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Tre Slam con Wawrinka battendo Nadal e Djokovic: perché Sinner punta su Magnus Norman per sostituire Cahill

27 October 2026 at 13:44

Jannik Sinner avrebbe scelto Magnus Norman per raccogliere l’eredità di Darren Cahill. Questo è ciò che sostiene il giornalista del Times Tom Kershaw, secondo cui lo svedese entrerà nel team dell’azzurro questo dicembre e lavorerà accanto a coach Simone Vagnozzi. Al momento, tuttavia, non ci sono conferme ufficiali. Ma qual è il profilo del possibile nuovo allenatore dell’altoatesino?

Da giocatore Norman ha raggiunto la posizione numero 2 del ranking Atp nel 2000, lo stesso anno in cui ha perso la finale del Roland Garros contro Gustavo Kuerten, ma ha vinto gli Internazionali d’Italia a Roma. In carriera ha conquistato 12 titoli Atp in singolare e, con la Svezia, la Coppa Davis del 1998.

Si è ritirato nel 2004 e da allora ha costruito una seconda carriera da allenatore: ha lavorato con Robin Söderling, che ha portato fino al quarto posto mondiale e a due finali consecutive al Roland Garros di Parigi nel 2009 e nel 2010. Il lavoro più noto, però, è quello svolto con un tennista del calibro di Stan Wawrinka, seguito dal 2013 al settembre 2020. In quegli anni lo svizzero ha vinto tutti e tre i suoi titoli del Grande Slam, sempre battendo in finale il numero 1 del mondo: Rafael Nadal all’Australian Open 2014, Novak Djokovic al Roland Garros 2015 e agli Us Open 2016. Con Norman in panchina, Wawrinka è arrivato al terzo posto del ranking e ha vinto anche il Masters 1000 di Montecarlo nel 2014. Nel 2016, inoltre, l’Atp ha assegnato allo svedese il premio di allenatore dell’anno.

In merito alle tempistiche, l’annuncio del Times arriva a distanza di pochi giorni da quando Sinner ha aperto la sua residenza monegasca a Darren Cahill per un incontro sul futuro. Sul tavolo c’era la programmazione della prossima stagione: definire l’assetto dell’angolo tecnico insieme a Simone Vagnozzi e capire se ci fossero i margini per prolungare la collaborazione per almeno altri dodici mesi. Il coach australiano in passato aveva valutato di lasciare il circuito per motivi familiari, salvo poi rinnovare l’intesa con l’altoatesino.

Di recente Cahill ha pubblicato anche sui social alcune foto a Montecarlo, e tra i primi a mettere il like c’è stato lo stesso Sinner. L’indiscrezione giunge poi in un momento particolare, mentre l’azzurro è fermo per l’infortunio al ginocchio che lo tiene lontano dai campi dal 12 luglio, giorno della finale di Wimbledon vinta contro Alexander Zverev. L’altoatesino ha saltato tutta la seconda parte della stagione, Us Open compresi, e aveva annunciato il rientro nel 2027, rinunciando quindi alle Atp Finals e alla Coppa Davis.

Lo spostamento a fine 2026 del Six Kings Slam (Sinner stesso ha confermato ieri la sua partecipazione) gli fornirà l’occasione per ritrovare il feeling col campo. Un appuntamento propedeutico poi all’inizio dell’inizio del 2027 con gli Australian Open previsti già a metà gennaio. Una nuova stagione che dunque, se quanto scrive il Times si rivelasse vero, potrebbe vedere l’altoatesino fare spazio a una new entry di assoluto livello all’interno del suo team, dando però il definitivo addio a una figura che ha contributo in maniera decisiva a rendere Sinner il campione che è oggi.

