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Israele, il voto senza maggioranza e l’incognita della stabilità regionale

29 October 2026 at 15:33

Le elezioni israeliane del 27 ottobre stanno restituendo un quadro politico nel quale la tenuta di Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente, e la possibilità di un’alternativa di governo rimangono entrambe in discussione. Il Likud di Bibi si conferma la prima forza della Knesset, ma il blocco del premier non raggiunge la maggioranza parlamentare. Dall’altra parte, Gadi Eisenkot dispone di un’opposizione numericamente significativa, che tuttavia non può trasformarsi in maggioranza senza affrontare la questione del coinvolgimento dei partiti rappresentativi dei cittadini arabi di Israele.

Con il 92,7% dei voti scrutinati al momento della stesura di questa analisi, il Likud ottiene 26 seggi e Yashar, la formazione di Eisenkot, 21. Il blocco di Netanyahu si attesta a 53 parlamentari, quello del cambiamento a 48, mentre la Lista Unita e Ra’am conquistano complessivamente 19 seggi. Nessuna delle due coalizioni raggiunge quindi la soglia dei 61 deputati necessari per controllare la Knesset, composta da 120 membri. L’affluenza, pari al 77,7%, è la più alta dal 1999. Restano da completare le operazioni di scrutinio delle cosiddette doppie buste, che comprendono anche i voti di militari, diplomatici e cittadini impossibilitati a recarsi nei seggi ordinari.

Il risultato ha già aperto una fase delicata. Il presidente Isaac Herzog ha invitato le forze politiche a evitare nuove elezioni, mentre Eisenkot ha avviato i contatti per costruire una maggioranza alternativa. La Lista Unita si è detta disponibile a valutare un sostegno esterno a un governo che escluda Netanyahu, senza necessariamente entrare nella coalizione. Il Likud, nel frattempo, ha denunciato presunte irregolarità nel voto arabo, accuse per le quali la polizia israeliana ha dichiarato di non avere trovato elementi probatori a sostegno. Separatamente, l’intelligence interna Shin Bet è stata sollecitata a verificare sospetti di interferenze straniere (ormai grande classico delle elezioni nelle democrazie occidentalizzate).

La combinazione di questi elementi lascia aperti diversi scenari: un governo minoritario sostenuto dall’esterno, un accordo trasversale di unità nazionale, il passaggio di singoli parlamentari da uno schieramento all’altro oppure, in assenza di un’intesa, un nuovo ritorno alle urne. Il fattore decisivo sarà la capacità dei leader di superare i vincoli politici che hanno definito la campagna elettorale.

Il paradosso dell’opposizione

Per Beth Oppenheim, analista dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), il voto conferma innanzitutto una situazione: “Israele si sta dirigendo verso lo stallo”, osserva in commenti inviati a Formiche.net, sottolineando come il successo elettorale dei cittadini palestinesi di Israele abbia reso le loro rappresentanze parlamentari potenzialmente decisive.

Il problema, secondo Oppenheim, è che quasi tutte le formazioni ebraiche dell’opposizione, con l’eccezione dei Democratici di Yair Golan, hanno escluso accordi con i partiti arabi. Una posizione che limita sensibilmente le possibilità di Eisenkot e rende più complessa la costruzione di una maggioranza capace di sostituire Netanyahu. L’analista individua proprio in questa contraddizione uno dei principali ostacoli politici per le forze che si presentano come alternative all’attuale governo.

Netanyahu, d’altra parte, esce indebolito ma non sconfitto. Il Likud ha ottenuto un risultato migliore delle previsioni, consolidando il primato nel sistema partitico israeliano, ma lo ha fatto anche a spese dei propri alleati. La ricostituzione della precedente coalizione nazionalista e religiosa appare quindi difficile. Il premier potrebbe tuttavia conservare l’iniziativa politica attraverso negoziati individuali, accordi parlamentari o una formula di unità nazionale.

C’è poi un elemento che va oltre la distribuzione dei seggi. Oppenheim osserva che, nonostante le divisioni sulla figura di Netanyahu, la maggioranza della Knesset continua a esprimere orientamenti riconducibili alla destra. Secondo il suo conteggio, i partiti di quest’area occupano 79 seggi su 120, considerando anche l’alleanza Bennett-Lapid. Il dato suggerisce che l’eventuale alternanza alla guida del governo non coinciderebbe necessariamente con una trasformazione altrettanto profonda degli indirizzi strategici israeliani.

È soprattutto sulla politica estera e sulla sicurezza che questa continuità potrebbe risultare evidente. Le principali formazioni dell’opposizione mantengono posizioni rigorose nei confronti di Hamas e dell’Iran e non sostengono, nelle attuali condizioni, la costituzione di uno Stato palestinese. Un governo diverso potrebbe introdurre cambiamenti nella gestione della Cisgiordania, nei rapporti istituzionali e nel contenimento delle componenti più radicali del movimento dei coloni, senza modificare necessariamente i presupposti della dottrina di sicurezza israeliana.

Anche un’eventuale uscita dall’esecutivo di figure radicali come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, secondo Oppenheim, non comporterebbe la scomparsa della loro influenza. Le correnti nazionaliste religiose hanno ormai una presenza consolidata nel sistema politico e istituzionale, destinata a sopravvivere alla composizione di una singola coalizione.

Il significato più profondo del voto riguarda quindi la possibilità di tradurre una domanda di cambiamento in una maggioranza effettivamente praticabile. “La svolta illiberale di Israele non è immutabile”, afferma Oppenheim. Ma, nella sua lettura, il futuro dell’opposizione dipenderà anche dalla capacità di riconoscere ai cittadini palestinesi di Israele un ruolo politico pienamente legittimo, superando una marginalizzazione che oggi rischia di impedire proprio l’alternanza.

La dimensione regionale: l’Iran e il rischio di una crisi durante la transizione

L’incertezza politica israeliana si inserisce in un contesto regionale nel quale la possibilità di una nuova escalation con l’Iran continua a condizionare le valutazioni strategiche dei principali attori. La formazione del prossimo governo a Gerusalemme sarà osservata anche alla luce delle scelte che Israele dovrà compiere nei confronti di Teheran, dei suoi alleati regionali e delle infrastrutture strategiche del Medio Oriente.

Oppenheim considera possibile che Netanyahu cerchi di recuperare consenso attraverso una nuova iniziativa militare contro l’Iran, oppure che una crisi di sicurezza favorisca la formazione di un governo di unità nazionale sotto la sua guida. Si tratta di uno scenario politico, non di una previsione operativa, che tuttavia richiama una questione concreta: la sovrapposizione tra il calendario della politica interna israeliana e quello della sicurezza regionale. Sovrapposizione costante nella storia del Paese.

Fonti regionali spiegano che Teheran si starebbe già muovendo, e avrebbe elaborato una pianificazione di risposta a un’eventuale nuova offensiva statunitense e israeliana, identificando un insieme molto ampio di infrastrutture potenzialmente coinvolte in operazioni di ritorsione. Queste informazioni confidenziali e non ufficiali descrivono uno scenario nel quale l’eventuale confronto militare potrebbe estendersi ben oltre il territorio israeliano e iraniano, interessando anche gli Stati del Golfo e la Giordania.

La pianificazione attribuita all’Iran comprende infrastrutture energetiche, aeroportuali e portuali, collegamenti ferroviari, reti di comunicazione, cavi sottomarini e impianti di desalinizzazione. Particolare attenzione sarebbe riservata anche ai poli tecnologici e ai centri di elaborazione dati legati all’intelligenza artificiale, a conferma del crescente peso delle infrastrutture digitali nelle valutazioni di sicurezza regionale. La logica descritta dalle fonti è principalmente deterrente: rendere evidente che un nuovo attacco alle infrastrutture iraniane potrebbe provocare conseguenze economiche e materiali su scala regionale.

Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono punti critici per il commercio globale. Gli Houthi minacciano la navigazione, ma non è scontato che chiudano le rotte. Le monarchie del Golfo temono che una nuova ondata del conflitto israelo-iraniano comprometta sicurezza, investimenti, diversificazione economica e sviluppo tecnologico. Impianti energetici, sistemi idrici e piattaforme digitali sono vulnerabili, con costi elevati in caso di conflitto.

È in questa prospettiva che il risultato elettorale israeliano assume un significato più ampio. Un governo guidato da Eisenkot potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e alcune priorità operative, ma difficilmente abbandonerebbe l’impostazione di fondo sulla minaccia iraniana. Una nuova coalizione guidata da Netanyahu, soprattutto se sostenuta da forze più moderate, potrebbe invece introdurre correttivi nella gestione politica del confronto senza rinunciare alle opzioni militari.

Nel frattempo, una lunga fase di negoziati potrebbe lasciare il Paese sotto un esecutivo ad interim chiamato a prendere decisioni di sicurezza particolarmente delicate. L’eventuale continuità di Netanyahu alla guida del governo durante le trattative rappresenterebbe quindi un elemento rilevante anche per gli interlocutori regionali, interessati a comprendere quanto margine politico esista per una nuova escalation o, al contrario, per iniziative di contenimento della crisi.

Le elezioni del 27 ottobre non hanno ancora chiarito chi governerà Israele, ma hanno già mostrato quanto sia difficile separare il futuro della leadership nazionale dalle scelte strategiche che attendono il Paese. La capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva per la stabilità interna; la gestione del confronto con l’Iran contribuirà a determinarne le conseguenze per l’intero Medio Oriente.

La Turchia cerca spazio all’Onu, tra le ambizioni di Trump e il dilemma Orbán

28 October 2026 at 15:46

La Turchia si prepara a candidare Feridun Sinirlioglu, segretario generale dell’Osce ed ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite, alla successione di António Guterres. Secondo fonti turche, l’annuncio potrebbe arrivare venerdì sera e dipende dall’esito dello scrutinio informale che il Consiglio di Sicurezza tiene giovedì, il settimo. Ankara vuole leggere gli orientamenti dei cinque membri permanenti prima di scoprire la propria carta. Il momento ha una logica precisa: dopo il voto di giovedì restano pochi giorni alle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, dopo le quali Washington potrebbe decidere se far scendere in campo Viktor Orbán. Ankara si inserisce nell’intervallo in cui le opzioni americane sono ancora aperte, non ufficializzate.

La gara è bloccata dai veti più che dalla mancanza di voti. Nel sesto scrutinio, il primo con schede colorate per distinguere i cinque permanenti dai dieci eletti, Rebeca Grynspan Mayufis ha raggiunto i nove voti favorevoli necessari, ma due dei cinque l’hanno scoraggiata. Carolyn Rodrigues Birkett e Rafael Grossi hanno ottenuto lo stesso numero di voti contrari dai permanenti, senza arrivare a nove favorevoli. Quando ogni nome in corsa porta con sé un veto, l’ingresso tardivo diventa un vantaggio, e il precedente del 1981 lo conferma: lo stallo si sciolse con un outsider che non aveva fatto campagna (Javier Pérez de Cuéllar). Oggi mancano nove settimane alla scadenza del mandato di Guterres, e Washington ha chiesto di decidere entro l’anno.

L’alternativa che l’amministrazione Trump avrebbe sondato è di segno opposto. Orbán sarebbe stato incoraggiato a candidarsi, con segnali favorevoli da Mosca e Pechino – e secondo la stima di un funzionario del Dipartimento di Stato ci sono otto voti nel Consiglio, forse dieci, a suo sostegno. La candidatura ha però un problema di procedura che precede quello del consenso. I membri permanenti non nominano candidati, come ha ricordato il viceministro degli Esteri russo, e il governo di Péter Magyar, che ha battuto Orbán ad aprile, non ha motivo di sponsorizzarlo. Servirebbe uno Stato terzo disposto a sostenere il nome davanti a Parigi e Londra, che possono fermarlo con un veto o con un voto contrario, mentre Varsavia e Kyiv hanno già preso le distanze con sarcasmo. Una lettura plausibile è che il nome di Orbán serva a Washington più come leva che come candidatura, un argomento per chiedere a Francia e Regno Unito di accettare un compromesso meno sgradito.

