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Le dimissioni di Lagarde negano a Le Pen di scegliere il prossimo presidente della Bce

30 October 2026 at 03:45

Le dimissioni anticipate di Christine Lagarde dalla Banca centrale europea offrono a Emmanuel Macron un vantaggio politico prezioso: la possibilità di partecipare alla scelta del prossimo presidente della Bce prima che le elezioni francesi del 2027 portino eventualmente Marine Le Pen all’Eliseo. Lagarde lascerà Francoforte il 7 febbraio, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha già avviato la procedura per la successione. I governi dell’eurozona puntano a raggiungere un accordo entro la fine dell’anno, forse già al vertice di Bruxelles del 17 e 18 dicembre. Macron, che non potrà ricandidarsi dopo due mandati consecutivi, avrà così voce in capitolo sulla nomina di chi guiderà la politica monetaria europea fino al 2035. Se Lagarde fosse rimasta fino al 31 ottobre 2027, quella scelta sarebbe spettata anche al suo successore all’Eliseo, potenzialmente la leader del Rassemblement National, in testa ai sondaggi.

Le prime avvisaglie erano arrivate a febbraio, quando François Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France e membro del Consiglio direttivo della Bce, aveva annunciato le dimissioni con oltre un anno di anticipo, motivandole con ragioni personali e negando pressioni politiche. E già otto mesi fa il Financial Times aveva riferito che anche Lagarde stava valutando un’uscita anticipata per consentire a Macron e al cancelliere tedesco Friedrich Merz di orientare la scelta del suo successore prima delle presidenziali francesi. La Bce aveva allora precisato che nessuna decisione era stata presa nella più tradizionale delle smentite di rito. 

Macron avrà voce in capitolo, ma non l’ultima parola. A scegliere il presidente della Bce saranno i leader dei ventuno Paesi Ue che possiedono la moneta unica.. Non serve l’unanimità: bastano sedici Stati che rappresentino almeno il 65 per cento della popolazione. La Francia ha bisogno di una presidenza benevola perché è diventata una delle principali fonti di instabilità finanziaria dell’eurozona. Il 22 ottobre il rendimento dei titoli di Stato decennali francesi ha raggiunto il 5,14 per cento, il livello più alto dal luglio 2002. Lo spread rispetto ai Bund tedeschi ha superato i 170 punti base, tornando sui valori della crisi dei debiti sovrani del 2011. Le difficoltà nel contenere il deficit pubblico si accompagnano all’incertezza sulla tenuta politica del Paese. Per gli investitori è ormai un rischio concreto la prospettiva di un governo ostile alle regole europee. Tradotto: Le Pen.

Il prossimo presidente della Bce potrebbe quindi trovarsi a gestire una crisi del debito francese  con un bazooka di cui dispone dal 2022, il Transmission Protection Instrument, che consente di intervenire quando le tensioni sui mercati obbligazionari compromettono il funzionamento della politica monetaria. La sua attivazione è però subordinata a condizioni precise. Se un futuro governo francese entrasse in conflitto con Bruxelles sui conti pubblici, la Bce dovrebbe valutare quanto dell’aumento dei rendimenti dipenda da dinamiche di mercato ingiustificate e quanto dalle scelte di Parigi. Una decisione delicatissima, nella quale il peso del presidente conterebbe molto.

La successione a Lagarde si intreccia con altre due nomine. Il 3 gennaio 2027 Isabel Schnabel lascerà il Comitato esecutivo per trasferirsi al Fondo monetario internazionale, mentre il 31 maggio scadrà il mandato del capo economista Philip Lane. Tre incarichi da distribuire nel giro di pochi mesi, con la possibilità per i governi di negoziare un accordo complessivo. La corsa alla presidenza si concentra, per ora, su due nomi: l’olandese Klaas Knot, ex governatore della banca centrale dei Paesi Bassi, e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos, già alla guida del Banco de España e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Entrambi sostenuti dai rispettivi governi, hanno attirato l’attenzione del cancelliere tedesco Merz, che ha programmato incontri con i due candidati. Knot, un tempo tra i critici più severi delle politiche espansive di Mario Draghi, ha acquisito negli anni una reputazione di pragmatico. Hernández de Cos è considerato più moderato e particolarmente abile nel costruire consenso.