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“Milano non è una città dove crescere in modo sano. A Lisbona siamo più felici e pago meno tasse”

25 October 2026 at 06:00

A volte, a cambiare la direzione di una vita non è un licenziamento, uno stipendio troppo basso o un’offerta arrivata dall’altra parte del mondo. È una figlia che nasce e ti costringe a guardare la città in cui vivi con occhi diversi. Per Andrea Villa, 43 anni, è successo a Milano nel 2020. Lavorava in una società italiana che opera nel settore alimentare, dove dal 2018 si occupava del mondo dell’ospitalità. Un contratto solido, autonomia, un bell’ambiente di lavoro. Poi è nata sua figlia, e quella stessa città ha cominciato a sembrargli inadatta alla famiglia che stava costruendo. “Ti rendi conto che non è proprio una città disegnata per far crescere una famiglia in maniera sana”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Due anni dopo, nel luglio 2022, sua moglie gli ha dato una risposta quasi istintiva alla proposta di cambiare vita: “Lisbona”.

A gennaio 2023 erano già lì. La scelta del Portogallo non nasce da un calcolo fiscale. Andrea e sua moglie avevano già trascorso del tempo a Lisbona e ne avevano conservato una sensazione precisa: una città semplice, ancora capace di vivere di relazioni umane e di ritmi meno compressi. Andrea decide di lasciare il lavoro dipendente e tornare a fare il consulente, mettendosi in proprio. “È stata solo ed esclusivamente una scelta per essere più felici, per essere più sereni e per crescere in maniera un pochettino più sana, più naturale”.

I vantaggi economici li avrebbe scoperti dopo. L’ultimo anno, da partita Iva, in Italia aveva pagato ben oltre il 50% di tasse. In Portogallo, oggi, ne paga circa un terzo. La differenza non è rimasta soltanto sulla dichiarazione dei redditi: è entrata nella vita quotidiana. Quando è partito aveva pagato il trasloco, l’anticipo per la casa e si era ritrovato “con niente sul conto corrente”. In tre anni ha invece cominciato a mettere da parte denaro, a viaggiare, a pensare persino all’acquisto di una casa. “Ragionamenti che anni fa sarebbero stati utopici per me”.

Ma la questione fiscale, insiste, è arrivata dopo. A convincerlo è stato soprattutto ciò che accade fuori dal lavoro. A Lisbona, Andrea ha trovato una quotidianità che mette al centro la figlia, oggi di 6 anni. La bambina frequenta una scuola semi-privata, parla tre lingue e cresce circondata da persone di origini differenti. “La sua migliore amica è israeliana, un altro amico è portoghese. Mia figlia cresce senza sapere qual è la differenza tra un ragazzo caucasico e un bambino di colore”. È questo, per lui, il valore più importante della scelta compiuta.

E il confronto con l’Italia passa anche da gesti apparentemente piccoli. A Lisbona racconta di bambini che a 6 anni possono andare a scuola da soli, di persone che si fermano ad aiutare anche sconosciuti, di parchi vissuti la sera dalle famiglie senza quella che lui definisce “una costante sensazione di paura”. A 5 minuti da casa c’è un grande spazio verde dove ogni venerdì sera lui e gli amici organizzano picnic, mentre i bambini giocano. “Noi non li vediamo per due ore e non c’è nessuna sensazione di paura. Nel parco poi non c’è nemmeno la minima sporcizia”. Non è soltanto una questione di sicurezza. È l’idea stessa di spazio pubblico a sembrargli diversa.

Lisbona, dice, è “una città costruita dentro la natura”: parchi, colline, il Tago, l’oceano. “Andare a correre qui non è la stessa cosa che correre a Milano”. E questa possibilità di prendersi cura di sé, sostiene, ha finito per modificare anche il suo rapporto con il lavoro e con la famiglia. Il distacco dall’Italia, però, non è nato dal disamore. Andrea torna spesso per lavoro e proprio questi ritorni, racconta, rafforzano la sua convinzione di aver scelto la strada giusta. E racconta di incontrare nel mondo professionale italiano clienti che non pagano, persone che cercano di approfittarsi delle situazioni, rapporti diventati più diffidenti. “È una realtà oggi che non mi riconosco”.