In questo spazio Sinirlioglu offre ciò che Orbán non ha più: uno Stato alle spalle, con un seggio nella Nato, sette anni da ambasciatore all’Onu e il profilo di un diplomatico di carriera. Il criterio che rende Orbán problematico, un’autonomia costruita su rapporti stretti con Mosca e Pechino, si applica anche ad Ankara, che ha acquistato i sistemi russi S-400, ne ha pagato il prezzo con sanzioni americane e con l’esclusione dagli F-35, e mantiene con Mosca legami energetici e commerciali profondi. Sinirlioglu stesso ha lanciato la propria candidatura a margine dell’Assemblea Generale, nella stessa settimana in cui incontrava Sergej Lavrov a New York. La differenza sta nel grado e nella leva: Washington si troverebbe davanti un interlocutore difficile da controllare ma dotato di capacità proprie, mentre Orbán porta un’affinità politica senza apparato statale.

Il calcolo dei voti passa per i dieci seggi elettivi. Pakistan e Somalia sono legati ad Ankara da rapporti di sicurezza, e il Parlamento turco sta facendo avanzare un patto di difesa con Riad e Islamabad. La Grecia siede nel Consiglio con ragioni proprie di diffidenza, e il Bahrein appartiene al blocco dei sei Stati del Golfo che sostiene la candidata emiratina Lana Nusseibeh, per cui è difficile immaginarlo schierato con Ankara. La candidatura di Sinirlioglu erode in parte lo stesso bacino di voti arabi e musulmani su cui conta Nusseibeh, che secondo un funzionario turco ha già incontrato resistenze per le posizioni sulle crisi regionali, e che deve rispondere sulle accuse al suo Paese per il sostegno alle Forze di supporto rapido in Sudan, che Abu Dhabi respinge.

Cambia anche il criterio di scelta. I tre candidati in testa vengono tutti da America Latina e Caraibi, e Panama, che siede nel Consiglio, rivendica il turno per la regione. Sinirlioglu, Orbán e Nusseibeh appartengono a tre gruppi regionali diversi, e il loro ingresso trasforma la rotazione da regola in preferenza. La partita si sposta dal nome al principio con cui lo si sceglie: l’area geografica, il profilo politico o il peso geopolitico.

L’ostacolo concreto per Ankara è Parigi. Il presidente turco, Recep Tayyp Erdoğan, ha parlato con il francese Emmanuel Macron martedì sera, ma i contenziosi tra i due Paesi in Libia e nel Mediterraneo orientale rendono il veto francese più probabile di quello americano. Il paradosso è dichiarato dalla stessa diplomazia turca, secondo cui il mondo è più grande di cinque, mentre per ottenere l’incarico Ankara deve convincerli tutti.

Il rischio per la Turchia è di restare una candidatura di posizione, utile a sedersi al tavolo in cui si negozierà il compromesso finale e a incassare altrove, nei rapporti con Washington o con Bruxelles (e con Mosca e Pechino?), ciò che il voto non darà. Per gli Stati Uniti il rischio è più concreto: se i veti reggono fino a dicembre, il Consiglio sceglierà il profilo che offre meno motivi di opposizione, cioè il meno connotato politicamente. Il mandato è di cinque anni a partire da gennaio 2027 e arriva oltre la presidenza Trump: l’Onu “alle basi” che l’amministrazione chiede potrebbe avere alla guida un funzionario di carriera scelto per esaurimento delle alternative, e non l’alleato politico che Washington cercava.

Dalla difesa al commercio, perché le Filippine vogliono rafforzare i rapporti con l’Italia. Parla la ministra Lazaro

27 October 2026 at 10:33

Le Filippine intendono rafforzare la cooperazione politica e di sicurezza con l’Italia, mentre Manila amplia i partenariati europei e consolida il proprio ruolo diplomatico nell’Indo-Pacifico. Tra le possibilità indicate dal governo filippino figura anche un accordo bilaterale sulle forze militari in visita, sulla scia delle intese sviluppate con altri partner europei.

È il messaggio emerso da una conversazione con Maria Theresa P. Lazaro, ministra degli Esteri delle Filippine, che si è tenuta presso l’ambasciata filippina a Roma. Formiche.net ha partecipato all’incontro insieme a un ristretto gruppo di giornalisti invitati. La visita di Lazaro nella capitale italiana comprendeva anche un intervento pubblico. L’incontro ha affrontato i rapporti bilaterali, il crescente coinvolgimento europeo nella sicurezza asiatica, le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, Taiwan e il rafforzamento del profilo internazionale delle Filippine attraverso la presidenza Asean del 2026.

Italia e Filippine: un potenziale ancora da sviluppare

Nel 2027 Italia e Filippine celebreranno 80 anni di relazioni diplomatiche, un anniversario che Lazaro considera un’occasione per imprimere nuovo slancio a un partenariato che non ha ancora espresso tutte le proprie potenzialità.

“Penso che possiamo fare di più nelle nostre relazioni bilaterali”, ha spiegato, sottolineando la necessità di un confronto politico più regolare tra i due governi. “Abbiamo chiesto consultazioni politiche”, ha aggiunto Lazaro, riferendosi a un meccanismo destinato ad affrontare questioni politiche ed economiche, oltre alle relazioni tra le rispettive popolazioni, ma che finora non ha trovato concreta attuazione.

La ministra ha inoltre auspicato una maggiore frequenza di visite istituzionali ad alto livello. Durante il soggiorno romano non ha avuto occasione di incontrare membri del governo italiano, pur avendo manifestato interesse per un colloquio con il proprio omologo. Lazaro ha riconosciuto che gli impegni di agenda potrebbero aver impedito l’incontro, senza suggerire l’esistenza di divergenze politiche.

La cooperazione nella difesa rappresenta invece un settore nel quale sono stati compiuti progressi concreti. Lazaro ha ricordato l’accordo firmato a Monaco nel febbraio scorso con il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, descrivendolo come uno sviluppo positivo sul quale costruire ulteriori iniziative. Il messaggio rivolto a Roma è che una relazione bilaterale consolidata, già sostenuta da strumenti di cooperazione, necessita ora di un impegno politico più continuativo per esprimere pienamente il proprio potenziale.

La sicurezza dell’Indo-Pacifico e la prospettiva di un accordo con l’Italia

Le Filippine considerano la crescente presenza europea nell’Indo-Pacifico un contributo positivo alla sicurezza regionale. Alla domanda di Formiche.net se un maggiore coinvolgimento militare europeo possa essere percepito da altri attori regionali come un’ulteriore fonte di tensione, Lazaro ha accolto favorevolmente il contributo dei partner europei.

“Siamo dell’opinione che qualsiasi sostegno da parte dei nostri amici e partner like-minded, i Paesi europei così come, naturalmente, gli Stati Uniti, sia positivo, perché non si tratta soltanto della condivisione delle idee e di come le cose dovrebbero procedere, ma è proprio avere quel sostegno all’interno della regione che è molto necessario”. È qui che la ministra ha sottolineato l’importanza delle visite delle unità navali europee nei porti filippini, soprattutto per rafforzare la consapevolezza della situazione marittima, o maritime domain awareness, nel contesto delle persistenti controversie nel Mar Cinese Meridionale.

“Voglio essere chiara: queste visite nei nostri porti sono molto importanti, perché contribuiscono anche a definire la nostra maritime domain awareness. Ed è molto importante per noi, soprattutto per la nostra questione aperta con la Cina”. Secondo Lazaro, l’Italia potrebbe contribuire in misura maggiore alle capacità di difesa filippina, anche se sarebbe necessario un ulteriore impulso politico per tradurre la cooperazione esistente in nuove iniziative.

L’apertura più significativa in questo quadro riguarda la prospettiva di un Visiting Forces Agreement (VFA), un accordo che potrebbe definire il framework giuridico per la presenza temporanea di personale militare italiano nelle Filippine nell’ambito di attività concordate. Richiamando le intese con altri partner europei, tra cui Francia e Regno Unito, Lazaro ha aggiunto: “Stiamo aspettando l’opportunità con l’Italia”. Le sue parole non costituiscono l’annuncio di negoziati formali, ma segnalano l’interesse di Manila a esplorare questa possibilità con Roma. Un eventuale accordo si inserirebbe nel più ampio rafforzamento della cooperazione di sicurezza tra le Filippine e i Paesi europei, in una fase in cui il loro coinvolgimento nell’Indo-Pacifico assume crescente rilevanza strategica.

Cina: gestire le tensioni senza sacrificare il dialogo

È questa dimensione regionale che la competizione con Pechino diventa uno dei principali fattori che orientano la politica estera e di sicurezza filippina. Lazaro ha tuttavia tenuto a distinguere le controversie nel Mar Cinese Meridionale dalla relazione complessiva tra i due Paesi. Manila, ha spiegato, cerca di separare le dispute marittime dalle altre dimensioni del rapporto con la Cina, preservando gli scambi economici e i contatti diplomatici nonostante le persistenti tensioni.

“Abbiamo già compartimentato”, ha sottolineato, descrivendo un approccio che consente al ministero degli Esteri di mantenere aperti i canali di dialogo mentre le autorità della difesa filippine continuano a proteggere gli interessi marittimi nazionali.

Lazaro ha richiamato le incursioni cinesi nelle acque filippine che la Cina rivendica, e gli episodi di utilizzo di cannoni ad acqua contro le imbarcazioni di Manila, sottolineando al tempo stesso che la linea del presidente Ferdinand Marcos Jr. rimane fondata sull’impegno diplomatico. “Siamo dell’opinione, e questo è in linea secondo le direttive del presidente, che dobbiamo risolvere queste questioni, naturalmente, attraverso la diplomazia e il dialogo diplomatico”.

Manila e Pechino continuano quindi a utilizzare i meccanismi bilaterali di consultazione sul Mar Cinese Meridionale, insieme agli scambi tra i rispettivi ministeri degli Esteri. Gli incontri si alternano tra le due capitali, ha spiegato Lazaro, anche mentre persistono le tensioni in mare. Ma mentre la priorità del ministero degli Esteri è gestire le controversie attraverso la diplomazia, le strutture della difesa filippine restano responsabili della protezione delle acque nazionali e della risposta alle incursioni, ha evidenziato la ministra. Lazaro ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali con la Cina rimangono solidi, così come le relazioni tra le rispettive popolazioni”.

Dalle sue parole emerge una politica che combina fermezza sulle questioni di sovranità e sicurezza marittima con la determinazione a preservare un rapporto importante sul piano economico e diplomatico. Questo contribuisce anche a spiegare l’interesse di Manila per una maggiore presenza europea: ampliare la rete dei partenariati di sicurezza mantenendo al tempo stesso il confronto diplomatico con Pechino.

L’Europa come partner politico, economico e strategico

Se le relazioni bilaterali con l’Italia trarrebbero beneficio da una maggiore continuità, Lazaro ha descritto il rapporto delle Filippine con l’Unione europea in una fase decisamente positiva, “di sviluppo crescente”. La ministra ha richiamato il quadro istituzionale offerto dal Partnership and Cooperation Agreement e le consultazioni in corso su sicurezza, questioni marittime, governance, diritti umani e cooperazione allo sviluppo.

“Abbiamo una relazione politica molto buona con l’Ue”, ha spiegato, sottolineando come un elemento centrale di questo rapporto in espansione è il negoziato per un accordo di libero scambio (Fta) tra Filippine e Ue. Lazaro ha espresso fiducia nella possibilità che l’intesa venga conclusa in tempi relativamente brevi, sottolineandone il potenziale impatto economico. “Immaginate soltanto quale impulso economico questo darebbe alle nostre relazioni”. La ministra ha inoltre richiamato il crescente interesse diplomatico europeo verso Manila, citando l’apertura di nuove ambasciate da parte di svariati Paesi, tra cui Slovacchia, Slovenia e Portogallo. Nella sua valutazione, questa presenza sempre più ampia riflette sia l’importanza politica delle Filippine sia le opportunità economiche associate al Paese e alla sua integrazione regionale.

Per l’Italia, il rafforzamento delle relazioni tra Unione europea e Filippine potrebbe offrire un contesto favorevole a una cooperazione bilaterale più profonda, dalla sicurezza marittima agli investimenti, dalle infrastrutture alle catene di approvvigionamento.

Taiwan: la priorità è proteggere 200.000 filippini

Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze immediate per le Filippine, considerata la vicinanza geografica all’isola e la consistente comunità filippina che vi vive e lavora? Lazaro è convinta della necessita di  affrontare la questione di Taiwan principalmente attraverso queste due considerazioni, sebbene. “la cosa più importante per noi è che abbiamo 200.000 filippini a Taiwan. Quindi, al momento, tutti i nostri piani di emergenza sono incentrati sulla sicurezza dei lavoratori filippini che abbiamo lì”.

