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Non solo auto, la Cina bara anche sulla moneta. E l’Ue si regola

30 October 2026 at 07:47

Christine Lagarde, che lascerà la guida della Bce il prossimo 7 febbraio, lo aveva detto lo scorso giugno: la sottovalutazione dello yuan ‌cinese è un ‌aspetto degli attuali squilibri economici ​globali e deve essere discussa dai leader mondiali. Come a dire, alla base dello scompenso commerciale tra Europa e Dragone c’è il fatto che Pechino frenando artificialmente l’apprezzamento dello Yuan sulle altre divise (spesso mantenendolo sottovalutato rispetto al dollaro o all’euro), fa in modo che le sue merci rimangano molto economiche e competitive per l’esportazione globale. E che i consumatori europei percepiscano i prodotti cinesi come molto più convenienti rispetto a quelli domestici.

Adesso, dalle parole si sta per passare ai fatti e proprio. Dopo aver convinto la Cina ad accettare un limite alle esportazioni di auto ibride, nei prossimi mesi una serie di alti funzionari europei, guidati con ogni probabilità dal presidente uscente della Bce, si recheranno nella capitale cinese con una missione precisa: persuadere Pechino a smettere di trattenere la propria valuta. Nel dettaglio, nella settimana del 23 novembre, i massimi dirigenti economici dell’Unione Europea si riuniranno a Pechino per un dialogo macroeconomico con le loro controparti cinesi. Ma l’obiettivo è chiaro, dare un altro giro di manovella per porre fine agli squilibri commerciali a danno del Vecchio continente. E, a stretto giro da quella data, è previsto un altro affondo. Entro fine anno, rappresentanti della Banca centrale europea, dell’Eurogruppo e della Commissione europea voleranno a loro volta in Cina per puntellare la strategia messa a terra fin qui da Bruxelles per arginare il Dragone.

La questione è seria. Lo yuan non fluttua liberamente e i partner commerciali occidentali della Cina sospettano da tempo Pechino sottovaluti la valuta per sostenere le esportazioni. Lo stesso Fondo monetario internazionale ha suggerito quest’anno che lo yuan potrebbe essere sottovalutato fino al 21% mentre altri ricercatori stimano una sottovalutazione più vicina al 30%.  Di sicuro, all’Europa converrebbe portare a casa un altro accordo, facsimile a quello sulle auto ibride, anche se è difficile pensare che Pechino possa ribaltare su due piedi la propria politica monetaria.

L’intesa sulle auto, va detto, ha avuto una sua consistenza di fondo. Tanto che, secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. 

Un ponte tra i continenti, ecco come costruire una transizione energetica globale

29 October 2026 at 15:00

Fosse solo una questione di tecnologia e infrastrutture, il discorso cadrebbe quasi subito. Invece parlare di transizione energetica vuol dire tirare in ballo una gran quantità di fattori. Non solo investimenti, ma anche buona volontà, visione, convergenza delle classe dirigente. In una parola, persone. Per questo, se il mondo vuole darsi una possibilità di sopravvivenza alla crisi climatica, che a molti pare irreversibile e geopolitica in atto, quella sì forse reversibile, bisogna cominciare a costruire ponti, da un continente all’altro. Ed è proprio su queste corde che si è svolto l’evento The art of energy transition, building bridges across continents, organizzato e promosso da Enel Foundation presso l’auditorium del Maxxi di Roma, in collaborazione con Open Global Power, il principale programma internazionale di leadership nel settore energetico nato per iniziativa della stessa Enel Foundation, pensato per formare la prossima generazione di professionisti dell’energia.

Riunendo nell’avveniristico museo romano giovani leader di talento e docenti di fama mondiale provenienti da Africa e America Latina, con il coordinamento del giornalista e saggista Riccardo Luna, Open Global Power ha inteso favorire lo scambio di conoscenze, il dialogo sulle politiche e la collaborazione intersettoriale attorno alle sfide della transizione energetica globale. Attraverso l’eccellenza accademica, il confronto con il mondo industriale e una solida rete internazionale, i partecipanti si sono confrontati su competenze, visione e relazioni necessarie per promuovere un futuro energetico più sostenibile e resiliente. Oltre, naturalmente, ad analizzare lo stato della transizione energetica, esaminando le tendenze globali e le prospettive regionali.

La giornata romana si è aperta con l’intervento introduttivo di Nicolò Mardegan, direttore relazioni esterne di Enel e consigliere di amministrazione di Enel Foundation, seguito da Lorenzo Ortona, coordinatore vicario, Struttura di missione per il Piano Mattei presso la presidenza del Consiglio. A seguire il dialogo scientifico tra Roberto Buizza e Alberto Pirni, della Scuola Superiore Sant’Anna, unitamente a una tavola rotonda con accademici di Italia, Africa, Brasile e Cile. La chiusura dei lavori ha invece visto la consegna degli attestati, con la partecipazione della ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini e di Giulia Genuardi, managing director di Enel Foundation.

Le riflessioni sono partite da un concetto molto semplice. Il futuro dell’energia non dipende soltanto dalla diffusione delle rinnovabili o dall’innovazione tecnologica. Servono anche competenze capaci di tenere insieme sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale, sviluppo economico e nuovi equilibri geopolitici. Una sfida che riguarda soprattutto le giovani generazioni, chiamate a gestire il presente e le trasformazioni i cui effetti si misureranno nei prossimi decenni. Insomma, il filo comune è l’idea che la transizione non possa essere governata con soluzioni identiche ovunque. Open Global Power punta per questo, coinvolgendo venti top performers selezionati tra i 200 giovani professionisti che per merito accademico, anche su una rete permanente di ex partecipanti, attivi in università, istituzioni, imprese e organizzazioni internazionali, secondo il principio del Give Back: restituire competenze e opportunità ai propri sistemi energetici. La formazione diventa così uno strumento di cooperazione, oltre che un investimento sulle professionalità del futuro.

“Siamo particolarmente orgogliosi”, ha spiegato Ortona nel corso del suo intervento, “di vedere come Open Africa Power si sia evoluto in Open Global Power, facendo tesoro di anni di esperienza e di risultati concreti nel sostenere una nuova generazione di leader africani nel settore energetico. Per molti aspetti, Open Global Power è in linea con i principi cardini che oggi ispirano il Piano Mattei per l’Africa, in particolare l’importanza di partenariati su base paritaria, l’attenzione alle priorità locali e l’investimento nel capitale umano. L’istruzione e la formazione professionale sono, infatti, elementi centrali della nostra cooperazione con i partner africani. Open Global Power conferisce ora a questa esperienza una dimensione più ampia, riunendo giovani professionisti provenienti dall’Africa e dall’America Latina e creando nuove opportunità di collaborazione e scambio”.

Mardegan ha invece puntato l’attenzione sul fatto che “il futuro dell’energia non dipende solo da tecnologia e investimenti, ma soprattutto dalle persone. Per Enel, investire nei giovani è una priorità strategica, e Enel Foundation ne è il motore: attraverso ricerca, formazione e cooperazione internazionale crea opportunità e trasmette competenze e valori come responsabilità, innovazione, fiducia e spirito d’iniziativa. Open Global Power è espressione concreta di questo impegno: perché investire nella formazione di un giovane significa investire nel futuro delle nostre società”. Una sintesi è infine arrivata da Giulia Genuardi, per la quale “le grandi trasformazioni si realizzano quando riusciamo a far dialogare competenze, esperienze e visoni diverse. Con Open Global Power investiamo nel talento di una nuova generazione di leader, creando connessioni tra Africa, America Latina e Italia e contribuendo a costruire una rete internazionale di professionisti in grado di trasformare le sfide energetiche in opportunità di sviluppo per i territori. La conoscenza che diventa azione, la ricerca che apre possibilità, la cooperazione che costruisce futuro”.

