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Contro Musk non bastano le alleanze, all’Europa serve una regia. Scrive Spagnulo

29 October 2026 at 15:09

Sul quotidiano finanziario Financial Times, l’europarlamentare polacco Michal Kobosko lancia l’allarme secondo cui l’Europa non dovrebbe svegliarsi un giorno scoprendo che SpaceX controlla il mercato continentale senza aver fatto nulla per impedirlo. Da anni Starlink riempie l’orbita bassa con satelliti che offrono Internet e Kobosko se ne accorge adesso, meglio tardi che mai. Ma il punto è che SpaceX non si ferma e si prepara a collegare direttamente gli smartphone, con il servizio Direct-to-Device (D2D). La questione non è più se la tecnologia di Starlink funzionerà, ma come si integrerà con le reti terrestri e con quali effetti sugli operatori tradizionali.

Negli Stati Uniti SpaceX ha acquisito licenze di spettro a bassa frequenza per la connettività mobile diretta al consumatore. È inoltre in trattativa per acquistare la rete di torri cellulari di Crown Castle, che ne gestisce circa 40.000, ma sta negoziando anche con American Tower e Vertical Bridge. Se conclusi questi accordi, darebbero a SpaceX una quota molto rilevante delle torri mobili statunitensi. Musk ha annunciato l’obiettivo di attivare il servizio all’inizio del 2028, ove autorizzato.

Il vantaggio strategico della società di Musk nasce dalla combinazione di satelliti, spettro a bassa e media frequenza, Wi-Fi, celle e torri. Non è una semplice offerta satellitare concorrente delle reti mobili, ma un progetto globale di una rete ibrida che può integrare copertura terrestre e spaziale. SpaceX non cerca competizione perché è già un attore globale e la sua strategia è espansiva. Gli operatori europei si trovano così davanti a scelte difficili: perdere quote di mercato, vendere, allearsi con il nuovo concorrente oppure costruire un’alternativa. Quest’ultima opzione è la preferita di Bruxelles. 

Infatti, a maggio la Commissione ha proposto di riservare alle imprese europee due terzi dello spettro delle frequenze a due GHz, utilizzabili per collegare direttamente gli smartphone ai satelliti. La proposta ha provocato la reazione dell’ambasciatore statunitense presso l’Ue, Andrew Puzder, che ha minacciato ritorsioni «devastanti». A settembre, il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato un’alleanza tra i maggiori operatori europei, e così Orange, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica hanno firmato una lettera d’intenti per presentare un’offerta comune sulle frequenze satellitari a due GHz in fase di riallocazione.

L’iniziativa è un segnale politico, ma non colma da sola il divario industriale. I quattro operatori hanno esperienza nelle reti terrestri e devono associarsi a un fornitore satellitare. Un possibile candidato è la società francese Eutelsat, che opera la costellazione OneWeb con 650 satelliti in orbita. La flotta non supporta il D2D e andrebbe rinnovata, con nuovi investimenti e tecnologie, ma le licenze europee a due GHz scadono nel 2027 e una nuova infrastruttura difficilmente sarà pronta in tempo. Con tutta probabilità la Commissione potrebbe dover prorogare i servizi oggi affidati a Viasat ed EchoStar.

Ma è la distanza tecnologica a impressionare. I satelliti Starlink V3 già lanciati da SpaceX sono progettati per circa 1 terabit al secondo in downlink e 160 gigabit in uplink; il D2D è previsto con la generazione V2 Mobile dal 2027. In teoria, solo cinque satelliti V3 hanno già oggi una capacità aggregata paragonabile a quella nominale dell’intera flotta OneWeb. Si tratta di un confronto teorico ma comunque impietoso ed evidenzia la scala della sfida. SpaceX ha anticipato la domanda, raccolto capitali, sviluppato tecnologie e ridotto i costi. L’anno scorso ha effettuato 170 lanci, contro gli otto europei, e dispiega satelliti a ritmo molto superiore.

L’Europa è in ritardo nelle costellazioni, nei lanci e nella competitività dei costi, e per il futuro prevedibile resterà dipendente da tecnologie statunitensi, come ammesso da un recente editoriale apparso su The Economist. Ma non si può dire sia stata colta di sorpresa da Musk perché la trasformazione in atto era visibile da anni. SpaceX ha cambiato il paradigma industriale e ha sfruttato condizioni che l’Europa ha lasciato maturare. Per questo la diagnosi non può fermarsi alle formule retoriche tipo «servono più investimenti» o «bisogna fare sistema». La domanda più utile è: perché è successo questo e che cosa è andato storto in Europa?