Lazaro ha ribadito la posizione di Manila secondo cui le tensioni devono essere risolte pacificamente, avvertendo che qualsiasi escalation avrebbe conseguenze gravi, e non solo per i Paesi di prossimità geografica. Le sue dichiarazioni evidenziano la dimensione pratica e immediata della sicurezza regionale per Manila. Al di là dei più ampi calcoli strategici, la protezione dei filippini all’estero rimane la priorità operativa centrale.

Asean: il crescente peso diplomatico di Manila

Restando sul piano regionale — dove il destino di Taiwan è uno dei più preoccupanti flashpoint — Lazaro ha ricordato come la presidenza filippina dell’Asean nel 2026 abbia offerto a Manila l’opportunità di consolidare il proprio ruolo internazionale e dimostrare la capacità di riunire Paesi con interessi strategici differenti. “Abbiamo scoperto di avere la capacità di riunire gli interlocutori, in quanto Filippine”, La ministra ha ricordato la partecipazione di numerosi alti rappresentanti internazionali agli incontri organizzati a Manila, tra cui il segretario di Stato americano Marco Rubio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la ministra degli Esteri australiana Penny Wong.

Lazaro ha inoltre segnalato l’assenza di rappresentanti italiani agli incontri ministeriali, rivolgendo un invito e spazi di coinvolgimento: un’osservazione coerente con il suo più generale auspicio di un maggiore coinvolgimento politico di Roma, anche attraverso una rappresentanza italiana più forte nei principali appuntamenti diplomatici regionali.

Tra i risultati e le priorità della presidenza filippina ha indicato la cooperazione marittima, i negoziati in corso con la Cina per un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale e gli sforzi per promuovere l’integrazione digitale regionale.

Le responsabilità diplomatiche di Manila si estendono anche alla gestione delle crisi nel Sud-Est asiatico. Lazaro, che ricopre l’incarico di inviata speciale della presidenza Asean per il Myanmar, ha spiegato che avrebbe lasciato Roma per una missione diplomatica e umanitaria legata alla crisi del Paese. La presidenza dell’associazione offre dunque alle Filippine una piattaforma attraverso la quale rafforzare la propria influenza diplomatica e ampliare la rete dei partner internazionali.

Il quadro generale

Le dichiarazioni di Lazaro delineano una politica estera filippina impegnata su diversi fronti interconnessi. La gestione della competizione con la Cina, principale sfida regionale sul piano della sicurezza, procede insieme alla diversificazione dei partenariati strategici, all’approfondimento dei rapporti economici con l’Europa e al rafforzamento del ruolo di Manila nell’Asean.

All’interno di questa strategia più ampia, l’Italia emerge come un partner con il quale le Filippine vorrebbero sviluppare una relazione più strutturata. Le opportunità spaziano dal dialogo politico alla cooperazione nella difesa, fino alla presenza europea nell’Indo-Pacifico. La disponibilità di Manila a esplorare un accordo sulle forze militari in visita offre un possibile terreno concreto sul quale far avanzare questo rapporto.

(Foto: X, @SecLazaro)

Huang scuote l’Europa sull’AI. Ecco la strategia di Nvidia per colmare il ritardo tecnologico

23 October 2026 at 11:42

“You can’t regulate what you don’t have”: è un mantra che si ripete molto spesso nei corridoi di chi affronta, lato americano ed europeo, la competizione tecnologica, ed è la formula scelta da Jensen Huang, diretta, netta, chiara, per rispondere al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che durante l’Invest in Germany Summit di Berlino gli aveva chiesto cosa l’Europa potesse fare meglio sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

Sul palco del Kraftwerk, un’ex centrale elettrica riconvertita in spazio per eventi, il ceo di Nvidia ha messo il dito su una delle contraddizioni della strategia tecnologica europea: l’ambizione di definire le regole di un settore nel quale il continente fatica ancora a sviluppare capacità industriali competitive.

Il messaggio non era rivolto soltanto alla Germania. Huang sta attraversando l’Europa per convincere governi e imprese ad accelerare l’adozione dell’AI, mentre Nvidia cerca di consolidare il proprio ruolo nella costruzione delle infrastrutture tecnologiche del continente. Dopo aver criticato a Londra la tendenza britannica a individuare ostacoli anziché opportunità, a Berlino ha espresso frustrazione per il ritardo di un Paese che considera tra i più avanzati al mondo sul piano scientifico e industriale.

La spinta di Huang riflette il ruolo sempre più centrale di Nvidia nello sviluppo dell’economia dell’intelligenza artificiale. L’azienda americana è il principale fornitore dei chip utilizzati per sviluppare ed eseguire i modelli AI e sta ampliando il proprio contributo alla costruzione dell’ecosistema tecnologico globale, anche attraverso investimenti e partnership industriali. Per l’Europa, che punta ad accelerare la diffusione dell’intelligenza artificiale e a rafforzare la competitività del proprio sistema produttivo, Nvidia si presenta come un interlocutore strategico, capace di mettere a disposizione tecnologie, infrastrutture e competenze necessarie a sostenere questa trasformazione.

La questione supera il ciclo degli investimenti tecnologici. Il continente dispone di una solida base manifatturiera, ma non ha sviluppato equivalenti domestici dei grandi operatori americani dell’AI. Accelerare significa quindi ricorrere, almeno nel breve periodo, a tecnologie esterne. Una necessità che rischia di complicare l’obiettivo europeo di ridurre la dipendenza dalle piattaforme statunitensi, che a loro volta spingono sul valore delle “trusted technologies”: tecnologie affidabili condivise tra Paesi alleati come soluzione a lacune e per costruire un ecosistema condiviso e condivisibile – al sicuro dai rivali strategici dell’asse transatlantico e del cosiddetto “Occidente politico”.

È soprattutto sull’intelligenza artificiale industriale che Huang intravede un’opportunità pratica e soprattutto rapida per l’economia europea. La Germania, alle prese con difficoltà di crescita, conserva capacità produttive che potrebbero diventare un vantaggio competitivo nell’applicazione dell’AI alla manifattura. Durante il summit, il ceo di Nvidia ha richiamato la collaborazione con Siemens per trasformare lo stabilimento di Erlangen in un modello di produzione autonoma, attraverso strumenti capaci, secondo le stime presentate, di ridurre i costi fino al 20%. L’azienda americana sta inoltre ampliando la cooperazione con Mercedes-Benz nello sviluppo di sistemi di guida automatizzata.

Queste partnership illustrano la direzione della strategia di Nvidia, il cui obiettivo non è limitarsi alla fornitura di capacità di calcolo per i grandi modelli linguistici, ma portare l’intelligenza artificiale dentro i processi produttivi delle imprese europee. Automotive, servizi finanziari e sanità sono tra i settori indicati da Huang durante il keynote tenuto alla GPU Technology Conference di Berlino. Per costruire una vera economia dell’AI, ha sostenuto, le industrie che utilizzano queste tecnologie devono diventare esse stesse imprese fondate sull’intelligenza artificiale.

La spinta all’adozione richiede però un’espansione delle infrastrutture. Nvidia sta promuovendo nuove soluzioni modulari, tra cui DSX POD – un sistema progettato per semplificare e accelerare l’installazione delle infrastrutture di calcolo necessarie all’intelligenza artificiale – pensate per accelerare la realizzazione dei sistemi necessari all’AI, per esempio riducendo i tempi di realizzazione dei data center nei siti già predisposti. Per i governi europei, chiamati a sostenere investimenti e modernizzazione industriale, la disponibilità di queste tecnologie può rappresentare un’opportunità.

La presenza europea di Nvidia, intanto, si estende anche oltre le tappe del tour di Huang. Il ceo non ha previsto una visita in Italia, ma durante la sua missione europea è stata annunciata un’iniziativa che coinvolge Nvidia e TIM. Il caso italiano conferma come la strategia dell’azienda americana interessi più ampiamente lo sviluppo dell’infrastruttura AI in Europa.

La sfida per Bruxelles sta nel cercare di trasformare la crescente domanda di intelligenza artificiale in capacità industriale, colmando il divario tra ambizioni tecnologiche e infrastrutture. Nvidia può accelerare l’adozione dell’AI e rafforzare la competitività europea con tecnologie, competenze e partnership.

La provocazione di Huang a Merz sottolinea la necessità di creare condizioni per lo sviluppo industriale dell’AI. L’Europa ha una base manifatturiera avanzata e competenze scientifiche. La collaborazione con Nvidia permette di tradurre questi punti di forza in applicazioni concrete, colmando una lacuna tecnologica in modo quasi immediato – e “trusted”.

Dalle piazze ai social, la competizione geopolitica investe le democrazie

22 October 2026 at 14:24

Quando il 13 ottobre Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, ha descritto un ambiente di sicurezza profondamente mutato, le proteste che nei giorni successivi avrebbero attraversato diverse città europee non erano ancora diventate oggetto di verifiche sulle possibili interferenze straniere. Il suo intervento delineava una stagione nella quale le attività degli Stati ostili, il terrorismo e l’evoluzione tecnologica stanno modificando la natura delle minacce alle società occidentali. Le successive notizie sulle indagini europee relative a campagne di disinformazione e amplificazione dei disordini hanno conferito a quell’avvertimento una particolare attualità.

La successione degli eventi non dimostra un collegamento diretto tra le violenze e le attività di governi stranieri. Le verifiche riferite dal Financial Times riguardano possibili operazioni condotte nell’ambiente digitale, con il coinvolgimento sospettato di reti filorusse e di altri attori. Restano da accertare responsabilità ed effetti concreti, ma la difficoltà di distinguere tra mobilitazione spontanea e sfruttamento esterno delle tensioni sociali riflette una delle complessità dell’attuale ambiente di sicurezza.

Il Council on Foreign Relations è tornato sull’intervento di McCallum, approfondendo il ruolo della radicalizzazione e delle tecnologie digitali. In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che da tempo parla di “guerra ibrida” contro l’Europa, ha denunciato l’utilizzo delle piattaforme social da parte di alcuni Paesi per monitorare, studiare e influenzare gli utenti, mentre il concetto di “conflitto cognitivo” diventa sempre più utile per interpretare la possibile interazione tra disordini e strategie di destabilizzazione. Angolazioni differenti, che tuttavia convergono su una questione più ampia: la crescente rilevanza delle vulnerabilità interne delle democrazie nella competizione geopolitica.

Le fondamenta interne del potere

Le operazioni di influenza accompagnano da decenni la rivalità tra potenze. Durante la Guerra fredda, propaganda e disinformazione costituivano strumenti consolidati della competizione internazionale. Sono cambiate soprattutto le condizioni tecnologiche nelle quali queste attività vengono condotte, la quantità di informazioni disponibili sugli individui e la possibilità di intervenire rapidamente su processi sociali già in corso.

Le piattaforme digitali hanno ampliato le opportunità di partecipazione politica, creando contemporaneamente un ambiente nel quale la visibilità dei contenuti dipende da sistemi algoritmici e meccanismi commerciali che possono favorire la circolazione di messaggi divisivi. L’intelligenza artificiale consente inoltre di produrre e personalizzare contenuti su scala crescente, riducendo i costi di determinate operazioni informative.

Per un attore ostile, il vantaggio consiste nella possibilità di inserirsi in controversie autentiche, sfruttando tensioni economiche, politiche o identitarie senza necessariamente provocarle. Il malcontento sociale conserva cause proprie, che non possono essere subordinate a spiegazioni geopolitiche, ma la sua rappresentazione pubblica può essere alterata attraverso campagne di amplificazione e manipolazione.

Le conseguenze strategiche emergono nel rapporto tra le risorse di uno Stato e la sua capacità di impiegarle. Le decisioni di politica estera e sicurezza richiedono legittimazione politica e continuità istituzionale, soprattutto quando comportano costi prolungati, come il sostegno militare agli alleati, le sanzioni economiche o gli investimenti nella difesa. L’erosione della fiducia istituzionale e la frammentazione dell’ambiente informativo possono rendere più difficile sostenere tali scelte, anche quando le capacità materiali dello Stato rimangono intatte.

