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Dal quantum allo spazio, l’Italia ha bisogno di investire sulla tecnologia. L’appello di Crosetto

16 October 2026 at 17:06

La tecnologia è ormai diventata stabilmente una componente cruciale del potere degli Stati e della loro sicurezza e, per l’Italia, questo significa dover mettere a sistema le competenze scientifiche e industriali e coltivare capacità autonome nei settori strategici. Questo il messaggio lanciato dal ministro della Difesa Guido Crosetto in occasione dell’inaugurazione del primo sistema quantistico in Italia, il supercomputer Volta B1.

“Il quantum non può essere considerato una singola tecnologia, deve essere visto come una nuova dimensione della politica industriale, della competitività nazionale e della sicurezza”, ha dichiarato il ministro. In questa ottica, il calcolo quantistico si inserisce in una trasformazione più ampia, che coinvolge la ricerca, l’industria e la difesa. “La tecnologia sta diventando una delle principali espressioni del potere degli Stati e il quantum si colloca al centro di questa trasformazione”, ha aggiunto, richiamando ambiti che vanno anche oltre i soli sistemi di calcolo e che includono anche sensoristica, comunicazioni, materiali, sicurezza e gestione dei modelli complessi.

Per la Difesa, ha spiegato Crosetto, queste tecnologie possono aprire nuove possibilità nella gestione delle informazioni, nelle comunicazioni e nello sviluppo di capacità operative. Il loro impatto richiederà però un coordinamento più stretto tra i soggetti che lavorano allo sviluppo e all’applicazione dell’innovazione scientifica. “Il quantum rende sempre meno sostenibili le tradizionali separazioni tra ricerca scientifica, innovazione industriale, sviluppo economico e anche sicurezza e difesa. Il futuro non rispetterà queste divisioni”. Ed è proprio nella frammentazione che Crosetto ravvisa uno dei principali problemi da affrontare. L’Italia, come è noto, dispone di competenze scientifiche e industriali nei settori più avanzati, ma manca ancora di un ecosistema in grado di creare sinergie strutturali di lungo periodo o, per dirla con le parole del ministro, “trasformare le proprie eccellenze in un sistema”. 

Il tema non riguarda solo la valorizzazione dei talenti e delle eccellenze nazionali – la cui fuga verso l’estero rimane comunque una delle maggiori criticità del Paese –, ma tocca da vicino anche i temi della sicurezza e della sovranità. Una condizione che lo stesso Crosetto ha ben sintetizzato: “Vogliamo essere un Paese che utilizza le tecnologie sviluppate altrove, oppure un Paese capace di contribuire a determinare l’evoluzione, l’applicazione e le regole?”. Il punto non è tanto quello di rincorrere la chimera della completa autarchia tecnologica, quanto più quello di mettere il Paese nella condizione di essere un contributore centrale nello sviluppo delle nuove tecnologie e, di conseguenza, anche della definizione delle regole che ne accompagneranno l’impiego. 

Da oggi, l’Italia fa il suo primo passo concreto nell’implementazione delle tecnologie quantistiche, confermandosi tra i Paesi che da subito ne hanno colto l’enorme potenziale. Ma, se il primo passo serve a partire, molti altri sono necessari per arrivare al traguardo. Lo sviluppo tecnologico continua a dimostrarsi una leva impareggiabile per la competitività dei Paesi e per la loro sicurezza – che si parli di quantum, robotica, spazio, batterie, IA ecc. –, e per questo, se l’Italia intende contare, non potrà fare a meno di impostare una seria discussione al riguardo. Una maggiore coordinazione tra i soggetti interessati, tanto pubblici quanto privati, resta la via maestra da perseguire sul piano organizzativo, ma il nodo centrale rimane quello delle risorse, senza le quali anche le migliori menti possono fare ben poco, se non portare le loro competenze altrove. Un patrimonio, quello della ricerca, da preservare, sostenere e incentivare e senza il quale il Paese rischierà sempre di trovarsi a rincorrere altri. Nelle parole di Crosetto: “La prima infrastruttura strategica di una nazione tecnologica non è la macchina, è il capitale umano capace di comprenderla, trasformarla e governarla”.

