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Non provocate Mosca. Cosa significa il non fate rumore di Washington

30 October 2026 at 11:52

Basta ricorrere a una retorica dura contro Mosca. L’altolà è arrivato da Washington nel corso delle ultime settimane, e rappresenta un segnale evidente di come stiano mutando drasticamente le logiche che regolano i rapporti nel triangolo Stati Uniti-Europa-Russia. Secondo la Reuters, che ha ottenuto la notizia da funzionari statunitensi ed europei con una conoscenza diretta della questione, la richiesta sarebbe stata avanzata da Washington in una serie di colloqui bilaterali con diversi Paesi europei. Tra questi, le fonti menzionano con certezza Estonia, Lettonia e Lituania, ma non escludono che un simile messaggio sia stato convogliato anche ad altri Paesi.

E oltre al cosa, è interessante soffermarsi anche sul chi, poiché a trasmettere questo messaggio agli alleati del Vecchio Continente nel corso dei suddetti colloqui bilaterali sarebbe stato il sottosegretario alla Difesa con delega alla policy Elbridge Colby, figura di un certo rilievo nell’amministrazione Trump già nota per essere un fervente sostenitore del disengagement statunitense dall’Europa.

Alcuni dettagli contribuiscono a stemperare la tensione. Queste richieste, come sottolineano le stesse fonti, non sarebbero state trasmesse con aggressività e “in modo conflittuale”, e da parte statunitense il riferimento non sarebbe stato alla retorica generale, ma all’uso di specifiche espressioni impiegate dalle figure istituzionali europee, come ad esempio quella del “topo costretto all’angolo” impiegata poche settimane fa dal primo ministro estone Kristen Michal in riferimento al leader russo Vladimir Putin, espressione usata per contestualizzare il crescente ricorso ad azioni di sabotaggio in Europa come diretta conseguenza dello stallo registrato sul campo di battaglia ucraino. Inoltre, uno dei funzionari europei a conoscenza dei fatti ha riportato anche altre espressioni impiegate dai partner statunitensi nel corso dei colloqui: “Vi stiamo aiutando. Gli americani sono lì. Basta che non facciate troppo rumore. Non date nell’occhio”.

Ma a rendere particolarmente rilevante la faccenda è la tempistica. Le pressioni del Pentagono sono infatti arrivate nelle stesse settimane in cui tra Washington e Mosca si è registrato un riavvicinamento sempre più concreto. A inizio ottobre il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato un’intesa con Putin per riportare sul mercato il gasolio russo e ha allentato le sanzioni sui carburanti, mentre in contemporanea i rapporti con Kyiv toccavano il punto più basso degli ultimi mesi. Poche settimane dopo, l’inviato speciale Steve Witkoff è stato ricevuto da Putin a San Pietroburgo, con il quale avrebbe portato avanti una discussione su possibili cooperazioni in ambito economico tra Stati Uniti e Russia, da joint venture energetiche al Nord Stream, e dall’affaire Lukoil alla gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dossier che toccano direttamente gli interessi europei, ma che non sono stati discussi con questi ultimi. In questa cornice, l’invito a non “fare rumore” assume un valore completamente diverso. Che potrebbe causare malumori, se non spingere a qualcosa di più.

Dalle colonne corazzate agli assalti a ondate. Come cambia la guerra russa

30 October 2026 at 07:31

L’esercito russo che combatte oggi in Ucraina ha poco a che vedere con quello che varcò il confine nel febbraio 2022. Le colonne corazzate lanciate in profondità sono sparite. Al loro posto c’è una pressione continua su un fronte ampio, esercitata da piccoli gruppi d’assalto di quattro-otto uomini che avanzano a ondate successive contro lo stesso obiettivo. È il quadro tracciato da Hlib Parfonov in un’analisi pubblicata dalla Jamestown Foundation, in cui l’autore prova anche a tradurre l’esperienza del conflitto in indicazioni operative per i Paesi baltici.

Il primo elemento su cui si concentra Parfonov nella sua analisi è il carattere “sacrificabile” della prima ondata degli attacchi, impiegata in funzione di “ricognizione col fuoco”, con il compito di costringere il difensore a rivelare le proprie postazioni, che vengono poi colpite da successive ondate più pesantemente armate e coordinate con droni e artiglieria. A questo fenomeno si affiancano quelli di frequenti azioni diversive su un fianco per attirare le riserve, così come quelli di cicli di addestramento di due-tre settimane su riproduzioni a grandezza naturale delle località da conquistare.

Il secondo elemento centrale nell’analisi di Parfonov riguarda l’impiego dei droni first person-view. Secondo l’esperto, questa tipologia di sistemi unmanned costituisce oltre il 90% dei sistemi senza pilota impiegati nella zona di combattimento, ed è responsabile di quasi il 70% delle distruzioni di mezzi corazzati russi.  E anche all’interno della categoria si sta assistendo ad una transizione: già a metà 2025 i droni guidati in fibra ottica superavano il 20% dell’impiego totale di droni Fpv, riducendo drasticamente l’efficacia della guerra elettronica.

L’autore valorizza anche l’autocritica russa. I quaderni di sintesi dell’esperienza di combattimento distribuiti alle truppe riconoscono il degrado dell’organico tradizionale, e lo stesso fa il segmento analitico dei canali Telegram filo-bellici. Le squadre di fanteria motorizzata hanno smesso di funzionare come elementi dell’ordine di battaglia e la fanteria si divide ormai tra unità “di tenuta” e “d’assalto”. Inoltre, mantenere una posizione impreparata per più di un giorno costa più perdite dell’attacco.

Come applicare dunque queste lezioni al teatro baltico? Parfonov riprende un’ipotesi operativa su un’eventuale offensiva contro la Lettonia, in cui l’attacco non punterebbe alle grandi città, ma seguirebbe invece l’asse Daugavpils-Rēzekne-Jēkabpils-Jelgava fino a Tukums, per spezzare il Paese, isolare Riga e imporre un “negoziato” alle condizioni di Mosca. Uno scenario plausibile, ma non con i numeri attuali: delle circa 17 divisioni previste per il 2025, infatti, la Russia ne ha costituite appena quattro, mentre il reclutamento di circa 400mila contrattisti basta a malapena a compensare le perdite. Cifre non sufficienti, conclude l’autore dell’analisi, per permettere la messa in atto di una simile operazione.

Nove senatori chiedono chiarezza sul caso Starlink. Ma il Pentagono dice no

29 October 2026 at 11:22

L’ufficio dell’ispettore generale del Pentagono ha respinto la richiesta bipartisan di indagare sui rallentamenti che a ottobre hanno colpito i servizi satellitari Starlink e Starshield in Ucraina. Una scelta che riaccende a Washington il dibattito sul peso di Elon Musk nelle comunicazioni della Difesa americana, mentre Kyiv denuncia gli effetti concreti delle restrizioni sul campo.

A chiedere l’inchiesta erano stati nove senatori, quattro repubblicani e cinque democratici, dopo che funzionari ucraini avevano segnalato una riduzione deliberata della velocità sia sulla rete commerciale Starlink sia sulla sua versione militare, Starshield. Secondo Kyiv, le limitazioni hanno ostacolato l’intercettazione dei droni d’attacco russi, che richiedono tempi di reazione rapidissimi. Nella risposta data martedì all’Associated Press, l’ispettorato ha indicato che le questioni sollevate sarebbero meglio affrontate dall’Air Force. Una formula che a Capitol Hill viene letta come un rifiuto di fatto, nonostante l’organismo fosse nelle condizioni di procedere.

“È preoccupante”, ha commentato la senatrice democratica della commissione Esteri Jeanne Shaheen, sottolineando che amministrazione Trump e SpaceX hanno fornito versioni contrastanti sull’origine delle interruzioni e che serve una verifica indipendente per accertare le responsabilità. Il nodo sta proprio nel capire chi sia il decisore, con Musk che ha ammesso la responsabilità di SpaceX nel rallentamento di Starlink in Ucraina, accusando Kyiv di aver violato i termini di servizio (accusa respinta dalle autorità ucraine), sottolineando che qualsiasi modifica a Starshield dipenda dal governo statunitense. Il presidente Donald Trump ha invece negato di aver ordinato restrizioni, mentre il vicepresidente JD Vance ha lasciato intendere un  coordinamento tra Casa Bianca e Musk.

I senatori volevano accertare se funzionari del Pentagono o di altre agenzie avessero diretto, autorizzato o anche solo conosciuto in anticipo modifiche alla condivisione d’intelligence, alle capacità di allerta o ai servizi satellitari destinati all’Ucraina. La portavoce dell’ispettorato, Mollie Halpern, ha precisato che la decisione potrebbe essere rivista in presenza di nuovi elementi.

Non è la prima volta che Musk interviene sulla connettività ucraina. Nel 2022, nelle prime fasi dell’invasione, il patrono di SpaceX aveva disposto il blackout di Starlink in aree come Kherson e Donetsk, citando il timore di un’escalation russa. Proprio i dubbi sul controllo esercitato da un singolo privato avevano contribuito, secondo fonti parlamentari, alla nascita di Starshield. Le ultime vicende dimostrano però che neppure la versione militare garantisce piena autonomia all’utente finale.