Il dissenso costituisce naturalmente una componente essenziale della democrazia e può contribuire a migliorare le decisioni. La vulnerabilità si manifesta quando interventi manipolativi, di attori statuali o organizzazioni (anche criminali), compromettono le condizioni informative nelle quali il confronto politico si sviluppa. La tenuta interna diventa così una variabile della capacità di proiezione internazionale, offrendo agli attori ostili la possibilità di esercitare pressioni strategiche senza ricorrere necessariamente a forme dirette di aggressione.

Il potere delle infrastrutture digitali

Le preoccupazioni espresse da Crosetto richiamano una dimensione che supera la tradizionale disinformazione: il ruolo delle infrastrutture attraverso le quali vengono raccolte informazioni sui comportamenti degli utenti e organizzata la distribuzione dei contenuti. Le grandi piattaforme dispongono di capacità di analisi e personalizzazione che incidono quotidianamente sull’esperienza informativa individuale. Sebbene queste tecnologie rispondano prevalentemente a finalità commerciali, il loro funzionamento assume rilevanza strategica quando soggetti esterni possono sfruttarne le caratteristiche o esercitare influenza sulle imprese che le gestiscono. La concentrazione di dati e capacità tecnologiche attribuisce inoltre a pochi operatori privati un peso considerevole sulle condizioni del dibattito pubblico.

Occorre comunque distinguere tra la disponibilità di informazioni sugli utenti e l’effettiva capacità di modificarne opinioni e comportamenti, che rimane complessa e non automatica. La rilevanza del problema risiede anche nella crescente dipendenza delle società democratiche da infrastrutture transnazionali sulle quali le istituzioni pubbliche esercitano un controllo limitato.

Il dibattito italiano sull’estensione a 14 anni del divieto di iscrizione ai social network, pur riguardando principalmente la tutela dei minori, riflette una più ampia attenzione politica verso gli effetti dell’ambiente digitale sulla formazione individuale. Non costituisce una risposta alla guerra ibrida, ma segnala quanto le conseguenze sociali delle piattaforme stiano entrando in ambiti differenti dell’azione pubblica.

Il concetto di conflitto cognitivo assume significato in questo contesto, descrivendo il tentativo di incidere sui processi attraverso i quali individui e collettività interpretano gli avvenimenti e maturano orientamenti politici. Per le democrazie, la questione riguarda la possibilità di preservare l’autonomia dei propri processi decisionali in un ambiente informativo sempre più condizionato da infrastrutture private e da potenziali interferenze esterne.

Il dilemma della sicurezza democratica

L’evoluzione delle minacce richiede una cooperazione più stretta tra intelligence, autorità regolatorie, istituzioni pubbliche e operatori tecnologici. Ma l’ampliamento del perimetro della sicurezza comporta anche il rischio di attribuire rilevanza strategica a fenomeni che appartengono al normale funzionamento del confronto democratico.

La distinzione tra attività ostili e legittimo esercizio delle libertà diventa particolarmente delicata quando le operazioni di influenza si inseriscono in mobilitazioni collettive o controversie politiche autentiche. Le indagini sulle proteste europee mostrano l’importanza di separare amplificazione digitale, coordinamento operativo e coinvolgimento diretto negli episodi violenti. La complessità delle attività online può rendere difficile attribuire responsabilità, ma l’incertezza non può trasformarsi in una presunzione di interferenza straniera.

La risposta richiede capacità investigative, trasparenza delle piattaforme e cooperazione internazionale, accompagnate da garanzie democratiche adeguate. Esiste tuttavia un limite all’efficacia degli strumenti di sicurezza: una società attraversata da profonde fratture economiche e politiche non può diventare resiliente attraverso la sola individuazione delle campagne ostili. Le interferenze possono aggravare tensioni preesistenti, le cui cause richiedono risposte politiche e istituzionali.

È qui che l’avvertimento dell’MI5 acquista una portata più ampia. La competizione geopolitica continua a misurarsi attraverso risorse militari, economiche e tecnologiche, ma la possibilità di tradurle in risultati dipende anche dalla credibilità delle istituzioni e dalla capacità di sostenere decisioni collettive. Una democrazia può conservare strumenti di potere considerevoli e vedere ridotta la propria autonomia strategica se il deterioramento del confronto pubblico ne compromette la capacità decisionale.

La sfida per le società occidentali consiste dunque nel rafforzare la protezione dei propri processi politici senza confondere il dissenso con la destabilizzazione o subordinare il pluralismo alle esigenze della sicurezza. In un ambiente internazionale nel quale gli avversari possono cercare di condizionare le scelte di uno Stato agendo sulle condizioni sociali e informative che le rendono possibili, la qualità del funzionamento democratico diventa essa stessa una risorsa strategica.

Da Washington al Pireo, così il caso Cosco riapre il dilemma strategico di Imec

21 October 2026 at 11:56

Le infrastrutture commerciali stanno assumendo un peso crescente nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Una lettera del Congresso americano sulle presunte attività di intelligence condotte da navi di Cosco Shipping riporta l’attenzione sul ruolo degli operatori cinesi nella logistica internazionale, con implicazioni che potrebbero estendersi anche al futuro del corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec).

Il 14 ottobre, tre influenti esponenti della Camera dei Rappresentanti — John Moolenaar, presidente della commissione speciale sulla Cina, Rick Crawford, presidente della commissione Intelligence, e Carlos Gimenez, presidente della sottocommissione sulla sicurezza dei trasporti marittimi — hanno scritto al segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin per chiedere maggiori controlli sulle attività di Cosco.

La lettera cita recenti ricostruzioni giornalistiche secondo cui alcune navi della compagnia avrebbero utilizzato apparecchiature nascoste per intercettare comunicazioni militari e informazioni sensibili lungo le coste americane, nell’ambito di una presunta collaborazione di intelligence con Pechino. Accuse ancora da verificare, ma sufficientemente rilevanti da spingere i parlamentari a chiedere una revisione dei privilegi concessi alla compagnia.

Al centro della richiesta c’è Qualship 21, un programma della Guardia costiera statunitense che riconosce alle navi conformi a elevati standard di sicurezza benefici operativi, tra cui una minore frequenza delle ispezioni portuali. Secondo la lettera, almeno dieci unità Cosco risultavano iscritte al programma a luglio. I parlamentari chiedono di revocarne i benefici, rafforzare i controlli e analizzare le rotte delle navi alla ricerca di eventuali anomalie riconducibili ad attività di intelligence.

La vicenda si inserisce in un quadro già deteriorato. Nel gennaio 2025, il Pentagono aveva inserito Cosco nell’elenco delle società considerate legate all’apparato militare cinese, ai sensi della Section 1260H. Una designazione che non comporta automaticamente sanzioni, ma che segnala la crescente attenzione americana verso l’integrazione tra attività commerciali e interessi strategici della Repubblica Popolare.

Il valore della lettera supera dunque le singole accuse. Washington sta progressivamente incorporando criteri di sicurezza nazionale nella valutazione di operatori e infrastrutture tradizionalmente considerati attraverso parametri prevalentemente commerciali.

Una flotta mercantile garantisce accesso a rotte e aree geografiche sensibili; un terminal portuale gestisce informazioni dettagliate sui flussi logistici; le piattaforme digitali che coordinano queste attività possono offrire visibilità sulle catene di approvvigionamento. La questione riguarda quindi anche il controllo dei dati e delle infrastrutture che sostengono l’interdipendenza economica globale.

Questa evoluzione ha un possibile riflesso sul dibattito, già aperto da tempo, riguardante il ruolo del Pireo nel corridoio Imec. Il porto greco, controllato da Cosco, è stato considerato un possibile approdo europeo del progetto, nonostante gli interrogativi sulla sua compatibilità con gli obiettivi di diversificazione strategica del corridoio.

La lettera americana non riguarda il Pireo, ma rende più attuale una domanda: quali garanzie potrebbero consentire l’integrazione di infrastrutture controllate da operatori considerati problematici da Washington? Meccanismi di supervisione, protezione dei dati e governance condivisa potrebbero offrire alcune risposte, mentre una rete di approdi complementari, incluso Trieste, permetterebbe di diversificare i rischi senza escludere la Grecia.

È proprio questo il tema al centro della nuova edizione di “Indo-Pacific Salad”, la newsletter che analizza le connessioni tra geopolitica, tecnologia e competizione strategica. Approfondiamo il caso Cosco e le sue implicazioni per Imec, cercando di capire come la sicurezza economica stia ridisegnando le infrastrutture della globalizzazione. Iscriviti a “Indo-Pacific Salad” seguendo il link per ricevere l’analisi completa e seguire le dinamiche che stanno trasformando l’Indo-Pacifico e i suoi collegamenti con l’Europa.

Chi soffia sul fuoco delle proteste? Cosa si muove dietro le manifestazioni in Italia e in Europa

20 October 2026 at 10:49

Le proteste che nelle ultime settimane hanno attraversato diversi Paesi europei, dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Italia, dove sono dal weekend al centro del dibattito pubblico e politico, hanno riportato in superficie un disagio che supera le rivendicazioni economiche da cui molte di esse hanno preso origine. L’aumento del costo della vita, la pressione sui redditi e le difficoltà di accesso alla casa alimentano una percezione di arretramento della prosperità, mentre gli episodi di violenza registrati in alcune città rivelano tensioni sociali più profonde.

Le fratture della prosperità europea

In Italia, queste dinamiche incontrano fragilità consolidate: stagnazione della produttività, debole crescita dei salari reali e difficoltà nel garantire opportunità di mobilità sociale. Gli shock energetici e inflazionistici, legati anche alla guerra regionale nell’Indo-Mediterraneo, hanno accentuato il senso di insicurezza economica, anche perché i governi nazionali dispongono di margini limitati per intervenire sulle determinanti internazionali di questi fenomeni.

Al disagio materiale si sovrappone una dimensione socioculturale, particolarmente visibile in alcuni segmenti delle generazioni più giovani. La sfiducia nelle istituzioni, la perdita di riferimenti collettivi e l’incertezza sulle prospettive personali possono alimentare forme di risentimento prive di una rappresentanza politica riconoscibile. In determinati contesti, anche le tensioni identitarie presenti in settori delle seconde e terze generazioni con background migratorio si intrecciano con condizioni di marginalità e narrazioni nazionali, culturali o religiose antagoniste. Sono fenomeni distinti, che non possono essere generalizzati né automaticamente associati alla violenza, ma che contribuiscono alla crescente complessità delle fratture sociali europee.

La politica non sempre ha saputo governare queste trasformazioni. Forze appartenenti a tradizioni ideologiche differenti hanno spesso privilegiato la mobilitazione del malcontento rispetto alla costruzione di risposte sostenibili. La ricerca del consenso, quando prevale sulla responsabilità di confrontarsi con i vincoli economici e istituzionali, finisce per alimentare aspettative destinate a essere disattese e consolidare la sfiducia verso il sistema politico.

Questa combinazione di vulnerabilità economiche, sociali e istituzionali assume oggi una rilevanza che supera la politica interna. In un contesto di competizione geopolitica crescente, le fratture delle società democratiche costituiscono anche opportunità di pressione strategica per attori esterni.

La strumentalizzazione geopolitica del disagio

La Russia ha sviluppato nel tempo una significativa capacità di sfruttare le tensioni interne alle democrazie occidentali. Le controversie sull’immigrazione, il sostegno all’Ucraina, ancora prima la gestione del Covid, più in generale le questioni identitarie e la sfiducia nelle istituzioni offrono terreni favorevoli per operazioni di influenza orientate ad accentuare la polarizzazione e indebolire la coesione politica europea.

Un esempio indicativo arriva da Rybar, influente rete informativa russa vicina all’ambiente militare, che ha diffuso una mappa delle recenti proteste europee, aggregando manifestazioni, arresti e feriti in diversi Paesi. Eventi differenti per cause, partecipazione e intensità vengono ricondotti a una rappresentazione unitaria di un continente attraversato da un’instabilità crescente.

La rilevanza di questa operazione comunicativa risiede nel modo in cui fatti autentici vengono selezionati, sottratti parzialmente al loro contesto e ricomposti in una narrazione coerente con gli interessi strategici di Mosca. Attraverso Telegram e la circolazione di contenuti tra diverse piattaforme, rappresentazioni di questo genere possono raggiungere pubblici differenti, alimentando interpretazioni che accentuano le divisioni esistenti.