Nel confronto con Lisbona, il tema della diversità diventa centrale. Andrea vede nel Portogallo “una società più abituata alla contaminazione e meno incline a trasformare le differenze in una minaccia”. E soprattutto ha trovato un ambiente nel quale sua figlia può crescere senza ricevere continuamente messaggi legati alla paura dell’altro. “È un crescere completamente diverso, sia di mente che di animo”.

Il Portogallo, precisa, non è un paradiso. I portoghesi devono fare i conti con difficoltà economiche e salari bassi, mentre una parte dei vantaggi sembra andare soprattutto a chi arriva dall’estero. Ma per Andrea, la qualità di una società non si misura soltanto dal reddito. “Conta la fiducia, la sicurezza, la cura degli spazi comuni, la possibilità di vivere la città”. E conta sapere cosa si riceve in cambio delle tasse pagate a livello di servizi. Per questo un ritorno in Italia oggi non rientra nei suoi piani. Lo dice “Con la morte nel cuore”, perché il legame con il Paese rimane, soprattutto attraverso la famiglia e i ricordi. Quando partì dal Medio Oriente, dove aveva vissuto tra il 2013 e il 2016, tornare in Italia gli sembrava ancora naturale. Oggi quella prospettiva non la vede più. E il ricordo dell’Italia che porta con sé è anche quello di un paesaggio trasformato, di quell’erba che lascia spazio al cemento. Questa cosa la soffro tremendamente”. Non perché un Paese non debba cambiare, chiarisce, ma perché “farlo con un po’ di rispetto, con un po’ di mano sulla coscienza, sarebbe la cosa giusta”. Andrea non ha quindi smesso di voler bene all’Italia. Ha smesso di immaginarla come il luogo in cui far crescere la propria famiglia. A Lisbona ha trovato non soltanto un sistema fiscale più favorevole, ma il tempo, lo spazio e la tranquillità per pensare al futuro.

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“Tanti dei miei specializzandi sono partiti e rimasti all’estero. La sanità pubblica muore per scelte precise, non per fatalità”

24 October 2026 at 06:00

C’è una domanda che Federico Lombardi, per anni direttore della Scuola di specializzazione in Malattie cardiovascolari dell’Università Statale di Milano, si è sentito rivolgere più volte dai suoi giovani medici: “Professore, che cosa mi offre la sanità italiana?”. Una domanda difficile non tanto per la risposta economica, quanto per tutto ciò che veniva dopo. Perché dietro quei 6 anni di Medicina e i 4 di specializzazione c’erano 10 anni di studio, sacrifici, turni, ricerca e formazione pratica. E il rischio, una volta arrivati al traguardo, era di scoprire che il lavoro proposto non coincideva affatto con quello per cui ci si erano preparati.

Il professor Lombardi ha lasciato il Policlinico di Milano alla fine del 2019 e ha diretto la scuola di specialità dal 2012 al 2018. Da quella posizione ha visto partire molti dei suoi ex allievi verso Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Olanda, Belgio, Portogallo e Regno Unito. “La grande maggioranza è rimasta dove è andata”, racconta a ilfattoquotidiano.it. Non perché i ragazzi non amino l’Italia, ma perché fuori hanno trovato qualcosa che qui spesso mancava: la possibilità di fare davvero il medico.

Il punto, secondo il professore, non è soltanto lo stipendio. È l’organizzazione. Un giovane cardiologo che esce dalla specializzazione con competenze specifiche dovrebbe poterle utilizzare. Se è un emodinamista, per esempio, dovrebbe trascorrere “almeno il 50% del proprio tempo lavorativo” in sala di emodinamica. Se sceglie l’elettrofisiologia e impara a impiantare pacemaker e defibrillatori, dovrebbe poter esercitare concretamente quelle competenze. “All’estero retribuiscono una persona perché svolga esattamente il lavoro per cui è pagato”, osserva.