Giovani, Irpef e sanità. Cosa c’è nell’ultima manovra di Meloni

28 October 2026 at 14:31

Una manovra nel segno della continuità. Come a dire, nessun tradimento della filosofia che ha accompagnato le quattro leggi di Bilancio che l’hanno preceduta, tutte firmate da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. L’ultima finanziaria prima che la parola venga restituita agli elettori cuberà, euro più, euro meno, complessivamente 26 miliardi di euro, inclusa quella flessibilità concessa dall’Europa all’Italia, e che vale 28 miliardi ma spalmati su due anni, che l’esecutivo ha voluto a tutti costi assemblare con la legge di Bilancio appena approvata dal Consiglio dei ministri. Con i mercati ancora nervosi (lo spread Btp/Bund non scende sotto i 100 punti base da settimane ormai) e con le pinze della procedura per deficit eccessivo ancora strette sullo Stivale, era difficile fare di meglio, a cominciare dall’allentamento dell’Irpef sul ceto medio, sotto forma di estensione dell’aliquota al 33% per i redditi fino a 55 mila euro.

E dunque, la manovra di bilancio per il 2027 conterrà alcune misure fiscali a favore dei giovani. Su questo erano tutti d’accordo nella maggioranza. Si parte da una flat tax del 5% per i neoassunti fino a 35 anni con contratto stabile fino a 30-35mila euro, accompagnata da una super deduzione fino al 140% per le aziende che assumono under 35. Ma ci sono anche delle varianti, come una no tax area più ampia per i giovani under 25. In arrivo anche aiuti sul fronte della sanità per gli anziani con più di 75 anni e a basso reddito (soglia Isee da definire). Non è tutto.

La manovra di bilancio potrebbe prevedere che chi ha questi requisiti abbia diritto a una card sanitaria da 300-500 euro (anche qui le cifre sono cambiate in continuazione durante la messa a punto dei provvedimenti) con la quale pagare prestazioni non fornite dal servizio sanitario nazionale, come le spese per il dentista, determinate protesi, esami e visite non coperti, ticket vari. E poi c’è il capitolo Irpef, il vero tormentone della manovra. Fino a qualche settimana fa governo e maggioranza assicuravano che sarebbe finalmente arrivato il taglio delle tasse sul ceto medio, attraverso l’aumento del secondo scaglione dell’Irpef (quello con aliquota del 33%) fino a 60 mila euro di imponibile (contro i 50 mila attuali), con risparmi d’imposta fino a mille euro l’anno. Ma con un costo per lo Stato di 2,7 miliardi annui. Troppi, visti i vincoli di bilancio. Alla fine, si è optato per fissare l’asticella a 55 miliardi.

Sembrava insomma fosse tramontato definitivamente il taglio dell’Irpef al ceto medio, ma la misura è riuscita a entrare nel testo della legge di Bilancio, almeno a 55mila euro di reddito. La maggioranza ha lavorato nelle ultime ore per reperire le risorse, 1,2 miliardi in tutto, per ampliare l’aliquota Irpef al 33% per i redditi sopra ai 50mila euro. Gli azzurri come sappiamo avevano proposto una misura in due fasi: per il 2027 fino a 55mila euro per poi salire a 60mila.

Ancora, l’esame del decreto legge per ridurre il costo dell’energia elettrica e del gas per famiglie e imprese all’ordine del giorno del Cdm, secondo quanto si apprende da diverse fonti di governo, è stato rinviato per la necessità, viene spiegato, di alcune modifiche tecniche. Fra i provvedimenti sul tavolo c’erano anche un decreto legislativo sulla riforma dell’artigianato e un altro sul riordino delle norme sui dehors. Mentre arriverà in manovra un fondo nuovi nati, strutturato come fondo previdenziale, che prevede a partire dal 2027 il versamento da parte dello Stato di 100 euro all’anno per ogni neonato, fino al compimento del diciottesimo anno. Lo si apprende da fonti di governo. La misura parte da una proposta del ministro dell’Economia, molto soddisfatto per la condivisione della misura da parte di tutti gli alleati.

Giorgetti, due settimane fa, parlando in audizione alla Camera sul Documento programmatico di bilancio, spiegava, rivolgendosi ai partiti, affinché abbiano a cuore la sostenibilità del debito italiano: “la credibilità finanziaria del Paese, ancora più in una fase come questa, è una risorsa che va assolutamente preservata con l’auspicabile più ampio consenso delle forze parlamentari. L’Italia ha dimostrato in questi anni di saper rispettare gli impegni assunti nell’ambito delle nuove regole europee di bilancio e di voler mantenere un percorso di finanza pubblica sostenibile senza rinunciare tuttavia a mettere in luce alcuni nodi irrisolti della nuova governance economica che solo con la sua concreta applicazione potevano emergere”. E così è stato, ancora una volta.

La Cina si sgonfia sull’AI. Il crollo della Borsa che preoccupa il mercato

28 October 2026 at 11:32

Più che un boom, uno sboom. In Cina le cose non vanno per niente bene sul fronte dell’Intelligenza Artificiale, come più volte raccontato da questo stesso giornale. Solo che adesso ballano soldi, tanti soldi. Tradotto, la correzione dei titoli cinesi legati all’Intelligenza Artificiale è già diventata un crollo. L’indice Star50, nel quale figurano importanti società dei semiconduttori e della tecnologia, ha perso circa il 40% in meno di quattro mesi. Un  ribasso che ha cancellato all’incirca 480 miliardi di dollari di capitalizzazione e ha interrotto un lungo periodo di entusiasmo per l’innovazione sostenuta da Pechino.

Ora, le pressioni sono diverse: prezzi azionari cresciuti molto più degli utili, incertezza sulla domanda finale di applicazioni IA, timori per restrizioni americane alle esportazioni di tecnologie e necessità di liquidità da parte degli investitori. Non emerge, insomma, un’unica notizia capace di spiegare il ribasso. Proprio l’assenza di un detonatore isolato segnala quanto fossero fragili le valutazioni costruite sulle aspettative verso l’Intelligenza Artificiale made in China. Alla cui bolla ha concorso anche una certa diffidenza dello stesso governo, preoccupato di poter perdere il controllo sulle macchine, qualora queste sostituissero l’uomo.

Il danno, comunque, c’è. Il contraccolpo colpisce soprattutto i piccoli risparmiatori, che avevano comprato società di robotica e microchip confidando nella crescita industriale e nel sostegno pubblico. Alcune aziende simbolo della corsa tecnologica hanno perso metà del valore dai massimi. Anche l’indice generale delle grandi società cinesi, il CSI300, è sceso di circa il 20% rispetto al picco di giugno. Le vendite hanno quindi superato il perimetro dei singoli nomi dell’IA. Tutto questo mentre nell’emisfero occidentale ci si prepara all’Ipo del secolo.