Secondo Reuters, Macron sarebbe disposto a sostenere Knot in cambio dell’incarico di capo economista per un candidato francese. Tra i nomi circolano Agnès Bénassy-Quéré, vicegovernatrice della Banque de France, e Laurence Boone, ex capo economista dell’Ocse. Berlino, invece, sembra aver ridimensionato le ambizioni del presidente della Bundesbank Joachim Nagel, inizialmente tra i favoriti, per puntare al posto lasciato da Schnabel. Resta la possibilità di un candidato di compromesso, come François Villeroy de Galhau, ex governatore della banca centrale francese, indicato dal centro studi monetario OMFIF come possibile soluzione in caso di stallo. L’Italia, almeno per ora, è fuori dalla corsa: il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha dichiarato che Roma non ha un proprio candidato. Nessuna possibilità, invece, di un ritorno di Mario Draghi, che ha già esaurito il mandato di otto anni, non rinnovabile per disposizione dei trattati europei.

Lagarde conosce bene questo terreno. Il risultato più importante dei suoi sette anni a Francoforte riguarda proprio la capacità di impedire che una crisi economica diventi una crisi di fiducia nell’euro. Durante la pandemia la Bce varò un programma straordinario di acquisti di titoli, il Pepp, la cui dotazione massima venne portata a 1.850 miliardi di euro. La flessibilità degli interventi contribuì a contenere le tensioni sui debiti pubblici, soprattutto nei Paesi più esposti come l’Italia.

Quel successo arrivò dopo uno degli errori più noti della sua presidenza. Il 12 marzo 2020, durante una conferenza stampa, Lagarde dichiarò che la Bce non era lì per «chiudere gli spread», provocando una brusca reazione dei mercati. Dopo gli anni del «whatever it takes» di Mario Draghi, quelle parole sembrarono mettere in discussione la disponibilità della banca centrale a difendere l’integrità dell’euro. Lagarde dovette correggere rapidamente il messaggio. Nei mesi successivi, gli interventi della Bce avrebbero smentito la sua prima dichiarazione.

Arrivata a Francoforte nel novembre 2019 senza precedenti esperienze alla guida di una banca centrale, Lagarde ha dimostrato soprattutto capacità di mediazione. L’ex ministra delle Finanze francese è riuscita a ricucire alcune delle divisioni interne al Consiglio direttivo, l’organo che decide la politica monetaria dell’eurozona e riunisce i sei membri del Comitato esecutivo della Bce e i governatori delle banche centrali dei ventuno Paesi che adottano l’euro. Un confronto spesso difficile, soprattutto tra i rappresentanti del Nord Europa, più rigorosi sull’inflazione, e quelli favorevoli a politiche monetarie più accomodanti. Lagarde ha saputo trovare compromessi e costruire consenso, una qualità che le ha permesso di guidare l’istituzione attraverso crisi eccezionali.

Più controverso è il bilancio sulla gestione dell’inflazione. La Bce ha tardato a riconoscere la persistenza delle pressioni sui prezzi emerse nel 2021 e ha aumentato i tassi per la prima volta soltanto nel luglio 2022, quando l’inflazione aveva già superato ampiamente l’obiettivo del 2 per cento previsto dai trattari Ue. Nell’ottobre successivo ha raggiunto il 10,6 per cento. L’invasione russa dell’Ucraina e l’impennata dei prezzi energetici erano fattori fuori dal controllo di Francoforte, ma il ritardo nella risposta ha costretto la banca centrale a una stretta particolarmente aggressiva.

In poco più di un anno la Bce ha alzato i tassi per dieci volte consecutive, portando quello sui depositi dal meno 0,50 al 4 per cento. Il credito è diventato rapidamente più caro per famiglie e imprese, mentre l’economia europea faticava a crescere. Con il rallentamento dell’inflazione, Francoforte ha avviato i tagli nel giugno 2024, riportando il tasso sui depositi al 2 per cento un anno dopo. Lagarde è riuscita a contenere l’aumento dei prezzi senza provocare una recessione generalizzata, ma il ritardo iniziale resta uno dei principali punti deboli della sua presidenza.