La diffusione di una simile mappa non dimostra un coinvolgimento russo nell’organizzazione delle proteste; mostra piuttosto come queste possano essere utilizzate per rappresentare l’Europa come un sistema politicamente fragile. Ossia viene offerta ai lettori l’immagine di un modello disfunzionale, corroso internamente, e pertanto non idoneo a costituire oggetto di aspirazioni per le collettività (in primis quelle russe).

Il meccanismo appartiene al più ampio repertorio dell’information warfare, nel quale disinformazione deliberata, circolazione di contenuti fuorvianti, amplificazione coordinata e astroturfing — la costruzione artificiale di un apparente consenso spontaneo — possono concorrere a manipolare il dibattito pubblico. Gli stessi episodi di violenza possono essere presentati come prova dell’estremismo dei manifestanti oppure della repressione autoritaria dei governi, o ancora del malcontento diffuso in Europa, favorendo narrazioni contrapposte che convergono nell’erosione della fiducia democratica.

La dimensione algoritmica amplia ulteriormente queste possibilità. Sono state documentate in più occasioni precedenti operazioni coordinate di influenza con account non autentici e contenuti distribuiti attraverso TikTok – il cui fenomenale algoritmo è controllato da una società cinese – e altre piattaforme. Questi precedenti mostrano come le reti digitali possano contribuire ad amplificare specifiche mobilitazioni e influenzare la percezione del confronto politico.

Gli algoritmi di raccomandazione possono inoltre indirizzare contenuti politicamente sensibili verso determinati segmenti di pubblico, con possibili conseguenze sulle dinamiche di mobilitazione. La distinzione tra amplificazione algoritmica, manipolazione coordinata e intervento intenzionale di attori statali rimane essenziale quanto nebulosa.

Dall’informazione alle minacce ibride

Lo sfruttamento delle vulnerabilità democratiche si inserisce in una competizione che ha progressivamente superato i confini della propaganda tradizionale. Le operazioni informative possono accompagnarsi ad attacchi informatici, sabotaggi, provocazioni e altre attività clandestine, secondo modalità riconducibili alla hybrid warfare.

Le operazioni ostili attribuite alla Russia in Europa negli ultimi anni hanno mostrato come strumenti differenti possano essere impiegati per esercitare pressione sulle società occidentali, complicare l’azione delle autorità e alimentare un clima di insicurezza. Le grandi manifestazioni costituiscono, almeno potenzialmente, contesti favorevoli per provocazioni difficili da attribuire nell’immediato, soprattutto quando tensioni preesistenti rendono probabile una rapida escalation.

L’eventuale convergenza tra interferenze fisiche e amplificazione digitale rappresenta una vulnerabilità particolarmente delicata. Un episodio isolato può acquisire una rilevanza politica sproporzionata attraverso la circolazione selettiva delle immagini, contribuendo a radicalizzare il confronto tra manifestanti, forze dell’ordine e istituzioni.

Questo rischio non autorizza ad attribuire automaticamente responsabilità straniere agli episodi di violenza. La distinzione tra sfruttamento opportunistico del disordine, operazioni coordinate e coinvolgimento diretto di apparati statali rimane essenziale, ma non sempre è possibile stabilirla con certezza. La complessità delle operazioni ibride, la sovrapposizione tra attori, strumenti e livelli di intervento, così come il ricorso a intermediari e reti difficilmente riconducibili a un unico centro decisionale, possono rendere particolarmente opaca l’attribuzione delle responsabilità. In questa ambiguità risiede parte della loro efficacia strategica: l’incertezza ostacola la capacità di risposta delle istituzioni e può diventare essa stessa uno strumento di destabilizzazione.

La dimensione transatlantica

Le vulnerabilità europee si inseriscono anche in una trasformazione più ampia degli equilibri occidentali, anche questi spesso sfruttati dalle narrazioni rivali. Per gran parte del secondo dopoguerra, la leadership americana ha sostenuto un sistema nel quale sicurezza collettiva, prosperità economica e istituzioni democratiche erano elementi di un progetto politico condiviso.

Il primo e il secondo mandato di Donald Trump hanno introdotto una discontinuità significativa. L’enfasi sulla sovranità nazionale, l’approccio transazionale alle alleanze e la critica alle istituzioni multilaterali hanno contribuito a spostare l’attenzione dalla tutela di un ordine collettivo verso una concezione più immediata degli interessi americani.

Questa evoluzione non spiega le tensioni sociali europee, ma ha reso meno riconoscibile la prospettiva politica comune che per decenni aveva rappresentato uno dei principali fattori di coesione occidentale. Per società già attraversate da incertezze economiche e crisi di rappresentanza e appartenenza, la trasformazione del ruolo americano introduce un’ulteriore dimensione di insicurezza, offrendo alle potenze rivali nuovi argomenti per mettere in discussione la credibilità e la tenuta dell’Occidente.

La coesione sociale come questione di sicurezza

La crescente interdipendenza tra coesione sociale, qualità del dibattito democratico e sicurezza strategica impone di ampliare il concetto di resilienza europea. Le vulnerabilità interne, tradizionalmente affrontate attraverso strumenti di politica economica, sociale o di ordine pubblico, possono ormai diventare leve di pressione nelle mani di attori che perseguono obiettivi geopolitici ostili.

Contrastare questa dinamica richiede di intervenire sulle condizioni che rendono efficaci le operazioni di influenza. Potere d’acquisto, servizi essenziali, opportunità per le nuove generazioni e fiducia nella rappresentanza politica assumono una rilevanza direttamente strategica. Parallelamente, gli Stati europei dovrebbero però rafforzare le capacità di individuazione delle campagne coordinate, migliorare la trasparenza dei meccanismi algoritmici e integrare la sicurezza informativa nelle strategie di contrasto alle minacce ibride.

La complessità della risposta sta nel preservare una distinzione fondamentale: la libertà di manifestare e contestare le scelte del governo costituisce una prerogativa essenziale delle democrazie liberali. Confondere il dissenso con l’interferenza straniera, o rispondere alle vulnerabilità mediante una compressione indiscriminata delle libertà, comporterebbe l’indebolimento del modello politico che si intende preservare, modello che continua ad esercitare un’influenza globale, e per questo oggetto di opposizione da parte di rivali strategici, i quali, nel contrastarlo, trovano una giustificazione per il proprio controllo esistenziale su potere e masse.

La capacità delle potenze rivali di sfruttare le fratture occidentali dipende anche dalla profondità di quelle fratture. La sicurezza delle democrazie europee si giocherà dunque sempre più sulla loro capacità di affrontare le contraddizioni interne, preservare l’integrità del confronto pubblico e ricostruire una prospettiva credibile di prosperità e appartenenza. In un contesto di competizione strategica crescente, la qualità della vita democratica è diventata parte integrante della sicurezza europea.

L’Iran attaccherà i cavi sottomarini? Il potere di una minaccia invisibile

17 October 2026 at 09:13

Mentre le tensioni nello Stretto di Hormuz continuano ad alimentare l’incertezza sui mercati energetici e gli scontri nello Yemen riportano l’attenzione sulla sicurezza del Mar Rosso, con il rischio di quella che viene definita una “October escalation”, una domanda comincia a farsi strada tra gli osservatori della crisi mediorientale: perché l’Iran e i suoi prolungamenti operativi regionali non hanno ancora deliberatamente attaccato i cavi sottomarini che sostengono una parte essenziale delle comunicazioni globali?

La questione ha assunto una rilevanza immediata dopo le dichiarazioni di Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, che la scorsa settimana ha minacciato di colpire proprio cavi sottomarini, data center e infrastrutture per l’intelligenza artificiale qualora il conflitto con gli Stati Uniti dovesse riprendere su larga scala. L’avvertimento è arrivato mentre Teheran giudicava insufficiente la risposta americana alle condizioni proposte per riaprire lo Stretto di Hormuz e i combattimenti intorno a Bab el-Mandeb accrescevano i timori per la sicurezza della connettività tra Europa e Asia.

Per Fabrizio Bozzato, senior research fellow alla Sasakawa Peace Foundation e diplomatico del Sovrano Militare Ordine di Malta, la domanda merita di essere affrontata da una prospettiva diversa: prima di interrogarsi sulle capacità iraniane di sabotare le infrastrutture digitali, occorrerebbe chiedersi quale vantaggio strategico Teheran potrebbe effettivamente ricavare da un attacco. “Essere in grado di danneggiare qualcosa non significa necessariamente che farlo sia una scelta particolarmente intelligente”, osserva Bozzato. Una distinzione apparentemente semplice, ma decisiva per comprendere la logica della coercizione iraniana e i limiti entro i quali essa potrebbe continuare a operare.

Lo Stretto di Hormuz viene abitualmente considerato attraverso la lente della sicurezza energetica. Il transito delle petroliere, le esportazioni di gas naturale liquefatto e la presenza militare americana dominano il dibattito internazionale. Eppure, il Golfo è anche uno spazio cruciale per la connettività digitale, attraversato da infrastrutture sottomarine dalle quali dipendono servizi finanziari, attività logistiche, comunicazioni e una quota crescente degli investimenti tecnologici regionali.

La loro importanza è destinata ad aumentare con l’espansione dei data center e dei progetti legati all’AI, soprattutto negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita, dove le collettività chiedono di essere protagoniste degli sviluppi tecnologici della loro epoca – parte del nuovo patto sociale siglato con le leadership emergenti. In questo contesto, la vulnerabilità delle reti digitali rappresenta una leva di pressione che Teheran può sfruttare anche senza ricorrere alla forza.

“Una minaccia credibile può creare incertezza, influenzare le decisioni di investimento, complicare i calcoli assicurativi e incoraggiare i governi regionali a riconsiderare le possibili conseguenze di uno scontro militare”, spiega Bozzato. “Tutto questo può accadere senza che venga tagliato un solo cavo”.

È qui che emerge il paradosso strategico secondo l’esperto dell’istituzione nipponica. La possibilità di interrompere infrastrutture essenziali può produrre un effetto deterrente superiore a quello di un attacco effettivo, soprattutto quando l’obiettivo consiste nell’aumentare il costo politico ed economico di un’eventuale escalation americana. La minaccia iraniana parla dunque anche alle capitali del Golfo, chiamate a valutare quanto la propria prosperità economica e le ambizioni tecnologiche possano essere esposte alle conseguenze di un nuovo conflitto. La distruzione di un cavo, al contrario, introdurrebbe variabili molto più difficili da governare.

Le reti sottomarine non rispettano le divisioni geopolitiche. Collegano Paesi rivali, partner commerciali, istituzioni finanziarie e operatori tecnologici attraverso sistemi interdipendenti. Un’operazione concepita per danneggiare gli interessi americani potrebbe compromettere le comunicazioni di Stati che Teheran preferirebbe mantenere neutrali, oppure colpire economie con le quali l’Iran conserva relazioni diplomatiche e commerciali. “Una volta provocato il danno, Teheran avrebbe molto meno controllo su ciò che accadrebbe successivamente”, sottolinea Bozzato.

La considerazione assume particolare peso nel Golfo, dove rivalità strategiche e interdipendenza economica convivono da decenni. L’Iran ha interesse a imporre costi ai propri avversari, ma deve anche valutare le conseguenze di un deterioramento dei rapporti con i vicini e il rischio di provocare una risposta militare più ampia. La scelta di non colpire deliberatamente queste infrastrutture potrebbe quindi riflettere un calcolo razionale, senza necessariamente indicare moderazione politica o incapacità operativa.

Questo equilibrio, naturalmente, dipende dalle circostanze. Se la leadership iraniana dovesse percepire una minaccia alla propria sopravvivenza, oppure concludere che gli attuali strumenti di deterrenza non siano più efficaci, la valutazione dei costi e dei benefici potrebbe cambiare rapidamente. Bozzato invita perciò a prendere sul serio gli avvertimenti iraniani, evitando però di interpretarli automaticamente come annunci di operazioni imminenti. Il segnale politico e l’intenzione operativa rimangono due dimensioni distinte, anche quando una crisi tende a renderne meno riconoscibili i confini.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il problema dell’attribuzione. I cavi sottomarini possono essere danneggiati da ancore, attrezzature da pesca, eventi geologici e incidenti marittimi. Stabilire se un’interruzione sia accidentale o deliberata può richiedere indagini complesse, soprattutto in aree attraversate da operazioni militari. Questa incertezza offre opportunità a chi intenda esercitare pressione attraverso operazioni difficilmente attribuibili, ma può anche trasformarsi in un fattore di escalation incontrollata. Come osserva Bozzato, “in un contesto regionale altamente teso, persino un guasto accidentale potrebbe generare sospetti di sabotaggio”. Un’operazione deliberatamente ambigua, aggiunge, potrebbe provocare una risposta fondata su valutazioni politiche prima ancora che su prove tecniche conclusive. Il rischio, dunque, riguarda tanto l’eventualità di un attacco quanto la possibilità che un incidente venga interpretato come tale.