Anthropic ha depositato il prospetto per la quotazione, il documento modulo S-1 inviato alla Securities and Exchange Commission (Sec), che prevede la quotazione delle azioni di classe A sul Nasdaq, con il simbolo Ant. Il gruppo guidato da Dario Amodei ha chiarito che sia Goldman Sachs, sia Morgan Stanley si occuperanno della quotazione. Una cosa è certa, l’ambizione non manca: Anthropic si prepara infatti a sbarcare a Wall Street con un’Ipo da oltre 100 miliardi di dollari, che potrebbe valutare il gruppo fino a 2 mila miliardi. Ma anche qui non mancano i dubbi.

Nel suo prospetto, la stessa Anthropic ammette nero su bianco i rischi all’umanità posti dall’AI: “Peoccupazioni sono state sollevate sia all’interno della nostra organizzazione che da altri ricercatori, regolatori, responsabili politici e partecipanti del settore, riguardo al fatto che sistemi di AI sufficientemente avanzati potrebbero, se non sviluppati, implementati e gestiti con adeguate misure di sicurezza, supervisione e protezione, rappresentare rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità, soprattutto se tali sistemi venissero utilizzati in modo improprio, replicati, trasformati in armi o lasciati operare con un alto grado di autonomia”.

Ecco il piano di Sace per le imprese che scommettono sul Mercosur

27 October 2026 at 14:48

Obiettivo Mercosur, ma non solo. Coi tempi che corrono e con il Medio Oriente ancora una polveriera, per le imprese italiane è tempo di guardarsi attorno. E l’America Latina, ora che le firme sono state apposte e il trattato per il Mercosur consegnato alla storia, non è più una suggestione e nemmeno un’opzione. In quest’ottica Sace, la società assicurativa per l’export partecipata dal ministero dell’Economia, ha presentato presso la sede di Roma il Latin America Champion Program, l’iniziativa dedicata alle imprese italiane interessate a rafforzare la propria presenza in America Latina e a sviluppare nuovi rapporti commerciali nella regione.

Il programma vede la partecipazione di Cdp, Simest, Confindustria e Unioncamere. L’iniziativa offre alle imprese un percorso strutturato di formazione specialistica e iniziative di business matching, con un focus su sei mercati prioritari, Brasile, Messico, Cile, Colombia, Argentina e Perù, e tre filiere strategiche. L’obiettivo è supportare le aziende nell’analisi dei contesti locali, nell’individuazione di partner e opportunità commerciali e nella definizione delle proprie strategie di internazionalizzazione.

D’altronde l’America Latina è un mercato di riferimento per le imprese italiane, grazie alle dimensioni economiche della regione e alla varietà dei suoi sistemi produttivi. Basti pensare che nel 2025 l’export italiano verso l’area ha raggiunto i 20 miliardi di euro e, secondo le previsioni della stessa Sace, è atteso in crescita del 3,1% nel biennio 2027-2028. I sei mercati al centro del Latin America Champion Program rappresentano complessivamente il 79% delle esportazioni italiane verso la regione, confermandosi un perimetro strategico per le aziende italiane, a cui potrà dare ulteriore impulso anche l’accordo commerciale Ue-Mercosur.

Tra i comparti di maggiore rilievo per l’export italiano verso questi mercati figura la meccanica strumentale, mentre nuove opportunità di sviluppo si aprono in filiere come l’agroalimentare e le tecnologie per la trasformazione alimentare, le energie rinnovabili e le infrastrutture sostenibili. In questo scenario, una conoscenza approfondita delle dinamiche economiche e delle specificità dei singoli Paesi, insieme all’evoluzione degli accordi commerciali e dei processi di integrazione regionale, rappresenta un elemento chiave per individuare nuove opportunità di business e rafforzare la presenza delle imprese italiane nell’area.

“L’America Latina”, ha tenuto a sottolineare Michele Pignotti, amministratore delegato di Sace, “rappresenta un’area di grande interesse per le imprese italiane, per le dimensioni e le opportunità legate alla trasformazione dei sistemi produttivi, alla modernizzazione delle infrastrutture e alla crescente domanda di tecnologie e competenze industriali. Con il Latin America Champion Program vogliamo accompagnare le aziende in un percorso concreto di avvicinamento a questi mercati, mettendo a disposizione strumenti, conoscenze e occasioni di confronto per aiutarle a individuare le opportunità più adatte alle proprie caratteristiche e a costruire relazioni commerciali durature. In questo percorso, fare sistema con le istituzioni e i partner dell’internazionalizzazione è fondamentale per trasformare il potenziale dei mercati in concrete occasioni di crescita, rafforzare la competitività delle imprese e sostenere il Made in Italy nel mondo”.

Dal punto di vista delle imprese, invece, Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria per l’export, ha rivendicato come l’America Latina “è un mercato vicino a noi, culturalmente e industrialmente, e una priorità per le nostre imprese, a partire dalle PMI. Per essere protagonisti serve fare sistema, integrando competenze, conoscenza dei mercati, strumenti finanziari e assicurativi e partner affidabili. Il Latin America Champion Program di Sace va in questa direzione. Confindustria lo sostiene con convinzione e contribuirà con la propria rete territoriale e di categoria per coinvolgere le imprese e favorire nuove partnership”.

Xi stringe sul partito e punta sull’export. Cosa c’è in gioco al plenum

27 October 2026 at 11:31

Più controllo dentro, più potenza fuori. In Cina sono i giorni del plenum del XX comitato centrale del partito comunista, uno dei consessi più importanti per la vita politica ed economica della Repubblica popolare. Il momento non potrebbe essere più delicato per il Dragone. Tanto per cominciare, l’Europa ha finalmente cominciato ad alzare la testa, approntando una prima vere rete a protezione della sua industria, per anni ostaggio della concorrenza sleale e sussidiata cinese. Questo pone Pechino dinnanzi a una scelta: perdere il grip sul più grande spazio economico unico del mondo, un po’ come accaduto con gli Stati Uniti all’indomani dei primi muri alzati dall’amministrazione Trump, oppure accettare di esportare e vendere nel Vecchio continente ma scendendo a patti con le regole dell’Unione a salvaguardia della propria manifattura. Un problema che ai piani alti del partito è stato più volte affrontato e che quasi certamente finirà al centro delle riflessioni del plenum.

Poi c’è la questione energetica. La Cina, che oggi vive essenzialmente di esportazioni dal momento che il mercato interno è saturo da anni e non tira più come una volta (nei primi nove mesi del 2026, gli utili industriali cinesi sono aumentati del 15,5% rispetto ai primi nove mesi del 2025, raggiungendo i 6,03 trilioni di yuan, registrando un rallentamento rispetto all’incremento del 15,7%) ma, soprattutto, compra petrolio. E non più dalla Russia, suo storico fornitore, e nemmeno più dal Venezuela, ora che il mercato è a trazione americana, bensì dal Golfo. Un riassetto degli approvvigionamenti che non ha cambiato di una virgola la sostanza: il Dragone continua ad essere dipendente dalle energie altrui. Fin qui i dossier economici finiti o prossimi a finire al centro dei lavori del plenum. Poi c’è la parte politica più pura se così si può dire.

E qui lo sforzo di Xi Jinping e dei massimi dirigenti del partito è stato dedicato al rafforzamento della disciplina interna e della lotta alla corruzione, in una fase segnata da una vasta campagna di epurazioni ai vertici politici e militari del Paese. Xi ha in tal senso presentato una relazione sull’attività del Politburo e illustrato una bozza di decisione sulle misure per rafforzare il controllo interno del partito. Secondo l’agenzia ufficiale Xinhua, il documento sottoposto all’esame del Comitato centrale analizza i risultati della campagna per il “governo completo e rigoroso del partito”, avviata sotto la leadership di Xi, e delinea le misure necessarie per affrontare le nuove sfide alla disciplina e alla capacità di governo del Pcc. L’obiettivo dichiarato è consolidare il controllo sui funzionari e assicurare l’effettiva applicazione delle direttive della leadership centrale.