Una lezione che non sfugge agli europei. Dopo i rallentamenti registrati nelle scorse settimane, la finlandese Iceye ha annunciato una partnership con Nokia e con il ministero della Difesa ucraino per esplorare forme di cooperazione nello spazio, con l’obiettivo dichiarato di costruire comunicazioni satellitari sovrane. Un segnale che la dipendenza da infrastrutture critiche controllate da attori privati, per giunta vicini al potere politico di Washington, è ormai percepita come una vulnerabilità strategica.

Washington e Mosca parlano già di affari. E all’Europa non piace

28 October 2026 at 14:16

Anche se la guerra in Ucraina non è ancora finita, e anzi i negoziati non sembrano essere in procinto di uscire dallo stallo, a Washington già si pensa a ricostruire i rapporti commerciali con Mosca nello scenario post-bellico. Sul tavolo ci sarebbero una joint venture che coinvolge le principali compagnie petrolifere statunitensi e russe all’interno di alcuni progetti nei pressi della (contesa) isola di Sakhalin, così come il coinvolgimento di grandi compagnie americane in un piano volto a riprendere le vendite di petrolio russo all’Europa attraverso l’oleodotto Druzhba. A queste opzioni si aggiungono anche il ripristino dell’accesso delle compagnie aeree statunitensi allo spazio aereo russo per il transito e il sorvolo, uno sviluppo che ridurrebbe in modo significativo i costi in carburante dei voli, così come la ripresa della cooperazione tra aziende statunitensi e russe nella produzione e nella fornitura di titanio, un componente fondamentale negli aerei civili. Tutte strade che erano già state battute da aziende americane in passato, come Boeing ed Exxon, ma che si erano arenate con l’inizio del conflitto.

Secondo una fonte informata, che ha parlato in forma anonima con il Financial Times, dietro queste aperture ci sarebbe la volontà di offrire degli incentivi per arrivare a dei risultati concreti dal punto di vista diplomatico. Ma, dati i precedenti e le parole pronunciate in passato dallo stesso Trump, difficilmente una lettura cinica del caso attraverso le lenti del puro interesse economico statunitense risulterebbe sbagliata. Dal lato del Cremlino, invece, queste trattative servirebbero a spingere ad una normalizzazione dei rapporti tra Russia e Stati Uniti già prima della fine del conflitto.

Questa tipologia di “dialogo esclusivo” portato avanti senza il coinvolgimento dei partner ucraini ed europei, di poco posteriore all’accordo per importare gasolio russo, allo stop (apparentemente temporaneo) sulle sanzioni a Mosca e le pressioni rivolte a Kyiv per cessare gli attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine, rischia di stressare ulteriormente i rapporti transatlantici in un momento di tensione già elevata. Soprattutto perché oltre alle questioni di Sakhalin e Druzhba, sul tavolo ci sarebbero la cessione degli asset internazionali di Lukoil a investitori vicini alla Casa Bianca, un progetto di gas naturale liquefatto in Alaska con la partecipazione di Novatek e persino la ripresa delle forniture attraverso ciò che resta di Nord Stream. Si parla anche di un allentamento delle sanzioni sui fertilizzanti potassici, da esportare attraverso i porti del Baltico, che richiederebbe però una decisione di Bruxelles. Infine, c’è l’ipotesi di affidare la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia a un soggetto statunitense, incaricato di ripartire l’energia prodotta tra Russia e Ucraina. Le diplomazie europee hanno ribadito ai loro interlocutori americani che nessuna decisione che riguardi interessi comunitari può essere presa senza il loro consenso. “Non è una questione di soldi, ma di umiliazione e controllo”, ha sintetizzato un diplomatico europeo.

Al di là dell’esito dei negoziati, è innegabile che il dato politico resti. Washington tratta con Mosca dossier che toccano direttamente gli interessi europei, scavalcando gli alleati di sempre. Se pure si tratta di sole ipotesi, delineano già sul piano pratico un rovesciamento degli equilibri transatlantici costruiti nell’arco di decenni. Una prospettiva tutt’altro che rassicurante.

Bombardieri al centro della guerra aria-aria. La scommessa dell’Air Force

28 October 2026 at 08:38

Sin dalla loro nascita nelle prime fasi di vita dell’aviazione militare, agli inizi del secolo scorso, i bombardieri hanno sempre svolto funzioni legate all’attacco di obiettivi terrestri (o, in alcuni casi, navali), delegando in maniera quasi assoluta ai caccia, eccezion fatta per i mezzi di autodifesa, il compito di intrattenere combattimenti aerei per ottenere e mantenere la superiorità nei cieli. Ma questa suddivisione sembra destinata a divenire sempre meno netta con l’avanzamento tecnologico di questi anni.

L’US Air Force ha infatti affermato di star esplorando alcune opzioni di impiego in ottica air-to-air dei bombardieri di nuova generazione B-21 Raider attualmente in via di sviluppo, opzioni che passerebbero dall’impiego dei Collaborative Combat Aircraft (Cca), anche noti in Italia con il nomignolo di “droni gregari”.

L’ipotesi compare nel nuovo rapporto sulla struttura della flotta caccia trasmesso al Congresso, che tra le opzioni allo studio cita esplicitamente lo “sviluppo di capacità aria-aria sui bombardieri”. Il documento non entra nei dettagli, ma dalle caratteristiche note del Raider come l’autonomia estrema, l’elevata quota operativa, la bassa osservabilità e i sensori avanzati è possibile immaginarne alcuni, come fatto dall’analista Joseph Trevithick su TheWarZone.

Il primo è quello di piattaforma di lancio per missili aria-aria a lunghissimo raggio, troppo ingombranti per i caccia tattici, o per grandi quantità di missili convenzionali. In questa veste velivoli come il B-21 (ma anche il B-52, che i vertici militari vogliono mantenere in servizio il più a lungo possibile) potrebbero agire come “navi arsenale” volanti, colpendo su richiesta dalle retrovie bersagli individuati da altre piattaforme in prima linea. Una prospettiva resa concreta dalla nuova generazione di missili come l’Aim-174B e l’Aim-424, e dalla richiesta dell’aeronautica di un vettore con portata di almeno mille miglia nautiche.

Il secondo è il ruolo di “nodo” di comando e controllo. Grazie alla capacità di penetrare spazi aerei fortemente difesi, il bombardiere potrebbe coordinare i Cca, ricevendo da questi i dati di puntamento e, in prospettiva, lanciandoli direttamente. Sulla stessa linea si muove il programma LongShot della Darpa, che punta a sviluppare droni armati di missili aria-aria sganciabili da caccia e bombardieri. A questi si aggiungono il contributo alla soppressione delle difese aeree nemiche, componente essenziale della superiorità aerea, e una dimensione difensiva. Northrop Grumman ha infatti brevettato un sistema di intercettori hard-kill capace di creare una “bolla” protettiva attorno al singolo velivolo.

Non è ancora chiaro dunque di che portata sarà questa trasformazione, ma quel che è certo è che le dinamiche della guerra del prossimo futuro vedranno venir meno un altro degli assiomi che fino ad ora rappresentavano una certezza del dominio bellico.

Pyongyang mette i cannoni in vetrina. Come leggere questo segnale

27 October 2026 at 14:36

La Corea del Nord mostra la propria artiglieria a ridosso del confine con la Corea del Sud, in una rara dimostrazione di forza che rischia di alimentare ulteriormente le tensioni tra i due Paesi. Un obice semovente da 122 millimetri è stato avvistato in una posizione ben visibile nei pressi della zona demilitarizzata (Dmz), accompagnato da altri mezzi corazzati con i cannoni rivolti verso sud. Uno sviluppo che arriva mentre Pyongyang e Seoul si scambiano accuse sulla presunta violazione dell’armistizio del 1953 e sulle attività militari lungo la frontiera.

Secondo l’agenzia sudcoreana Yonhap, che ha pubblicato le immagini dell’episodio, la bocca di fuoco è stata individuata da un osservatorio nella città di Gimpo, da cui è possibile osservare il territorio nordcoreano. Un testimone presente sul posto ha poi confermato la presenza dell’obice. Nella stessa area sarebbero stati anche avvistati tre veicoli corazzati con i cannoni orientati verso sud e circa 20-30 militari nordcoreani impegnati nella costruzione di recinzioni all’interno della Dmz. Inoltre, altre immagini mostrerebbero soldati impegnati in esercitazioni lungo la costa della contea di Kaepung, a circa un chilometro e mezzo dall’osservatorio.

La presenza dell’artiglieria in una posizione così esposta rappresenta un evento insolito. “È altamente inusuale che la Corea del Nord esponga la propria artiglieria semovente in modo così evidente”, ha dichiarato Lim Eul-chul, professore alla Kyungnam University di Seoul, il quale suggerisce come Pyongyang starebbe comunicando attraverso una dimostrazione concreta la propria intenzione di far rispettare la politica di confine con la forza, anziché attraverso il dialogo e i negoziati. La mossa avrebbe anche una funzione di deterrenza, con l’obiettivo di mettere in guardia Seoul dal rischio di aggravare gli attriti lungo la linea di demarcazione ed evitare che un incidente locale si trasformi in uno scontro armato.