La risposta sta nella frammentazione delle responsabilità. L’Agenzia spaziale europea (Esa) è distinta dall’Ue e comprende anche Regno Unito, Svizzera e Norvegia. La Commissione ha competenze condivise e, soprattutto, di coordinamento (Trattato di Lisbona); Euspa dovrebbe curare l’operatività, mentre gran parte dello sviluppo tecnico resta all’Esa. Nell’insieme Esa, Commissione, Stati membri e agenzie nazionali negoziano programmi e priorità. Ne derivano tempi lunghi, responsabilità diluite e confini incerti tra obiettivi civili, commerciali e di difesa. Anche regole comuni, come il proposto Eu Space Act, incontrano resistenze.

Quindi non è andato storto nulla, è successo ciò che ci si poteva attendere da un complesso sistema basato sulla negoziazione permanente. Una possibile riforma sarebbe creare un’autorità europea unica di committenza spaziale, dotata di potere d’acquisto, bilancio pluriennale e responsabilità diretta sui risultati. Potrebbe riunire funzioni oggi distribuite tra Commissione, Euspa e programmi applicativi dell’Esa. Quest’ultima potrebbe concentrarsi solo su scienza e ricerca tecnologica, mantenendo il sacrosanto principio del giusto ritorno. Come negli Stati Uniti, l’Ue potrebbe agire da cliente comune: acquistare servizi, garantire una domanda stabile e accettare una quota di rischio industriale.

Una riforma simile è facile a dirsi ma complessa a farsi, richiederebbe cambiamenti politici e industriali non indolori. Ma restare allo status-quo non aiuta a contrastare la competizione esterna. In Europa esiste una frase mainstream secondo cui «da soli nessuno può farcela», si tratta di un riflesso pavloviano che non scontenta nessuno ma non indica scelte. Ma soprattutto non sempre è vero. Alcune grandi missioni di scienza o esplorazione richiedono un’ampia cooperazione mentre progetti innovativi di satelliti o lanciatori possono nascere da singoli Paesi o gruppi più ristretti.

Con realismo dovremmo ammettere che è sempre stato così: Ariane era un progetto francese con Germania e Italia; Vega era iniziativa italiana cui aderì la Francia e non la Germania; Galileo era un’iniziativa franco-tedesca che attraversò anni di tensioni politiche; la partecipazione alla Stazione Spaziale Internazionale fu voluta da Germania e Italia e inizialmente osteggiata dalla Francia.

Ancora oggi coalizioni a geometria variabile possono accelerare: la Germania sostiene fuori dall’Esa piccoli lanciatori privati; la finlandese Iceye si è alleata con Nokia per proporre capacità sovrane di comunicazione satellitare. Sono progetti, al di là delle loro evoluzioni, che mostrano il potenziale di una strategia condivisa da un singolo Paese o un gruppo ristretto. 

L’Europa spaziale non ha un unico centro decisionale, e fingere il contrario non la rende più unita. Una riforma che riconosca la geometria variabile potrebbe evitare una frammentazione disordinata, in cui i Paesi perseguono strategie nazionali – vedasi l’attuale postura tedesca – mentre le istituzioni comuni restano un simulacro. La riforma comporta rischi, ma il costo dell’immobilismo è maggiore.

Il sogno di Marte serve a Musk per conquistare Wall Street

29 October 2026 at 03:45

Subito dopo aver reso pubblicamente ufficiale che la Luna prende il posto di Marte come obiettivo primario, Musk annuncia la fusione di SpaceX con xAI, la società di Intelligenza Artificiale dal valore di 300 miliardi di dollari.

L’operazione, che secondo Bloomberg ha una valutazione societaria combinata di circa 1,25 trilioni di dollari, porta sotto un unico ombrello SpaceX, Starlink, Starshield, xAI (con il suo modello Grok45) e la piattaforma X. L’obiettivo dichiarato è quello di costruire i data center nello Spazio che, alimentati da energia solare, siano capaci di sostenere futuri sistemi di ai con una potenza di calcolo impossibile da ottenere sulla Terra.