In un commento pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori, Xinhua ha sottolineato che l’attuazione delle principali decisioni del Comitato centrale “non deve ridursi a vuota retorica” e che occorre rafforzare i meccanismi istituzionali per contenere gli abusi di potere. La lotta alla corruzione, ha aggiunto l’agenzia, deve proseguire con una pressione costante, in modo che i funzionari “non osino, non possano e non vogliano” commettere illeciti. Ora, il plenum arriva dopo una serie di epurazioni che hanno colpito anche i livelli più elevati dell’apparato militare e del Politburo.

Secondo una stima dell’Asia Society Policy Institute, soltanto il 77,4% dei membri originari del Comitato centrale eletto nel 2022 sarebbe nelle condizioni di partecipare alla riunione. Tra le decisioni attese figura la ratifica delle espulsioni di Zhang Youxia e Ma Xingrui, due esponenti del Politburo coinvolti nelle recenti indagini disciplinari. Non è tutto. L’appuntamento assume particolare rilievo anche in vista del XXI Congresso del Pcc, previsto nell’autunno 2027, quando Xi potrebbe ottenere un quarto mandato consecutivo alla guida del partito. E forse anche per questo, secondo diversi analisti, la riunione rappresenta un’occasione per consolidare ulteriormente la sua autorità, rafforzare l’uniformità ideologica e preparare il rinnovamento dei quadri dirigenti in vista del prossimo Congresso.

Anthropic verso la Borsa. E un’Ipo da 100 miliardi

26 October 2026 at 16:17

Una delle Ipo più grandi di sempre nella storia della Borsa americana, si avvicina a grandi passi. Anthropic ha depositato il prospetto per la quotazione, il documento modulo S-1 inviato alla Securities and Exchange Commission (Sec), che prevede la quotazione delle azioni di classe A sul Nasdaq, con il simbolo Ant. Il gruppo guidato da Dario Amodei ha chiarito che sia Goldman Sachs, sia Morgan Stanley si occuperanno della quotazione. Una cosa è certa, l’ambizione non manca: Anthropic si prepara infatti a sbarcare a Wall Street con un’Ipo da oltre 100 miliardi di dollari, che potrebbe valutare il gruppo fino a 2 mila miliardi.

Attenzione ai numeri però. Lo sbarco nel tempio della finanza americana arriverebbe dopo un semestre chiuso con ricavi per 16,3 miliardi, quattordici volte quelli dell’anno precedente ma anche con una perdita netta di 80,7 miliardi, dovuta principalmente a rettifiche contabili. Secondo Reuters, Anthropic ha inoltre assunto impegni per almeno 518 miliardi in dieci anni per finanziare infrastrutture e capacità di calcolo. Resta da convincere il mercato sulla valutazione: alcuni investitori, inizialmente orientati sui citati 2 mila miliardi, starebbero considerando una cifra più vicina ai 1.500 miliardi.

Tradotto, sebbene Anthropic stia affrontando significative perdite, la sua capacità di aumentare il fatturato potrebbe rappresentare un elemento chiave per la sua strategia di crescita futura. La sfida principale per l’azienda proprietaria di Claude sarà quella di bilanciare la crescita delle entrate con il contenimento delle perdite per garantire la sostenibilità a lungo termine nel settore dell’Intelligenza Artificiale. Nel medesimo prospetto depositato alla Sec, Anthropic spiega comunque che “nessun singolo cliente ha rappresentato più del 10% dei nostri ricavi nei nove mesi terminati il 30 settembre 2026. Circa il 79% dei nostri ricavi è arrivato da clienti al di fuori dei nostri primi cinque clienti nei tre mesi terminati il 30 settembre 2026, in aumento rispetto a circa il 64% nei tre mesi terminati il 31 marzo 2026. Allo stesso tempo, i nostri clienti più grandi continuano a crescere. Nei tre mesi terminati il 30 settembre 2026, i ricavi provenienti da ciascuno dei nostri primi cinque clienti hanno raggiunto un record”.

Ci sono poi altre considerazioni, che vanno ben oltre i numeri. Per esempio Anthropic ammette nero su bianco i rischi all’umanità posti dall’AI: “Preoccupazioni sono state sollevate sia all’interno della nostra organizzazione che da altri ricercatori, regolatori, responsabili politici e partecipanti del settore, riguardo al fatto che sistemi di AI sufficientemente avanzati potrebbero, se non sviluppati, implementati e gestiti con adeguate misure di sicurezza, supervisione e protezione, rappresentare rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità, soprattutto se tali sistemi venissero utilizzati in modo improprio, replicati, trasformati in armi o lasciati operare con un alto grado di autonomia”. La Borsa, comunque, è vicina.

Energia, industria e AI. Cosa c’è nell’asse Italia-Polonia per la competitività europea

26 October 2026 at 15:38

Più uniti, più coesi. Per resistere alla pressa cinese e alla crisi energetica. Italia e Polonia rafforzano la propria cooperazione industriale e il coordinamento sulle principali politiche europee per la competitività. Adolfo Urso, ministro per le Imprese e il responsabile dell’Economia polacco, Andrzej Domański, hanno firmato una dichiarazione congiunta a Varsavia, a margine del vertice ministeriale “Friends of Industry”. Al centro dell’intesa, una posizione condivisa su tutela dei settori strategici, energia a costi competitivi e sviluppo delle tecnologie avanzate, con un impegno comune a rafforzare i rapporti tra i rispettivi sistemi produttivi.

“Con questa intesa (qui il testo integrale, ndr) rafforziamo la storica collaborazione tra Italia e Polonia, due Paesi a forte vocazione industriale uniti da una visione condivisa: difendere la capacità produttiva europea e costruire nuove opportunità per le nostre imprese”, ha dichiarato Urso. “La competitività industriale è un pilastro della sicurezza economica dell’Europa. Servono energia a costi sostenibili, regole più semplici e piena neutralità tecnologica, affinché la transizione sostenga gli investimenti e l’occupazione. Un più stretto coordinamento tra i nostri Paesi ci consentirà di promuovere con maggiore forza queste priorità nelle sedi europee e di sviluppare progetti comuni nei settori strategici”.

Tra le priorità dell’intesa, la revisione del sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets) e del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Cbam). Italia e Polonia giudicano d’altronde la proposta della Commissione sull’Ets (qui l’intervista all’eurodeputata dem, Annalisa Corrado) ampiamente insufficiente a scongiurare il rischio di deindustrializzazione e chiedono riduzioni delle emissioni commisurate alle effettive possibilità tecniche ed economiche, il mantenimento delle quote gratuite senza nuove condizionalità e sostegno agli esportatori europei. Roma e Varsavia chiedono inoltre di sospendere l’eliminazione progressiva delle quote gratuite legata al Cbam finché il meccanismo non avrà dimostrato la propria efficacia.

