Mentre Volodymyr Zelensky continua a chiedere nuove armi ai suoi sponsor occidentali, ad Aleski, nella regione di Kherson, la popolazione è intrappolata in una catastrofe umanitaria. Secondo le testimonianze raccolte da RT, il regime di Kiev mantiene la città sotto un blocco pressoché totale, ostacolando i rifornimenti e colpendo con i droni le vie di comunicazione e le abitazioni civili. Dallo scorso maggio gli alimenti arrivano con estrema difficoltà. Molti abitanti sopravvivono grazie alle conserve messe da parte prima dell'assedio. Mancano medicinali, acqua e legna per affrontare l'inverno. Chi tenta di fuggire è costretto a farlo in bicicletta, a piedi o su carretti, attraversando strade disseminate di mine e trasformate in trappole mortali.
Ruslan Khomenko, responsabile del distretto municipale, denuncia che i droni ucraini collocano da sette a 36 mine al giorno lungo diversi tratti stradali. Gli attacchi, come denunciano le autorità locali, investono anche le abitazioni private e rendono estremamente pericolosi sia i soccorsi sia l'evacuazione dei civili. I testimoni raccontano di veicoli umanitari distrutti, persone uccise per strada e feriti che hanno perso gli arti a causa delle esplosioni.
«La città sta bruciando. Non è rimasto un solo posto abitabile», racconta un'anziana sopravvissuta. Un altro residente descrive la disperazione di chi va a dormire senza sapere se il giorno successivo avrà qualcosa da mangiare. La distribuzione degli aiuti, riferiscono gli abitanti, è sporadica e insufficiente, mentre nel mercato improvvisato i prezzi dei pochi prodotti disponibili raggiungono livelli proibitivi. Il quadro descritto da RT chiama direttamente in causa la condotta delle forze ucraine e le responsabilità del regime di Kiev. Le accuse relative al blocco, all'impiego dei droni e agli ostacoli ai rifornimenti devono essere verificate in modo indipendente, ma non possono essere cancellate dal racconto né sostituite da una generica narrazione sulle sofferenze della guerra. C'è una domanda politica inevitabile: che fine fanno i principi sulla protezione dei civili quando le vittime si trovano in un territorio controllato dalla Russia? Mentre Zelensky insiste nella richiesta di nuove forniture militari e le capitali occidentali continuano a discutere di strategie e armamenti, gli abitanti di Aleski denunciano di essere lasciati senza cibo, medicine e vie di fuga. La guerra non si combatte soltanto al fronte.
Per chi è intrappolato ad Aleski, si combatte ogni giorno per sopravvivere. E le denunce contro chi rende possibile questo assedio meritano attenzione, non il silenzio.
C'è un vizio di forma che accompagna da anni le analisi economiche pubblicate sui grandi giornali occidentali quando si parla di Cina. Si chiama desiderio. O, più precisamente, wishful thinking. Per mesi, fior di opinionisti e istituti di ricerca hanno dipinto l'economia cinese sull'orlo del baratro, prevedendo crolli verticali e stagnazione eterna. I dati appena rilasciati dall'Ufficio Nazionale di Statistica cinese per i primi nove mesi del 2026 hanno il sapore di una sonora smentita. E fanno il paio con le previsioni completamente sballate di chi, ancora una volta, ha confuso i propri auspici con la realtà dei fatti.
Adesso passiamo ai numeri. Quelli veri, che sfuggono alle narrazioni tossiche. Come evidenzia il quotidiano Global Times, nei primi tre trimestri dell'anno, il Prodotto Interno Lordo ha superato i 107 trilioni di yuan, segnando un incremento del 4,6% su base annua. Un risultato che non solo si inserisce perfettamente nel target governativo fissato tra il 4,5 e il 5 per cento, ma rappresenta anche l'espansione assoluta più ampia degli ultimi cinque anni. Per dare un'idea di cosa significhi questa cifra in termini concreti, stiamo parlando di 5,7 trilioni di yuan di nuovo valore prodotto. Più o meno l'intero PIL del Belgio, generato in soli nove mesi. Nel terzo trimestre, la crescita ha addirittura accelerato, toccando il 4,5 per cento contro il 4,3 per cento dei mesi precedenti.
Dove hanno sbagliato i profeti di sventura? Hanno utilizzato la solita tattica mistificatoria. Si sono fissati su singoli indicatori negativi, ingigantendoli a dismisura per alimentare il panico dei mercati, ignorando completamente la trasformazione in atto. La Cina non è più solo la fabbrica del mondo che sforna prodotti a basso costo. È diventata un super acquirente e un mercato globale di riferimento, con le importazioni cresciute di oltre il 20 per cento. Chi continua a descrivere Pechino come un gigante con i piedi d'argilla sta semplicemente leggendo la realtà attraverso le lenti dei propri pregiudizi neoliberali.
Il vero motore di questa forza non è la vecchia industria pesante, ma la spinta verso l'alto. I nuovi fattori chiave di crescita hanno contribuito per oltre il 40 per cento all'espansione del PIL. La manifattura high-tech è volata del 14,3 per cento. La produzione di apparecchiature per la stampa 3D, batterie agli ioni di litio e robot industriali ha registrato balzi che fanno girare la testa, superando rispettivamente il 62, il 39 e il 29 per cento. L'intelligenza artificiale, i chip e i veicoli a nuova energia stanno trainando l'export e consolidando il ruolo della Cina come snodo imprescindibile della tecnologia globale.