Stress test, così il G7 mette alla prova l’AI per evitare una crisi finanziaria

16 October 2026 at 15:48

Uno stress test per il settore finanziario. È quello che il G7 pensa di fare per verificare la pericolosità dell’intelligenza artificiale. A Bangkok, dove sono riuniti i ministri delle Finanze e i governatori delle banche centrali, è emersa la volontà di mettete a punto esercitazioni “teoriche” per capire fino a che punto possono stare tranquilli di fronte alle minacce rappresentate dagli agenti di AI di frontiera. L’obiettivo è studiare la risposta più efficace per difendersi.

A scriverlo è il Financial Times, secondo cui l’esercitazione potrebbe coinvolgere le banche. Come sottolinea il ministro delle Finanze olandese, “stiamo tutti fissando la stessa scatola nera. Vediamo i rischi, ma come affrontarli?”, si chiede Eelco Heinen. “Se pochi Paesi possiedono la tecnologia, ma il mondo interno può esserne vittima, la cooperazione internazionale è fondamentale. È proprio qui che risiede la preoccupazione”. L’idea arriva d’altronde in un momento topico. L’AI viene continuamente descritta come uno strumento rivoluzionario, ma a due facce. Quella negativa potrebbe comportare delle conseguenze ancora poco quantificabili, ma sicuramente drammatiche. Una di queste è che gli agenti di AI possano autonomamente impossessarsi di altri sistemi, sdoppiandosi ed infiltrandosi. Ad esempio, in una banca.

Lo afferma anche il Fondo Monetario Internazionale in un suo rapporto, in cui si legge che “gravi incidenti informatici potrebbero minare la fiducia del mercato e interrompere le infrastrutture e le operazioni critiche dei mercati finanziari”.

Se e quando i test partiranno, si potrà capire meglio a che livello sono le difese. Nel tempo si sono prese delle precauzioni e ci sono dei manuali di risposta già stilati. Ma il pericolo è cambiato, si presenta sotto forme diverse. Per cui bisogna vedere se il sistema architettato possa reggere all’urto. “La situazione può diventare davvero molto difficile”, ammette Caio Ferreia, vice presidente del reparto global markets analysis dell’Fmi. Non è solo una questione operativa. “La perdita di fiducia potrebbe di per sé rappresentare un evento sistemico”.

Resta da capire quando e come si svolgeranno le esercitazioni. Sicuramente il messaggio che invia il G7 è chiaro: con l’AI tutti devono fare i conti, perché nessuno ne è immune. C’è però un dettaglio, neanche troppo piccolo, sottolineato anche dal ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti. I grandi assenti al tavolo di Bangkok erano gli americani. “Il punto di partenza, sinceramente va detto, è che qui non è venuto Scott Bessent“, dice riferendosi al segretario del Tesoro. Al suo posto c’era un sottosegretario. “Evidentemente questo mette in una luce diversa sia le riunioni del G20 sia del G7, sia in qualche modo l’Fmi. Una situazione di grande incertezza, instabilità geopolitica con conseguenze economiche e finanziarie evidenti, con gli Stati Uniti un po’ protagonisti di tutto, che qua sono presenti in tono minore”. In sintesi, conclude Giorgetti, ci troviamo in “un mondo in cerca di equilibrio in cui gli Usa giocano una partita d’isolamento”.

Materie prime, il programma di riciclo di Leonardo tra i 46 progetti strategici Ue

16 October 2026 at 15:37

Crm4Defence, il progetto di Leonardo dedicato al recupero e al riciclo di materie prime critiche, è stato inserito dalla Commissione europea tra i 46 nuovi progetti strategici selezionati nell’ambito del Critical raw materials act (Crma) e riguarda iniziative localizzate in 16 Stati membri dell’Unione europea, finalizzate a rafforzare le catene di approvvigionamento e a diversificare le fonti di materie prime critiche. 

