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Gli editori norvegesi portano Meta in tribunale: il problema è epocale

28 October 2026 at 12:15

L’allarme lo ha lanciato, per prima, la Nieman Lab Foundation di Harward lo scorso 15 ottobre: “A partire dal 30 ottobre, gli account aziendali che continueranno a utilizzare Facebook, Instagram o WhatsApp acconsentiranno automaticamente alla raccolta di dati da parte di Meta sui propri siti web”.
Destinatari dell’allarme, innanzitutto, gli editori. Secondo la Fondazione Nieman, infatti, per effetto di un aggiornamento delle proprie condizioni generali di contratto business, Meta si sarebbe garantita il diritto di sfruttare i contenuti dei giornali per addestrare modelli e algoritmi alla base dei propri prodotti.

In poche ore, in tutto il mondo, gli editori si son messi sul piede di guerra. Tanto è bastato a suggerire a Meta di fare marcia indietro o, almeno, tirare il freno.

Il gigante di Menlo Park, infatti, ha rivisto e corretto l’aggiornamento delle condizioni generali di servizio all’origine della protesta degli editori, chiarito che non aveva mai avuto intenzione di garantirsi alcun diritto in più rispetto a quelli che già aveva e tanto meno di farlo contro la volontà degli editori e specificato che i contenuti degli editori, a valle della modifica in questione, avrebbero potuto essere utilizzati esclusivamente per migliorare i propri prodotti pubblicitari e commerciali, quelli, cioè, forniti proprio agli editori. E ha aggiunto che gli editori avrebbero, comunque, continuato a disporre del diritto di sottrarre qualsiasi contenuto al proprio scraping, semplicemente utilizzando l’apposito comando – il famoso robot.txt – da sempre a loro disposizione.

Meglio ma non bene secondo la stessa Fondazione Nieman che in un articolo del 17 ottobre è tornata sull’argomento, chiarendo, attraverso la vivavoce di una serie di esperti, che la modifica dell’aggiornamento alle condizioni generali di servizio proposta da Meta non sarebbe valsa a superare il problema, che la società sarebbe rimasta libera di utilizzare i contenuti degli editori per addestrare gli algoritmi alla base di una non meglio definita ampia gamma di “prodotti commerciali” e che, nonostante le rassicurazioni, niente nelle condizioni generali di servizio avrebbe, effettivamente, garantito agli editori di sottrarre, attraverso il comando robot.txt i propri contenuti alla bulimica voracità degli algoritmi di Menlo Park.

Nessun cessato allarme insomma. E, anche da questa parte dell’oceano, in tanti, tra gli editori, la pensano allo stesso modo.

Tra questi sicuramente gli editori norvegesi che, infatti, hanno appena trascinato Meta in Tribunale chiedendo al Giudice di ordinarle di sospendere l’aggiornamento dei propri termini d’uso, di ordinarle di inserirvi un esplicito riferimento alla circostanza che con il comando robot.txt sarebbe possibile sottrarre i propri contenuti all’addestramento di qualsivoglia prodotto e di imporre che qualsiasi questione relativa allo sfruttamento di contenuti editoriali sia disciplinata con un contratto completamente autonomo rispetto a quelli relativi ai servizi generalmente utilizzati per la diffusione e promozione dei contenuti editoriali, così da sottrarli al rischio di rimanere esposti a eventuali abusi di posizione dominante da parte della società di Menlo Park.

Ancora una volta la risposta di Meta non si è fatta attendere: aggiornamento dei termini d’uso posticipato dal 30 ottobre al 20 novembre per aver modo di spiegarne meglio agli editori il significato e di tranquillizzarli.
Ancora una volta, meglio ma non bene.

Il problema resta ed è epocale anche se, per la verità, non riguarda solo Meta ma tutte le grandi fabbriche globali di algoritmi: non è, infatti, tollerabile oltre l’idea che, specie soggetti che, in un modo o nell’altro, si sono ormai conquistati un ruolo ineliminabile nella catena di distribuzione dei contenuti informativi, provino a appropriarsi di questi contenuti, trasformandoli in asset tecno-commerciali attraverso i quali andare, addirittura, a fare concorrenza agli stessi editori dei contenuti in questione.

E non è solo una questione di soldi e di sopravvivenza delle imprese editoriali. È, anche, una questione di democrazia perché se pochi grandi giganti dell’intelligenza artificiale, divorando i contenuti dei giornali, si pongono in condizione di diventare – come, in parte, sta già accedendo – nuovi oligopolisti globali dell’informazione, la dieta mediatica dell’intera umanità finisce con il cadere nelle loro mani con ogni conseguenza facilmente immaginabile in termini di pluralismo informativo, manipolazione dell’opinione pubblica globale e, appunto, democrazia.