Anche di auto si è parlato nel corso del vertice tra Urso e Domanski. Per l’automotive, l’intesa chiede una revisione immediata degli obiettivi e delle traiettorie di riduzione delle emissioni di CO₂ e il riconoscimento di una nuova categoria di veicoli alimentati con combustibili climaticamente neutri, inclusi i biocarburanti, nel pieno rispetto della neutralità tecnologica. Ancora, sul fronte energetico, il documento congiunto sollecita misure europee urgenti per ridurre i prezzi, rafforzare reti e approvvigionamenti e promuovere acquisti congiunti. Per chimica e siderurgia, sostiene gli investimenti nella modernizzazione degli impianti e il rafforzamento della difesa dalle pratiche commerciali sleali. Riconosce inoltre il valore strategico del rottame ferroso, chiedendo un quadro europeo che ne limiti le esportazioni e prevenga carenze per l’industria.

Quanto al versante della tecnologia, altro tema trattato, “la cooperazione tra Italia e Polonia si estenderà anche all’ Intelligenza Artificiale, al calcolo ad alte prestazioni e alle tecnologie quantistiche. Saranno inoltre promossi partenariati tra distretti e poli industriali nella trasformazione digitale, nell’energia pulita e nell’aerospazio, insieme a nuove opportunità di collaborazione nella difesa”. Urso ha poi dato la cifra e il senso dell’intesa. “L’Europa non può permettersi di perdere la sfida industriale per la lentezza delle proprie decisioni. La visione e le riforme devono essere accompagnate dalla capacità di agire in fretta. Non abbiamo altro tempo. Dobbiamo sfuggire alla trappola di Tucidide in cui sembra siano cadute sia Atene che Sparta”, ha sottolineato il ministro. Un richiamo che, nella competizione tra Stati Uniti e Cina, pone al centro l’autonomia strategica europea. Inevitabilmente.

L’Ets è la strada per l’industria del futuro, non l’ostacolo. Parla Corrado (Pd)

26 October 2026 at 14:22

Potere della transizione. O, meglio, della ceramica. Il M5S che vota con Fratelli d’Italia, Confindustria che ringrazia il Pd. Davvero quadro inedito tratteggiato dal voto del Parlamento europeo che ha approvato un aumento di quote gratuite di CO2 per le industrie più energivore di alcuni settori, a cominciare dalla ceramica. Detto più tecnicamente, l’eurocamera ha dato il via libera all’aggiornamento dei target Ets basati sul calore e sui combustibili per il periodo 2026-2030. Un passo indispensabile per portare avanti il negoziato europeo per rendere più equo il meccanismo per la tassazione delle emissioni che per molti governi, Italia in testa, rappresenta un’autentica strozzatura nella formazione del prezzo finale dell’energia.

Allargando lo spettro e andando nel pratico, le industrie europee potranno da ora contare su quasi 100 milioni di quote di emissione gratuite aggiuntive per il periodo 2026-2030, proprio grazie all’approvazione della revisione dei benchmark del sistema di scambio delle quote di emissione. Revisione che tocca come detto i parametri di riferimento utilizzati per calcolare le quote gratuite assegnate agli impianti industriali. L’obiettivo è contenere i costi per le imprese europee e ridurre il rischio di carbon leakage, cioè il trasferimento della produzione verso Paesi con vincoli climatici meno stringenti. In prima linea per questa piccola grande svolta c’è stata e c’è Annalisa Corrado, europarlamentare del Pd e responsabile dem per l’Ambiente.

Il voto dell’europarlamento sembra suggerire un primo, vero, ammorbidimento del sistema Ets, pur mantenendo inalterata la natura del meccanismo. Le pare una lettura corretta?

Non lo definirei un ammorbidimento, no. Anche se, come in ogni negoziato, ci si è dovuti aprire a una parte di quote gratuite trasversali in più, che comunque siamo riusciti a contenere, non è certamente questo il punto più importante.

E quale sarebbe?

Con un emendamento a mia prima firma, diventato parte centrale del compromesso condiviso in commissione Ambiente, abbiamo introdotto un approccio verticale per i settori industriali penalizzati dal calcolo del benchmark di riferimento settoriale: settori che finora hanno pagato più quote Ets di quanto dovuto. Quel testo, passato in commissione Ambiente con ampia maggioranza, è stato poi approvato anche dalla plenaria, senza che passasse nessuno degli emendamenti presentati, anche in modo scorretto perché rischiavano di far saltare tutto, da membri di forze che pure avevano sostenuto il compromesso.

Da tutto questo cosa possiamo evincere?

Non abbiamo abbassato l’ambizione climatica: abbiamo ripristinato una giusta richiesta di contributo alla decarbonizzazione, eliminando una pressione inadeguata su comparti fondamentali per le nostre economie. Per l’Italia è decisivo soprattutto per la ceramica, un settore cruciale per diversi territori.

L’Italia è da mesi in prima linea per una revisione profonda del meccanismo. Come giudica questa battaglia del governo Meloni?

La battaglia del governo Meloni è esattamente l’opposto del nostro approccio: loro vogliono sospendere e smantellare l’Ets, e con lui la transizione, in nome di un’ideologia che individua nella decarbonizzazione il nemico da abbattere. È una posizione miope, che di fatto protegge i grandi interessi degli idrocarburi, mentre il Paese paga l’energia più cara d’Europa proprio per la dipendenza dal gas. Decarbonizzare è la strada della competitività, non il suo ostacolo.

Il Pd invece va in una direzione diversa, anzi direi opposta. Vuole spiegarla?

Sì, noi lavoriamo in modo diametralmente opposto: rafforzare il sistema, correggerne le storture, renderlo più realistico e applicabile, e costruire un’Europa che investa fondi propri per sostenere i settori in difficoltà, verso un modello Next Generation Eu permanente a cui le destre nazionaliste continuano testardamente ad opporsi. E la narrazione della tassa sul clima è un pretesto: l’Ets diventa una tassa solo quando i proventi non vengono usati per decarbonizzare, come succede in Italia, dove finiscono nella fiscalità generale invece di aiutare le imprese. Detto questo sull’approccio generale, va detto che sul progetto specifico per salvare la ceramica c’è stata una convergenza trasversale, anche se non totale, tra forze di governo e di opposizione. Sono davvero fiera di aver contributo in primissima linea a questo risultato, frutto di un lavoro collettivo che viene da lontano tra Sindaci dei territori, Regione Emilia Romagna (De Pascale e Colla in testa), associazioni delle industrie ceramiche, tecnici e funzionari del parlamento e del gruppo S&D, oltre a colleghe e colleghi come Stefano Bonaccini.

Adesso cosa succede? Entra in gioco il governo italiano nel negoziato interno all’Ue, che cosa si aspetta?

Ora la palla passa al trilogo, dove servirà una posizione forte del Consiglio che il nostro governo deve saper costruire e difendere. Spero che Meloni la sostenga, senza provare a forzarla in chiave anti-Ets: sarebbe l’unico modo per essere certi di trovare lo scontro con la Commissione e affossare la proposta.

Il dibattito sull’Ets ha posto sullo stesso piano il tema della decarbonizzazione e dell’industria. Cosa risponde a chi dice che oggi decarbonizzare troppo spesso vuol dire deindustrializzare?