L’avvistamento si inserisce in una fase di crescente attività militare nordcoreana lungo il confine. Negli ultimi anni, le forze di Pyongyang hanno costruito strade tattiche e recinzioni e posizionato mine nelle aree prossime alla linea di demarcazione militare, che attraversa la zona demilitarizzata. Queste attività, ufficialmente riconducibili alla delimitazione e al rafforzamento del confine, sono diventate fonte di ripetuti attriti con Seoul. La presenza dell’obice aggiunge un elemento visibile a questo processo, mostrando la componente di fuoco che potrebbe accompagnare la difesa delle posizioni nordcoreane.

Parallelamente, i due Paesi si stanno confrontando sul piano diplomatico. Domenica Pyongyang ha inviato una lettera al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per respingere le accuse sudcoreane relative all’esplosione di una mina avvenuta il 21 settembre nella Dmz. Seoul sostiene che l’ordigno sia stato collocato da militari nordcoreani e che la sua presenza costituisca una violazione dell’accordo di armistizio. Il Comando delle Nazioni Unite, responsabile della supervisione della zona demilitarizzata, ha a sua volta affermato che una mina nordcoreana oltre la linea di demarcazione viola l’accordo. Pyongyang nega ogni responsabilità e accusa il Sud di utilizzare l’incidente per descrivere le proprie attività di costruzione al confine come un’incursione militare.

Nella lettera, il rappresentante nordcoreano presso le Nazioni Unite ha avvertito che eventuali violazioni della sovranità del Paese potrebbero provocare misure di autodifesa, attribuendo a Seoul la responsabilità delle conseguenze. Pyongyang ha inoltre accusato le forze sudcoreane di aver aperto il fuoco contro personale nordcoreano. Seoul sostiene invece di utilizzare trasmissioni di avvertimento e colpi di avvertimento per indurre i soldati del Nord a ritirarsi quando oltrepassano la linea di demarcazione.

Il precedente più significativo risale al 2015, quando l’esplosione di mine nordcoreane ferì alcuni militari sudcoreani. Seoul rispose riprendendo le trasmissioni di propaganda attraverso gli altoparlanti lungo la Dmz, innescando uno stallo militare che si concluse soltanto dopo un accordo ad alto livello e una dichiarazione di rammarico da parte di Pyongyang.

 

Missili da crociera low cost da Kyiv. La Bundeswehr punta sul Bars

26 October 2026 at 16:12

La Germania si appresta a dotare le proprie forze armate di un sistema d’arma nato in Ucraina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità tedesche dovrebbero chiudere nelle prossime settimane un accordo per l’acquisto di un primo lotto di Bars, il missile cruise a basso costo sviluppato da Kyiv. Si tratterebbe del primo acquisto noto di un’arma offensiva di concezione ucraina destinato all’uso diretto della Bundeswehr, un fenomeno che segnala quanto stia cambiando nella dimensione di apparato militare-industriale il rapporto tra l’Ucraina e i suoi alleati europei, sempre più interessati a sfruttarne il know-how militare. Si tratta di un vettore con propulsione a getto, capace di raggiungere fino a 1.000 chilometri di distanza e di trasportare una carica fino a 105 chilogrammi, a seconda della variante. Il lotto iniziale servirà a condurre prove tecniche all’inizio del prossimo anno. In caso di esito positivo, potrebbe seguire un ordine più consistente, nell’ordine di diverse centinaia di esemplari.

Un elemento centrale dell’operazione è la dimensione industriale. Negli ultimi mesi il Bars è stato fabbricato anche in Germania da una joint venture ucraino-tedesca, sui cui dettagli vige grande riservatezza, costituita nell’ambito del programma Build with Ukraine lanciato da Zelensky lo scorso anno. L’iniziativa nasceva con l’obiettivo di produrre armamenti per l’Ucraina al di fuori dei suoi confini, così da aumentarne la capacità produttiva, ridurre l’esposizione agli attacchi russi e favorire lo scambio di competenze. La mossa di Berlino si inserisce in una tendenza più ampia. Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato la disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, e Copenaghen ha annunciato il mese scorso l’acquisto di nove veicoli terrestri senza equipaggio Dropla a scopo di sperimentazione. Sempre il mese scorso l’esercito statunitense ha assegnato un contratto da 10 milioni di dollari alla filiale americana dell’ucraina Skyeton per il drone da ricognizione Raybird, sistema per cui anche la Germania ha mostrato interesse.

L’acquisizione riflette anche un cambio di mentalità negli apparati della difesa tedeschi, a lungo caratterizzati da procedure lente e burocratiche e orientati verso i grandi gruppi industriali. Oggi Berlino si mostra più aperta verso le start-up e disposta a testare i prodotti mentre definisce i contratti, così da accelerare i tempi. Sullo sfondo c’è il piano di riarmo da 780 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, varato in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina e ai dubbi sulle garanzie di sicurezza americane per l’Europa. Sul fronte del lungo raggio, la Germania ha firmato un accordo preliminare per i Tomahawk di Raytheon, dopo che Trump ha cancellato il previsto dispiegamento in territorio tedesco di un battaglione statunitense dotato di questi missili. I Tomahawk, però, hanno un costo compreso tra 4 e 6 milioni di dollari e scontano colli di bottiglia produttivi che ne rendono improbabile la consegna prima degli anni Trenta.

Per questo Berlino lavora in parallelo su sistemi più economici e producibili in massa. Oltre al Bars, prevede di acquistare e testare un piccolo lotto di missili Anthem della start-up statunitense Covenant, che la settimana scorsa ha annunciato un accordo anche con la Danimarca. L’Anthem costa circa un decimo di un Tomahawk, mentre il Bars sarebbe ancora meno caro, ma i funzionari tedeschi non escludono di acquisire entrambi. Resta invece congelata, per ora, l’ipotesi di acquistare il missile ucraino Flamingo.

Una tregua per Oleshky. Cosa prevede l’accordo mediato dalla first lady Melania Trump

23 October 2026 at 15:56

Una tregua circoscritta a una sola città, ma dal forte valore simbolico. La first lady statunitense Melania Trump ha ottenuto da Russia e Ucraina un cessate il fuoco a Oleshky, centro della regione di Kherson sotto controllo russo dal febbraio 2022. Lo ha annunciato la stessa Melania parlando venerdì alla Casa Bianca, precisando che la sospensione delle ostilità scatterà il 29 ottobre. Secondo il comunicato della first lady, le due parti avrebbero accettato di fermare temporaneamente ogni azione militare nella città per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e organizzare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro. Gli abitanti rimasti denunciano da tempo un aggravarsi della crisi alimentare.

Melania ha descritto Oleshky come una città di prima linea “sull’orlo del disastro”, abitata soprattutto da anziani che hanno bisogno urgente di cure mediche, farmaci, cibo e acqua potabile. Stando ai dati diffusi dalla Casa Bianca, la popolazione è oggi compresa tra 1.700 e 2.000 persone, tra cui una cinquantina di bambini, a fronte dei circa 24.000 residenti del periodo prebellico. La città, situata sulla sponda del Dnipro opposta a Kherson, è stata sommersa per circa il 90% in seguito alla distruzione della diga di Kakhovka.

Il meccanismo concordato prevede che squadre non militari di entrambi i Paesi visitino i residenti nelle loro abitazioni e coordinino il trasferimento di chi intende lasciare la città, verso la Russia o verso l’Ucraina a seconda della scelta di ciascuno. Melania Trump ha detto di aspettarsi che una parte degli abitanti opti per la prima destinazione e una parte per la seconda. Le operazioni saranno documentate da un’organizzazione mediatica americana, non indicata nel comunicato (anche se Newsmax, testata di area conservatrice, ha riferito che le proprie telecamere avranno accesso esclusivo all’area).

La Casa Bianca ha sottolineato che i termini della tregua locale sono stati definiti dalla first lady e da un suo rappresentante in contatto diretto con le leadership di Mosca e Kyiv. Non è il primo impegno di Melania sul dossier ucraino, con la first lady che si è già spesa per il ritorno alle famiglie dei bambini ucraini sottratti dalla Russia durante il conflitto. L’intesa su Oleshky arriva però al termine di settimane di pressioni internazionali sul caso, a partire da quelle della Santa Sede. Il 16 ottobre, in una telefonata dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato per un intervento al polmone, papa Leone XIV aveva chiesto al leader russo Vladimir Putin una tregua per consentire l’arrivo di cibo e medicinali e l’evacuazione dei civili. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva letto nella disponibilità del Cremlino al colloquio un segnale incoraggiante. Tre giorni dopo il Pontefice ha sentito anche Zelensky, auspicando una cooperazione tra le parti per far arrivare gli aiuti e garantire un’evacuazione sicura della popolazione.

L’annuncio però potrebbe avere anche una profondità politica, considerando che si inserisce in una fase in cui il presidente Donald Trump sta esercitando pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché raggiunga un’intesa con il presidente russo per porre fine alla guerra.

