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L’Ucraina vende all’Europa le armi che sviluppa sul campo

29 October 2026 at 03:45

La Bundeswehr si prepara a comprare il Bars, un missile da crociera ucraino a basso costo già impiegato contro obiettivi in Russia. È il segnale di un cambio di paradigma: accanto alle armi sofisticate e costose, gli eserciti europei cercano sistemi producibili in massa, capaci di aumentare rapidamente la potenza di fuoco e mettere sotto pressione le difese avversarie.

La Germania si prepara a fare qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare: acquistare missili sviluppati in Ucraina per il proprio arsenale. Secondo il Financial Times, Berlino dovrebbe finalizzare nelle prossime settimane un accordo per una prima fornitura del Bars, un missile da crociera a propulsione a getto con una gittata fino a mille chilometri e una testata fino a 105 chilogrammi, a seconda della versione. La Bundeswehr lo sottoporrà a test tecnici all’inizio del 2027. Se le prove daranno risultati soddisfacenti, l’ordine potrebbe arrivare a diverse centinaia di esemplari.

La notizia va oltre il valore della singola commessa. A cambiare è il modo in cui la Germania pensa di costruire la propria capacità di attacco a lungo raggio: non più soltanto attraverso sistemi sofisticati, costosi e disponibili in quantità limitate, ma anche con armi relativamente economiche, producibili rapidamente e già sperimentate sul campo.

Il contrasto con i Tomahawk americani è evidente. Berlino ha avviato l’acquisizione di questi missili, il cui costo unitario è stimato tra i quattro e i sei milioni di dollari. Ma i prezzi elevati e i vincoli produttivi rendono difficile accumularne rapidamente grandi scorte: le consegne potrebbero slittare agli anni Trenta. Per questo la Germania sta cercando alternative da affiancare ai sistemi di fascia alta, non necessariamente da sostituire.

Oltre al Bars, il governo tedesco intende testare l’Anthem, prodotto dalla startup americana Covenant, che costerebbe circa un decimo di un Tomahawk. Il Bars sarebbe ancora meno costoso. L’obiettivo è disporre di armi differenti per costo e prestazioni, riservando i sistemi più sofisticati agli obiettivi strategici e utilizzando quelli più economici per aumentare il numero di attacchi possibili.

È una logica che riguarda anche il rapporto tra missili e difese aeree. Il capo dell’esercito tedesco, Christian Freuding, ha spiegato che sistemi di questo tipo permetteranno di colpire obiettivi fino a circa 1.500 chilometri di profondità in grandi quantità, saturando le difese avversarie. In uno scenario simile, la capacità di produrre e impiegare molti vettori diventa importante quanto le prestazioni del singolo missile.

Il cambiamento investe anche l’industria della difesa. Il Bars viene già prodotto in Germania da una joint venture ucraino-tedesca nata nell’ambito del programma «Build with Ukraine»: a ottobre, Kyjiv ha ricevuto i primi esemplari realizzati e finanziati in Germania. La nuova commessa, se confermata, estenderebbe la produzione alle esigenze della Bundeswehr. Sarebbe il primo caso noto di acquisto da parte dell’esercito tedesco di un’arma offensiva sviluppata in Ucraina.

Per Berlino significa anche sperimentare un modello di acquisizione diverso da quello tradizionale, dominato da grandi appaltatori e procedure lunghe. L’apertura a startup e produttori più piccoli, con test condotti mentre si definiscono i contratti, punta ad accorciare i tempi tra sviluppo, valutazione e ingresso in servizio.

Secondo documenti del ministero della Difesa tedesco citati da Politico ad agosto, il piano per costruire un nuovo arsenale di armi a lungo raggio potrebbe richiedere quasi 12 miliardi di euro, di cui 1,8 miliardi destinati ai missili da crociera. Le cifre rappresentano fabbisogni previsti, non necessariamente fondi già approvati. Tra i sistemi presi in considerazione figurano Bars, Flamingo, anch’esso ucraino, e Anthem.

Per l’Ucraina, intanto, si apre una prospettiva industriale nuova. La guerra ha costretto le sue aziende a sviluppare e perfezionare armi in condizioni operative reali, mentre la produzione all’estero consente di aumentare i volumi e ridurre l’esposizione agli attacchi russi. L’interesse non riguarda soltanto Berlino: anche Danimarca, Estonia e Lettonia hanno manifestato disponibilità ad acquistare armamenti ucraini, mentre l’esercito americano ha ordinato droni da ricognizione Raybird a una controllata statunitense della società ucraina Skyeton.