Ma c’è di più. Non solo, infatti, le grandi fabbriche di algoritmi non hanno alcun diritto di appropriarsi dei contenuti degli editori per addestrare i propri algoritmi senza neppure chiedere permesso ma – ed è bene dirlo subito e senza nessuna ambiguità – gli stessi editori non possono vendere ai giganti dell’intelligenza artificiale in questione i loro contenuti perché li usino per l’addestramento degli algoritmi.

La ragione è semplice: i contenuti in questione, infatti, non sono solo oggetto di diritti di proprietà intellettuale degli editori dei quali questi ultimi possono certamente disporre ma contengono anche milioni di dati personali di milioni di persone – i protagonisti dei fatti raccontati – sui quali, al contrario, gli stessi editori, non hanno alcuna forma di proprietà e dei quali non possono in alcun modo disporre.

Questi dati personali, infatti, sono presenti nei contenuti degli editori in forza di un’eccezione – quella che ne consente il trattamento in vista del soddisfacimento del diritto di cronaca – e non di un diritto disponibile degli editori e quell’eccezione, evidentemente, mentre consente la pubblicazione del contenuto, non consente all’editore, pure titolare dei diritti di proprietà intellettuale dei quali vorrebbe appropriarsi Meta e le sue concorrenti, di autorizzare chicchessia al loro sfruttamento al fine di addestrare, non importa quale algoritmo o modello, non importa in quale contesto.

Se vendessero alle grandi fabbriche di algoritmi i loro contenuti perché li usino per trasformarli in asset tecnologico-commerciale, gli editori farebbero esattamente ciò che, a ragione, stanno contestando ai giganti dell’intelligenza artificiale di fare: esproprierebbero milioni di persone di un loro diritto fondamentale e trasformerebbero, a loro volta, i dati personali di milioni di persone in un proprio asset commerciale, senza neppure chiedere permesso.

Quindi bene e, anzi, benissimo che gli editori, anche se in ritardo, si preoccupino di difendere la loro proprietà intellettuale, ma guai a dimenticarsi, che c’è un diritto, altrettanto prezioso, che va difeso con eguale energia: quello che milioni di persone, protagoniste, nei contesti più diversi, dei contenuti pubblicati dagli editori, hanno sui loro dati personali, dati legittimamente – fino a prova contraria e a condizione che esistesse un interesse pubblico – pubblicati sulle pagine dei giornali ma, non solo per questo, legittimamente cedibili alle fabbriche di algoritmi o da queste acquistabili per contratto.

E, ancora una volta, se accadesse sarebbe gravissimo perché, quei dati, i nostri dati personali, una volta finiti nei ventri molli e profondi delle fabbriche di algoritmi, sarebbero sottratti per sempre al nostro controllo e, con loro, lo sarebbero frammenti di inestimabile valore della nostra identità personale.

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Decreto Ai: perché è sbagliato lasciare che un algoritmo decida chi ha diritto a un posto di lavoro

23 October 2026 at 12:06

Entrano in vigore oggi le nuove regole italiane sull’intelligenza artificiale (D.lgs. 7 ottobre 2026, n. 179). Sono regole, nella più parte dei casi, di buonsenso, che duplicano, specificano, chiariscono principi già stabiliti dalla disciplina europea. Lecito il dubbio che fossero indispensabili ma ragionevole pensare che, in generale – se si esclude la questione dell’ipertrofia normativa che già affligge il nostro ordinamento e che dovrebbe suggerire di limitare all’essenziale il varo di nuove regole – non siano sbagliate.

Questo giudizio sintetico non vale però o, almeno, non vale completamente, per la nuova disciplina sull’intelligenza artificiale nel rapporto di lavoro. Al riguardo, infatti, l’articolo 41 del Decreto dopo aver ribadito un principio, per la verità, già stabilito dalla disciplina europea sulla protezione dei dati personali e dall’AI Act, ovvero che le decisioni relative al rapporto di lavoro, incluse quelle di carattere disciplinare, non possono essere “adottate unicamente sulla base di un trattamento automatizzato” e che “la decisione definitiva è in ogni caso riservata a una persona fisica, che eserciti un potere effettivo e autonomo”, prevede che “non rientrano tra le decisioni finali relative alla costituzione del rapporto di lavoro le attività di ricerca e selezione delle candidature, anche quando comportino la mancata ammissione alle successive fasi della selezione.”

Nella sostanza, dunque, secondo Palazzo Chigi, andrebbe bene che sia un algoritmo a decidere, anche in via definitiva, se un curriculum debba o non debba finire sulla scrivania del direttore delle risorse umane e, dunque, se una persona possa o non possa avere una chance di essere assunta. È un enorme errore di valutazione e prospettiva che minaccia di produrre effetti drammatici, privando milioni di persone di posti di lavoro per i quali sono qualificate e che meriterebbero solo per colpa di un bias negli algoritmi e nei modelli alla base dei servizi diversamente intelligenti di preselezione delle domande di lavoro.

E non si tratta di un rischio potenziale, di uno scenario futuribile, di una previsione catastrofista ma di un fenomeno di proporzioni gigantesche che sta già producendo conseguenze drammatiche in tutto il mondo.

