❌

Normal view

Dall’Artico al petrolio. Così la Corea del Sud strizza l’occhio a Mosca

29 October 2026 at 12:33

Quella del Nord non è la sola Corea che starebbe guardando con sempre maggior attenzione verso Mosca. Anche la Corea del Sud guidata dal presidente Lee Jae-myung ha infatti compiuto una serie di scelte che delineano un riavvicinamento al Cremlino, che potrebbe avere diverse concause.

La prima di queste scelte riguarda l’inasprimento dei rapporti con Kyiv. Il 23 settembre, dal palco dell’Assemblea generale dell’Onu, Volodymyr Zelensky ha rivelato che l’Ucraina aveva consegnato a Seul due soldati nordcoreani catturati mentre combattevano a fianco delle forze russe. In risposta al gesto, Lee ha accusato il presidente ucraino di aver violato un accordo di riservatezza bilaterale e ha sostenuto sui social che Kyiv cercasse di innescare uno scontro tra le due Coree. Il ministero degli Esteri di Seul ha poi riconosciuto che non esisteva alcun accordo scritto, ma Lee ha comunque preteso scuse formali. Non avendole ottenute, la Corea del Sud ha richiamato il proprio ambasciatore e ridotto il personale diplomatico in Ucraina.

C’è poi la questione delle nomine diplomatiche, in cui i nomi hanno un peso politico innegabile. Così quando Lee ha scelto come consigliere per la pace e la diplomazia Song Young-gil, politico di lungo corso noto per i suoi legami con la Russia (nel 2013 Song è stato decorato da Vladimir Putin per il contributo alle relazioni bilaterali, mentre nel 2017 è stato inviato speciale a Mosca durante la presidenza di Moon Jae-in), il messaggio è stato chiaro.

Altro tema rilevante è l’Artico. Il 22 agosto una portacontainer partita da Busan ha raggiunto Felixstowe il 12 settembre lungo la Rotta del Mare del Nord, per poi proseguire verso Paesi Bassi e Polonia. È la prima traversata di una nave sudcoreana su un corridoio che accorcia del 30-40% i tempi tra Asia ed Europa e che lo scioglimento dei ghiacci rende sempre più praticabile. Ma a pesare è un altro fattore. La rotta corre quasi interamente nella Zona economica esclusiva russa, e chi la utilizza accetta che sia Mosca a regolarne gli accessi. Quasi un controsenso, se a decidere di usufruirne è un Paese che ha promesso di rispettare il regime sanzionatorio.

Garanzia che, tralaltro, era già stata messa in discussione. Secondo un’inchiesta del Guardian, tra luglio e agosto navi sudcoreane avrebbero trasferito oltre 194mila tonnellate di carburante a sette unità russe, in porto e in mare, alcune delle quali sanzionate da Ue e Regno Unito. Trasferimenti che sarebbero avvenuti proprio mentre gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe erodevano la capacità di Mosca di produrre carburante.

Le spiegazioni possibili sono più d’una. La prima è la vecchia diffidenza di Lee verso l’Ucraina, a cui già nel febbraio 2022 attribuiva la guerra alle aperture ucraine verso la Nato. Pesa poi il rapporto sempre più teso con Washington, segnato dallo stallo sugli investimenti promessi e dal nodo del controllo operativo in tempo di guerra. C’è infine la tentazione di usare Mosca come sponda verso Pyongyang, insieme all’interesse per un fornitore energetico vicino e per una rotta commerciale più breve. Il risultato è una politica estera che punta a preservare margini di manovra più che a scegliere un campo.

Stubb e Støre chiamano Putin. Così il Nord rompe il silenzio europeo

27 October 2026 at 15:36

Due leader europei hanno chiamato pubblicamente Vladimir Putin, rompendo una consuetudine pluriennale di “silenzio radio” con il Cremlino. Martedì il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno parlato con il presidente russo per sollecitarlo a porre fine alla guerra in Ucraina. Così hanno rotto una consuetudine che dal febbraio 2022 vede le capitali dell’Europa occidentale evitare ogni contatto diretto con il Cremlino. Subito dopo, secondo un collaboratore di Volodymyr Zelensky, i due hanno sentito anche il presidente ucraino.

“La discussione è stata franca e sostanziale”, hanno scritto Stubb e Støre in una dichiarazione congiunta. “Siamo Paesi confinanti con la Russia. L’esito di questa guerra avrà un impatto diretto sulla nostra sicurezza e su quella europea. Porre fine alla guerra richiede discussioni dirette”. Il premier norvegese ha aggiunto che i costi umani e materiali del conflitto peseranno per generazioni e che nella telefonata è stata sottolineata l’importanza della de-escalation. Entrambi hanno ribadito che il sostegno a Kyiv proseguirà. Hanno anche precisato di aver parlato a nome dei rispettivi Paesi e non dell’Europa intera.