Gli ultimi mesi hanno riaperto il problema. Il nuovo shock energetico legato al conflitto in Medio Oriente ha spinto l’inflazione dell’eurozona al 3,8 per cento in settembre, mentre per il 2026 è prevista una crescita di appena lo 0,9 per cento. La Bce ha già riportato il tasso sui depositi al 2,50 per cento e si trova nuovamente a dover frenare i prezzi senza compromettere un’economia fragile. Lagarde si prepara così a lasciare un’istituzione più attrezzata ad affrontare le crisi finanziarie, ma ancora alle prese con il difficile equilibrio tra stabilità monetaria e crescita.

L’uscita anticipata potrebbe aprirle anche nuove prospettive. Secondo alcune indiscrezioni, il World Economic Forum sta valutando di affidarle la presidenza e potrebbe decidere già a novembre. Libera dai vincoli del suo incarico a Francoforte, Lagarde avrebbe maggiore spazio per intervenire nel dibattito politico francese ed europeo. Ha escluso una candidatura all’Eliseo, ma ha più volte rivendicato le proprie convinzioni europeiste. Sullo sfondo resta anche l’ipotesi, al momento fantapolitica, di una futura corsa alla presidenza della Commissione europea dopo le elezioni del 2029.

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Il successo di Anthropic non garantisce guadagni a chi comprerà le sue azioni

28 October 2026 at 03:45

Anthropic si prepara a chiedere a Wall Street di finanziare la sua corsa all’intelligenza artificiale, conservando però il controllo delle decisioni nelle mani dei fondatori. La società americana che sviluppa Claude, il principale concorrente di ChatGpt, ha depositato il prospetto per entrare al Nasdaq. Il debutto è previsto a novembre e potrebbe essere una delle quotazioni più importanti nella storia della Borsa americana. Secondo il Financial Times, Anthropic potrebbe raggiungere una valutazione compresa fra 1.500 e 1.750 miliardi di dollari, poco meno degli 1.770 miliardi con cui SpaceX è entrata a Wall Street lo scorso giugno. Per avere un termine di paragone, nel 2025 le società quotate negli Stati Uniti hanno raccolto in media circa 227 milioni di dollari ciascuna. Non è detto però che superi il record di SpaceX per il capitale raccolto: dipenderà dal numero di azioni offerte e dal loro prezzo, dettagli ancora sconosciuti. Potrebbe quindi diventare una delle società più preziose di Wall Street senza realizzare una delle maggiori raccolte di sempre.

In ogni caso, chi acquisterà le azioni dovrà accettare una condizione particolare: i sette fondatori, tra cui l’amministratore delegato Dario Amodei e sua sorella Daniela, presidente della società, manterranno insieme il 50,1 per cento dei diritti di voto anche dopo la quotazione, conservando così il controllo sulle principali decisioni societarie. E un organismo indipendente, il Long-Term Benefit Trust, avrà il potere di nominare la maggioranza del consiglio di amministrazione. È il risultato della struttura giuridica scelta da Anthropic, una public benefit corporation, che permette di considerare obiettivi di interesse pubblico accanto agli interessi degli azionisti. La sicurezza dei modelli potrebbe dunque prevalere sulle esigenze di rendimento degli investitori, anche quando questi ultimi avranno messo sul tavolo miliardi di dollari.

Il confine è sottile tra la volontà di proteggere una società cruciale dalle pressioni degli azionisti e il rischio di mandare un pessimo segnale all’intera industria dell’intelligenza artificiale. Finora il settore ha vissuto di grandi aspettative, alimentate dalla convinzione che questa tecnologia avrebbe trasformato l’economia mondiale. Ora comincia la fase meno spettacolare, quella in cui bisogna dimostrare che i ricavi bastano a ripagare gli investimenti. I laboratori sviluppano modelli sempre più avanzati, ma per farli funzionare hanno bisogno di enormi quantità di potenza di calcolo, che costa moltissimo. 

Nel frattempo, le aziende che producono i chip e quelle che gestiscono i grandi centri di elaborazione dati hanno cominciato a finanziare direttamente o indirettamente i propri clienti. Amazon e Google, per esempio, investono miliardi in Anthropic, ma guadagnano anche vendendole la potenza di calcolo necessaria a far funzionare Claude. Inoltre, insieme a Microsoft, distribuiscono i suoi modelli attraverso le proprie piattaforme cloud, trattenendo una parte degli incassi. Secondo il prospetto, quasi la metà dei ricavi di Anthropic nel primo semestre del 2026 proveniva proprio da queste vendite. Nel frattempo, le spese commerciali e per le partnership sono passate dal 10 al 19 per cento del fatturato in un anno. Anthropic dipende quindi da aziende che la finanziano, ma che incassano anche una parte del denaro che spende e dei ricavi che genera. Un intreccio che rende più difficile capire quanto della crescita del settore derivi dalla domanda dei clienti e quanto sia sostenuto dagli investimenti reciproci delle aziende.