La dimensione geografica amplia ulteriormente la portata del problema. Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo costituiscono un sistema strategico interconnesso, nel quale flussi energetici, traffici commerciali e comunicazioni digitali si sovrappongono. Il Mar Rosso rappresenta uno dei principali corridoi delle telecomunicazioni tra Europa e Asia. Le tensioni lungo le coste yemenite e la presenza degli Houthi accrescono l’esposizione delle infrastrutture sottomarine, mentre eventuali interruzioni potrebbero propagare i propri effetti ben oltre il teatro regionale.

“Il Golfo non può essere esaminato isolatamente”, sostiene Bozzato, richiamando la continuità strategica tra Hormuz, il Mar Arabico, Bab el-Mandeb, il Mar Rosso e il Mediterraneo. Una perturbazione in uno di questi passaggi, osserva, può produrre conseguenze molto lontane dal luogo in cui si verifica. È una lettura che colloca la sicurezza delle infrastrutture digitali nella più ampia geografia dell’Indo-Mediterraneo, lo spazio di interconnessione economica e strategica che unisce Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Per Paesi come Italia e Giappone, fortemente dipendenti dalla continuità dei commerci internazionali e dall’affidabilità delle comunicazioni, la vulnerabilità dei cavi sottomarini rappresenta una questione di sicurezza economica e nazionale.

La risposta, tuttavia, non può essere affidata esclusivamente agli strumenti militari. Sorveglianza navale, monitoraggio delle attività sospette e capacità di intervento rimangono indispensabili, ma la vastità delle reti rende impraticabile una protezione fisica permanente. “Nessuna marina militare, per quanto capace, può sorvegliare permanentemente ogni chilometro di cavo posato sui fondali”, ricorda il ricercatore, che sta dedicando parte dei suoi studi all’analisi di rischi e minacce attorno a certe infrastrutture.

Per Bozzato, diventa quindi centrale il concetto di resilienza: diversificazione dei percorsi, ridondanza delle connessioni, capacità di riparazione, cooperazione tra governi e operatori privati, condivisione tempestiva delle informazioni. A questi strumenti deve accompagnarsi una capacità diplomatica di gestione degli incidenti, indispensabile per impedire che un guasto tecnico o un episodio dall’attribuzione incerta si trasformino in una crisi internazionale.

La sicurezza dei cavi sottomarini rivela così una delle contraddizioni della competizione geopolitica contemporanea. Le infrastrutture digitali sono diventate asset strategici essenziali, ma la loro natura transnazionale rende difficile colpire selettivamente un avversario senza provocare conseguenze su un sistema economico molto più ampio. Per Teheran, questa interdipendenza costituisce al tempo stesso un’opportunità di coercizione e un limite all’impiego della forza. La minaccia di interrompere le comunicazioni può rafforzare il potere negoziale iraniano; la sua esecuzione rischierebbe invece di compromettere gli stessi equilibri regionali che la leadership cerca di influenzare.

La conclusione di Bozzato è che la mancata distruzione dei cavi potrebbe dipendere dall’intersezione tra calcolo strategico, interdipendenza economica e timore delle conseguenze impreviste. Nessuno di questi fattori, tuttavia, garantisce che la moderazione continui a prevalere. La domanda decisiva, allora, non riguarda soltanto le ragioni per cui l’Iran non abbia ancora colpito. Riguarda la preparazione delle economie e dei governi a uno scenario nel quale Teheran, o uno dei suoi alleati regionali, decida che i benefici di un attacco superano finalmente i rischi. “Comprendere perché qualcosa non sia accaduto è utile”, conclude Bozzato. “Assicurarsi di essere in grado di affrontarne le conseguenze, qualora accadesse, è considerevolmente più importante”.

Trasformare le regole in un vantaggio competitivo. Le sfide dell’AI nella sanità europea secondo Leite (Unite)

17 October 2026 at 09:03

Ricardo Baptista Leite, fondatore e presidente di UNITE Parliamentarians Network for Global Health, guarda all’intelligenza artificiale in sanità dalla prospettiva che unisce governance, innovazione e capacità di implementazione. In questa intervista, pubblicata sull’ultimo numero di Healthcare Policy, spiega perché per l’Europa la vera sfida non sia semplicemente regolare l’AI, ma trasformare le regole in adozione concreta, facendo della “trusted scale” un vantaggio competitivo e indica nell’Italia un possibile laboratorio europeo per tradurre la leadership normativa in risultati clinici ed economici.

L’AI Act dell’Ue viene spesso discusso da una prospettiva normativa. A suo avviso, quali sono le maggiori sfide pratiche che i sistemi sanitari, gli operatori sanitari e gli innovatori devono affrontare nel passaggio dalla conformità normativa all’implementazione nel mondo reale?

La più grande sfida pratica è che la conformità viene troppo spesso trattata come un esercizio giuridico, mentre l’implementazione è fondamentalmente un esercizio di trasformazione del sistema sanitario.

In ambito sanitario, l’AI Act dell’Ue non opera in modo isolato. Le organizzazioni devono gestire la sua interazione con la normativa sui dispositivi medici, la protezione dei dati, lo Spazio europeo dei dati sanitari, la valutazione delle tecnologie sanitarie, gli appalti, i rimborsi e la responsabilità professionale. La difficoltà non consiste semplicemente nello stabilire se un sistema di AI sia conforme. Si tratta di sapere chi è responsabile quando quel sistema viene aggiornato, quando le sue prestazioni cambiano nel tempo, quando si comporta in modo diverso tra diverse popolazioni o quando viene integrato in un complesso flusso di lavoro clinico.

Il rapporto di HealthAI sull’AI Act dell’Ue, presentato lo scorso maggio in collaborazione con il World Economic Forum, ha individuato diverse lacune concrete. La proposta di suddivisione delle responsabilità tra le autorità orizzontali competenti per l’AI e gli organismi di regolamentazione dei dispositivi medici non è ancora stata pienamente testata nella pratica. Gli organismi di valutazione della conformità avranno bisogno di nuove competenze nell’AI e nella data science. I sistemi sanitari e gli innovatori più piccoli hanno inoltre bisogno di indicazioni chiare e accessibili, anziché dover interpretare autonomamente diversi regimi normativi sovrapposti.

Ma esiste un problema altrettanto importante dopo l’approvazione normativa. Uno strumento di AI può essere conforme all’AI Act e ai requisiti relativi ai dispositivi medici e tuttavia non raggiungere mai un paziente perché non esistono un codice di rimborso, un adeguato processo di HTA, un meccanismo di approvvigionamento, un budget per l’implementazione o un piano per la forza lavoro. L’approvazione normativa è quindi necessaria, ma non equivale all’adozione.

La conformità deve essere intesa come il punto di partenza, non come il traguardo. Una reale implementazione e scalabilità richiedono capacità istituzionale, evidenze cliniche, dati interoperabili, preparazione della forza lavoro, percorsi di finanziamento e monitoraggio continuo dopo l’implementazione. Ciò riflette un punto più ampio che ho sottolineato più volte: una governance responsabile non è ciò che impedisce l’adozione. È ciò che rende possibile un’adozione basata sulla fiducia e consente all’AI di andare oltre i progetti pilota isolati.

Il vostro rapporto identifica l’Italia come il primo Stato membro dell’Ue ad adottare una legge nazionale organica sull’AI, evidenziando al tempo stesso la frammentazione regionale e l’assenza di un percorso strutturato per il rimborso degli strumenti clinici basati sull’AI. Cosa dovrebbe fare ora l’Italia per trasformare la leadership legislativa in leadership clinica ed economica?

L’Italia ha già raggiunto un risultato importante: ha fornito una direzione politica e legislativa. La legge n. 132/2025 ha istituito il primo quadro normativo nazionale organico sull’AI adottato da uno Stato membro dell’Ue, comprese disposizioni specifiche per il settore sanitario. Stabilisce che l’AI debba supportare, e non sostituire, i professionisti sanitari; che la responsabilità clinica rimanga umana; e che i pazienti debbano essere informati quando viene utilizzata l’AI. Questa impostazione antropocentrica è coerente con l’approccio europeo e può contribuire a rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica.

La lezione che emerge dall’Italia, e dagli altri Paesi esaminati nel nostro rapporto, è che la legislazione è necessaria ma insufficiente. L’Italia deve ora trasformare la leadership normativa in capacità operativa. Il suo sistema sanitario decentralizzato rende questo passaggio particolarmente importante. In assenza di approcci nazionali comuni alla valutazione, agli appalti, alla supervisione e al monitoraggio post-commercializzazione, le diverse regioni potrebbero adottare standard e percorsi differenti. Ciò può produrre disuguaglianze nell’accesso dei pazienti e rendere l’Italia un mercato difficile per gli innovatori, in particolare per le aziende più piccole.

L’opportunità più immediata consiste nel collegare la governance nazionale dell’AI, l’infrastruttura dei dati sanitari e i meccanismi di accesso al mercato. AGENAS (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) sta sviluppando una piattaforma nazionale di AI per l’assistenza primaria e territoriale, progettata per fornire un supporto non vincolante alle decisioni cliniche e alla prevenzione, mantenendo al contempo la responsabilità professionale. L’Italia ha inoltre attivato il programma nazionale 2026-2028 di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, che individua esplicitamente le piattaforme di AI e le terapie digitali come aree di attenzione. Si tratta di basi promettenti, ma l’HTA deve essere collegato agli appalti, al finanziamento e all’adozione, anziché diventare un ulteriore livello di valutazione isolato.

L’Italia potrebbe diventare un laboratorio europeo per l’implementazione di un’AI affidabile in ambito sanitario: sperimentando forme di supervisione congiunta tra le autorità, stabilendo requisiti probatori riconosciuti a livello nazionale, utilizzando appalti basati sul valore e valutando l’AI su diverse popolazioni regionali e in differenti contesti assistenziali. Il suo successo, in ultima analisi, non sarà giudicato dal numero di strategie o progetti pilota avviati, ma dalla capacità delle tecnologie sicure di migliorare l’assistenza in tutto il Paese.

Con l’AI in ambito sanitario che diventa parte della competizione geopolitica per la leadership tecnologica, come può l’Europa rafforzare la propria autonomia strategica senza frammentare la cooperazione internazionale? Quale ruolo distintivo potrebbe svolgere l’Italia?

L’AI in ambito sanitario è già parte della più ampia competizione geopolitica per la leadership tecnologica. Gli asset rilevanti non si limitano più agli algoritmi. Comprendono capacità di calcolo, infrastrutture cloud, dati sanitari, foundation model, catene di approvvigionamento dei semiconduttori, talenti scientifici, capacità di validazione clinica, ricerca farmaceutica, competenze normative e capacità di implementare la tecnologia su scala di sistema sanitario.

Tuttavia, eviterei di inquadrare tutto questo come una semplice competizione a somma zero tra Europa, Stati Uniti e Cina. La sanità è intrinsecamente interdipendente. Le malattie attraversano i confini, la conoscenza scientifica è globale e i segnali relativi alla sicurezza associati a un sistema di AI implementato in un Paese possono essere estremamente rilevanti per i pazienti di un altro.

L’autonomia strategica, quindi, non dovrebbe significare isolamento tecnologico o completa autosufficienza. Dovrebbe significare che l’Europa dispone della capacità di compiere scelte sovrane e informate: valutare in modo indipendente i sistemi di AI, proteggere e utilizzare responsabilmente i propri dati sanitari, mantenere infrastrutture critiche, sostenere gli innovatori europei ed evitare di diventare completamente dipendente da tecnologie che non è in grado di ispezionare, governare o sostituire.