Il progetto prevede il recupero di titanio, alluminio e magnesio provenienti dagli stabilimenti di Leonardo. Gli scarti di lavorazione saranno trasformati in materiali secondari destinati a essere reimpiegati nei cicli produttivi aziendali. Si tratta di un modello di economia circolare che punta a ridurre la dipendenza strategica dalle materie prime e a rafforzare la resilienza e la competitività della filiera europea, soprattutto nei settori dell’aerospazio e della difesa. Secondo i piani, una volta a regime la produzione di materiali secondari potrà raggiungere un massimo stimato di 1.400 tonnellate complessive di titanio, alluminio e magnesio. Il recupero consentirà inoltre di ridurre i consumi energetici e le emissioni della catena di fornitura rispetto alla produzione ottenuta da metalli primari.

Gli obiettivi del Critical raw materials act

Il Critical raw materials act è il regolamento europeo che individua misure per rafforzare la capacità dell’Unione di estrarre, trasformare e riciclare materie prime strategiche, diversificando al contempo gli approvvigionamenti provenienti da Paesi terzi. Entro il 2030, gli obiettivi prevedono una capacità di estrazione equivalente ad almeno il 10% del consumo annuo dell’Unione, una capacità di trasformazione pari ad almeno il 40% e una capacità di riciclo pari ad almeno il 25% del consumo annuo di materie prime strategiche. La designazione come progetto strategico consentirà di beneficiare di procedure autorizzative semplificate e di un accesso facilitato agli strumenti di finanziamento, secondo quanto previsto dal quadro europeo.

Il piano di Leonardo

Il progetto contribuirà a raggiungere gli obiettivi di circolarità di Leonardo, che già punta a raggiungere entro il 2030 il 65% di materiale recuperato e ad aumentare il contenuto di materiale riciclato nei propri prodotti. La prima fase del progetto avrà un valore di circa 23,5 milioni di euro mentre, a partire dal 2030, una seconda fase potrà estendere il modello alla filiera dei fornitori, coinvolgendo fonderie, officine, piccole e medie imprese, partner industriali e joint venture. Il valore complessivo previsto per questa estensione è stimato in circa 150 milioni di euro. L’ampliamento del progetto è destinato a coinvolgere quindi non soltanto gli stabilimenti di Leonardo, ma anche gli operatori industriali della filiera interessata al recupero e al riutilizzo delle materie prime critiche.

È attualmente in corso la fase pilota dedicata al riciclo dell’alluminio, che coinvolge tre siti del Gruppo: Cisterna di Latina, in provincia di Latina, Venegono, in provincia di Varese, e Nola, in provincia di Napoli. Il progetto, denominato anche Byproducts and recycling of Crm for Defence, è stato presentato nell’ambito della seconda selezione europea dei progetti di interesse strategico. Oltre all’Italia, l’iniziativa coinvolge anche Polonia, Francia e Regno Unito.

Lavoro, il ministero diventa piattaforma. L’IA pubblica premiata due volte a Cernobbio

16 October 2026 at 15:11

Il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha ricevuto due Digital Innovation Awards 2026 al Digital Innovation Forum di Cernobbio, promosso dalla Fondazione Innovazione Digitale dal 14 al 16 ottobre. Il premio “AI per l’Europa” è andato ad AppLI, l’Assistente personale per il lavoro in Italia realizzato in collaborazione con l’Inps; quello “Pubblica Amministrazione Digitale” a SIO, il Sistema intelligente dell’Osservatorio sull’intelligenza artificiale nel mondo del lavoro. Si tratta di due piattaforme basate su intelligenza artificiale agentica, sviluppate con il partner tecnologico BIP, che il Ministero presenta come componenti complementari di un’unica strategia: servizi digitali nazionali per i cittadini e strumenti di conoscenza per le istituzioni.

