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Ti ricordi… “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick”

23 October 2026 at 07:05

Urbex vuol dire “urban exploration”: esplorazioni urbane che avvengono in luoghi abbandonati e che oggi hanno un discreto seguito in rete e sui social. La matrice del seguito è per lo più la nostalgia, visto che i luoghi visitati sono vere e proprie capsule del tempo. D’altronde cos’è, se non una capsula del tempo, una discoteca abbandonata? Già, perché luoghi di questo tipo sono tra le mete principali degli esploratori urbani e tra i più apprezzati dagli utenti. E tra consolle abbandonate, strobo pendenti, divanetti ormai logori pare di ricordare serate di altri tempi e persino di percepirne la musica: dance, house, techno a seconda delle preferenze, capolavori o pezzi meno impegnativi che pure chi non era amante del genere né frequentatore di quel mondo ricorderà con un pizzico di nostalgia. Non era un capolavoro ad esempio La vie c’est fantastique degli Sms, che ha fatto ballare giovani in Italia e in Europa nel 2001, ma provate ad accennarne il titolo a qualcuno che all’epoca aveva vent’anni o giù di lì all’epoca e inevitabilmente vi risponderà “Pourquoi tu te la complique?”, ovvero il seguito del motivetto. Provate a dirlo a chi aveva vent’anni o giù di lì all’epoca ed era pure calciofilo e vi sentirete rispondere “Quando segna Mario Frick”.

Già, non era un capolavoro la canzone, non era un memorabile bomber Mario Frick, attaccante nato in Svizzera ma di nazionalità liechtensteinese che vent’anni fa di questi tempi era vicecapocannoniere in Serie A. Nato in Svizzera, ma cresciuto a Balzers, in Liechtenstein, Mario Frick avrebbe dovuto intraprendere la carriera di tutti gli altri ragazzi della sua zona: l’economia bancaria. E se proprio c’è da fare sport ci sono gli sci. Invece Mario vuole giocare a pallone e per quello entra in rotta di collisione col papà, che non vede di buon occhio la passione del ragazzo e non vede proprio un futuro nel calcio professionistico. D’altronde i precedenti in Liechtenstein non sono moto favorevoli. Eppure, a dispetto dei dubbi paterni e di una tradizione sportiva che offriva ben pochi appigli, Mario sceglie il pallone. Muove i primi passi tra San Gallo, Basilea e Zurigo, mostrando subito due tratti distintivi che ne segneranno il percorso: un fiuto del gol non comune e un’indole del tutto priva di filtri. Giovanissimo, apre un proprio sito web personale in cui inserisce una rubrica spietata: le pagelle dei suoi stessi allenatori. Quando il tecnico del Zurigo, Gilbert Gress, lo esclude o ne limita il raggio d’azione, Frick non ci pensa due volte e scrive nero su bianco che il mister è “un uomo dell’età della pietra per quanto riguarda la gestione umana“.

Ma dietro la maschera del calciatore irriverente si nasconde presto un’ombra profonda. In quegli anni Mario precipita nel tunnel della ludopatia. Inizia a scommettere su tutto, travolto da una spirale di azzardo e frenesia: “Scommettevo, e tanto. Ero fuori controllo, sommerso dai debiti. All’inizio vincevo e mi sentivo infallibile, poi ho iniziato a perdere ed è diventato un incubo”, racconterà anni dopo a cuore aperto. Un baratro da cui riesce a riemergere grazie al supporto incrollabile del suo procuratore, della famiglia e soprattutto della moglie, che lo aiuta a saldare i debiti e a rimettersi in carreggiata. È proprio all’inizio di questa rinascita, nel novembre del 2000, che il destino gli tende la mano in Serie C1. Il direttore sportivo dell’Arezzo, Tito Corsi, va a vederlo giocare con la Nazionale del Liechtenstein contro la Germania. Finisce 8-2 per i tedeschi, ma Frick segna una rete con una sfrontatezza tale da convincere la dirigenza toscana ad ingaggiarlo. Al debutto nel derby contro la Lucchese firma una doppietta conquistando all’istante la Curva Sud amarantina. È il trampolino di lancio verso il grande palcoscenico della Serie A.

L’anno successivo passa all’Hellas Verona. La squadra ha un organico stellare per l’epoca — tra le sue fila militano futuri campioni del mondo e talenti come Camoranesi, Gilardino, Mutu, Oddo e Italiano —, ma è Mario ad accendere le fantasie delle gradinate del Bentegodi. Durante la settimana, un tifoso gli consegna una maglietta intima personalizzata chiedendogli di mostrarla al primo gol. L’occasione arriverà a dicembre, in una sfida infuocata contro il Brescia: Frick mette a segno due reti e, sollevando la divisa gialloblù, rivela al mondo la scritta diventata cult: “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick“. Un connubio perfetto tra tormentone dance e passione calcistica che farà storia. Dopo la sfortunata retrocessione degli scaligeri e un passaggio a Terni, trova la sua vera isola felice a Siena. In terra toscana diventa il simbolo di una squadra capace di conquistare salvezze epiche che per la piazza valevano quanto scudetti. Frick corre, si batte su ogni pallone, segna gol pesanti e si trasforma in un eroe popolare, amatissimo per la sua umiltà e la sua generosità in campo.

Con la maglia della propria Nazionale, intanto, costruisce un legame quasi paradossale. È il miglior marcatore di sempre nella storia del Liechtenstein con 16 reti, ma negli ultimi anni di carriera, complice l’assenza di difensori di ruolo nel Paese, accetta di arretrare il proprio raggio d’azione fino a diventare difensore centrale. Gioca in retroguardia contro giganti come Ibrahimović e Lewandowski, mantenendo però con orgoglio sulle spalle la maglia numero 10. Un dettaglio surreale che ben riassume la sua parabola sportiva. Appesi gli scarpini al chiodo nel 2016, Frick intraprende la carriera da allenatore in Svizzera, sedendosi sulle panchine di Vaduz e Lucerna. Anche a bordo campo rimane lo stesso di sempre: viscerale, spontaneo, allergico alle convenzioni dei social media e capace di regalare perle memorabili ai microfoni della stampa, festeggiando i successi al novantesimo con uscite colorite che farebbero impallidire i puristi. Ma dietro l’impeto c’è soprattutto un uomo di grande spessore: forte dei demoni che ha dovuto affrontare da giovane, tiene la porta del suo ufficio sempre spalancata per ascoltare i problemi personali, psicologici o finanziari dei suoi ragazzi, offrendo loro l’aiuto di chi nel baratro c’è stato davvero. I tempi di quella Serie A nostalgica e patinata sembrano oggi lontani, custoditi come quei vecchi dischi in vinile nelle consolle delle discoteche ormai silenziose. Ma basta nominare il suo nome per far scattare un riflesso incondizionato in chiunque abbia vissuto quelle domeniche di inizio millennio. Un sorriso, un ricordo spontaneo e quella melodia che torna a suonare nella mente, pronta a riaccendere la festa. Ready, the DJ is on the door. J’adore.

L'articolo Ti ricordi… “La vie c’est fantastique quando segna Mario Frick” proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