Il risultato è un mercato europeo in cui l’esperienza maturata sul fronte ucraino diventa un possibile vantaggio competitivo. La Germania non rinuncia ai missili americani né ai sistemi avanzati sviluppati con i partner europei. Cerca di affiancarvi armi più economiche e numerose. Perché la deterrenza non dipende soltanto dalla capacità di colpire lontano, ma anche dalla possibilità di farlo in quantità sufficienti e senza esaurire rapidamente le proprie scorte.

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La Germania si prepara a combattere nello spazio

27 October 2026 at 03:45

La Germania vuole prepararsi a combattere anche nello spazio. Non soltanto proteggendo i propri satelliti, ma sviluppando capacità per neutralizzare quelli avversari, comprese quelle che potrebbero portare alla loro distruzione fisica. La svolta è stata annunciata il 21 ottobre da Holger Neumann, comandante della Luftwaffe, durante un simposio sulla sicurezza spaziale a Ottobrunn, in Baviera. «La Nato è un’alleanza difensiva. Ma se veniamo attaccati, risponderemo», ha dichiarato il generale, anticipando la costruzione di una componente militare dedicata alle operazioni nello spazio.

Non sarà una forza armata autonoma sul modello della Space Force statunitense. Le nuove unità saranno integrate nella Luftwaffe e avranno un organico previsto di almeno mille militari. I primi sette sono già in formazione per operare satelliti, mentre un’altra unità dovrà garantire la possibilità di lanciare nuovi dispositivi in orbita con tempi di preavviso ridotti. L’obiettivo è trasformare lo spazio da infrastruttura da proteggere a dominio nel quale poter esercitare una capacità di risposta militare. Una scelta che riflette la crescente dipendenza delle forze armate da satelliti per comunicazioni, navigazione, ricognizione e raccolta di informazioni, ma anche la vulnerabilità di questi sistemi alle attività di potenze rivali.

La Russia e la vulnerabilità dei satelliti
Il contesto è quello di una competizione spaziale sempre più concreta. Nei giorni precedenti all’annuncio tedesco, il satellite militare russo Kosmos 2612 aveva compiuto una serie di manovre per avvicinarsi a Iceye-X36, un satellite radar commerciale gestito dalla filiale statunitense dell’azienda finlandese Iceye. La società fornisce immagini satellitari utilizzate dall’Ucraina per le proprie esigenze militari. Secondo le ricostruzioni diffuse da LeoLabs, società specializzata nel monitoraggio delle orbite, il satellite russo si è portato a poche centinaia di metri da quello commerciale, dopo averne seguito la traiettoria e averne ridotto progressivamente la distanza. Alcune stime hanno indicato un avvicinamento ancora più stretto. Il satellite russo ha poi cominciato ad allontanarsi.

Le intenzioni di Mosca non sono state chiarite. Le manovre potrebbero essere servite a raccogliere informazioni sul sistema occidentale o a studiare le possibilità di interferire con le sue operazioni. Non risultano prove di una collisione o di un danneggiamento. Ma l’episodio mostra come un satellite possa essere avvicinato deliberatamente da un altro dispositivo, trasformando un’infrastruttura commerciale in un potenziale obiettivo strategico.

È in questo scenario che le dichiarazioni tedesche acquistano significato. Berlino non ha indicato l’episodio russo come causa diretta del nuovo programma, ma considera sempre più urgente la capacità di proteggere le proprie risorse orbitali e di reagire a eventuali attacchi.

Le nuove capacità offensive
Al centro del programma tedesco c’è Gismo, acronimo di German Inspector Satellite for Multiple Operations. Si tratta di una piattaforma sperimentale destinata a testare tecnologie e addestrare il personale. La Luftwaffe punta a ricevere il primo sistema entro la fine del 2027, anche se molti dettagli restano riservati. Neumann non ha escluso l’impiego di capacità cinetiche, cioè interventi in grado di distruggere fisicamente un satellite attraverso un impatto. «Stiamo valutando tutte le possibilità», ha spiegato. Le opzioni considerate comprendono anche azioni contro le stazioni terrestri e le reti di trasmissione dei dati, oltre a operazioni cibernetiche e interferenze elettromagnetiche.

La strategia non si limita quindi allo sviluppo di satelliti capaci di ispezionare quelli altrui. L’obiettivo è disporre di strumenti per intervenire contro i sistemi avversari, mantenendo aperte diverse possibilità operative. Il comando spaziale della Bundeswehr, con sede a Uedem, avrà un ruolo centrale nel costruire queste capacità.