La scelta di metodo viene prima dei premi e li spiega. Invece di moltiplicare applicazioni e sportelli, il ministero guidato da Marina Calderone ha puntato sulle piattaforme nazionali, interoperabili e co-progettate con chi i servizi li eroga davvero: l’Inps, tutte le Regioni, gli enti del sistema del lavoro. Il perno è il SIISL, il Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa nato per gestire le misure di sostegno al reddito e di attivazione e diventato l’infrastruttura su cui si innestano i nuovi servizi. AppLI è uno di questi: nato come coach sperimentale per i giovani Neet, è oggi aperto a tutti i cittadini maggiorenni con Spid o Cie e dialoga in linguaggio naturale per orientare, far emergere le competenze, cercare offerte di lavoro e di formazione, preparare curriculum e colloqui.

A un anno dall’apertura al pubblico, AppLI ha superato i 60mila utenti registrati con identità digitale, ai quali si aggiungono quanti lo consultano senza autenticarsi; più di un utente su tre è tornato per usare più servizi; il gradimento medio è 7,4 su 10 e l’87% dichiara di preferire il dialogo conversazionale ai canali tradizionali. Il dato più eloquente è però un altro e ciòè un uso volontario nonostante non sia un servizio connesso a erogare benefici economici.

SIO opera sull’altro versante dello stesso mandato: non il cittadino, ma la decisione pubblica. È l’infrastruttura cognitiva dell’Osservatorio istituito dalla legge 132 del 2025, lungo un percorso avviato al G7 Lavoro a presidenza italiana del settembre 2024. Raccoglie, con indagini conversazionali, come imprese e lavoratori usano davvero l’intelligenza artificiale; organizza la conoscenza in una base condivisa tra esperti e agenti software; rende tracciabile ogni elaborazione, perché una risposta che orienta una politica pubblica deve poter essere ricostruita e verificata. L’obiettivo dichiarato è un modello previsionale del mercato del lavoro italiano, un “gemello digitale” capace di anticipare come cambieranno professioni e competenze, con servizi dedicati a Pmi e professionisti.

C’è infine una scelta industriale che la categoria “AI per l’Europa” coglie bene: entrambe le piattaforme poggiano su architetture agentiche modulari e indipendenti dai singoli modelli linguistici, così da poter adottare nel tempo anche modelli europei. Per una Pubblica amministrazione non è un dettaglio: è la differenza tra usare l’innovazione e dipenderne.

Per questo i premi di Cernobbio – che seguono il doppio riconoscimento “PA e futuro” al ForumPA 2026 e la selezione di AppLI tra i finalisti degli European Digital Skills Awards della Commissione europea – non rappresentano, fanno sapere al ministero,  un punto di partenza nè di arrivo ma, più semplicemente, la conseguenza di un metodo di innovazione connesso alle transizioni che viviamo.

Tra Washington e Pechino l’Europa cerca la sua via ai semiconduttori

15 October 2026 at 15:40

Alla vigilia del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, Giorgia Meloni ha sottolineato come le tensioni geopolitiche stiano incidendo sulle catene di fornitura, sui costi energetici e sulla competitività industriale europea. Nelle comunicazioni al Senato, la premier ha richiamato la necessità di rafforzare la capacità dell’Europa di rispondere agli shock esterni, preservando la propria base produttiva. Il ragionamento sulle dipendenze strategiche, comprese le materie prime critiche e le terre rare, evidenzia l’importanza della diversificazione dei fornitori, delle partnership commerciali e della sicurezza delle filiere industriali.

Materie prime critiche e semiconduttori appartengono a settori differenti, ma condividono una vulnerabilità geopolitica: la concentrazione delle capacità produttive e il rischio che l’accesso a risorse e tecnologie essenziali diventi uno strumento di pressione politica. Non a caso, in questi due giorni il Consiglio Europeo affronta questioni legate alla competitività, al rilancio industriale, ai prezzi dell’energia e alla resilienza del mercato unico. Queste priorità assumono un significato particolare mentre la competizione tra Washington e Pechino condiziona sempre più l’accesso alle tecnologie avanzate, gli investimenti industriali e il controllo delle risorse strategiche.