Un disertore, una diciassettenne e un ex commissario. Il mosaico russo della guerra ibrida

23 October 2026 at 15:28

Dietro la linea di fuoco tra eserciti contrapposti, il conflitto in Ucraina ha anche un fronte “interno” che non riguarda la coesione della popolazione, ma la presenza di individui che possono essere reclutati dalla fazione avversaria come agenti della “quinta colonna”, per usare un termine coniato da Francisco Franco durante la guerra Civile spagnola del secolo scorso. Una realtà che ci è stata ricordata dalle notizie delle ultime ore, durante le quali sono emersi tre casi molto diversi per natura e gravità, ma che evidenziano la stessa minaccia.

Il primo caso riguarda un presunto disertore della regione di Zhytomyr, arrestato dal controspionaggio militare dell’Sbu con il supporto del comando in capo delle Forze armate ucraine. Secondo quanto diffuso dai servizi ucraini e riportato da Ukrinform, l’uomo avrebbe guidato i missili russi contro le posizioni della sua stessa unità di droni, consentendo però agli investigatori di intervenire in tempo, permettendo a oltre cento velivoli ucraini di essere evacuati dalla potenziale area dell’attacco, e di sequestrare un drone nemico. La ricostruzione dell’Sbu descrive un percorso costruito a tavolino: reclutato dall’Fsb ancor prima di vestire la divisa, l’uomo avrebbe svolto inizialmente compiti di prova, monitorando impianti energetici e petroliferi nel nord del Paese, per poi ricevere l’ordine di arruolarsi. Durante i corsi per operatori di droni avrebbe raccolto dati personali di comandanti e istruttori; dopo aver abbandonato il reparto senza autorizzazione, si sarebbe spostato nella regione di Kyiv per mappare i centri logistici dell’esercito destinati a raid missilistici e aerei. È stato fermato nei pressi di uno dei magazzini strategici della capitale. In cambio, Mosca gli avrebbe promesso l’“evacuazione” in Russia e la cittadinanza. Ora è detenuto senza cauzione e rischia l’ergastolo con confisca dei beni.

Ancora più inquietante il secondo episodio, annunciato dalla Polizia nazionale ucraina. Una ragazza di 17 anni è stata arrestata con l’accusa di aver collaborato con i servizi russi all’avvelenamento di militari ucraini. Il meccanismo, spiegano gli investigatori, prevedeva che i soldati venissero agganciati su Telegram con l’offerta di droga gratuita, che sarebbe stata inviata poi per posta. Ma nelle capsule inviate erano presenti dosi letali di metadone, che hanno portato alla morte di due soldati nella regione di Zhytomyr . La giovane, che avrebbe agito su istruzione di un referente dell’Fsb, si occupava di confezionare le sostanze e spedirle utilizzando false generalità. Il compenso promesso ammontava a 5mila grivnie, pari circa 100 euro. Le indagini sui decessi avrebbero permesso di risalire ad altri quattro destinatari delle spedizioni, nelle regioni di Kirovohrad, Zaporizhzhia, Chernivtsi e Ivano-Frankivsk, sventandone l’avvelenamento.

Il terzo caso sposta l’attenzione da Kyiv a Bruxelles. Il sito EUobserver riferisce di aver visionato una serie di messaggi WhatsApp risalenti al 2022 tra l’ex commissario europeo Didier Reynders e Hugues Brulin, all’epoca dirigente dei servizi segreti belgi, oggi acquisiti in un’indagine della polizia del Belgio. Dalle conversazioni emergerebbero tentativi di bloccare gli approfondimenti sui presunti legami di Reynders con la Russia, con Brulin che avrebbe comunicato che il “lavoro” era stato in larga parte portato a termine, ricevendo in risposta l’apprezzamento dell’ex commissario. Nei messaggi comparirebbero anche riferimenti a come contrastare un informatore che aveva segnalato i sospetti, mentre tre agenti impegnati su quelle piste avrebbero visto le proprie carriere compromesse. Reynders, già ministro degli Esteri e della Difesa belga e commissario europeo alla Giustizia dal 2019 al 2024, era stato incriminato nel 2025 in un procedimento per presunto riciclaggio relativo a operazioni per circa un milione di euro. Le nuove rivelazioni, ancora da verificare in sede giudiziaria, si inseriscono in quel quadro.

Tre storie completamente diverse e apparentemente distanti, ma che mostrano come l’azione di Mosca non si limiti a quella convenzionale, ma vada ben oltre il fronte. Rappresentando una minaccia concreta non solo per l’Ucraina, ma per tutta l’Europa.

Hormuz, il memorandum di giugno e il ruolo di Roma. Parla il ministro iraniano Nouri

23 October 2026 at 09:49

Il memorandum di Islamabad, firmato il 17 giugno con la mediazione pakistana, doveva chiudere la guerra entro sessanta giorni. È saltato a luglio, e il blocco americano è tornato. E oggi il negoziato sembra non registrare progressi di sorta. Una situazione che ha avuto ripercussioni sulle economie di tutto il sistema globale, compresa, ovviamente, quella iraniana. Proprio di questo Formiche.net ha parlato con il ministro dell’Agricoltura di Teheran Gholamreza Nouri Ghezeljeh, con cui ha poi esplorato anche altri temi, dal peso crescente delle rotte del Caspio ai rapporti con Mosca e Pechino, fino alle prospettive del negoziato con Washington e al possibile ruolo dell’Italia.

Qual è stato l’impatto della guerra e del conseguente blocco sull’agricoltura iraniana?

La guerra ha sicuramente un costo, anche per il nostro Paese, soprattutto per quanto riguarda l’alimentazione. Ma ha avuto un costo per tutto il mondo: i prezzi dell’energia e del cibo sono aumentati ovunque, non solo da noi. Noi non abbiamo iniziato questa guerra, siamo sempre stati per la pace e per il dialogo. L’America e Israele ci hanno attaccato e ci siamo difesi bene, popolo e governo insieme. Quando qualcuno attacca il tuo Paese, il costo della difesa lo metti in conto. Chiunque abbia un po’ di orgoglio difende il proprio Paese, e in Iran tutti la pensano così. E nonostante la guerra, nel settore alimentare abbiamo avuto anche dei successi. Siamo diventati indipendenti nella produzione di alcuni prodotti che prima importavamo. In Iran non c’è stata alcuna carenza di cibo. Anche se, come nel resto del mondo, sono aumentati i prezzi. Ma siate certi che presto l’Iran percorrerà la strada dello sviluppo a un ritmo straordinario, quasi miracoloso, fino a diventare un vero paradiso per gli investimenti.

Durante il conflitto 3 milioni di tonnellate di input sono arrivati dai porti del nord. Il Caspio, e quindi la Russia, è diventato un’arteria vitale? Si è sviluppata una sorta di dipendenza? Come si è sviluppato il rapporto con Mosca?

Il rapporto con la Russia è molto importante. Naturalmente, con la guerra le nostre rotte commerciali sono diventate più efficaci e hanno aiutato molto il Paese. Il nostro rapporto con la Russia si basa su un accordo bilaterale tra Paesi amici. Ovviamente ogni Paese pensa anche al proprio interesse, quindi è un rapporto basato sul beneficio reciproco. E non c’è solo la Russia, abbiamo avuto buone collaborazioni anche altri Paesi che si trovano lungo il nostro confine settentrionale. L’Iran è un grande Paese e tutti i Paesi confinanti hanno bisogno di questa relazione. Che è un rapporto reciproco, e guarda tanto ai nostri bisogni quanto ai loro.

E con la Cina invece?

Anche con la Cina abbiamo un rapporto molto buono. Come noi, la Cina è contraria all’unilateralismo e deve sviluppare rapporti con altri Paesi. Abbiamo un buon rapporto commerciale e continuiamo ad averlo. Collaboriamo con la Cina, come con la Russia, nel quadro dell’Organizzazione di Shanghai e dei Brics. La Cina è riconosciuta da tutto il mondo come una grande potenza economica.

Mosca ha tratto vantaggio dal petrolio sopra i 100 dollari. Avete la sensazione che alla Russia convenga che la crisi continui?

È naturale. Tutti i Paesi del mondo perseguono i propri interessi nazionali e, quando se ne presenta l’occasione, si attivano per coglierla. Anche la Russia segue i propri interessi, come tutti gli altri. Questa situazione ha creato delle buone opportunità per Mosca, ed è naturale che oggi la Russia ne tragga beneficio. L’America lo ha accettato, con Trump che ne ha riconosciuto il ruolo, e ha poi aperto anche ad accordi con la Russia. Noi speriamo che la guerra finisca, ed è un interesse che abbiamo tutti. Oggi la Russia guadagna dall’aumento del prezzo del carburante. In futuro, quando la guerra sarà finita, tutti i Paesi dovranno poter trarre i loro benefici.

Lei ha detto di sperare nei negoziati. Cosa manca secondo lei per tornare al memorandum di giugno?