Per ridurre la dipendenza dai grandi fornitori cloud, Anthropic ha cominciato ad acquistare direttamente processori da installare in centri di elaborazione dati in affitto. Una strategia che potrebbe ridurre i costi nel lungo periodo, ma richiede investimenti enormi. A dare un’idea delle cifre in gioco è un accordo annunciato proprio il giorno della presentazione del prospetto. Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley e il gruppo di investimenti Blackstone hanno organizzato un finanziamento da 63 miliardi di dollari per acquistare chip progettati da Broadcom e destinati ad Anthropic. In questo caso, una società creata appositamente comprerà i processori e li affitterà al laboratorio, che li pagherà nel corso degli anni. Broadcom garantirà ai finanziatori una parte del loro valore nel caso in cui si svalutassero. Le prime consegne sono previste nel 2027.

Accordi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti nell’industria dell’intelligenza artificiale. Secondo uno studio pubblicato il 21 ottobre dal London Stock Exchange Group, il gruppo finanziario che controlla la Borsa di Londra, i produttori di chip stanno aiutando le aziende clienti a finanziare i propri acquisti, per esempio garantendo i prestiti concessi dalle banche. Finché le vendite aumentano, il sistema conviene a tutti. Ma se la domanda di intelligenza artificiale dovesse rallentare, alcune aziende potrebbero non guadagnare abbastanza per ripagare i finanziamenti. A quel punto anche i fornitori rischierebbero di perdere denaro, oltre a vendere meno prodotti. Lo studio richiama il precedente delle telecomunicazioni alla fine degli anni Novanta, quando le aziende investirono enormi somme per costruire le reti necessarie alla diffusione di internet. La tecnologia ebbe successo, ma inizialmente i ricavi furono insufficienti a ripagare molti di quegli investimenti e numerosi azionisti persero denaro.

Qualcosa di simile potrebbe accadere oggi. Secondo uno studio pubblicato da Gartner il 14 ottobre, oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti in chip e centri di elaborazione dati potrebbero rischiare di perdere valore entro il 2030. Il motivo è che le aziende stanno costruendo infrastrutture costose contando su una domanda futura che potrebbe non generare abbastanza ricavi per ripagarle. Gartner stima che, entro il 2030, servirebbero circa 8.500 miliardi di dollari di ricavi per recuperare gli investimenti previsti e ottenere un rendimento adeguato, mentre quelli attesi non superano i 3.600 miliardi.

Per il momento, almeno nel caso di Anthropic, la domanda non manca. Nel primo semestre del 2026 la società ha fatturato 16,3 miliardi di dollari, contro 1,2 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Come ha spiegato un interessante approfondimento dell’Economist, nel secondo trimestre ha registrato il suo primo utile operativo, pari a quasi un miliardo di dollari: per la prima volta, i ricavi di un trimestre hanno superato i costi necessari a gestire l’attività. Ma il ritmo di crescita sta già diminuendo: nel terzo trimestre il fatturato è aumentato del 45 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nel secondo trimestre era cresciuto del 145 per cento. Sono risultati ancora eccezionali, ma diventano meno rassicuranti per chi si prepara a comprare azioni a valutazioni così elevate.

Ma Anthropic deve anche difendersi da una concorrenza sempre più aggressiva. Claude Code, lo strumento per programmare con l’intelligenza artificiale che ha trainato la sua crescita, rischia di perdere terreno: secondo l’Economist, grandi clienti come Microsoft e Meta stanno spingendo i dipendenti verso soluzioni sviluppate internamente, mentre OpenAI avanza con Codex. Le imprese, inoltre, hanno cominciato a limitare le spese per questi servizi, mettendo sotto pressione i prezzi. Anthropic sta quindi cercando di ridurre i costi, con risultati notevoli. Secondo l’Economist, all’inizio del 2025 spendeva 251 dollari in potenza di calcolo ogni 100 incassati; nel secondo trimestre del 2026 ne bastavano 48. Ma il risparmio relativo non ferma l’aumento della spesa complessiva: servono sempre più risorse per sviluppare nuovi modelli e soddisfare la domanda. La società ha assunto impegni per infrastrutture superiori a 800 miliardi di dollari, con pagamenti previsti fino al 2045.