L’ambasciatore Armando Varricchio, inviato speciale italiano per l’innovazione e le nuove tecnologie, ha recentemente richiamato l’attenzione sui rischi di trasformare i semiconduttori in un ulteriore terreno di confronto globale. Intervenendo a margine di un incontro organizzato dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University, in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI), Varricchio ha messo in guardia dal rischio che l’industria dei chip diventi il campo di battaglia di un nuovo conflitto globale.

Nella sua riflessione, l’ambasciatore ha individuato tre principi fondamentali per affrontare la competizione tecnologica: tecnologia, interdipendenza e fiducia. Il ragionamento mette in discussione l’idea che l’autonomia strategica debba necessariamente coincidere con l’indipendenza tecnologica. Nessun Paese può mantenere da solo una posizione di leadership lungo l’intera filiera dei semiconduttori.

La posizione europea nell’industria dei chip evidenzia la portata della sfida industriale. L’Unione europea rappresenta circa l’8% della produzione mondiale di semiconduttori, a fronte di una quota del 18% della domanda finale. La carenza di semiconduttori è costata all’industria automobilistica europea oltre 100 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, mostrando le conseguenze economiche delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento. Entro il 2030, i componenti legati all’intelligenza artificiale potrebbero rappresentare oltre il 70% del mercato dei semiconduttori, rendendo le capacità di calcolo avanzato sempre più decisive per la competitività industriale.

Pierre Chastanet, responsabile dell’unità Microelettronica e Fotonica della DG Cnect della Commissione europea, ha sottolineato la necessità di accompagnare gli investimenti industriali con un rafforzamento delle partnership internazionali. Intervenendo nello stesso confronto alla John Cabot University, Chastanet ha evidenziato l’importanza di rendere l’Unione europea più attrattiva per gli investimenti esteri, consolidando contemporaneamente le proprie capacità produttive. Il suo ragionamento, riportato da Adnkronos, sottolinea come l’Europa debba creare condizioni favorevoli agli investimenti e sviluppare collaborazioni internazionali, andando oltre la sola dimensione degli accordi bilaterali.

La prospettiva del Chips Act 2.0 riflette questa impostazione: ampliare la strategia europea oltre la costruzione di impianti produttivi, includendo progettazione, packaging avanzato, ricerca, competenze e politiche industriali orientate alla domanda.

Il dibattito sui semiconduttori si inserisce nel più ampio tentativo europeo di ridurre l’esposizione agli shock geopolitici. La selezione da parte della Commissione di ulteriori 46 progetti strategici sulle materie prime critiche testimonia la volontà di diversificare le filiere essenziali. Parallelamente, la cooperazione con partner come Giappone, Corea del Sud, Taiwan, India e Stati Uniti rimane fondamentale per sostenere le capacità tecnologiche europee.

L’Europa deve ridurre le dipendenze eccessive senza compromettere le reti internazionali che rendono possibile la produzione tecnologica avanzata. La capacità industriale richiede energia affidabile, investimenti, competenze specializzate e accesso ai mercati globali. Le partnership diplomatiche devono quindi accompagnare le politiche industriali, soprattutto mentre le tensioni geopolitiche minacciano rotte marittime, forniture energetiche e reti manifatturiere.

L’attenzione di Meloni alla sicurezza economica e le riflessioni di Varricchio e Chastanet convergono su una conclusione strategica: la sovranità tecnologica europea dipenderà dalla capacità di governare le interdipendenze. Mentre i leader europei discutono di competitività a Bruxelles, l’industria dei semiconduttori dimostra perché la resilienza strategica richieda più della produzione interna. Servono capacità industriali sostenute da partnership internazionali affidabili e da un contesto economico capace di alimentare l’innovazione.