La mossa nasce da un calcolo preciso. L’isolamento di Mosca, accompagnato da sanzioni sempre più pesanti, ha lasciato gli europei ai margini di un negoziato guidato da Donald Trump. In molte capitali dell’Ue il presidente americano è considerato imprevedibile e incline ad assecondare il Cremlino a spese di Kyiv. Gli sviluppi di ottobre hanno rafforzato questa percezione: Putin ha accettato di fornire gasolio russo agli Usa, mentre Trump ha allentato le sanzioni e ha detto che per gli ucraini è tempo di sostituire Zelensky. Kyiv lamenta inoltre interruzioni nella condivisione di intelligence americana e nei servizi di internet satellitare da cui dipendono le sue forze armate. I rapporti tra Washington e l’Ucraina sono ai minimi da diciotto mesi.

Dal Cremlino, però, nessuna apertura. Il resoconto russo ripete le posizioni note. Una pace giusta e duratura sarebbe possibile solo considerando “pienamente e incondizionatamente” gli interessi legittimi della Russia. Le politiche “conflittuali” di Ue e Nato, sempre secondo Mosca, prolungherebbero le ostilità. Una fonte vicina al Cremlino ha riferito a Reuters che Putin avrebbe ribadito di non voler cedere sull’obiettivo di conquistare l’intero Donbas. I due interlocutori avrebbero risposto richiamando la necessità di una pace “giusta”. La stessa fonte indica in Emmanuel Macron l’ultimo leader dell’Ue ad aver parlato con Putin, in una telefonata di luglio mai resa pubblica e rimasta senza esiti. L’iniziativa ha però aperto una crepa nel fronte europeo. La premier danese Mette Frederiksen ha criticato la scelta di Helsinki e Oslo. Ha detto di non vedere alcun segnale di una reale volontà russa di pace, dichiarando che “l’Europa debba restare unita anziché andare da sola”.

Putin apre ai negoziati sull’Ucraina, ma dopo le midterm

26 October 2026 at 11:32

Mosca si è mostrata disponibile a portare avanti un nuovo round negoziale dopo il 4 novembre. A dichiararlo è stato Yuri Ushakov, assistente del presidente russo Vladimir Putin per le questioni inerenti alla politica estera, in un’intervista rilasciata il 25 ottobre. “La prossima scadenza è ora fissata al 4 novembre, la nostra festività principale. Dopodiché saremo pronti a riprendere i negoziati”, sono le parole esatte pronunciate da Ushakov, riferendosi alla Giornata dell’unità nazionale, festa istituita nel 2005 per commemorare la cacciata di polacchi e lituani da Mosca e la fine del periodo storico conosciuto in Russia come “Era dei torbidi”. Un pretesto formale, che potrebbe però nascondere una verità decisamente più sostanziale.

Poche ore prima, infatti, negli Stati Uniti si terranno le elezioni di midterm, che secondo i pronostici potrebbero vedere il Partito Repubblicano, attuale detentore della maggioranza in ambo le camere del Congresso, cedere buona parte dei seggi al Partito Democratico e perdere la suddetta maggioranza, uno sviluppo che andrebbe a limitare in modo concreto i poteri del presidente Donald Trump. Sviluppi, questi, che non avrebbero un impatto secondario sul negoziato in corso; e proprio per questo il Cremlino avrebbe tutto l’interesse a posticipare fino a dopo le consultazioni la ripresa del dialogo diplomatico, così da poter adattare la sua strategia alla nuova realtà dei fatti.

Una lettura che in parte trova riscontro anche a Kyiv. In un’intervista all’emittente Tsn rilasciata lo stesso 25 ottobre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ipotizzato che la disponibilità di Putin possa essere dettata dalla volontà di non irritare Washington alla vigilia del voto, avvertendo che “a novembre vedremo molto rapidamente se si trattava di un trucco o no”. Kyiv propone anche che il vertice tra leader sia preceduto da colloqui tecnici su tre dossier chiave, ovvero la tregua sulle infrastrutture energetiche, un nuovo accordo per il grano nel Mar Nero e lo scambio di prigionieri. Per il presidente ucraino la questione territoriale resta invece una “linea rossa” da discutere solo ai massimi livelli. Zelensky ha anche messo in guardia dall’allentare le sanzioni prima dell’incontro con Putin, dopo che a ottobre Trump ha sospeso quelle sul petrolio russo per contenere i prezzi del greggio.