La stessa Commissione europea collega sempre più l’adozione dell’AI in settori strategici, tra cui sanità, biotecnologie e farmaceutica, alla competitività e alla sovranità tecnologica. La sua Apply AI Strategy e l’AI Continent Action Plan mirano a combinare capacità di calcolo, dati, investimenti, competenze e sostegno all’adozione.

L’Italia può fornire un contributo distintivo attraverso l’AI applicata: validazione clinica, ricerca biomedica, innovazione farmaceutica e nelle tecnologie mediche, manifattura avanzata, assistenza territoriale e primaria e scienza della regolamentazione. Può inoltre fungere da ponte tra le istituzioni europee e la più ampia regione mediterranea.

I vincitori della competizione geopolitica non saranno necessariamente coloro che produrranno il maggior numero di modelli. Potrebbero essere coloro che sapranno integrare in modo sicuro l’AI nell’assistenza sanitaria, produrre evidenze affidabili, rafforzare la propria forza lavoro e generare benefici misurabili per le proprie popolazioni.

Cresce la preoccupazione che la regolamentazione possa rallentare l’innovazione rispetto a concorrenti come Stati Uniti e Cina. Come può l’Europa fare in modo che una governance responsabile dell’AI diventi una fonte di vantaggio competitivo, anziché un vincolo per i suoi sistemi sanitari e per il settore delle scienze della vita?

Il problema dell’Europa non è che regolamenta. Il rischio maggiore è che regolamenti senza creare le condizioni operative che rendano prevedibile la conformità e possibile l’adozione.

Una governance ben progettata può garantire certezza giuridica, ridurre il rischio per gli investimenti e fornire a medici, pazienti e sistemi sanitari la fiducia necessaria per utilizzare nuove tecnologie. In ambito sanitario, la fiducia non è un beneficio etico astratto. È una condizione pratica per l’adozione sul mercato. Una tecnologia di cui i medici non si fidano, che le autorità di regolamentazione non sono in grado di valutare o che i cittadini non sono disposti ad accettare non può raggiungere una diffusione su larga scala, indipendentemente da quanto sia sofisticata.

Ma l’Europa potrà trasformare la governance in un vantaggio competitivo soltanto se affronterà la frammentazione. Un innovatore non dovrebbe essere costretto a confrontarsi con interpretazioni, requisiti probatori, norme sugli appalti e sistemi di rimborso sostanzialmente diversi in ogni Stato membro. L’Europa ha bisogno di un mercato unico per l’innovazione sanitaria affidabile nella pratica, non soltanto nella legge.

Ciò richiede un coordinamento più chiaro tra l’AI Act dell’Ue, la normativa sui dispositivi medici e lo Spazio europeo dei dati sanitari; capacità adeguate tra le autorità di regolamentazione e gli organismi di valutazione della conformità; consulenza scientifica e normativa precoce per gli innovatori; sandbox regolamentari e ambienti di sperimentazione concreti; e percorsi più armonizzati dall’autorizzazione al rimborso e agli appalti. L’EHDS può diventare un importante asset competitivo, ma diverse delle sue componenti operative entreranno progressivamente in funzione, mentre le decisioni relative alla conformità e agli investimenti nell’AI vengono già prese oggi. Sandbox regolamentari, meccanismi di consulenza scientifica precoce e accordi volontari di condivisione dei dati tra sistemi sanitari possono già oggi ridurre la frammentazione e continuare a rafforzare il sistema una volta che l’EHDS sarà pienamente operativo.

L’Europa non dovrebbe cercare di vincere abbassando gli standard di sicurezza o imitando ogni caratteristica dei modelli americano o cinese. Dovrebbe competere attraverso una “trusted scale”: regole chiare, evidenze di alta qualità, accesso a dati sanitari diversificati, istituzioni pubbliche solide e capacità di implementare innovazioni sicure in un mercato di dimensioni continentali.

Come ho sostenuto pubblicamente, la governance non è un ostacolo all’innovazione. Senza sicurezza, evidenze, accountability e fiducia nella regolamentazione, l’AI rimarrà intrappolata nei progetti pilota. Con la giusta governance, può entrare nei sistemi sanitari e generare valore reale.

In sintesi, direi che l’Europa non dovrebbe essere costretta a scegliere tra velocità e sicurezza. Il suo vantaggio competitivo dovrebbe consistere nella capacità di ottenere entrambe.

Nei prossimi due o tre anni, a cosa dovrebbero dare priorità governi, autorità di regolamentazione e industria affinché l’AI produca miglioramenti misurabili negli esiti per i pazienti, nella capacità della forza lavoro, nell’equità e nella sostenibilità dei sistemi sanitari, mantenendo al tempo stesso la fiducia dell’opinione pubblica?

Darei priorità a tre aree.

In primo luogo, i governi devono investire nella capacità di implementazione. Ciò significa chiarire le responsabilità istituzionali, formare le autorità di regolamentazione e sanitarie, ampliare le competenze in materia di AI e data science negli organismi di valutazione della conformità e testare i meccanismi di supervisione prima che incidenti reali ne mettano in luce le lacune. Regole senza istituzioni capaci di applicarle non proteggeranno i pazienti né sosterranno gli innovatori.

In secondo luogo, l’Europa deve costruire percorsi credibili dall’approvazione all’impatto. I governi dovrebbero collegare la regolamentazione con l’HTA, il rimborso, gli appalti pubblici, l’interoperabilità e l’implementazione clinica. Il successo non dovrebbe essere misurato dal numero di strategie sull’AI, progetti pilota o appalti annunciati. Dovrebbe essere misurato attraverso gli esiti per i pazienti, diagnosi più precoci, accesso, equità, esperienza della forza lavoro, produttività e sostenibilità dei sistemi sanitari.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di una governance dell’intero ciclo di vita. L’AI è diversa da un farmaco statico o da un dispositivo convenzionale perché le sue prestazioni possono cambiare man mano che i modelli vengono aggiornati, gli ambienti dei dati evolvono e i sistemi vengono implementati in popolazioni differenti. I governi hanno quindi bisogno di registri, tracciabilità delle versioni, monitoraggio delle prestazioni nel mondo reale, meccanismi chiari per la segnalazione degli incidenti e scambio internazionale dei segnali di sicurezza. Questa è una delle ragioni principali per cui HealthAI sta sviluppando meccanismi di collaborazione normativa e di monitoraggio degli eventi avversi tra i Paesi che fanno parte dell’HealthAI Global Regulatory Network.

Queste priorità devono coinvolgere fin dall’inizio i pazienti e i professionisti sanitari. La partecipazione non può essere puramente formale. Le persone interessate dall’AI devono avere un ruolo significativo nella definizione dei rischi accettabili, degli esiti rilevanti e delle condizioni di utilizzo.

Infine, dovremmo evitare quello che ho definito “AI Saviour Complex”. Il semplice inserimento dell’AI in un sistema disfunzionale non risolverà i problemi sottostanti di leadership, organizzazione o incentivi. La tecnologia può amplificare le capacità umane e istituzionali, ma non può sostituirsi alla chiarezza degli obiettivi.

L’obiettivo, quindi, non dovrebbe essere automatizzare i sistemi sanitari di oggi. Dovrebbe essere utilizzare l’AI per contribuire a riprogettarli verso una maggiore prevenzione, personalizzazione, accessibilità e connessione umana.

Per Helberg l’Italia è un partner strategico nella Pax Silica americana. Ecco perché

16 October 2026 at 16:17

Gli Stati Uniti considerano l’Italia un partner strategico nel progetto di riorganizzazione delle catene globali del valore tecnologico attorno a un sistema di Paesi affidabili. E guardano al nuovo US-Italy Trusted Tech Accelerator come a uno strumento per trasformare questa visione in collaborazioni industriali concrete.

È il messaggio emerso dal fireside chat tra Jacob Helberg, Sottosegretario di Stato americano per gli Affari economici, e l’ambasciatore italiano Marco Peronaci, durante la terza edizione dello US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, tenutasi a Washington il 15 e 16 ottobre.

Helberg ha collegato l’iniziativa Pax Silica dell’amministrazione Trump, di cui è considerato l’“architetto”, a una trasformazione strutturale dell’economia globale, sostenendo che l’intelligenza artificiale è destinata a modificare non soltanto la produttività e i ritmi di crescita, ma anche la distribuzione internazionale della ricchezza e del potere.

Per Washington, la leadership tecnologica è sempre più inseparabile dalla sicurezza economica. La costruzione di filiere resilienti tra Paesi politicamente allineati diventa così uno degli strumenti centrali della competizione strategica.

Helberg ha descritto Pax Silica come una piattaforma che riunisce nazioni dotate di capacità tecnologiche e industriali complementari, con l’obiettivo di mettere in sicurezza le infrastrutture su cui poggia l’economia dell’intelligenza artificiale. Un perimetro che supera quello dei semiconduttori e dei sistemi di calcolo avanzato, comprendendo un ecosistema manifatturiero più ampio, nel quale settori diversi dipendono spesso dagli stessi impianti produttivi e dalle medesime risorse critiche.

La strategia intende affrontare alcune vulnerabilità strutturali delle catene di approvvigionamento: l’eccessiva concentrazione geografica, la presenza di nodi produttivi difficilmente sostituibili e le dipendenze che possono esporre le economie occidentali a forme di coercizione geopolitica.

Il Sottosegretario ha inserito questo ragionamento in una prospettiva storica. A suo giudizio, gli incrementi di produttività generati dall’intelligenza artificiale potrebbero accelerare significativamente la crescita economica, modificando nell’arco di una generazione gli equilibri internazionali. I Paesi capaci di beneficiare maggiormente di questa trasformazione acquisirebbero vantaggi destinati a estendersi ben oltre il settore tecnologico.

Nel suo intervento, Helberg ha richiamato anche la tradizione occidentale della scoperta scientifica, collegandola esplicitamente al Rinascimento italiano. Un riferimento con cui ha riconosciuto il contributo storico dell’Italia allo sviluppo del pensiero scientifico e della centralità della ragione, individuandovi una delle radici culturali della risposta occidentale alle trasformazioni in corso.

La conseguenza geopolitica è che gli Stati Uniti non possono costruire da soli il proprio futuro tecnologico. Hanno bisogno di partner con competenze industriali, capacità scientifiche e interessi strategici condivisi.

Pax Silica, in questa prospettiva, combina la protezione delle filiere con la possibilità di sviluppare nuove opportunità industriali. “Non vuole essere soltanto un meccanismo difensivo, ma anche uno strumento per cogliere le opportunità”, ha spiegato Helberg.

L’iniziativa prevede forme di cooperazione sia tra governi sia tra istituzioni pubbliche e imprese private, riflettendo la struttura delle economie occidentali, nelle quali gran parte delle catene di approvvigionamento strategiche è gestita da soggetti industriali autonomi.

Secondo Helberg, uno dei problemi principali riguarda le asimmetrie informative. I governi non dispongono necessariamente di una conoscenza completa delle dipendenze delle proprie industrie, mentre le aziende hanno bisogno di maggiore visibilità sugli orientamenti normativi, sulle priorità politiche e sui rischi geopolitici. Pax Silica può contribuire a ricostruire la mappa dei nodi critici delle filiere, identificare le vulnerabilità e creare le condizioni per nuove partnership.

Particolarmente esplicito è stato il passaggio dedicato alla Cina. Il sottosegretario ha messo in guardia dalle conseguenze internazionali della sovraccapacità produttiva cinese e delle esportazioni sostenute da sussidi pubblici, evocando il rischio di un secondo China shock, o China squeeze, capace di mettere sotto pressione le industrie manifatturiere di numerosi Paesi, soprattutto nell’elettronica avanzata, nelle telecomunicazioni e nei veicoli elettrici.

A suo giudizio, i dazi hanno finora offerto una relativa protezione al mercato americano, mentre altre economie rimangono esposte alla pressione competitiva cinese. “Non vogliamo diventare un’isola circondata da mercati dominati dalla Cina”, ha affermato Helberg.

La dichiarazione chiarisce un aspetto significativo della strategia di Washington: la sicurezza economica americana dipende anche dalla tenuta dei mercati e delle industrie alleate. La protezione del mercato interno statunitense avrebbe un valore strategico limitato se i principali partner commerciali diventassero progressivamente più dipendenti dalla produzione cinese.