Nft, la bolla che prometteva l’oro e consegnò Jpeg

15 October 2026 at 13:53

C’è stato un momento, nella primavera del 2021, in cui un’opera digitale dell’artista Beeple fu venduta per 69,3 milioni di dollari. Il messaggio sembrava inequivocabile: nasceva una nuova classe di beni, scarsi per costruzione, certificati dalla blockchain, destinati a rivalutarsi come l’arte, l’oro, gli immobili: gli Nft (non fungible token). Attorno a tali beni si costruì in pochi mesi un’intera cosmologia: la proprietà digitale, l’economia dei creatori, il metaverso come nuovo spazio sociale ed economico. Chi dubitava veniva liquidato come chi “non aveva capito”. Oggi la domanda da porsi non è più se gli Nft cambieranno il mondo, ma quanto sia costata, a chi ci ha creduto, quella convinzione.

Il punto di partenza è il volume degli scambi. Secondo i dati CryptoSlam riportati da IntelligentHQ, il volume mensile, che nei primi mesi del 2022 aveva sfiorato i 6 miliardi di dollari, a marzo 2026 era sceso a 106 milioni: un calo di circa il 98%. Sull’intero anno, il 2025 si è chiuso attorno ai 5,5 miliardi di dollari, il 37% in meno del 2024, mentre il prezzo medio di vendita degli Nft artistici è passato da 462 dollari nel 2021 a meno di 100 nel 2025. Nei primi cinque mesi del 2026, stando alle rilevazioni di Dune Analytics riprese da Nft Plazas, gli scambi sono scesi di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo del 2025.

La fotografia più impietosa riguarda però la qualità di ciò che resta. Già nel 2023 lo studio dappGambl analizzò 73.257 collezioni e ne trovò 69.795, circa il 95%, con capitalizzazione pari a zero; i detentori coinvolti sarebbero stati oltre 23 milioni. Uno studio successivo, rilanciato nel 2024 da NFTevening su dati NftScan, ha stimato che circa il 95% delle collezioni fosse di fatto “morto”: nessuno scambio, nessuna attività sui social, meno di venti vendite in una settimana. Sono stime con metodologie discutibili e vanno lette come ordine di grandezza, ma convergono tutte nella stessa direzione.

Ed è un’infrastruttura intera a ritirarsi. Nifty Gateway, uno dei marketplace pionieri, ha chiuso il 23 febbraio 2026; Foundation ha annunciato lo stop ad aprile; l’edizione 2026 di NFT Paris è stata cancellata, con gli organizzatori che hanno ammesso apertamente di essere stati travolti dal crollo del mercato. Proprio in questi giorni, Blur, che nel 2023 controllava oltre il 70% degli scambi di Nft su Ethereum, ha annunciato la chiusura della propria interfaccia web il 12 novembre: i suoi volumi mensili sono passati da circa 1,43 miliardi di dollari nel marzo 2023 a meno di 7 milioni nel marzo 2026, con un calo superiore al 99,5%. Persino OpenSea, il marketplace più noto, ha spostato il proprio baricentro: oltre il 90% dei suoi volumi proviene ormai da token fungibili, non da collezionabili.

La parabola dei “grandi nomi” è istruttiva. Il noto cantante Justin Bieber acquistò nel gennaio 2022 uno Yacht Club Bored Ape per 500 ether, circa 1,3 milioni di dollari; il suo valore stimato è oggi attorno ai 12.000 dollari, un crollo del 99%. L’intera collezione Bored Ape, che nel 2022 aveva toccato un prezzo minimo d’ingresso di 128 ether (oltre 400 mila dollari), nel 2024 era già scesa del 90% e anche dopo il rimbalzo della primavera 2026, che l’ha portata attorno ai 25 mila dollari, resta ben oltre il 90% sotto il suo massimo. Il mercato, osservano gli analisti, è diventato “a K”: poche collezioni di marca concentrano la maggior parte del volume, mentre la mediana dei token ha perso gran parte del proprio valore. Dire che gli Nft siano tutti a zero sarebbe falso; dire che l’investitore medio abbia visto il proprio capitale preservato sarebbe altrettanto falso.