I soldi non mancano, per ora. A fine giugno Anthropic disponeva di oltre 131 miliardi di dollari fra liquidità e investimenti a breve termine. Il bilancio mostrava però una perdita di 80,7 miliardi, in gran parte dovuta all’aumento del valore di strumenti finanziari che gli investitori potranno convertire in azioni. Le regole contabili registrano questo aumento come una perdita per Anthropic, anche se il denaro non è uscito dalle sue casse. Nelle attività ordinarie, infatti, la società ha generato più liquidità di quanta ne abbia consumata.

C’è poi un’altra particolarità nei conti delle aziende che finanziano Anthropic. Come ha spiegato il Wall Street Journal, l’aumento del valore della società può produrre un guadagno per chi ci ha investito e, allo stesso tempo, una perdita contabile per Anthropic. Tradotto per chi non mastica economia: un investitore dà un miliardo di dollari ad Anthropic, ottenendo in cambio il diritto di ricevere azioni in futuro. Se la società cresce e quel diritto arriva a valere due miliardi, l’investitore può registrare un guadagno di un miliardo, anche senza aver incassato nulla. Per Anthropic succede il contrario: il valore di ciò che deve riconoscere all’investitore è aumentato di un miliardo e le regole contabili le impongono di registrarlo come una perdita, anche se quei soldi non sono usciti dalle sue casse.

In realtà le cifre sono molto più grandi. Nel primo semestre Amazon ha registrato circa 63 miliardi di dollari di guadagni dovuti all’aumento di valore delle sue partecipazioni in aziende private, soprattutto Anthropic. Quest’ultima, invece, ha presentato agli investitori anche un bilancio che esclude gran parte delle perdite legate alla rivalutazione dei finanziamenti ricevuti, mostrando così un utile netto rettificato di 2,7 miliardi di dollari. Facendo così, si rischia così di dare un’immagine dei profitti del settore più favorevole di quanto giustifichino i guadagni effettivamente realizzati.

Il prezzo della quotazione farà una grande differenza tra i vecchi e i nuovi azionisti. Chi ha investito in Anthropic nei primi anni ha comprato quote della società quando valeva molto meno e potrebbe guadagnare enormemente anche se il debutto in Borsa, l’offerta pubblica iniziale (IPO) avvenisse a una valutazione inferiore a quella sperata. Chi comprerà le azioni a novembre, invece, pagherà un prezzo che tiene già conto di aspettative molto alte. Anthropic prevede di raggiungere fra 190 e 200 miliardi di dollari di ricavi nel 2028. Ma anche se ci riuscisse, i nuovi azionisti non avrebbero la garanzia di guadagnare: molto dipenderà da quanto denaro resterà dopo aver pagato i costi necessari a sostenere questa crescita.

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Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla

22 October 2026 at 03:45

La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.

La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.

I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.

Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.

La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.

I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.

Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.

L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.

Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare. 

Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.

Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.

Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.

La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.

Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.

Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan. 

L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.

Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.

L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.

Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.

La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.

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Meta è arrivata alla frontiera dell’intelligenza artificiale, ma è diventata un Far West

16 October 2026 at 03:45

Meta è arrivata in ritardo nella corsa all’intelligenza artificiale, ma Mark Zuckerberg vuole recuperare il terreno perduto e conquistare il mercato degli assistenti personali. Dopo il passo falso di Llama 4, la famiglia di modelli di intelligenza artificiale lanciata nel 2025 che avrebbe dovuto sfidare OpenAI e Google, ma le cui prestazioni si sono rivelate inferiori alle aspettative, ha investito miliardi nei centri di calcolo, riorganizzato i laboratori di ricerca e assunto alcuni degli specialisti più contesi della Silicon Valley. Martedì ha presentato Muse Wonder, il nuovo modello con cui intende sfidare OpenAI e Anthropic. L’obiettivo è costruire un assistente capace di fare acquisti, prenotare viaggi e svolgere autonomamente attività su internet per conto degli utenti, trasformando Meta nell’intermediario di una parte crescente della loro vita digitale.