La «Starship Enterprise», secondo la brillante definizione del settimanale The Economist, esplicita la convergenza dell’economia integrata nell’ecosistema imprenditoriale di Elon Musk, e ridefinisce le sue priorità attraverso l’integrazione di SpaceX con xAI. Sposta il centro di gravità da Marte alla Luna e alle orbite tra quest’ultima e la Terra, dove realizzare le infrastrutture orbitali per l’ai, mettendo per il momento in secondo piano i sogni multiplanetari, senza però farli scomparire del tutto. Ma per realizzare la «Starship Enterprise» servono miliardi di dollari, e quindi, si passa da Marte a Wall Street nel giro di un batter di ciglia.

Due sono le domande da porsi. Primo: la «Starship Enterprise» dipende, nomen omen, dal successo tecnologico della futuristica astronave, ma crescono i dubbi sul fatto che il razzo più potente del mondo riuscirà mai a superare le sue sfide ingegneristiche. Il dodicesimo volo di prova, avvenuto subito dopo la pubblicazione del prospetto informativo per l’offerta pubblica, è stato descritto da SpaceX come «una missione quasi perfetta» nel pieno rispetto della Retorica narrativa della società. In realtà, si sono verificati guasti ai motori sia nel primo che nel secondo stadio e, secondo il South China Morning Post, il primo stadio – super heavy booster – è entrato nel Golfo del Messico ad alta velocità, mentre la Starship è riuscita a malapena a raggiungere l’area di rientro designata nell’Oceano Indiano. Magari la fonte cinese potrebbe essere considerata faziosa (anche perché gli aspetti positivi della missione non sono certo stati pochi), ma ci ha pensato comunque la Federal Aviation Authority americana a stabilire ufficialmente che, nei fatti, la missione era da considerarsi globalmente non del tutto positiva per cui era necessaria una approfondita analisi investigativa delle cause. L’indagine si è positivamente risolta in un paio di mesi, e SpaceX ha potuto lanciare a luglio il tredicesimo volo di prova della Starship che, per la gioia degli investitori di Wall Street, è stato positivo superando i problemi verificatisi durante il test precedente e aprendo la strada alle missioni più ambiziose.

La seconda domanda da porsi è: di là dalle scommesse tecnologiche descritte sopra, che certo non sfuggono ai mercati finanziari, se la priorità dell’azienda fosse stata ancora solo la colonizzazione di Marte quanto si sarebbero fidati gli investitori a scommettere una tale montagna di denaro? Lasciando al lettore la risposta, ci si sarebbe tranquillamente potuti attendere che la priorità narrativa dell’azienda avrebbe assunto forme differenti. E invece, leggendo il prospetto informativo S-149 che SpaceX ha depositato il 20 maggio 2026 alla sec, la Securities and Exchange Commission statunitense, ci si rende conto che lo schema retorico è incredibilmente dirompente in quanto espressamente ancorato alla Retorica originaria dell’esplorazione multiplanetaria, quasi si trattasse di un racconto di Asimov e non di un documento societario per Wall Street. Nel prospetto si legge che l’azienda prevede di accelerare l’avvio urgente di nuovi mercati da migliaia di miliardi di dollari sulla Luna, su Marte e oltre, e di garantire il florido futuro dell’umanità per far sì che gli esseri umani non condividano la stessa sorte dei dinosauri. Si tratta di frasi difficilmente riscontrabili con qualsiasi altro documento della sec in previsione di una quotazione di borsa.

Il testo introduttivo del prospetto è stato redatto dallo stesso Musk, il quale scrive testuale: «Si tratta di credere nel futuro e di pensare che sarà migliore del passato. Non riesco a immaginare nulla di più esaltante che partire alla conquista dello Spazio e trovarci tra le stelle». E sul suo profilo X rincara la dose: «Voglio permettere a ciascuno di avere la propria Luna o il proprio Marte, perché è ciò che garantisce il futuro della coscienza».

Coscienza, avete letto bene. Ma poi, a leggere bene, si evince che il business planetario su cui si regge l’intera operazione è dato da tre settori: connettività, ai e data center, che poi sono tutti e tre interconnessi tra loro.