Era un accordo logico, e speriamo che la parte americana torni a rispettarlo. Nessuna guerra dura in eterno, e alla fine si arriva sempre alla pace. Questa guerra ha imposto costi pesanti a tutto il mondo. Le popolazioni di tutto il mondo stanno già pagando un prezzo elevato per le politiche belliciste di Trump, soprattutto a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, e per questo sono arrabbiate. Penso quindi che si arriverà presto a un accordo. I politici più lungimiranti stanno facendo pressione su Trump perché la guerra finisca, ed è nell’interesse di tutti che finisca al più presto. Noi siamo ancora fedeli all’accordo di giugno; sono stati gli Stati Uniti ad uscirne. Speriamo che tornino a rispettarlo. Il popolo iraniano e le forze armate hanno dimostrato di non cedere di fronte all’insistenza del nemico. Se Trump continua, avrà problemi anche all’interno del suo Paese. Vedete anche in Italia quanto sono aumentati i prezzi del petrolio e della benzina. Tutte le persone ragionevoli del mondo vorrebbero che finisse presto, e anche la posizione di Sua Santità il Papa va in questa direzione. Penso che alla fine questa volontà prevarrà. Nessuna guerra dura per sempre.

Come viene vista Roma da Teheran?

Guardiamo all’Italia con il rispetto di una grande civiltà verso un’altra grande civiltà. L’Italia, come l’Iran, ha una grande cultura: sono due civiltà che hanno fatto tanto per la crescita dell’umanità. Abbiamo rapporti diplomatici e commerciali con l’Italia da più di 150 anni. Nonostante la distanza, i due popoli hanno tante cose in comune. Speriamo che questa comunanza tra i due popoli arrivi anche al livello dei governi. Vogliamo sviluppare le relazioni tra Italia e Iran, anche nel campo dell’agricoltura, ma non solo in esso.

Quindi crede che l’Italia potrebbe essere un mediatore credibile?

L’Italia ha dimostrato in passato, su queste questioni, di avere un atteggiamento razionale e ragionevole. Per questo forse può avere un ruolo più importante e più attivo, e penso che in futuro andrà in questa direzione. O almeno, questo è quello che ci aspettiamo.

Armi più rapide e meno care. Kyiv entra nel sistema di procurement della Nato

22 October 2026 at 15:30

L’Ucraina potrà acquistare armi, munizioni ed equipaggiamenti militari attraverso la Nato Support and Procurement Agency (Nspa), l’agenzia centralizzata dell’Alleanza per gli approvvigionamenti. Secondo il Financial Times Kyiv starebbe avviando una partnership con l’agenzia che le offrirà un ulteriore canale di procurement, senza dover più dipendere esclusivamente dalle trattative bilaterali con i singoli alleati. L’obiettivo di quetso sforzo è ottenere forniture in tempi più brevi e a prezzi più contenuti.

Secondo Jacqueline Borsboom, direttrice del supporto alle operazioni della Nspa, l’accordo darà all’Ucraina una cornice più strutturata per sfruttare le competenze dell’agenzia in materia di acquisti, i suoi servizi di supporto e l’accesso a una base industriale consolidata, con il vantaggio delle economie di scala. In concreto, ha spiegato al quotidiano britannico, Kyiv potrà ad esempio incaricare l’agenzia di acquistare per suo conto trentamila uniformi. Per la capo della missione ucraina presso la Nato, Alyona Getmanchuk la partnership rappresenta una “porta d’accesso importante” all’ecosistema industriale della difesa alleato, oltre a un accesso più ampio ai contratti gestiti dall’agenzia.

Il provvedimento si inserisce nel solco della decisione presa dall’Alleanza ad aprile, che ha consentito alle aziende della difesa ucraine di partecipare alle gare d’appalto della Nspa, aprendo prospettive commerciali potenzialmente redditizie per un comparto in rapida crescita. La scorsa settimana l’agenzia ha organizzato a Kyiv un evento con circa 150 imprese ucraine, illustrando le procedure per registrarsi come fornitori e competere per i contratti. Non è un dettaglio secondario, considerando che il procurement militare è diventato terreno di scontro politico in Ucraina dopo diversi scandali legati alla corruzione. L’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov ha sostenuto di essere stato rimosso a luglio perché i suoi sforzi per rendere più trasparenti i contratti avevano suscitato l’opposizione di interessi consolidati. Volodymyr Zelensky ha invece motivato il licenziamento con il lungo contrasto tra Fedorov e il comandante in capo delle forze armate, Oleksandr Syrsky.

L’annuncio arriva in un momento delicato per i rapporti tra Kyiv e Washington, scesi al livello più basso dallo scontro nello Studio Ovale dello scorso anno. Donald Trump ha recentemente criticato gli attacchi ucraini a lungo raggio contro le raffinerie russe, accusandoli di aver fatto salire i prezzi del carburante a ridosso delle elezioni di metà mandato di novembre. Mercoledì l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff ha incontrato Vladimir Putin a San Pietroburgo: secondo fonti russe, i due hanno discusso della ripresa dei negoziati di pace a tre tra Russia, Stati Uniti e Ucraina e di un possibile vertice il mese prossimo tra Trump, Putin e il presidente cinese Xi Jinping. Un avvicinamento a Mosca che preoccupa gli alleati di Kyiv.

Un faccia a faccia tra Zelensky e Putin. Che proposte porta Witkoff in Russia

21 October 2026 at 13:25

Dopo il round norvegese è il momento di quello russo. Steve Witkoff, inviato speciale di Donald Trump, incontrerà oggi a San Pietroburgo il presidente russo Vladimir Putin con l’obiettivo di rilanciare i negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Sul tavolo ci sarà anche la proposta di un vertice a tre tra il presidente americano, il leader russo e Volodymyr Zelensky, che potrebbe rappresentare il primo incontro diretto tra i tre dall’inizio dell’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022. Witkoff potrebbe affrontare con il Cremlino anche il caso di Stephen Hubbard, cittadino statunitense di 70 anni detenuto in Russia da oltre quattro anni e condannato per aver combattuto al fianco delle forze ucraine.

L’iniziativa, secondo quanto riporta Politico, è emersa dopo i colloqui di Oslo tra Witkoff e Zelensky, ospitati dal primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre. Secondo il capo del governo di Oslo, l’incontro è stato costruttivo e necessario dopo le tensioni degli ultimi giorni tra Washington e Kyiv. Witkoff porterà in Russia le proposte elaborate da interlocutori americani ed europei, cercando di verificare la disponibilità del Cremlino a discutere le condizioni di un’intesa e a preparare un eventuale incontro al livello dei leader.

Il percorso resta tutt’altro che scontato. I precedenti tentativi di organizzare un faccia a faccia tra Putin e Zelensky non hanno prodotto risultati e il Cremlino ha recentemente insistito affinché un eventuale incontro si svolga a Mosca. La proposta americana dovrà quindi superare divergenze che non riguardano soltanto le modalità del negoziato, ma soprattutto i contenuti di un possibile accordo. Zelensky ha ribadito che le questioni relative al futuro dei territori ucraini potranno essere affrontate soltanto dai leader, insistendo inoltre sulla necessità di garanzie di sicurezza concrete e ha escluso che Kyiv possa accettare un’intesa alla cui elaborazione non abbia partecipato direttamente.

Tra i temi discussi a Oslo figurano anche un piano economico per il dopoguerra e una più ampia architettura di sicurezza europea. Il presidente ucraino ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato americano Marco Rubio anche la questione delle forniture di intercettori per i sistemi Patriot e del funzionamento di Starlink, infrastruttura fondamentale per le comunicazioni militari ucraine. A tal proposito, il politico americano ha sottolineato che la decisione di sospendere i servizi non sia venuta dalla Casa Bianca, ma da Elon Musk.

In queste dinamiche emerge anche lo sforzo di un’Europa determinata a non essere esclusa dalla definizione di un eventuale accordo. Ai colloqui di Oslo hanno partecipato infatti anche rappresentanti di Francia, Germania, Regno Unito, Polonia, e Unione europea in un momento in cui le aperture dell’amministrazione Trump verso Mosca alimentano le preoccupazioni europee sul peso del continente nei negoziati. Il presidente finlandese Alexander Stubb, presente ai colloqui, ha parlato di “progressi reali” sul fronte diplomatico, invitando però a non sottovalutare l’urgenza di una soluzione. “Nella mia esperienza, la pace richiede pazienza. Ma purtroppo la guerra non aspetta. Ogni giorno muoiono delle persone”, ha dichiarato Stubb, ricordando che mentre la diplomazia temporeggia, sul campo la guerra continua a causare vittime tutti i giorni.

Verso Oslo. Zelensky incontra Witkoff e prova a ricucire con Washington

20 October 2026 at 11:26

Volodymyr Zelensky vola a Oslo per incontrare l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff. L’obiettivo è riparare un rapporto con Washington che nelle ultime due settimane si è deteriorato in modo marcato, mentre Donald Trump ha moltiplicato le aperture verso Mosca. Il presidente americano, che ha sospeso alcune sanzioni contro la Russia presentando la mossa come un modo per contenere i prezzi del carburante negli Stati Uniti, è tornato più volte ad attaccare il leader ucraino. Lunedì ha dichiarato che la Russia, sull’Ucraina, si è comportata “bene”, mentre Zelensky “non sta aiutando molto”, arrivando a suggerire a Kyiv di trovare qualcun altro con cui negoziare.