Nel corso della conversazione, Peronaci ha sollevato proprio il problema di come costruire alternative competitive ai fornitori attuali, considerando che la diversificazione delle filiere può comportare costi più elevati nel breve periodo. L’ambasciatore ha inoltre richiamato la possibilità di estendere la cooperazione all’Asia, all’Africa e al Mediterraneo, proponendo un parallelo con le difficoltà incontrate dalla Nato nel coordinare le capacità produttive delle industrie della difesa nei sistemi economici occidentali, caratterizzati da una struttura decentralizzata.

Il confronto ha permesso di collocare il ruolo italiano all’interno della strategia americana. Roma ha aderito alla dichiarazione Pax Silica a luglio, mentre a settembre, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum bilaterale sui minerali critici. Il nuovo Accelerator rappresenta un ulteriore passaggio, volto a collegare l’allineamento diplomatico agli investimenti, alla ricerca e alla cooperazione industriale.

Alla domanda diretta di Peronaci sulla possibilità di contare sul suo sostegno all’iniziativa, Helberg ha risposto senza esitazioni: “Potete assolutamente contare sul mio sostegno”. “Consideriamo l’Italia un partner molto, molto importante”, ha aggiunto, esprimendo apprezzamento per l’approccio del governo Meloni all’innovazione tecnologica.

Helberg ha inoltre sottolineato il valore della struttura operativa dell’Accelerator, in particolare la capacità di coinvolgere direttamente il settore privato e favorire la nascita di nuove collaborazioni. Ha espresso l’auspicio che l’iniziativa possa diventare un modello per mettere in relazione governi e imprese e sviluppare ulteriori partnership nell’ambito di Pax Silica.

Il dialogo ha affrontato anche il tema della regolamentazione dell’intelligenza artificiale avanzata. Rispondendo alle domande di Peronaci sulla possibile coscienza artificiale, sulla dignità umana e sui principi che dovrebbero guidare lo sviluppo tecnologico, Helberg si è dichiarato contrario all’idea di considerare senzienti i sistemi di AI.

Sul piano normativo, ha sostenuto la preferenza dell’amministrazione per un approccio basato sui singoli settori di applicazione, anziché su una disciplina generale dell’intelligenza artificiale. Veicoli autonomi, applicazioni mediche e aviazione presentano rischi differenti, che possono essere affrontati attraverso normative specifiche e principi di responsabilità civile già esistenti. L’amministrazione, ha spiegato, sta esaminando la legislazione vigente per individuare eventuali lacune.

La prossima prova per Pax Silica sarà verificare se la crescente rete di impegni diplomatici riuscirà a produrre risultati misurabili in termini di investimenti, capacità manifatturiera e resilienza delle filiere.

Per l’Italia, l’Accelerator offre la possibilità di tradurre le proprie competenze scientifiche e industriali in collaborazioni con aziende e investitori americani. Per Washington, l’iniziativa bilaterale potrebbe dimostrare come la cooperazione sulle tecnologie affidabili possa svilupparsi oltre il livello delle dichiarazioni governative.

L’obiettivo strategico che emerge dal confronto tra Peronaci e Helberg è più ampio: costruire un ecosistema tecnologico internazionale capace di sostenere la competitività economica occidentale mentre l’intelligenza artificiale ridefinisce gli equilibri globali di potere.

Da Pax Silica al quantum. Italia e Usa trasformano la diplomazia tecnologica in partnership industriali

15 October 2026 at 15:24

Italia e Stati Uniti lanciano un nuovo acceleratore transatlantico per sviluppare partnership tra investitori, imprese, centri di ricerca e startup sulle due sponde dell’Atlantico. L’iniziativa, presentata nell’ambito del terzo US-Italy Dialogue on Trusted Technologies for Democracies, in programma a Washington il 15 e 16 ottobre, rappresenta un ulteriore passo nel percorso volto a trasformare la cooperazione tecnologica bilaterale in opportunità industriali e di investimento.

L’US-Italy Trusted Tech Accelerator, sostenuto dal Krach Institute for Tech Diplomacy della Purdue University, intende creare una struttura operativa capace di collegare gli ecosistemi dell’innovazione dei due Paesi. Il primo obiettivo è favorire la nascita di partnership tra reti industriali e di ricerca italiane e americane, con l’ambizione più ampia di facilitare il trasferimento tecnologico, mobilitare capitali e accelerare la commercializzazione delle innovazioni.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio lavoro diplomatico condotto dall’ambasciatore italiano a Washington, Marco Peronaci, per rafforzare la relazione bilaterale attraverso la sicurezza economica, l’innovazione tecnologica e la cooperazione industriale. In questo rapporto in evoluzione, le trusted technologies stanno diventando uno dei principali canali di dialogo tra Roma e Washington, affiancandosi alle tradizionali dimensioni della collaborazione politica, economica e di sicurezza.

Una figura centrale di questo percorso è Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Innovation dell’Ambasciata italiana, che svolge un ruolo di impulso tecnico e politico nel consolidamento del dialogo. L’acceleratore nasce proprio per sviluppare partnership capaci di collegare capitali, industria, centri di ricerca e startup italiani e statunitensi.

Da Pax Silica alla cooperazione industriale

L’appuntamento di Washington si inserisce in una sequenza di sviluppi che hanno progressivamente portato la sicurezza tecnologica al centro delle relazioni tra Italia e Stati Uniti. L’adesione italiana alla Dichiarazione Pax Silica ha rafforzato la partecipazione di Roma al quadro di cooperazione promosso dagli Stati Uniti per costruire catene del valore tecnologiche affidabili, dai semiconduttori all’intelligenza artificiale, fino ai minerali critici. Il successivo accordo bilaterale sulle materie prime critiche ha ulteriormente consolidato la dimensione industriale di questo allineamento.

Questi sviluppi si collocano in una relazione diplomatica nella quale Roma e Washington cercano di connettere priorità strategiche e opportunità economiche, anche sulla base del rapporto politico tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente Donald Trump, recentemente rinvigorito dalle dichiarazioni di apprezzamento fatte dall’americano nei confronti della premier.

Il dialogo di Washington aggiunge a questo processo una dimensione operativa. Non a caso, tra i principali partecipanti americani figura Jacob Helberg, Under Secretary of State for Economic Affairs e uno degli architetti di Pax Silica, che interviene insieme all’ambasciatore Peronaci in una discussione dedicata alla costruzione dell’ecosistema delle tecnologie affidabili.

La presenza di alti funzionari di diversi dipartimenti dell’amministrazione americana dimostra quanto la cooperazione tecnologica sia ormai intrecciata con sicurezza nazionale, politica industriale e diplomazia economica.

Joseph Jewell, Assistant Secretary of War for Science and Technology, porta la prospettiva dell’innovazione applicata alla difesa, mentre il Department of Energy è rappresentato da William Schirano, Deputy Assistant Secretary for Multilateral Engagement and Market Development, e Hal Finkel, Associate Director for Advanced Scientific Computing Research.

La partecipazione di rappresentanti dei dipartimenti di Stato e del Commercio, tra cui Nicole Johnson, Brad McKinney e David Fogel, conferma il coinvolgimento dell’amministrazione statunitense nell’iniziativa.

Sul versante italiano, la rappresentanza istituzionale comprende Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera dei Deputati, e Alessio Butti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica, che interviene attraverso un videomessaggio. La presenza del presidente della Lombardia Attilio Fontana e del presidente del Lazio Francesco Rocca, insieme a rappresentanti del Ministero dell’Università e della Ricerca e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, evidenzia inoltre il ruolo degli ecosistemi territoriali dell’innovazione e le loro potenziali connessioni con le controparti americane.

Costruire un ecosistema di tecnologie affidabili

Il dialogo di due giorni combina una prima giornata di discussioni operative, il 15 ottobre, con una sessione istituzionale presso l’Ambasciata italiana il 16 ottobre. Tra le figure impegnate nel percorso di cooperazione figura Janice deGarmo, Chief Global Engagement Officer del Krach Institute for Tech Diplomacy. L’agenda riflette una consapevolezza crescente: la leadership tecnologica dipende sempre più dalla capacità di integrare ricerca, competenze industriali, strumenti finanziari e accesso ai mercati.

L’acceleratore si concentra sull’intelligenza artificiale avanzata, sulla physical AI e sulla robotica, sulle tecnologie quantistiche, sul calcolo ad alte prestazioni e sulla cybersicurezza. L’energia viene considerata un’infrastruttura abilitante essenziale, mentre le scienze della vita rappresentano uno dei principali ambiti di applicazione delle tecnologie emergenti.

Il settore quantistico offre, in particolare, un possibile terreno di complementarità tra i due Paesi. L’Italia dispone di competenze scientifiche consolidate nella fisica quantistica, nella fotonica, nella sensoristica e nelle tecnologie di comunicazione sicura, sviluppate attraverso università, centri di ricerca e programmi nazionali. La Strategia italiana per le tecnologie quantistiche, adottata nel 2025, punta proprio a rafforzare il collegamento tra ricerca, trasferimento tecnologico e industria.

Queste capacità possono rappresentare un elemento di interesse per gli Stati Uniti, soprattutto laddove si integrino con le risorse finanziarie, le infrastrutture tecnologiche e la capacità americana di portare innovazioni avanzate verso applicazioni industriali e commerciali. Il potenziale non riguarda soltanto il quantum computing, ma anche componenti, materiali, sistemi di misurazione e tecnologie abilitanti, settori nei quali la specializzazione scientifica può tradursi in partnership mirate.

Resta tuttavia una questione di scala. L’esistenza di competenze scientifiche non garantisce automaticamente la capacità di industrializzarle, né assicura che i risultati della ricerca si trasformino in imprese competitive. Proprio per questo, un acceleratore bilaterale potrebbe offrire uno strumento utile per collegare le eccellenze italiane alle reti americane di investimento e sviluppo tecnologico, a condizione che emergano progetti concreti, sostenibili e reciprocamente vantaggiosi.

Questo approccio riflette una trasformazione più ampia della competizione tecnologica internazionale. Garantirsi l’accesso alle tecnologie avanzate non significa soltanto sviluppare capacità nazionali, ma anche costruire partnership affidabili lungo le catene di approvvigionamento, nelle reti della ricerca e nei sistemi finanziari. Il concetto di trusted interdependence punta proprio a conciliare sovranità tecnologica e cooperazione internazionale tra partner democratici.

Un ulteriore obiettivo è esplorare la creazione di una Transatlantic Investment Facility, pensata per mobilitare capitali privati attraverso il sostegno di risorse pubbliche. Il modello finanziario proposto prevede una partecipazione pubblica del 20%, equamente ripartita tra Italia e Stati Uniti, e il restante 80% proveniente da investitori industriali e finanziari privati. La partecipazione di istituzioni finanziarie, tra cui SACE, Cassa Depositi e Prestiti, Intesa Sanpaolo ed Export-Import Bank of the United States, riflette la volontà di collegare la cooperazione tecnologica a strumenti di investimento capaci di sostenere progetti industriali.

Una connessione strategica tra Roma e Washington

Il significato dell’iniziativa di Washington va oltre il lancio dell’acceleratore. In un contesto internazionale sempre più segnato dalla competizione sull’intelligenza artificiale, sulle infrastrutture di calcolo, sui minerali critici e sulla manifattura avanzata, le partnership tecnologiche stanno diventando una componente essenziale della sicurezza economica.

Per l’Italia, l’opportunità consiste nel collegare le proprie capacità industriali e scientifiche alle reti americane della tecnologia, dei capitali e dell’innovazione, rafforzando al tempo stesso il proprio posizionamento nella più ampia architettura tecnologica transatlantica.

Per Washington, la cooperazione con Roma offre accesso a una delle principali economie manifatturiere europee, a competenze industriali specializzate e a ecosistemi di ricerca che possono contribuire allo sviluppo di catene del valore tecnologiche resilienti. La sfida è ora garantire che l’allineamento politico produca risultati industriali tangibili.

Il lancio dell’US-Italy Trusted Tech Accelerator rappresenta un tentativo di rispondere proprio a questa esigenza, trasformando una crescente convergenza diplomatica in un meccanismo strutturato di investimento, collaborazione scientifica e sviluppo tecnologico.

Mentre Roma e Washington approfondiscono la cooperazione nel quadro di Pax Silica, le trusted technologies si affermano come uno dei pilastri della relazione bilaterale e, sempre più, come uno strumento concreto della strategia transatlantica.

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