Per il grande pubblico, la Retorica si aggiorna guardando alla Luna e mantenendo sullo sfondo Marte e il suo slancio salvifico per l’umanità, mentre Wall Street guarda direttamente al Pentagono. Perché la narrativa lunare implica due incipit contingenti, non esplicitati: in primis Starlink, il sistema di connettività globale che fornirà telecomunicazioni commerciali dagli aerei fino agli smartphone; e, in secondo luogo, il Golden Dome, cioè lucrosi contratti del dipartimento della Guerra.

Non è un caso se nei giorni immediatamente successivi al deposito del prospetto di borsa, SpaceX ha ricevuto due contratti dalla us Space Force per un totale di 6,45 miliardi di dollari: i due appalti fanno parte del programma Golden Dome e prevedono il lancio di migliaia di satelliti in orbita terrestre bassa, sia per la rete di comunicazione centrale, e sia per lo Space-Based Advanced Moving Target Indicator (sbamti), progettato per rilevare e tracciare minacce aeree in movimento quali aerei da combattimento, droni e missili cruise.

Bisogna poi considerare che, di fatto, nel Golden Dome si integra anche il progetto ai e data center nello Spazio, presentato nel prospetto di SpaceX per la borsa. Anche in questo caso l’annessa Retorica è quella del beneficio per il pianeta dovuto allo spostamento oltre l’atmosfera di infrastrutture voraci di acqua per raffreddamento e di energia per il funzionamento, risorse queste – freddo ed energia – disponibili gratis nello Spazio. Ma il non detto sottinteso è che i data center costituiranno pure un futuro potenziale business commerciale, ma in realtà sono anch’essi delle infrastrutture strategiche per il funzionamento dell’intera architettura spaziale di protezione missilistica, e quindi oggetto di altrettanto lucrosi appalti militari.

In estrema sintesi, l’AI orbitale trasforma il sistema di difesa missilistica tradizionale che si basa su «rilevamento-comunicazione-risposta» con satelliti in orbita e centri di comando e controllo a terra, in un sistema del tutto nuovo basato su «rilevamento-reazione-risposta» autonomo e interamente spaziale. Questo è il Golden Dome. Spostare tutto il sistema di allerta, rilevamento e risposta nello Spazio riduce il tempo di reazione da minuti a secondi; ecco perché i data center spaziali sono l’unica architettura computazionale compatibile con questa velocità operativa.

In sintesi, Marte può attendere, Wall Street e (soprattutto) il Pentagono invece no. Elon Musk, grazie ai suoi indubbi successi tecnici, vende una visione del futuro così forte e convincente da spingere gli investitori a perdonargli cose che non verrebbero permesse a nessun altro – come per esempio un prospetto informativo per la quotazione di borsa che assomiglia a un libro di fantascienza.

Così come appaiono futuribili, e finanziariamente enormi, le previsioni di mercato che SpaceX ipotizza: 28.500 miliardi di dollari di cui 1.600 miliardi grazie a Starlink (che oggi genera ricavi per 4,4 miliardi), e 26.500 miliardi nell’ai con servizi dallo Spazio.

Qui la narrazione esageratamente ampia dei dati economici è funzionale a comunicare che l’azienda non punta a un mercato esistente ma a uno che ancora non c’è, e che prenderà forma concreta proprio grazie all’intrapresa industriale dell’iniziativa stessa. Logico quindi che i sogni di salvezza multiplanetaria restino sullo sfondo; essi sono rinviati perché la funzione escatologica del pianeta rosso non è un progetto commerciale, ma una missione di salvezza della specie. E se questa Retorica eleva il discorso al di fuori della portata della critica ordinaria, ciò non funziona proprio (né potrebbe funzionare) con il mercato finanziario.

Volendo trarre delle conclusioni, si potrebbe riassumere che la narrativa dello Spazio, e di Marte in particolare, di Elon Musk rappresenta uno dei più sofisticati esempi di Retorica contemporanea incentrata su un’idea visionaria extraterrestre, che viene sapientemente applicata alla raccolta di capitali, al lobbying politico e alla costruzione di un consenso pubblico globale, indipendentemente poi dal fatto che su Marte ci si arrivi in tempi ragionevoli. Infatti, il sogno marziano viene ex abrupto messo da parte nel momento in cui la Geopolitica terrestre detta vincoli e limiti.

Tratto da “Tra spazio e terra. Retorica e politica della corsa alla Luna” (Paesi edizioni), di Marcello Spagnulo, 18 euro, 144 pagine.

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