E forse è sempre in “ottica post-elettorale” che bisogna leggere un’altra delle dichiarazioni rilasciate da Ushakov, quella relativa ai Paesi europei. A suggerirlo è lo stesso diplomatico del Cremlino, notando che “In precedenza, dopo Anchorage, sembrava che l’amministrazione statunitense potesse dettare condizioni e costringere Kyiv a conformarsi”, specificando poi che però “finora questo non ha funzionato. Questo perché non basta dialogare solo con Kyiv; dobbiamo dialogare con l’Europa nel suo complesso, che sostiene pienamente Kyiv”. Parole che sembrano alludere ad un “passaggio di testimone” che potrebbe concretizzarsi molto presto.

L’assistente del leader russo ha anche speso qualche parola sul possibile incontro tra Putin, Trump e il presidente cinese Xi Jinping, affermando che i preparativi siano già iniziati, e suggerendo che l’incontro dovrebbe tenersi a margine del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation in Cina, in programma il 18 e 19 novembre. Non è stato invece concordato alcun incontro separato tra Putin e Trump, ha precisato Ushakov.

Musk riaccende Starlink in Ucraina? L’incognita della telefonata di Trump

23 October 2026 at 12:11

Sarebbe stato il presidente americano Donald Trump a chiedere ad Elon Musk di ripristinare l’accesso dell’Ucraina a Starshield, la componente esclusivamente militare della costellazione satellitare Starlink diventata un’infrastruttura imprescindibile per le forze di Kyiv.

Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe chiesto a Musk di rimuovere le restrizioni sull’uso ucraino del servizio, mostrandosi frustrato per le velocità ancora limitate. Poco dopo la telefonata, riferiscono fonti americane e ucraine citate dal quotidiano, il sistema ha ripreso a funzionare in modo più regolare. Il quadro resta però incerto, con alcuni funzionari ucraini i quali sostengono che Starlink non sia tornato alla piena funzionalità, pur operando a velocità superiori al tetto imposto. Lo stesso Volodymyr Zelensky aveva dichiarato giovedì che la velocità non era stata ripristinata, auspicando colloqui a breve con il segretario di Stato Marco Rubio.

Resta l’ambiguità sulle responsabilità. Trump ha negato qualsiasi coinvolgimento nella decisione di rallentare il servizio, mentre Rubio ha ribadito mercoledì che le scelte sull’accesso ucraino spettano a SpaceX e a Musk, non alla Casa Bianca. Una linea difficile da conciliare con la ricostruzione del Wsj, secondo cui sarebbe bastata una telefonata presidenziale per sbloccare la situazione.

La posta in gioco è anzitutto militare. Starlink regge le comunicazioni sul campo di battaglia e le operazioni con droni, e la limitazione del servizio ha penalizzato sia le missioni d’attacco sia quelle di difesa aerea condotte con velivoli senza pilota contro la Russia. Lo sfondo è quello di relazioni tra Kyiv e Washington mai così tese. Trump ha annunciato un accordo per l’acquisto di diesel russo, ha rinunciato a nuove sanzioni contro Mosca, ha chiesto all’Ucraina di fermare gli attacchi alle raffinerie russe e ha invitato gli ucraini a sostituire Zelensky. Intanto i combattimenti proseguono: giovedì la Russia ha colpito Kyiv con missili balistici e l’Ucraina ha lanciato centinaia di droni verso Mosca, nonostante l’ultima spinta americana per chiudere il conflitto. La vicenda conferma quanto la tenuta ucraina dipenda da un’infrastruttura privata, e quanto questa resti esposta alle oscillazioni della politica americana.

Witkoff-Putin, un passo avanti ma senza svolte. Cosa si sono detti

21 October 2026 at 15:36

Si è concluso l’incontro tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin, con il primo che avrebbe chiesto al secondo, in base a quanto si apprende sino ad ora, di valutare la ripresa dei negoziati trilaterali con Ucraina e Stati Uniti sospesi da febbraio, e di esaminare nuove proposte per porre fine al conflitto. Mosca avrebbe anche rilasciato Stephen Hubbard, insegnante americano in pensione detenuto in Russia da anni.

Witkoff ha riferito a Putin dei colloqui tenuti ieri a Oslo con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, i leader di Finlandia e Norvegia e rappresentanti europei e della Nato, definiti produttivi. Secondo un funzionario Usa, Kyiv ha presentato nuove proposte e si sono registrati progressi verso un approccio coordinato nei confronti di Mosca. Sul tavolo garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un piano economico postbellico e una nuova architettura di sicurezza europea.