Zuckerberg vuole portare questa tecnologia anche fuori dagli smartphone: a settembre ha presentato Muse Charm, un piccolo dispositivo tascabile, dotato di schermo e connessione internet, che permetterà di interagire direttamente con l’assistente e che dovrebbe arrivare sul mercato entro dicembre. Il fondatore di Facebook ha detto al Financial Times che Muse Wonder «consentirà comportamenti molto più sofisticati, che si collocano alla frontiera di ciò che oggi viene realizzato nel campo dell’intelligenza artificiale». Ma conquistare la frontiera potrebbe essere più complicato del previsto perché è già diventato un Far West: gli agenti IA più avanzati si stanno rivelando sempre più difficili da controllare. 

Lo ha rivelato Anthropic, la società che sviluppa Claude, in una ricerca pubblicata il 12 ottobre. Secondo i ricercatori William Zhou e Daniel Freeman, entro pochi mesi potrebbero comparire agenti di intelligenza artificiale capaci di diffondersi autonomamente su internet, entrando nei dispositivi connessi alla rete, installando copie di sé stessi e ripetendo l’operazione su altre macchine. Per capire quanto sia vicino questo scenario, i ricercatori hanno collegato quindici piccoli dispositivi Android TV da circa 55 dollari ciascuno, facendo svolgere a ognuno una parte del lavoro normalmente affidato a un computer più potente. Il sistema riusciva a funzionare, ma rispondeva lentamente perché i dispositivi dovevano scambiarsi continuamente informazioni. La prova ha comunque mostrato che un modello complesso può essere eseguito anche senza i costosi computer dei grandi centri di calcolo.

Nel secondo esperimento, un modello più avanzato ha guidato l’installazione di un programma di intelligenza artificiale su otto computer collegati tra loro. La prova si è svolta però in una rete separata da internet, preparata dai ricercatori per facilitare l’operazione: i computer erano accessibili senza le normali password e il modello che dirigeva il processo funzionava su un server esterno. Nessuno dei due esperimenti ha quindi prodotto un agente capace di diffondersi liberamente su internet. Oggi i modelli abbastanza piccoli da funzionare su dispositivi economici commettono ancora troppi errori per riuscire a trovare altri computer, accedervi e installarsi autonomamente. Quelli capaci di affrontare queste operazioni hanno invece bisogno di macchine più potenti. Anthropic ritiene che questa distanza possa ridursi entro la fine del 2026 perché i modelli più piccoli stanno diventando rapidamente più capaci. Una previsione preoccupante che però dovrà essere verificata fuori dalle condizioni facilitate degli esperimenti.

Gli agenti artificiali hanno già mostrato di poter superare i limiti imposti dai loro sviluppatori, anche senza possedere le capacità di replicazione studiate da Anthropic. Il 9 ottobre la società aveva pubblicato un altro rapporto, dedicato a una serie di incidenti scoperti durante le prove dei modelli Claude e il loro utilizzo interno. Uno degli episodi più significativi ha coinvolto il dipartimento di polizia di Philadelphia. Claude Haiku 4.5 stava eseguendo una dimostrazione su alcune pagine internet scelte casualmente quando ha trovato un sito dedicato a un omicidio irrisolto. La pagina conteneva un modulo attraverso il quale eventuali testimoni potevano inviare informazioni agli investigatori. Il modello lo ha compilato inventando di aver visto una persona sospetta nei pressi del luogo del delitto e ha spedito la segnalazione. Per fortuna il messaggio è stato riconosciuto come spam e non è arrivato agli investigatori. 

Secondo Anthropic, il modello stava cercando di produrre un esempio coerente con il compito ricevuto, senza mostrare una volontà deliberata di ingannare la polizia. Resta il fatto che una testimonianza inventata è stata effettivamente inviata. A preoccupare è anche la cronologia: la falsa segnalazione era stata inviata il 18 luglio, ma Anthropic ha scoperto l’accaduto soltanto il 28 settembre e ha informato la polizia di Philadelphia l’8 ottobre, quasi tre mesi dopo l’incidente.