Che è esattamente il contrario. Lo ha detto già a inizio legislatura Mario Draghi, che certo non è un pericoloso sovversivo ecologista: la dipendenza da idrocarburi (che non possediamo) è un elemento di fragilità conclamato delle nostre economie, crisi dopo crisi. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, chi ha investito nella decarbonizzazione ha retto meglio, e ancora meglio ha retto quando è arrivata la nuova crisi, provocata dall’aggressione all’Iran di Trump e del genocida Netanyahu, che ha causato la chiusura dello stretto di Hormuz. Basti pensare alla ricetta di Sanchez e Tibera, in Spagna, che oggi ha bollette spesso pari alla metà o meno delle nostre. Noi invece siamo rimasti ancorati all’idea dell’hub del gas, che è diventata la principale fonte della nostra debolezza industriale. Si passa da una crisi all’altra, e se non siamo preparati non possiamo che fallire. Inoltre questi idrocarburi sono scambiati su mercati fortemente speculativi e instabili sul piano geopolitico, che non garantiscono stabilità nei costi di produzione: la cosa peggiore che possa capitare a un’industria.

L’errore da non commettere?

Allentare o azzerare l’Ets significherebbe sognare di tornare a un Novecento che non esiste più e indebolire la nostra autonomia strategica, cioè la capacità di tenere testa ai governi autocratici da cui dipendiamo per le fonti fossili. Decarbonizzazione e industria sana e di qualità vanno nella stessa direzione.

Biotech e semiconduttori, la nuova stretta Usa sulla Cina

26 October 2026 at 11:34

Non è ancora una vera stretta, ma qualcosa di molto simile. Lo si potrebbe chiamare segnale, ben chiaro nella nota del Tesoro americano. L’amministrazione Trump ha proposto una norma che punta a limitare severamente i futuri investimenti statunitensi nel settore biotecnologico cinese, consentendo però alle case farmaceutiche americane di acquistare i diritti sui farmaci inventati nel Paese del Dragone. Il dipartimento del Tesoro lo chiama Comprehensive outbound investment national security Act, finalizzato a limitare gli investimenti in settori stranieri considerati di interesse per la sicurezza nazionale, tra cui, oltre alle biotecnologie, anche quelli relativi ai semiconduttori, l’Intelligenza Artificiale e tecnologia quantistica, rigorosamente made in China.

Più nel dettaglio, il Tesoro statunitense fa notare come proprio la biotecnologia possa essere utilizzata da certi Paesi per scopi militari, di sorveglianza o cyber. Scorrendo il documento, quello che è a tutti gli effetti una proposta di regolamento, impone per esempio al Segretario del Tesoro “di emanare regolamenti che richiedano ai cittadini statunitensi di notificare al Tesoro determinate transazioni che coinvolgono soggetti stranieri soggetti alla normativa e impegnati in tecnologie soggette a notifica e che vietino ai cittadini statunitensi di effettuare altre transazioni che coinvolgono soggetti stranieri soggetti alla normativa e impegnati in tecnologie proibite”.

In tal senso, il possibile regolamento parla apertamente di “tecnologia proibita” e “tecnologia soggetta a notifica” in cinque settori tecnologici: semiconduttori e microelettronica, sistemi di Intelligenza Artificiale, tecnologie dell’informazione quantistica, calcolo ad alte prestazioni e supercalcolo e sistemi ipersonici. “Sotto la guida del presidente Trump”, recita la nota del Tesoro citando il Segretario Scott Bessent, “ci impegniamo a dare priorità alla sicurezza nazionale americana”.

E dunque, “le normative proposte rafforzerebbero l’attuale Programma di sicurezza degli investimenti all’estero per impedire ai nostri avversari di utilizzare gli investimenti statunitensi per sviluppare tecnologie critiche che minacciano la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Questo importante passo contribuisce inoltre a promuovere il nostro impegno per un ambiente di investimento aperto, fornendo chiarezza agli investitori statunitensi e stranieri e offrendo loro l’opportunità di fornire un feedback sulle normative proposte”. Attenzione. Come detto il provvedimento non è ancora definitivo. Il periodo di consultazione resta aperto fino al 7 dicembre e il Tesoro dovrà valutare osservazioni e dati prima della regola finale.

Parigi schiva il downgrade. Moody’s grazia Lecornu

24 October 2026 at 11:01

E pensare che il mercato era già pronto. Ma no, non è ancora l’ora del panico a Parigi. La Francia in piena tempesta finanziaria, sufficientemente contagiosa e con le città trasformate in campo di battaglia, evita per ora un nuovo downgrade, ma resta sotto stretta osservazione. Moody’s, infatti, ha confermato il rating sovrano Aa3, mantenendo però l’outlook negativo, in una fase in cui la pressione dei mercati sui titoli di Stato francesi, lo scorso giovedì lo spread tra gli Oat francesi e i bund tedeschi si è portato a 170 punti base, resta elevata. La decisione offre un sollievo al governo, ma non cancella i dubbi sulla traiettoria dei conti pubblici e sulla capacità politica di approvare una manovra in grado di ridurre il deficit.

Moody’s, più nel dettaglio, ha concluso la propria revisione periodica lasciando invariato il giudizio sulla Francia ad Aa3, livello che mantiene da ottobre 2025 un outlook negativo. Il mancato downgrade evita per il momento un allineamento con S&P e Fitch, che avevano già ridotto il proprio giudizio sul credito francese. Il ministero delle Finanze francese ha accolto positivamente la decisione, sostenendo che la conferma del rating rifletta la credibilità della legge di bilancio 2027 presentata dal governo. Moody’s, tuttavia, ha chiarito che il giudizio attuale presuppone l’approvazione di una manovra capace di ridurre il deficit e un progressivo allentamento sia dei costi di finanziamento sia delle tensioni sociali. E lo stesso primo ministro, Sebastien Lecornu, chiamato a una manovra lacrime e sangue per salvare i conti, ha subito espresso soddisfazione sulla piattaforma X per una decisione che “smentisce le previsioni di declino” di “coloro che speculano sul debito francese”.

Il punto centrale è però  proprio l’outlook negativo. Moody’s considera infatti ancora elevata l’incertezza sulla capacità della Francia di superare la frammentazione parlamentare e riportare i conti su un percorso più sostenibile. Il governo punta a ridurre il deficit al 5% del Pil nel 2027, dal 5,4% previsto per quest’anno, ma il percorso parlamentare si è già complicato. Anche la Commissione europea continua a indicare una traiettoria difficile: nelle previsioni di primavera vede il deficit francese al 5,1% del Pil nel 2026 e al 5,7% nel 2027 a politiche invariate, con il debito pubblico destinato a salire dal 115,6% del Pil del 2025 al 120,2% nel 2027.

Tuttavia, come ha fatto notare l’economista della Bocconi, Daniel Gros, da queste colonne, “la Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania. La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso”.

 

Batterie cinesi, la pacchia è finita. L’Europa alza le difese

22 October 2026 at 15:45

Stessa storia, solo che al posto delle auto ci sono le batterie. Da quando l’Europa ha imparato a difendersi dalla Cina, molte cose sono cambiate nel Dragone. I costruttori di auto della Repubblica popolare, per esempio, hanno cominciato a girare al largo dal Vecchio continente, complici le regole sempre più stringenti messe in piedi da Bruxelles, a cominciare dall’accordo bilaterale che dimezza i veicoli ibridi cinesi da piazzare sul mercato dell’Unione. Adesso sembra essere arrivato il turno delle batterie, settore direttamente connesso alla mobilità elettrica e di cui la Cina, nemmeno a dirlo è monopolista. Colossi come Catl, Gotion e Sungrow stanno infatti continuando a rafforzare la propria presenza all’estero, anche per espressa richiesta del governo cinese.