Dietro lo scontro verbale ci sono questioni operative di primo piano. Kyiv accusa Washington di aver smesso di fornire con tempestività gli allarmi preventivi sui lanci di missili russi e di aver ridotto le prestazioni dei collegamenti satellitari SpaceX che supportano la guida dei droni ucraini. Zelensky ha riferito di aver affrontato con il segretario di Stato Marco Rubio il tema degli intercettori antibalistici, dell’early warning e della situazione di Starlink e Starshield, che a suo giudizio va ripristinata, il tutto sullo sfondo degli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra.

Il peso di queste restrizioni va letto alla luce dell’attuale architettura del sostegno americano. Sotto Trump gli Stati Uniti hanno già in gran parte interrotto la fornitura diretta di armi all’Ucraina, ma consentono agli europei di acquistarle per conto di Kyiv e continuano a garantire intelligence e capacità tecnologiche che l’Europa non è in grado di sostituire. È proprio su questo terreno, dove la dipendenza dagli Usa resta più forte, che si concentrano ora le frizioni.

I governi dell’Europa occidentale, che considerano la difesa dell’Ucraina una questione esistenziale per la sicurezza del continente, si sono schierati con decisione al fianco di Zelensky, cercando di scongiurare una frattura più profonda tra Washington e Kyiv. In questa cornice si inserisce l’iniziativa norvegese: il primo ministro Jonas Gahr Støre ha spiegato che l’obiettivo è riportare la diplomazia su un percorso più costruttivo. Agli incontri parteciperà anche il presidente finlandese Alexander Stubb, per discutere della guerra di aggressione russa e del quadro complessivo della sicurezza europea. Jared Kushner, che con Witkoff guida il negoziato americano, sarà collegato da remoto. Nel pomeriggio è prevista una conferenza stampa congiunta di Zelensky, Stubb e Støre.

Alla vigilia della missione, in un’intervista al Corriere della Sera, Zelensky ha chiarito lo stato d’animo con cui si presenta a Oslo. Le limitazioni sull’intelligence e il rallentamento di Starlink, ha detto, non sono più minacce ma una realtà, e risultano ingiuste nei confronti di Kyiv. Il presidente ha ricordato di aver chiesto a Trump almeno gli intercettori per proteggere le infrastrutture energetiche, se Washington non riesce a fermare Putin, senza ottenerli. Ha però confermato la disponibilità a riprendere il dialogo con la squadra negoziale americana, perché la pace resta la priorità e “tra partner deve esserci onestà”.

Sul fronte europeo, intanto, l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas ha respinto dall’aula del Parlamento europeo di Strasburgo le critiche di chi accusa Bruxelles di non avere una linea sul negoziato. “Ho sentito dire in quest’aula che non abbiamo una strategia per la pace. Questo non è vero”, ha dichiarato. Kallas ha ricordato di aver presentato a febbraio ai ministri degli Esteri un piano massimalista con cui entrare nei colloqui: se Mosca avanza richieste massime, ha spiegato, anche l’Europa deve mettere sul tavolo il massimo per poi trovare un equilibrio nella trattativa. Il piano, nelle intenzioni dell’Alta rappresentante, serve anche a inviare un messaggio al Cremlino: tutto ciò che interessa alla Russia, a partire dalla rimozione delle sanzioni, “esige che l’Ue sia a quel tavolo”. E se l’Ucraina, nonostante le pressioni dei negoziatori americani, non ha accettato le condizioni di Putin, ha concluso Kallas, è perché “l’Europa ha sostenuto l’Ucraina”.

Due posizioni, una sola nave. Boschetti spiega il nuovo trucco della flotta ombra russa

19 October 2026 at 14:06

Nel Mar Nero, le petroliere della flotta ombra di Mosca hanno iniziato a impiegare una nuova tecnica per nascondere la propria posizione. Almeno dodici navi avrebbero utilizzato dispositivi simili per falsificare i dati dell’Automatic Identification System (Ais), il sistema con cui le imbarcazioni comunicano la propria posizione, apparendo ferme mentre navigavano a centinaia di chilometri di distanza. In sei casi sarebbero risultate contemporaneamente in due punti diversi. La manipolazione dei segnali è già diffusa tra le petroliere che aggirano le sanzioni occidentali, ma la novità sarebbe l’uso di dispositivi identici, capaci di trasmettere coordinate congelate e sincronizzate.

La tecnica sarebbe stata impiegata soprattutto nel Bosforo, lo stretto turco che collega il Mar Nero al Mediterraneo. Le navi attivavano il segnale reale per attraversarlo, continuando però a trasmettere una seconda posizione fittizia nei pressi dell’imboccatura, così da risultare lontane dalla loro posizione effettiva e più difficili da individuare e colpire. Più che una svolta tecnologica, si tratta di un’evoluzione prevedibile. “Dal punto di vista tecnico non parlerei di una rivoluzione”, osserva Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden. “Invece di uno spoofer se ne usano due. A quel punto chi osserva, che sia l’Ucraina, l’Unione europea o un altro attore, non è in grado di stabilire quale segnale sia autentico, e non può certo lanciare centinaia di droni per verificarlo. È una soluzione quasi ovvia. Semmai sorprende che ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci”.

Parallelamente, Mosca ha rafforzato il controllo sulla flotta ombra, composta da petroliere spesso vecchie, con proprietà opache e bandiere cambiate di frequente. Secondo i dati citati dal Financial Times, oltre 80 navi avrebbero adottato la bandiera russa tra luglio e settembre e più di trenta avrebbero assunto nomi russi legati a pietre preziose, come Gagat, Labrador e Sapfir. Alcune sono state dotate di reti e gabbie contro i droni. Kyiv ha infatti dichiarato a fine settembre di aver colpito oltre 300 imbarcazioni russe in undici settimane. “Quando si dispone di uno strumento pensato per sorvegliare l’avversario, l’avversario farà di tutto per sottrarvisi”, spiega Boschetti. “I russi sono abili in questo e hanno un forte interesse economico e strategico. Era inevitabile che sviluppassero sistemi per eludere l’Ais”.

Secondo Windward, società di intelligence marittima, la flotta ombra mondiale conta circa 1.229 navi oltre le 20.000 tonnellate, più di tre quarti delle quali sanzionate da Stati Uniti, Regno Unito o Unione europea. “Questo episodio dimostra ancora una volta che affidarsi a un unico sistema non è sufficiente”, osserva Boschetti. L’alternativa passa per lo spazio: radar ad apertura sintetica (Sar), immagini ottiche, Ais satellitare. “Grazie alle aziende private attive in questi settori, oggi le navi si possono vedere. Sistemi di intelligenza artificiale correlano i dati raccolti a terra con quelli satellitari e individuano le imbarcazioni, un lavoro impossibile da affidare a migliaia di analisti. Ma si aggiungono livelli all’architettura e tutto diventa più costoso. È una complessità necessaria, ma va gestita”.

Il nodo resta la sovranità. “In ambito Nato e Ue dobbiamo assicurarci che la filiera della situational awareness sia europea, o quantomeno non interamente nelle mani degli Stati Uniti”, sottolinea Boschetti, “Se le mie operazioni dipendono da un satellite americano e Washington smette di fornire le immagini, torniamo al punto di partenza, come insegna il caso Starlink. In Europa abbiamo aziende come Iceye, non esiste solo Maxar. Non possiamo contare soltanto su Copernicus. Se le aziende ci sono, vanno sostenute”. C’è però un rovescio della medaglia. “Mentre costruiamo queste architetture, un satellite russo si trova a pochi chilometri da un satellite Iceye impiegato per il telerilevamento in Ucraina, e non sappiamo cosa stia facendo”, avverte Boschetti. “Integrandole nella sicurezza, rischiamo di rendere queste costellazioni commerciali ancora più un bersaglio militare, pur essendo usate per moltissimi scopi oltre alla guerra”. Un rischio che, conclude, non giustifica l’inazione.

Theory of Victory, cosa c’è davvero di nuovo nella strategia Nato. Parla Gilli

16 October 2026 at 13:46

“La mia Theory of Victory è semplice”. Così il generale Alexus Grynkewich, comandante supremo alleato in Europa, ha presentato al Warsaw Security Forum lo schema con cui la Nato intende rispondere a un’eventuale aggressione russa. Lo schema prevede tre fasi: bloccare l’attacco iniziale, logorarne la spinta e infine spezzare le forze nemiche, negando a Mosca la possibilità di conquistare e mantenere territorio alleato. Ma è davvero così semplice? Quanto c’è di nuovo in questa impostazione, l’Alleanza ha le capacità per sostenerla e quale peso avrebbero l’assenza degli Stati Uniti o la tenuta politica dei 32 alleati? Per trovare una risposta a queste domande, Formiche.net si è rivolta ad Andrea Gilli, docente di Studi Strategici presso l’Università di St Andrews, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

La Theory of Victory esposta da Grynkewich sembra scostarsi ulteriormente dalla logica del “tripwire”, a favore di una vera e propria deterrence by denial, volta a difendere il territorio nella sua integrità. È la scelta giusta?