È un problema antico, almeno per le cose dell’intelligenza artificiale e stupisce davvero che il governo, pur scegliendo di affrontarlo direttamente, abbia poi deciso di risolverlo così: legittimando una pratica che avrebbe dovuto essere vietata senza esitazioni né riserve per garantire che chi merita di avere un’occasione di lavoro non se la veda negare da un algoritmo mal progettato o mal addestrato. Basti pensare che Amazon interruppe, proprio a causa di un incontrollabile rischio di discriminazione di genere, uno dei primi progetti di selezione algoritmica del personale nel 2015 dopo essersi avveduta che i propri algoritmi, essendo stati addestrati a riconoscere i migliori candidati sulla base dei curricula della forza lavoro assunta nei precedenti dieci anni, manifestavano una straordinaria preferenza per gli uomini rispetto alle donne, presenti in numero decisamente inferiore nella propria popolazione lavorativa.

Insomma, giacché storicamente l’azienda aveva assunto più uomini che donne, gli algoritmi si erano persuasi che gli uomini fossero più adatti a lavorare in Amazon rispetto alle donne. Certo erano altri tempi, certo l’intelligenza artificiale di ieri non è quella di oggi. Ma, sfortunatamente, ci sono centinaia di storie di discriminazione algoritmica nella selezione del personale che rimbalzano da ogni parte del mondo e che suggeriscono che, nonostante i progressi, l’intelligenza artificiale continua a negare un’occasione di lavoro a chi la meriterebbe solo per il colore della pelle, per l’età, per il genere, perché magari non ha lavorato per un anno per dedicarsi ai genitori malati, perché ha un bambino piccolo o perché non ha scritto nella domanda di un posto da infermiere che sa usare il computer o, almeno, che sa usarlo quanto basta a compilare una cartella clinica elettronica.

Niente fantasie, tutte scene di un docufilm già proiettato sul palcoscenico globale milioni di volte. E non basta. Perché, a differenza di ieri, oggi, questi sistemi di preselezione algoritmica delle domande di lavoro sono straordinariamente diffusi.

Secondo lo studio Hidden Workers: Untapped Talent della Harvard Business School e di Accenture (2021, basato su 2.275 dirigenti e 8.720 lavoratori in Stati Uniti, Regno Unito e Germania), oltre il 90% dei datori di lavoro utilizza software di screening per la prima selezione dei candidati e l’88% ammette che lavoratori qualificati vengono scartati perché non corrispondono esattamente ai criteri dell’annuncio: il 48% esclude, per esempio, i curricula con interruzioni di lavoro superiori a sei mesi.

Il fenomeno riguarda in modo particolare le grandi imprese: secondo il report Jobscan del 2025, il 97,8% delle Fortune 500 adotta un sistema di tracciamento delle candidature (ATS) e circa l’80% dei candidati transita da piattaforme dotate di ranking basato sull’intelligenza artificiale.

Queste soluzioni, essendo sviluppate con l’obiettivo prioritario di alleggerire il lavoro delle persone i carne ed ossa che lavorano negli uffici delle risorse umane e, quindi, di ridurre il numero dei curricula destinati a questi uffici, tendono a essere più severe del ragionevole e, come mostrano i test più recenti sui modelli linguistici, rischiano di perpetuare antiche discriminazioni: in uno studio dell’Università di Washington, ad esempio, su oltre 3 milioni di confronti tra curricula e offerte di lavoro, i nomi associati a persone bianche sono stati preferiti nell’85% dei casi, contro il 9% di quelli associati a persone nere.

All’articolo 3 del Decreto, il Governo scrive: “Il presente decreto…è adottato in una prospettiva di garanzia antropocentrica, di uso corretto, trasparente e responsabile dei sistemi di IA e di vigilanza sui rischi per diritti e libertà.”. A guardare a come si è poi scelto di disciplinare la questione del ricorso agli algoritmi nella preselezione delle domande di lavoro, sembra un caso di scuola dell’antico brocardo secondo il quale si predica bene, ma razzola male. Sarebbe importante, anzi, necessario e urgente, ammettere l’errore e correggere il tiro, anche semplicemente abrogando la disposizione che sottrae il ricorso a soluzioni di preselezione algoritmica del personale alla regola generale della necessità di un intervento umano che sottragga la decisione finale agli algoritmi.

Sino ad allora, tuttavia, guai a gettare la spugna e a considerare effettivamente legalizzata una pratica tanto poco rispettosa dei diritti e della dignità di chi cerca lavoro, la disciplina europea sulla protezione dei dati personali (il Gdpr) e l’AI Act, offrono strumenti utili a reagire a chi si sentisse discriminato da un algoritmo e vanno usati come sta accadendo in tutto il mondo; perché mentre è incerto che l’intelligenza artificiale ci rubi il lavoro, è certo che lo sta negando a milioni di persone che lo meriterebbero e non si può lasciare che ciò accada.

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