Ma, ed è questa la novità, calcolando molto bene le proprie mosse. Non bisogna mai dimenticare che la Cina è orfana da tempo dei propri cavalli di Troia nel Vecchio continente. Vale su tutti il caso dell’Ungheria che all’indomani della caduta di Viktor Orban, che al contrario al Dragone aveva aperto le braccia, ha improvvisamente voltato le spalle ai produttori di batterie cinesi. Il fatto è che le barriere occidentali aumentano e di questo la concorrenza sleale cinese non può non tenere conto. Ora, se è vero come ha scritto il centro studi Climate Energy Finance che le aziende della Cina hanno annunciato 12 miliardi di dollari in investimenti all’estero spalmati su 14 accordi quest’anno e circa 90 miliardi di dollari dal 2023 è altrettanto vero che le autorità di regolamentazione occidentali stanno diventando più severe.

Un esempio? Il Regno Unito ha bloccato le turbine Ming Yang lo scorso marzo, la Germania ha bloccato poche settimane fa un’acquisizione da parte di imprese cinesi nei suoi porti. Non è allora una caso se, tornando alle batterie, le azioni di Catl negli ultimi giorni sono crollate di oltre l’8% dopo risultati del terzo trimestre, ben inferiori alle attese. Mentre Sungrow è sì in trattative con importanti aziende statunitensi di intelligenza artificiale per quanto riguarda lo storage, ma Ubs altre banche d’affari dubitano della possibilità di accesso al mercato statunitense del colosso cinese a causa di dazi e divieti imposti dall’amministrazione Trump.

Tutto questo mentre le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026.

C’è però il caso inverso. Yes-Eu, società europea specializzata nell’assistenza alle batterie ad alta tensione, ha inaugurato nell’area di Oslo, in Norvegia, quello che definisce il più grande centro europeo di assistenza per batterie, con una superficie di oltre 10mila metri quadrati. L’iniziativa nasce dalla partnership con Ning Service, il marchio del gruppo cinese Catl dedicato ai servizi post-vendita.Il nuovo polo offrirà servizi di diagnostica, riparazione certificata e gestione dell’intero ciclo di vita delle batterie destinate ad auto, autobus, camion elettrici e sistemi di accumulo energetico. L’obiettivo è ridurre i costi di manutenzione intervenendo, quando possibile, sui singoli moduli difettosi anziché sostituire l’intero pacco batteria.

 

La vera malata d’Europa è la Germania, non la Francia. Gros spiega perché

22 October 2026 at 13:23

Sì, un rischio di contagio dalla Francia c’è per l’Europa. E comunque, se proprio la si vuol raccontare tutta, la Germania è messa peggio dei cugini d’Oltralpe. Daniel Gros, economista tedesco, direttore dell’Institute for European policymaking presso la Bocconi, la prende di petto quando gli si chiede se la polveriera francese, di cui sabato scorso qualcuno ha visto lo spettro per le vie di Milano, sia un rischio per il Vecchio continente, a quindici anni dal dramma della crisi greca. Mario Draghi, certo, non vede particolari pericoli, arrivando a giudicare del tutto fuorviante e dispersivo anche il solo immaginare un intervento della Bce sul debito francese. Per Gros, invece, un rischio, seppur calcolato e minimo, c’è.

Gros, la Francia è una pentola a pressione. Nessuno vuole tirare fuori dall’armadio i fantasmi della crisi greca. Però…

Un pericolo di contagio, contenuto per il momento, c’è. Dipenderà molto da quello che faranno gli altri Paesi e anche la stessa Bce. Ma il rischio, lo ripeto, c’è.

C’è chi ha fatto notare, con cognizione di causa, che oggi l’Europa sia decisamente più grande e vaccinata rispetto a dieci o quindici anni fa. Stiamo negando il problema provando a nasconderci dietro un dito?

No, oggi l’Europa è certamente più attrezzata di quindici anni fa. E anche per questo molti Paesi stanno meglio di anni fa. Però il vero punto sono le banche: oggi il sistema continentale del credito è molto più robusto e strutturato rispetto al 2008, quando esplose la crisi di Lehman Brothers ci colse impreparati.

Se le dico che oggi la Francia è la grande malata d’Europa, lei è d’accordo?

La Francia non è la Grecia. E comunque, l’economia di Parigi non è poi messa così male. Anzi, le dico di più, cresce più di quella tedesca, se in Europa c’è una grande malata, quella è la Germania.

D’accordo, concesso. Però le immagini delle devastazioni per le strade delle città francesi parlano chiaro. Come si è arrivati a questo?

La Francia, ed è questo il problema più della crescita, ha un sistema politico paralizzata ed è per questo che i conti pubblici sono sfuggiti di mano. Parigi viene da quindici anni di politiche keynesiane, l’austerità l’avrebbe dovuta fare quando le cose andavano meglio di adesso.

Lei ha citato la Germania. In effetti Berlino, tra concorrenza cinese e dipendenza energetica dalla Russia, è messa male. La crisi, drammatica, di Volkswagen sta lì a dimostrarlo. Come si immagina l’ex locomotiva d’Europa tra cinque anni?

Siamo vicini al fondo della valle, i settori energivori stanno lasciando la Germania, mentre il settore automobilistico si sta riconvertendo, passando dalle macchine agli armamenti. Toccando il fondo, forse, ci potrà essere qualche cambiamento significativo.

Parliamo di energia. L’Italia è tra i Paesi in Europa che batte maggiormente i pugni sul tavolo per riformare, se non azzerare, il meccanismo della tassazione del carbonio, l’Ets. Le pare una battaglia giusta?

Francamente, l’ultima cosa che cambierei in Europa è proprio il sistema Ets, che è indolore ed efficace nel ridurre le emissioni. Magari si possono abolire altri regolamenti che impattano sul prezzo dell’energia. Ma l’Ets credo che ci serva.

L’Europa e le banche. Il futuro, viene detto da più parti, è il consolidamento: spalle larghe per competere con i giganti di Cina e Stati Uniti. E l’immancabile mercato unico dei capitali…

Non sono d’accordo. Non vedo il bisogno di aggregazioni per competere con i colossi americani, che fanno profitto dalla loro posizione da oligopolio. Le ricerche non evidenziano economie di scala per le banche oltre una dimensione di bilancio di qualche miliardo.

Insomma?

La competitività delle banche europee dipende meno dall’assenza di un mercato unico dei capitali e più da costi di personale molto rigidi, che rallentano l’adozione di tecnologie. Il caso Commerzbank (la banca tedesca sempre più vicina alle nozze con Unicredit, ndr) ci insegna che è più importante avere un mercato e una concorrenza per corporate control, che un mercato unico dei capitali a livello europeo.

Petrolio, così l’India diventa partner strategico per il Venezuela

21 October 2026 at 13:46

L’India mette ufficialmente un piede, o forse anche due, nel Venezuela della seconda vita, almeno se il metro di misura è il petrolio. Pochi giorni fa questo giornale ha dato conto delle prime, vere, connessioni tra il Paese degli elefanti e il governo di Caracas, che da quando è stato affidato a Delcy Rodriguez, ha intrapreso la strada del libero mercato e dell’apertura dell’industria del greggio. Adesso sta succedendo, per davvero. Gli Stati Uniti guardano ufficialmente alle raffinerie indiane per aumentare la disponibilità di carburanti sui mercati internazionali, messi sotto pressione dalla guerra in Iran e dalle difficoltà della navigazione nel Golfo. Al centro dell’iniziativa americana c’è, dettaglio anche questo anticipato da Formiche.net, Reliance Industries, il conglomerato controllato da Mukesh Ambani, che Washington vorrebbe coinvolgere in una maggiore lavorazione del petrolio venezuelano.