L’inviato speciale ha detto di auspicare un confronto sulla ripresa del formato a tre, aggiungendo che anche in assenza di un risultato immediato sarebbe importante discutere il passo successivo, ma il Cremlino ha ribadito che un eventuale incontro con il leader ucraino richiederebbe una lunga preparazione. L’inviato ha consegnato documenti con diverse ipotesi di accordo. Jared Kushner, genero del presidente Donald Trump, si sarebbe collegato telefonicamente per illustrare ulteriori idee.

Putin si è offerto di aiutare Washington sul dossier nucleare iraniano, facendo leva sui rapporti decennali con Teheran, e ha proposto forniture di fertilizzanti agli agricoltori americani. Il presidente russo ha inoltre indicato di voler discutere un possibile incontro con Trump in Cina il mese prossimo, a cui prenderebbe parte anche il presidente cinese Xi Jinping.

Orbita bassa, tensione alta. Cosa sappiamo sul “caso Kosmos 2612”

21 October 2026 at 15:17

Ventisei metri al disastro. Tanto sarebbe stata, secondo i dati di tracciamento pubblici, la distanza minima tra il satellite militare russo Kosmos 2612 e l’Iceye X36, satellite radar ad apertura sintetica (Sar) registrato negli Stati Uniti e appartenente alla società di origine finlandese Iceye. L’incontro è avvenuto il 19 ottobre, come riporta The War Zone. LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio orbitale, è più prudente e parla di circa 500 metri, che rimane una vicinanza comunque anomala per due oggetti che viaggiano a migliaia di chilometri orari senza alcun coordinamento. Nel 2020 bastò che il Kosmos 2542 si avvicinasse a 150 chilometri da un satellite spia americano per scatenare un caso internazionale. Oggi, la distanza è una frazione di quella.

Il bersaglio non è casuale. Le immagini Sar di Iceye, utilizzabili di giorno, di notte e con qualsiasi condizione meteo, sono impiegate da anni dalle autorità ucraine anche per l’individuazione degli obiettivi, e secondo voci mai confermate l’X36 opererebbe sotto un controllo più diretto di Kyiv. Il Kosmos 2612 fa parte di un gruppo di sei satelliti lanciati da Mosca lo scorso aprile con un unico vettore Soyuz, con ogni probabilità “ispettori” capaci di avvicinarsi ad altri oggetti in orbita. Già a maggio tre di loro avevano sfiorato l’X36, e secondo l’amministratore delegato di Iceye, Rafal Modrzewski, lo spostamento del satellite da parte dell’azienda aveva provocato nuove contromanovre russe.

La fase decisiva è iniziata il 30 settembre, quando il Kosmos 2612 si è riportato sullo stesso piano orbitale e quasi alla stessa quota del bersaglio. L’astrofisico Jonathan McDowell l’ha definito il primo rendez-vous in orbita bassa tra due satelliti attivi senza il consenso di uno dei proprietari. LeoLabs descrive un avvicinamento controllato, l’aggiramento dell’obiettivo, una lunga permanenza nelle sue vicinanze e un allontanamento altrettanto preciso: capacità che richiedono pianificazione, propellente e sensori di bordo sofisticati.

Lo schema è noto. Nel 2020 il Pentagono accusò il Kosmos 2543 di aver testato un’arma antisatellite rilasciando un piccolo oggetto in orbita. La capacità di affiancare un altro veicolo apre a opzioni cinetiche e non: bracci robotici, aerosol per accecare le ottiche, disturbo elettronico, impatto diretto. Ma anche la sola minaccia produce effetti, costringendo il bersaglio a spostarsi, a consumare carburante e a ridurre la propria vita operativa, mentre l’osservazione ravvicinata ne rivela caratteristiche e punti deboli.

Sulle intenzioni di Mosca restano margini di incertezza, con gli analisti che non escludono nulla, dall’intimidazione al sabotaggio, ma anche l’opzione secondo cui quanto osservato non prova un intento ostile ma è compatibile con raccolta di intelligence, coercizione o preparazione di operazioni controspaziali. Ma al di là delle intenzioni, il messaggio è chiaro. Mosca ha dimostrato di poter raggiungere, affiancare e tenere sotto pressione un satellite commerciale occidentale che sostiene lo sforzo bellico ucraino, colpendo proprio quella democratizzazione dello spazio che ha permesso a Kyiv di compensare l’assenza di una costellazione propria. Con palesi ricadute in ambito strategico.

Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang

20 October 2026 at 16:18

Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.

Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.

Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.

Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.

E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.

Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.

Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

16 October 2026 at 16:02

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

Vescovi con la tessera. Così Pechino ridisegna la Chiesa cattolica cinese

15 October 2026 at 13:45

Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.

Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.

L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.

Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.

Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.

Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.

L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.

❌