Va ricordato che la deterrence by denial è sempre stata la teoria della deterrenza della Nato, più che una sua theory of victory, più o meno da quando è stata abbandonata la Massive Retaliation di Eisenhower. Il tripwire rispondeva a un’esigenza precisa, quella di evitare un rischio di escalation senza esporre troppe truppe al fuoco avversario, e avere comunque un meccanismo che funzionasse. Se si guardano la Nato Command Structure e la Nato Force Structure, non cambia nulla. Grynkewich non dice che bisognerebbe fare di più. Espone, in modo più o meno chiaro, qualcosa che c’era già. La vera domanda è se questa sia una theory of victory o semplicemente un approccio operativo. Una theory of victory dovrebbe spiegare anche come l’avversario modifica le proprie percezioni e le proprie azioni in base a ciò che facciamo noi. Nel discorso di Grynkewich questo elemento manca.

Ad oggi l’Alleanza dispone delle capacità necessarie (potenza di fuoco, ISR, difesa aerea, attacco a lungo raggio, scorte di munizioni) per tradurre in pratica la struttura indicata dalla Theory of Victory? E le avrebbe anche senza gli Stati Uniti, in particolare negli abilitatori su cui oggi l’Europa dipende da Washington, (intelligence satellitare, rifornimento in volo, Sead, ecc.)?

Grynkewich sostiene, in sostanza, che la Nato è pronta. Resta da verificare se disponga davvero di tutte le capacità necessarie, per esempio in termini di scorte di munizioni o di guerra elettronica. Probabilmente oggi questa theory of victory è applicabile. Bisogna però capire per quanto tempo e con quale intensità, visti questi limiti. Sul piano convenzionale e su quello nucleare l’Alleanza è certamente forte, ma lo è grazie al ruolo degli Stati Uniti. Senza Washington sarebbe molto difficile, proprio per gli abilitatori che citi. A cambiare non sarebbe necessariamente l’esito finale, ma il livello di attrito da sopportare.

Considerando le prossime tornate elettorali, da cui potrebbero uscire vincitrici forze politiche poco favorevoli alla coesione dell’Alleanza, il fatto che 32 nazioni si uniscano per organizzare questo sistema di difesa, che Grynkewich presenta come un punto di forza, non potrebbe rivelarsi piuttosto un punto di debolezza?

La Nato funziona per consenso e, con tutte le critiche che possiamo e vogliamo fare alla Nato, è comunque un framework politico-diplomatico che alla fine ha funzionato, nel senso che si riesce a trovare l’accordo tra queste 32 nazioni che si impegnano. È ovvio che dei cambi di governo possono portare a dei cambiamenti, però ci sono anche 32 alleati. È ovvio che alcuni Paesi pesano più di altri, però il meccanismo è pensato in maniera funzionale. Altro discorso è se tanti Paesi si tirano indietro. Però, se guardiamo alle alternanze di governo che ci sono state in vari Paesi nel corso degli anni, il dissenso spesso è stato su alcune politiche, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni. Sul lato militare non c’è nessun Paese che non voglia contribuire alla sicurezza collettiva, almeno finora, e questo ci fa realisticamente pensare che potrebbe continuare ad essere così anche in futuro.

Il Saceur sottolinea la “reattività” di questo approccio, specificando che all’eventuale invasore viene lasciato l’onere dell’escalation. Ma così non gli si lascia anche l’iniziativa, e l’opportunità di trovare un modo per aggirare il sistema difensivo o di manipolarlo a proprio vantaggio? (Sia in modo convenzionale, con uno scenario alla “fronte occidentale 1940”, sia sfruttando operazioni “sotto soglia”).

Il problema di fondo delle risposte militari, come osserva il Saceur, è che non si vuole essere costretti a rispondere in modo sempre più duro, perché questo può provocare un’ulteriore reazione. Serve quindi un approccio che lasci l’avversario con il cerino in mano, costretto a scegliere se incassare il colpo o rilanciare. Grynkewich lo considera un punto di forza perché lascia all’altro il burden of escalation, e la cosa ha senso. D’altro canto, è vero come suggerisci tu che si lascia anche l’iniziativa. Ma la questione non è soltanto relativa a questa theory of victory, ma alla natura stessa della Nato. Essendo un’alleanza difensiva, non vuole, e non può, adottare una postura intrinsecamente più aggressiva che riduca la gamma di scelte dell’avversario. È oggettivamente una criticità, ed è legata alle 32 nazioni di cui parlavamo. Una postura più aggressiva avrebbe forse più senso sul piano militare, ma non sarebbe sostenibile politicamente. Si tratta di un trade-off tra efficacia e consenso, che la Nato risolve in modo non perfetto ma quantomeno accettabile. O almeno, io la vedo così.

Tra l’altro in questa formulazione si può leggere tra le righe una rinuncia al first use nucleare, il beneficio politico c’è, ma il beneficio strategico quanto è pesante?

È giusto sollevare la questione, ma Grynkewich non ne parla, perché il suo discorso resta principalmente sul piano convenzionale. Bisognerebbe guardare alla questione del NC3 americano e capire fino a che punto l’impiego di armi nucleari passi dal Saceur e dal Nuclear Planning Group. Resta quindi una questione aperta di ambiguità, anche sul no first use, e la risposta si trova probabilmente in un documento classificato che la Nato non pubblicherà. Su due piedi direi che la rinuncia non c’è stata, soprattutto con Trump. Il no first use è stato un dibattito più legato agli anni di Obama.

Raffinerie, diesel, asset e droni. Così l’Ucraina agita l’asse transatlantico

15 October 2026 at 15:56

La tregua energetica viene definitivamente archiviata da Kyiv. In un’intervista al Financial Times, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha esplicitato chiaramente che il suo Paese riprenderà gli attacchi mirati contro le infrastrutture energetiche russe, dopo che la Russia non ha mostrato intenzione di rispettare la presunta pausa negli attacchi evocata dal presidente statunitense Donald Trump. Nello stesso contesto, il leader ucraino ha anche attaccato i partner statunitensi per la decisione di sospendere la condivisione di informazioni di intelligence e il funzionamento di Starshield (componente di Starlink ad uso esclusivamente militare controllata dal Pentagono) qualora Kyiv non si fosse dimostrata rispettosa della suddetta tregua. Per poi optare in ogni caso per la sospensione, presumibilmente come tentativo di esercitare maggiore pressione sul governo ucraino (sospensione che però sembra essere terminata, almeno in base alle notizie arrivate nelle scorse ore dal Paese dell’Est Europa).

Il nodo, però, non è solo militare. Sullo sfondo della tregua mancata c’è l’intesa energetica tra Washington e Mosca che a Kyiv viene letta come un regalo al Cremlino, in cui gli Stati Uniti hanno sospeso sino al prossimo 7 aprile le sanzioni sull’export di combustibile fossile prodotto nella Federazione. In queste stesse ore il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il diesel russo ha cominciato a raggiungere i mercati globali dopo l’accordo con la Casa Bianca. I volumi annunciati da Trump restano però limitati, considerando come le oltre 300mila tonnellate promesse equivalgono a meno di un giorno di consumi del solo settore dei trasporti statunitense. Il peso dell’operazione è soprattutto politico, con la Casa Bianca decisa ad abbassare i prezzi del carburante in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. Una scelta, quella del leader Usa, criticata da Zelensky e dalle capitali europee (oltre che da una parte dei senatori repubblicani). Nel frattempo, l’amministrazione Usa starebbe valutando anche un allentamento delle sanzioni sulle navi della cosiddetta flotta ombra per contenere noli saliti a livelli record.

Un’altra fonte di frizione transatlantica riguarda gli asset russi congelati in Europa. Secondo il Financial Times, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente, Jared Kushner, avrebbero proposto di trasferirne una parte in un veicolo sotto supervisione statunitense, nel tentativo di rilanciare i negoziati di pace. Un piano respinto dai delegati europei e bocciato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che alla vigilia del Consiglio europeo ha ribadito che quei fondi devono restare congelati in Europa, perché “è affar nostro e siamo noi a decidere”. Si tratta di circa 210 miliardi di euro di riserve della Banca centrale russa, di cui circa 185 custoditi presso Euroclear, che diversi Paesi europei vorrebbero destinare al sostegno di Kyiv.

Intanto la tensione si sposta anche sul Mar Nero. Il presidente romeno, Nicușor Dan, ha annunciato a Politico che gli alleati della Nato terranno una riunione del Consiglio Nord Atlantico per discutere la risposta a una serie di attacchi con droni contro il traffico mercantile nella regione. A spingere verso questa decisione sono stati gli attacchi, registrati nel corso delle ultime ventiquattr’ore, contro due navi cisterna per prodotti chimici, avvenuti all’interno o in prossimità delle acque territoriali romene. Il presidente romeno ha ricevuto la solidarietà della Nato e ha letto gli episodi come parte di una strategia di attacchi ibridi volta a indebolire il sostegno europeo all’Ucraina, sostegno che, ha assicurato, non verrà meno. Lasciando presumere che ci sia un possibile coinvolgimento di Mosca dietro questi episodi.