A indicare questa prospettiva è stato il segretario di Stato americano Marco Rubio, arrivato a Mumbai per una visita di tre giorni. Rubio che ha annunciato l’intenzione di discutere la questione con Ambani e con i dirigenti di Reliance, riconoscendo all’India un ruolo di primo piano nella raffinazione internazionale. D’altronde, il greggio venezuelano presenta caratteristiche che ne rendono complessa la trasformazione in carburanti commerciali. È generalmente più pesante rispetto ad altre qualità di petrolio e richiede impianti dotati di tecnologie specifiche. Le grandi raffinerie indiane, e in particolare quelle di Reliance, dispongono di capacità adatte a trattare anche queste forniture.

Non a caso Rubio ha definito l’India una potenza mondiale della raffinazione, sottolineando che alcune imprese del Paese possiedono inoltre interessi petroliferi già esistenti in Venezuela. Per Washington, questa combinazione di capacità industriale e rapporti commerciali potrebbe contribuire ad aumentare la quantità di prodotti petroliferi disponibili in una fase di forte instabilità energetica. Tutto questo mentre Caracas si avvicina alla cosiddetta quota Trump. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Il Venezuela avanza a passo spedito.

Senza la Cina l’auto europea può tornare a volare sui mercati. Parola di Citi

21 October 2026 at 12:01

Sono tanti, forse inaspettati, gli effetti benefici dell’accordo tra Cina ed Europa sulle importazioni di auto ibride. Primo tassello, per non dire pietra angolare, della strategia messa a punto dalla Commissione europea per tentare di pareggiare il conto con Pechino sul versante commerciale. Dopo aver costretto i costruttori cinesi a deviare il loro percorso verso il Golfo, reazione naturale al fatto che in Europa i costruttori del Dragone potranno vendere la metà delle auto fin qui piazzate, adesso saranno i mercati a sorridere alla case europee. Parola di Citi, una delle più grandi banche d’affari del mondo. La quale in un report mette nero su bianco i nuovi vantaggi dell’intesa sottoscritta dieci giorni fa.

Ebbene, le restrizioni previste dall’intesa preliminare tra Unione europea e Cina sulle importazioni di auto ibride potrebbero rendere nuovamente interessanti per gli investitori i titoli dei costruttori automobilistici europei. Un messaggio chiaro che emerge da un’analisi di Citi, secondo cui il contenimento della crescita delle quote di mercato dei marchi cinesi potrebbe favorire una rivalutazione del settore, penalizzato negli ultimi anni dalla pressione competitiva asiatica. L’intesa tra Bruxelles e Pechino prevede, giova ricordarlo, un tetto iniziale di 350mila vetture ibride prodotte in Cina importabili nell’Ue nel 2027, a fronte di un volume atteso di circa 800mila unità nel 2026. Il meccanismo, della durata di quattro anni, consentirebbe un aumento del limite del 6% annuo.

Secondo Citi, la misura potrebbe rallentare significativamente la conquista di quote di mercato da parte dei costruttori cinesi, costringendoli a rivedere le strategie commerciali e di prezzo e ad accelerare la localizzazione della produzione in Europa. Tra i potenziali beneficiari figurano Volkswagen, Stellantis e Renault. Non è tutto. Anche JP Morgan ritiene che le restrizioni favoriranno il trasferimento di attività produttive dei gruppi cinesi all’interno dell’Unione europea, aumentando però gli investimenti necessari per competere sul mercato europeo. Secondo gli analisti, in sintesi, l’intesa potrebbe offrire ai costruttori europei una tregua sul fronte commerciale, pur nella consapevolezza che il recupero di attrattività dei titoli resta legato all’attuazione delle restrizioni e alla capacità dei gruppi di migliorare margini e competitività. Le misure non eliminerebbero infatti il divario tecnologico e di costo con i concorrenti cinesi, che stanno già accelerando gli investimenti produttivi all’interno dell’Unione europea.

Si diceva del Golfo. La verità, oltre al fatto che i costruttori europei potrebbero presto riguadagnare il terreno perduto, è che tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita.

Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

20 October 2026 at 15:35

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

20 October 2026 at 11:36

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

19 October 2026 at 16:07

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

19 October 2026 at 15:00

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

Petrolio e debito, il Venezuela scopre le carte

17 October 2026 at 08:04

Un piano spiegato ai creditori. Perché chi ha un debito, e il Venezuela ne ha uno estero di 240 miliardi di dollari, tra i più consistenti al mondo, deve chiarire come e dove trovare i soldi con cui saldare il conto. Creditori tra i quali c’è il Fondo monetario internazionale che, non ultimo, ha accordato a Caracas alcuni finanziamenti per la ricostruzione all’indomani del sisma di pochi mesi. Ora, per un Paese che ha sotto i propri piedi un quinto delle riserve mondiali di petrolio, c’è solo un modo per onorare i propri impegni ed evitare il fallimento: vendere greggio. Prospettiva più che concreta, ora che gli Stati Uniti hanno rimesso in piedi l’industria petrolifera nazionale, anche grazie al coinvolgimento di grandi compagnie straniere.

Ma, comunque, bisogna spiegare. Per questo, in occasione degli incontri del Fmi organizzati a Bangkok, il vicepresidente Calixto Ortega ha presentato un piano per incrementare l’estrazione di petrolio e minerali, i cui proventi saranno destinati sia al ripristino delle reti idriche ed elettriche, sia al sostegno all’economia. Il che, ovviamente, è interesse dei creditori. Ortega ha descritto l’estrazione di petrolio e minerali come le principali fonti di valuta estera per il Venezuela. E secondo la Banca centrale del Venezuela, il piano stesso prevede anche di destinare le entrate ai servizi pubblici essenziali, ridurre l’inflazione a un livello a due cifre, ristrutturare il debito pubblico e semplificare le procedure burocratiche. Ortega ha affermato che le nuove entrate dovrebbero essere utilizzate per ripristinare i servizi idrici ed elettrici, che, a suo dire, erano stati trascurati per un decennio.

Non è finita. Il vicepresidente venezuelano ha inoltre affermato che dall’inizio dell’anno il governo si è adoperato per reinserire il Paese nel sistema finanziario internazionale. Ma, come prevedibile, Ortega ha respinto l’adozione del dollaro statunitense come valuta nazionale del Venezuela: il Paese deve rafforzare il bolívar, che nel medio termine dovrebbe essere in grado di sostenere l’intera economia nazionale. Allo stesso tempo, il dollaro rimane il principale punto di riferimento per i prezzi nei negozi venezuelani, dopo il periodo di iperinflazione del 2017-2021. Di sicuro, tra i creditori che rischiano di rimanere a bocca asciutta, c’è la Cina.

Caracas venderà sì petrolio, ma forse non al Dragone. Essendo la Cina creditore del Venezuela, l’unico modo che aveva quest’ultimo di onorare il debito era la vendita di petrolio. D’altronde, fin dai tempi di Hugo Chávez, Paesi come Cuba, Cina, Russia e Iran sono diventati i partner centrali di un’architettura che combinava fornitura di energia, crediti, cooperazione tecnica e sostegno diplomatico. Attraverso accordi bilaterali e multilaterali, Caracas ha iniziato a offrire petrolio a condizioni preferenziali, con schemi di finanziamento a lungo termine e meccanismi di compensazione non monetaria. Ma il nuovo corso americano, quei barili, forse li terrà lontano dalla Cina.

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