In Italia, invece, il giovane arrivato per ultimo finisce spesso a coprire turni ambulatori e ore di guardia. Attività necessarie, certo, ma che rischiano di trasformare anni di formazione altamente specialistica in una professione molto più generica. “Questo svilisce la persona, il suo percorso formativo e ciò che vorrebbe fare”. E così si crea un paradosso: lo Stato investe 10 anni nella formazione di un cardiologo, con scuole che il professore definisce “di ottimo livello tra attività pratica, ricerca e preparazione clinica”. Poi, quel medico prende un aereo e porta quelle competenze altrove. “Regaliamo ad altri paesi persone che hanno avuto un’ottima formazione”, sostiene Lombardi.

Le destinazioni raccontano anche un’altra parte della storia. Non soltanto stipendi migliori, ma città in cui i percorsi professionali possono diventare carriere: Barcellona, Parigi, Lugano, Amsterdam, Londra. Chi parte, molto spesso, non torna. “Il numero di chi vuole rientrare è veramente modesto”, spiega il professore. E quando qualcuno prova a farlo, incontra comunque ostacoli salariali e burocratici. “I pochissimi che rientrano lo fanno per motivi familiari. Oppure sono persone in età molto avanzata che hanno un grosso nome magari all’estero e che, nella parte finale della loro carriera, prendono la decisione di tornare in Italia”.

Lombardi solleva poi un’altra questione, quella inerente il riconoscimento dei percorsi maturati all’estero: “Se uno rientra dopo un periodo abbastanza prolungato, che posizione riesce a ottenere nel Servizio Sanitario Nazionale? Difficile dirlo. Il periodo all’estero adesso viene riconosciuto, ma non c’è equiparazione di titolo. Per cui dipende dalla struttura e dalle opportunità che ci sono. Spesso, se viene a mancare una figura con particolari caratteristiche, la persona che prima era all’estero può provare a rientrare, ma ovviamente c’è una barriera non indifferente che è quella del salario”.

Per il professore, la fuga dei giovani specialisti è dunque anche il sintomo di una sanità che spreca tempo e competenze. Il medico italiano è costretto a occuparsi di una quantità di incombenze amministrative che in altri sistemi vengono affidate a personale dedicato. Persino un piano terapeutico può trasformarsi in una lunga pratica al computer invece di lasciare il professionista accanto al paziente. E il problema si manifesta anche quando arriva l’innovazione. L’intelligenza artificiale sta entrando nella diagnostica per immagini, nella refertazione e persino nella lettura dell’elettrocardiogramma. “Ma gli ospedali devono essere organizzati per utilizzarla: servono matematici, ingegneri, tecnici che lavorino accanto a medici e infermieri. Non quello che ripara l’ecografo che si è rotto. È una figura che deve diventare parte integrante del reparto” sostiene Lombardi. Intanto rimangono i turni aggiuntivi, la carenza di personale e la vecchia regola per cui chi ha finito il proprio turno non può andarsene finché non arriva il sostituto. “È così che anche il burnout diventa una conseguenza dell’organizzazione”.

La soluzione, per il professore, passa da due parole all’apparenza molto semplici: dignità e specializzazione. Aumentare gli stipendi e permettere ai giovani cardiologi di fare davvero ciò per cui sono stati formati. “Sette o otto anni fa – ricorda il professore – un giovane cardiologo poteva guadagnare 1.800-2.000 euro netti in Italia, contro i 3.800-4.000 di Zurigo o Barcellona. Oggi la differenza si è ridotta, ma resta significativa”. E invece chi sono gli studenti che, alla fine, decidono di restare? “Per molti di questi c’è un problema familiare sicuramente alla base. Per alcuni, c’è forse anche la possibilità di essersi costruiti, ma è un numero molto limitato, un futuro nelle strutture dove si sono formati. Per altri, sempre in un numero molto limitato, l’aspetto economico non è così importante perché hanno un backup familiare tale da tollerare dei periodi difficili”.

E mentre i ragazzi continuano a partire, il professor Lombardi guarda con preoccupazione a un sistema nel quale le attività più complesse rischiano di essere sacrificate per coprire le emergenze quotidiane. “La sanità pubblica si sta sciogliendo non per una fatalità, ma per scelte precise”. E il rischio è che a sciogliersi, insieme alle strutture, siano anche le competenze di una generazione intera.

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