Conte e Vannacci parlano la stessa lingua. Quella di Mosca

15 October 2026 at 13:29

Una delle peculiarità delle lingue sta nel fatto che ciascuna di esse varia nello spazio, nei gruppi sociali e nelle situazioni comunicative, dando luogo a varietà diverse capaci di comunicare gli stessi contenuti. Lo stesso principio regge il marketing, riassunto nel motto “Non importa cosa vendi, ma come”. Basta adattare la confezione al pubblico di riferimento, e poco importa se lo stesso prodotto viene venduto anche a clienti che si identificano in categorie diametralmente opposte.

Futuro Nazionale del generale Roberto Vannacci e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte si collocano agli antipodi dello spettro politico. Mentre il primo sta apparentemente guadagnando consensi a vista d’occhio grazie al suo essere così-di-destra-che-più-destra-non-si-può, l’altro ambisce ad essere architetto e costruttore di un nuovo “campo progressista” (che è una cosa ben diversa, come sottolinea lo stesso Conte, dalla sinistra, anche se raccoglie al suo interno solo partiti di sinistra, dal Pd ad Avs. Non che ci si debba stupire, considerando che difficilmente un uomo che si è ritrovato quasi per caso nell’agone politico come figura di guida, almeno formale, di uno dei governi più di destra della storia della Repubblica possa rispecchiarsi in una visione “di sinistra”). Dalla gestione del fenomeno migratorio ai diritti civili e alle questioni etiche, dal welfare all’energia, e dalla sanità alla scuola, per la quasi totalità dei temi affrontati nel dibattito pubblico le due piattaforme politiche propongono soluzioni diametralmente opposte. Tranne che in un caso. Sul conflitto in Ucraina le posizioni dei due partiti arrivano ad essere tremendamente simili a livello sostanziale. Quello che cambia è come tali principi vengono comunicati.

Dio, patria, famiglia … e Cremlino

Nel caso di Futuro Nazionale, il registro dominante è quello del pragmatismo e dell’interesse nazionale. In più occasioni, l’ultima a settembre, Vannacci ha chiesto di interrompere l’invio di armi a Kyiv, sostenendo che le ingenti risorse spese dall’Italia avrebbero potuto essere stanziate per sanità, scuole, pensioni et similia, anziché in “cessi d’oro”, corruzione e prostitute, e che il nostro Paese dovrebbe riallacciare al più presto i rapporti commerciali con Mosca, soprattutto per quel che riguarda l’acquisto di combustibili fossili. Ovviamente, le dichiarazioni sono raramente accompagnate dalle dovute contestualizzazioni o da un’analisi approfondita dei dati. Alla retorica di questo presunto “realismo politico” se ne affianca un’altra, quella della glorificazione della Russia come ultimo baluardo della civiltà occidentale e dei suoi valori, che si contrappone a un Occidente globalizzato e globalista preda insalvabile di un profondo declino morale. Una visione ideologica su cui si installa il rifiuto di condannare l’aggressione del febbraio del 2022 contro l’Ucraina e l’accusa alla Nato di essere il principale responsabile di questo sviluppo, ricalcando in modo pedissequo il catechismo del Cremlino.

I legami con la Russia vanno però ben oltre l’aspetto generale del programma, e toccano da vicino gli esponenti di Futuro Nazionale. Se l’esperienza come attaché militare presso l’ambasciata italiana a Mosca non rappresenta in alcun modo una prova della collusione tra Vannacci e gli ambienti del Cremlino (nonostante le dichiarazioni rilasciate da John Foreman, allora suo omologo britannico nella capitale russa, possano offrire spunti di riflessione al riguardo), altri personaggi che orbitano nella galassia vannacciana vantano un legame piuttosto stretto con la patria degli Zar. Come ad esempio Eliseo Bertolasi, ex paracadutista di quella stessa Folgore guidata in passato da Vannacci divenuto poi reporter e analista geopolitico, che è stato insignito da Vladimir Putin in persona dell’Ordine dell’Amicizia (una delle onorificenze civili più alte concesse dalla Federazione Russa); o Antonio Imperatore, anche lui ex folgorino e oggi esponente del circolo “Amici della Russia Imperiale Terza Roma”, una cui delegazione è stata ricevuta dal console generale russo a Milano; o ancora Roberto Jonghi Lavarini, noto esponente degli ambienti neofascisti che può rivendicare una stretta vicinanza personale al filosofo russo Aleksandr Dugin, le cui teorie “godono” di fama internazionale e non hanno certo bisogno di essere esposte su queste pagine.

Si vis bellum, para pacem

Anche attorno al Movimento 5 Stelle orbitano personaggi simili. A gennaio di quest’anno, in occasione di una conferenza organizzata dalla deputata M5s Stefania Ascari sulla violazione del diritto internazionale da parte degli Stati Uniti in Venezuela, è stato chiamato a moderare Alberto Fazolo, noto anche come “Nemo”, nomignolo guadagnato in occasione del suo arruolamento come volontario nel 2015 all’interno delle milizie filorusse che combattevano la guerra nel Donbass. Fornendo così una cornice istituzionale a figure apertamente schierate con Mosca, con tutte le problematiche del caso.

In generale, però, la posizione del Movimento 5 Stelle si distanzia soltanto a parole da quella di Futuro Nazionale, cercando altrove i principi necessari per sostenere le stesse tesi. Le parole d’ordine sono quelle nobili del pacifismo, che sul piano concreto arrivano ad essere disfattismo nel migliore dei casi, se non peggio. “È finito il tempo di inviare le armi”, dice il leader del Movimento 5 Stelle in occasione dell’intervista rilasciata a David Parenzo all’Aria che Tira il 30 settembre, “l’Ucraina è già abbastanza armata”. Conte evidentemente ignora le difficoltà al fronte, ma soprattutto, sanzioni a parte, che nessuno ha mai ritenuto sufficienti da sole, non si pone il problema di esercitare una pressione concreta sulla Russia, limitandosi a ridurre gli aiuti a Kyiv. Che, sempre nelle parole del capo del M5s, serve ad “aiutare gli ucraini in modo ancora più operativo, portando ad una soluzione pacifica del conflitto”. Una convinzione che viene da lontano. Già il 6 settembre 2022, in piena campagna elettorale, Conte dichiarava a Telelombardia che “la pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole”, senza specificare che la pace voluta da Putin era solo quella alle sue condizioni.

Un pacifismo che ha una caratteristica peculiare, quella di essere rigorosamente unidirezionale. Le richieste di “negoziato” e di “de-escalation” sono rivolte sempre e soltanto a Kyiv e alle cancellerie occidentali, mai a Mosca, che pure questa guerra l’ha scatenata (il che dovrebbe stupire, considerando il passato da giurista del leader). Allo stesso modo, Conte glissa su logiche come quella della deterrenza e del rapporto di forza al tavolo negoziale, dimenticando che una pace senza garanzie, con un interlocutore che ha già stracciato il Memorandum di Budapest e gli accordi di Minsk, è soltanto una pausa. E che una Russia premiata per l’uso della forza sarà più tentata di mettere alla prova la Nato, e quindi anche noi. Se poi ci si sofferma sulle parole scelte da Conte negli ultimi mesi, il sospetto di “parzialità” diventa ancora più concreto. A luglio, da un palco di Napoli, sostiene che “stanno costruendo una minaccia russa” per giustificare il riarmo. Il 2 agosto, ad Asiago, descrive un’Ucraina con “componenti di destra estrema”, un “mercato” in cui finirebbero le armi occidentali e un popolo che “diserta”. Denazificazione, armi rivendute, crollo del morale ucraino, minaccia inventata dall’Occidente. Esattamente le stesse parole d’ordine impiegate dalla macchina della propaganda russa.

D’altronde, non mancano i segnali della vicinanza di Conte e del M5s al regime putiniano, dalla partecipazione di esponenti pentastellati come Manlio Di Stefano al congresso di Russia Unita nel 2016 alle mozioni per la revoca delle sanzioni, dal contratto di governo gialloverde che prometteva di rivederle all’appoggio di Conte, al G7 del 2018, alla proposta di riammettere Mosca. Fino alla missione militare “Dalla Russia con amore”, accolta in Lombardia nel 2020 dal suo secondo governo, e al voto con cui al Parlamento europeo il M5s si è schierato insieme a Vannacci contro il rapporto sull’Ucraina che definiva l’invasione russa una guerra di aggressione non provocata e ingiustificata.

Tutte le strade portano a Mosca

Che si tratti di convinzione ideologica o di calcolo elettorale, l’effetto non cambia, ed è un vantaggio per Mosca a scapito dell’interesse nazionale (ironicamente, proprio quello che Vannacci dice di voler difendere). Futuro Nazionale e Movimento 5 Stelle parlano due varietà della stessa lingua, con registri adatti a pubblici che non si parlerebbero mai, e che proprio per questo non si accorgono di ricevere lo stesso messaggio. Un gioco delle parti che permette al Cremlino di disporre di una sponda trasversale nel nostro Paese, capace di condizionare il dibattito qualunque sia il colore del governo. Come confermato dalle ultime dichiarazioni rilasciate alla Tass dall’ambasciatore russo a Roma Aleksej Paramonov, che senza fare i nomi si è rivolto alle “forze costruttive italiane, di qualsiasi orientamento siano”. Di nuovo, cambiano confezione e target. Il prodotto, e chi ne trae vantaggio, resta lo stesso.

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