Il destino degli Nft è inseparabile da quello del metaverso, di cui avrebbero dovuto essere la moneta corrente. Reality Labs, la divisione di Meta nata attorno a quella visione, ha accumulato perdite operative per circa 88 miliardi di dollari dalla fine del 2020, secondo i risultati del secondo trimestre 2026. Nel gennaio scorso l’azienda ha tagliato oltre mille posti e chiuso diversi studi di realtà virtuale, spostando risorse verso intelligenza artificiale e occhiali smart; la sua app sociale di punta, Horizon Worlds, è stata messa in modalità manutenzione. Quando persino chi ha cambiato nome all’azienda per inseguire un’idea ne ridimensiona il perimetro, il segnale per i piccoli risparmiatori dovrebbe essere eloquente.

Il confronto con l’oro è utile, a patto di essere onesti sui numeri. Il metallo giallo ha chiuso a un massimo storico di 5.318 dollari l’oncia il 29 gennaio 2026 e da allora ha corretto: i futures hanno chiuso il 5 ottobre a 4.157 dollari, circa il 22% sotto il record. Ma il quadro cambia se si allarga l’orizzonte: rispetto a un anno fa il prezzo è ancora più alto di circa il 6%, e nell’ottobre 2025 aveva appena superato per la prima volta quota 4.000 dopo un’annata da oltre il 50% di rialzo. Gli acquisti delle banche centrali continuano, con 51 tonnellate comprate a giugno secondo il World Gold Council. Un bene rifugio non è un bene che non scende mai: è un bene dotato di una domanda reale, di una storia e di un valore che non dipende da una piattaforma web. Un NFT, quando il marketplace chiude, rischia di essere un puntatore verso un file che nessuno vuole più.

Se gli Nft possono, almeno in parte, essere considerati un buon investimento per alcuni speculatori, è altrettanto vero che esistono al mondo altri strumenti di investimento ben più affidabili. Per chi cercava rendimento, le alternative non sono mancate. Al 5 ottobre 2026 l’indice azionario globale MSCI World segna un progresso di circa il 13% da inizio anno e l’S&P 500 di oltre il 14%; mille dollari investiti nell’MSCI World a gennaio 2016 varrebbero oggi circa 3.800 dollari con i dividendi reinvestiti, un rendimento annuo composto del 13,4%. Sul versante obbligazionario, il Btp decennale rendeva il 6 ottobre il 4,61%, e l’ultima emissione a dieci anni di fine agosto, con scadenza 2036, è stata collocata a un rendimento lordo del 4,1%, pari a circa il 3,58% netto. Anche questi strumenti hanno rischi, dalla volatilità dei mercati azionari ai tassi per i titoli di Stato, e i rendimenti passati non garantiscono quelli futuri. Ma hanno una differenza decisiva: dietro ci sono imprese che producono utili, o Stati che pagano cedole. Dietro un NFT speculativo c’è, spesso, solo la speranza di trovare qualcuno disposto a pagare di più.

Sarebbe un errore, infine, trarre dalla vicenda una condanna della digitalizzazione. La tokenizzazione, i registri distribuiti, i beni digitali hanno applicazioni reali, dal gaming alla certificazione di documenti, e il mercato Nft sopravvive, ridimensionato, proprio dove c’è un uso e non solo una scommessa. Il problema non è la tecnologia, ma il modo in cui la si è trasformata in promessa di arricchimento facile. Le bolle hanno una grammatica ricorrente: una narrazione affascinante, il timore di restare fuori, la convinzione che “stavolta è diverso”, prezzi che salgono perché salgono. Dal bulbo di tulipano alle dot-com, fino ai JPEG da milioni di dollari, l’impulsività è il carburante e la mancanza di conoscenza il combustibile. Il digitale è una frontiera affascinante e va esplorata, ma con tre accorgimenti elementari: capire che cosa si sta comprando e chi dovrebbe comprarlo da noi domani; non investire mai più di quanto ci si possa permettere di perdere; e diffidare di ogni promessa che sostituisca l’analisi con l’entusiasmo. L’innovazione non ha bisogno di bolle per affermarsi. A volte, anzi, ne esce più forte quando le bolle scoppiano, come quella delle dot.com insegna.

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