In un altro esperimento, Claude Mythos Preview doveva utilizzare uno strumento disponibile sul sito di un’università per completare un calcolo scientifico. Il servizio ha restituito un errore e il modello ha cominciato a cercare un modo alternativo per svolgere il lavoro. Esaminando il sito, ha trovato un programma che permetteva di leggere file conservati sul server dell’università. Lo ha utilizzato per ottenere il codice del programma stesso, nel quale ha individuato un difetto di sicurezza. Sfruttando quella falla, è riuscito a eseguire direttamente sul server i comandi necessari al calcolo. Il compito è stato completato, ma attraverso un accesso che non era stato previsto dagli sviluppatori.

La tendenza a cercare soluzioni alternative è una delle caratteristiche più apprezzate e temute degli agenti avanzati. Un assistente capace di risolvere problemi deve saper affrontare anche gli imprevisti, senza fermarsi ogni volta che un servizio non funziona come dovrebbe. Il problema nasce quando il sistema considera una restrizione di sicurezza alla stregua di un inconveniente tecnico. Durante l’addestramento, i modelli vengono premiati per la capacità di raggiungere un risultato e possono imparare che aggirare un ostacolo è una strategia efficace. Anthropic ha riconosciuto che le istruzioni impartite agli agenti non sono ancora sufficienti a impedire questi comportamenti. Ha quindi deciso di sospendere l’accesso diretto a internet durante tutte le proprie valutazioni interne, fino a quando non avrà verificato l’efficacia dei nuovi sistemi di controllo.

Per Meta la questione è particolarmente delicata perché una delle principali innovazioni annunciate con Muse Wonder consiste proprio nella capacità di continuare a lavorare quando un’attività diventa difficile. La società l’ha chiamata Active Focus: il modello prova altre soluzioni, corregge gli errori e cerca di completare il compito ricevuto. Un’altra funzione, Active Memory, gli permette di ricordare informazioni importanti emerse nelle conversazioni precedenti e di recuperarle quando possono essere utili. Meta sostiene di aver addestrato Muse Wonder a chiedere chiarimenti quando necessario e a consultare l’utente prima delle decisioni più importanti, sarà però l’impiego quotidiano a mostrare quanto siano affidabili queste protezioni. Rimanendo ottimisti, per ora, bisogna notare che le ricerche di Anthropic riguardano modelli differenti, sottoposti spesso a condizioni sperimentali particolari. Non è detto che Muse Wonder presenti le stesse vulnerabilità.

Il controllo degli agenti riguarda anche le informazioni alle quali viene concesso loro di accedere. Il 25 settembre OpenAI ha riconosciuto che alcuni suoi sistemi avevano pubblicato su servizi esterni 53 immagini provenienti da utenti ChatGPT. La società non ha chiarito se si trattasse di fotografie di persone reali o di immagini generate artificialmente, né quando fossero state diffuse. Gli agenti avevano potuto raggiungere quei contenuti attraverso dati utilizzati per una parte dell’addestramento, sottoposti preventivamente a procedure di anonimizzazione. 

La quantità di informazioni necessarie al funzionamento di un assistente personale rende anche questi precedenti importanti per la società di Zuckerberg. Muse dovrà conoscere le preferenze dell’utente e poter consultare documenti, messaggi e calendari per svolgere le attività richieste. Se gli venissero affidate operazioni finanziarie, potrebbe entrare in contatto con informazioni ancora più sensibili. Meta ha promesso che le conversazioni con Muse non saranno utilizzate dai propri sistemi pubblicitari e ha annunciato una nuova tecnologia, Muse Confidential VM, che dovrebbe rendere i dati inaccessibili persino all’azienda. La funzione deve ancora essere distribuita e le garanzie effettive dipenderanno dalla sua realizzazione. 

Il tema è abbastanza delicato per Meta visti i precedenti di Cambridge Analytica e dei Facebook Files, quest’ultimi al centro di The Social Reckoning. Il film di Aaron Sorkin non ha colpito particolarmente l’immagine del fondatore di Facebook che nel frattempo ha abbandonato la maschera robotica degli ultimi anni, ma rimangono precedenti meno mediatici che catturano maggiormente l’attenzione degli investitori. Come l’accordo raggiunto nell’agosto 2026 con 47 Stati americani, tra cui California, New York, Illinois e Pennsylvania, oltre al District of Columbia e ad alcuni territori statunitensi. Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari per chiudere il contenzioso sulle presunte pratiche che avrebbero favorito la dipendenza dei minori da Facebook e Instagram, continuando a negare ogni responsabilità.