Trentacinque miliardi entro il 2030
Il rafforzamento militare sarà accompagnato da investimenti ingenti. Il governo tedesco prevede di destinare circa 35 miliardi di euro entro il 2030 alla sicurezza spaziale militare e alle relative infrastrutture. La cifra comprende lo sviluppo delle capacità operative, il rafforzamento dei sistemi satellitari e l’architettura necessaria a garantirne la continuità anche in caso di attacco. Un elemento importante è la possibilità di rimpiazzare rapidamente i satelliti persi o resi inutilizzabili. Per questo il ministero della Difesa sta negoziando contratti con fornitori di servizi di lancio, prenotando capacità prima ancora di aver definito quali dispositivi verranno messi in orbita. Berlino discute inoltre con la Norvegia sull’eventuale impiego militare dello spazioporto di Andøya.

La rapidità di sostituzione è una componente essenziale della deterrenza: un avversario dovrebbe sapere che la distruzione di un satellite non comporterebbe necessariamente la perdita duratura della capacità che quel dispositivo garantisce. Per la Bundeswehr, disporre di lanci flessibili e di sistemi sostitutivi significa ridurre la possibilità che un singolo attacco comprometta intere operazioni militari.

La Germania si prepara così a una competizione nella quale la superiorità tecnologica non dipenderà soltanto dal numero di satelliti disponibili, ma anche dalla capacità di proteggerli, ripristinarli e, se necessario, contrastare quelli avversari. Resta una questione decisiva: dove si collocherà la soglia tra deterrenza e attacco? Berlino ha dichiarato di voler sviluppare un ventaglio di opzioni offensive, senza precisare in quali circostanze sarebbe pronta a impiegarle. Nello spazio, dove un’interferenza può essere difficile da attribuire e un’azione ostile può essere presentata come un incidente, la credibilità della risposta dipenderà anche dalla chiarezza delle regole. La nuova strategia tedesca rende esplicita l’ambizione di poter combattere in orbita. Le linee rosse, per ora, restano da definire.

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La Germania cerca droni «stupidi» per testare i propri elicotteri

19 October 2026 at 03:45

La Germania cerca sei droni-bersaglio per mettere alla prova i propri elicotteri contro una minaccia diventata centrale nei conflitti contemporanei: i velivoli d’attacco senza pilota, relativamente economici e difficili da intercettare, come gli Shahed-136 impiegati dalla Russia contro l’Ucraina.

Come rivelato dal giornalista investigativo Florian Flade, il Planungsamt der Bundeswehr, l’ufficio di pianificazione delle forze armate tedesche, ha pubblicato una gara per l’acquisto di sei bersagli volanti nell’ambito della procedura VA965. L’obiettivo è verificare l’efficacia degli armamenti installati sugli elicotteri da trasporto e da combattimento contro droni a lungo raggio.

I requisiti tecnici sono piuttosto specifici. I bersagli dovranno avere un’apertura alare compresa tra due e tre metri e mezzo, volare a una quota tra circa 90 e 610 metri e raggiungere una velocità compresa tra 167 e 222 chilometri orari. L’autonomia minima richiesta è di trenta minuti.

Non dovranno essere sofisticati sistemi autonomi da combattimento: dovranno soprattutto riprodurre le caratteristiche di volo di una minaccia credibile. Da qui l’idea dei droni «stupidi»: bersagli sacrificabili, progettati per essere inseguiti, colpiti e abbattuti durante le esercitazioni.

Il bando prevede almeno sei sessioni di tiro e la valutazione dei colpi, in tempo reale oppure dopo il recupero dei bersagli. Almeno una prova dovrà dimostrare che l’effetto delle armi sia sufficiente a provocare la caduta del velivolo senza che il sistema di valutazione attivi un paracadute.

La sicurezza è un requisito essenziale: anche se danneggiati dal fuoco, i bersagli non dovranno poter uscire dall’area di esercitazione. Un sistema di interruzione di emergenza dovrà garantirne la caduta entro i limiti fisici e tecnici.

La gara non dimostra che la Bundeswehr abbia già deciso di impiegare gli elicotteri come principale strumento di difesa contro gli Shahed. Indica però la volontà di verificare sul campo una possibile opzione per contrastare una minaccia che impone alle forze armate europee di trovare soluzioni efficaci anche sul piano dei costi.

Missili intercettori e sistemi di difesa aerea avanzati possono essere molto più costosi dei droni che devono neutralizzare. Testare gli armamenti già disponibili sugli elicotteri significa capire se possano offrire un’ulteriore possibilità d’intervento. La domanda, per la Germania, è semplice: quanto sono efficaci contro un bersaglio che vola come uno Shahed?

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