I precedenti pesano sulla credibilità di Meta, ora intenzionata a convincere le persone ad affidare al suo assistente informazioni sempre più private. Ma i primi incidenti legati a Muse rischiano di riaprire proprio la questione della fiducia. A settembre Jason Aten, giornalista tecnologico della rivista Inc., ha denunciato che l’assistente aveva consultato messaggi privati conservati sul suo Mac senza che avesse autorizzato quell’accesso. Meta ha contestato la ricostruzione, sostenendo che Muse può leggere i messaggi soltanto dopo aver ricevuto specifici permessi dall’utente. Il caso ha contribuito a spingere Apple ad annunciare modifiche al sistema di autorizzazioni dei Mac, per rendere più evidente quando un agente artificiale chiede accesso ai dati personali.

Un episodio ancora più inquietante ha coinvolto Matt Robb, un recensore tecnologico di Toronto, che aveva incaricato Muse di rispondere agli interessati a un oggetto messo in vendita su Facebook Marketplace. L’assistente ha accettato un’offerta, comunicato al potenziale acquirente l’indirizzo di casa di Robb e organizzato un incontro senza avvertirlo. L’uomo si è ritrovato uno sconosciuto alla porta. Solo successivamente ha scoperto di avere selezionato un’opzione che permetteva all’agente di agire senza chiedere ogni volta conferma. Meta ha sostenuto che Muse aveva rispettato le autorizzazioni ricevute. Il caso mostra quanto possa diventare sottile la distinzione tra concedere a un assistente il permesso di svolgere un’attività e comprendere davvero fino a che punto potrà spingersi per completarla.

La questione preoccupa ormai anche le autorità finanziarie. Secondo un’inchiesta Reuters, la Federal Reserve e gli altri principali regolatori bancari americani stanno chiedendo agli istituti quali poteri concedano agli agenti IA impiegati nella difesa informatica, chi ne controlli le decisioni e soprattutto come possano essere fermati. Un sistema incaricato di contrastare un attacco potrebbe infatti bloccare per errore servizi essenziali. In Europa, la Bank of England sollecita le banche a preparare infrastrutture indipendenti per riprendere le operazioni dopo un incidente, mentre la BCE ha fissato alla fine di ottobre il termine per presentare piani contro le minacce informatiche potenziate dall’intelligenza artificiale. Il timore è che un attacco o un agente fuori controllo possa impedire ai clienti di accedere ai conti e interrompere i pagamenti.

Non è l’unico problema: Meta deve dimostrare a Wall Street che i miliardi investiti per recuperare il ritardo su OpenAI e Anthropic possono trasformarsi in profitti. Per questo Zuckerberg ha cambiato strategia: dopo aver puntato sulla distribuzione relativamente aperta dei modelli Llama, ha deciso di mantenere proprietarie le versioni più avanzate di Muse Wonder e venderne l’accesso alle imprese. Per i consumatori è previsto un abbonamento premium fino a 200 dollari al mese. Il vantaggio di Meta è la possibilità di portare questi servizi direttamente agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp, senza dover costruire da zero una rete di distribuzione. Zuckerberg punta a fare di Muse l’assistente attraverso cui le persone svolgeranno attività oggi distribuite tra decine di applicazioni, assicurandosi una posizione privilegiata nel mercato dei servizi digitali.

Per riuscirci dovrà però ottenere anche la collaborazione delle aziende che controllano quei servizi. Amazon ha già impedito agli agenti Muse di effettuare acquisti sul proprio sito. Un assistente che cerca prodotti e completa ordini per conto degli utenti può sottrarre alle piattaforme commerciali una parte del controllo sulla relazione con i clienti. Meta dispone di un modello avanzato e di una grande rete di distribuzione, ma per svolgere determinate attività ha bisogno di autorizzazioni che altri operatori potrebbero non essere disposti a concedere. La diffusione degli agenti personali potrebbe quindi aprire un nuovo conflitto tra le grandi piattaforme tecnologiche, nel quale la capacità di controllare gli accessi ai servizi avrà un’importanza paragonabile a quella delle prestazioni dei modelli.

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