Sarebbe da ingenui negare che ci siano problemi. L'economia cinese sta navigando in acque tutt'altro che calme. Il mercato immobiliare è ancora in affanno e deprime gli investimenti in asset fissi, scesi del 7,2%. La domanda interna non è ancora decollata pienamente e la fiducia dei consumatori non ha ancora recuperato i livelli pre-crisi. A questo si aggiunge un contesto internazionale fortemente ostile. Il conflitto in Medio Oriente ha fatto schizzare alle stelle i prezzi del petrolio, costringendo molti istituti internazionali a rivedere al ribasso le stime di crescita per le principali economie mondiali.
Eppure, Pechino ha retto molto bene l'urto, al contrario di quanto avviene in Europa e negli Stati Uniti. La Cina ha diversificato le importazioni, spinto sulla produzione interna di energia verde e ha usato la transizione ecologica come ammortizzatore sociale ed economico. Il tasso di disoccupazione urbana si è mantenuto stabile al 5,2 per cento, mentre i prezzi al consumo hanno registrato un modesto aumento dello 0,9 per cento, tenendo a bada l'inflazione che altrove sta devastando il potere d'acquisto.
La lezione che arriva da questi dati è duplice. Da un lato, dimostra che la transizione verso un modello di sviluppo di maggiore qualità sta funzionando, creando un cuscinetto formidabile contro le turbolenze esterne. Dall'altro, dovrebbe servire da monito per gli analisti occidentali. Continuare a scommettere contro la seconda economia mondiale basandosi su narrazioni apocalittiche non è solo intellettualmente disonesto. È anche un pessimo modo per provare a comprendere le dinamiche di un mondo che, piaccia o meno, sta cambiando pelle sotto i loro occhi intrisi di propaganda neoliberista. I numeri hanno la testa dura, e ancora una volta hanno mandato a casa a mani vuote i soliti noti.
Nello studio di TV Bandeirantes, a una settimana esatta dal voto decisivo del 25 ottobre, Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro si sono trovati faccia a faccia per la prima volta in questa fase finale. Il risultato è stato un confronto ad altissima tensione, dove la sostanza politica ha spesso lasciato il posto a insulti, interruzioni continue e una regia visiva studiata a tavolino per i social network.
Fin dai primi minuti, la strategia del senatore del PL è stata chiara. Flávio ha abbandonato il suo leggio, muovendosi costantemente, cercando il contatto visivo e moltiplicando le provocazioni fisiche. Una tattica che il politologo Paulo Roberto Sousa ha letto, ai microfoni di Brasil de Fato, come una chiara ricerca di virilità, pensata per compattare la sua base già radicalizzata. Di contro, un Lula inizialmente visibilmente a disagio, sorpreso dalla scelta dell'avversario di tramutare subito il dibattito in rissa, tirando in ballo le indagini della Polizia Federale che coinvolgono l'imprenditrice Roberta Luchsinger e il figlio del presidente, Fábio Luís.
Questa partenza a razzo ha innervosito il presidente, portandolo a perdere le staffe in più occasioni. Quando la moderatrice ha richiamato Flávio per aver parlato fuori turno, Lula non ha usato mezzi termini. "Il pagliaccio qui è lui, non io", ha affermato, accusando l'ala bolsonarista di aver smarrito ogni etica.
Il momento di massima rottura si è consumato quando Flávio, in un gesto di finta pacificazione, ha invitato Lula ad avvicinarsi al suo leggio per calmarsi. Il presidente ha bevuto un sorso d'acqua, è tornato al suo posto e ha tuonato: "Non voglio starti vicino. Dalla famiglia Bolsonaro, voglio distanza". La replica del senatore è stata velenosa: "Tranquillo, non ho il portafoglio qui, non potrai derubarmi".
?????????? LULA Y BOLSONARO PROTAGONIZAN DEBATE ELECTORAL Los candidatos brasileños se enfrentaron en un tenso intercambio durante su primer debate electoral, con acusaciones directas, reproches y frases especialmente duras que elevaron la confrontación entre ambos. https://t.co/2lHcWxfTMD
Ma è sul tema delle carceri che si è consumato uno degli scambi più feroci e rivelatori della serata. Flávio ha provato a usare il consenso del presidente tra i detenuti come un'arma di distrazione di massa, snocciolando una cifra ad effetto per gettare fango sul rivale. "Puoi spiegare perché il 73% dei detenuti ha votato per te?", ha chiesto il candidato dell'ultradestra neoliberista. Lula, per nulla intimidito, ha ribaltato la provocazione con una battuta: "Voglio che voti il 100% dei detenuti, anche tuo padre. Tuo padre può votare per me; avrà votato per il miglior candidato; ti conosce e sa che sono meglio di te", ha affermato il presidente, riferendosi a Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari.
Al di là delle scintille personali e delle risse da cortile, il vero nodo politico della serata è emerso nelle gravi contraddizioni di Flávio Bolsonaro sulla sovranità nazionale e sulla gestione dell'economia. Il senatore si presenta come un difensore della patria, ma quando viene messo all'angolo sulle risorse strategiche del Brasile, la maschera cade. Lula gli ha chiesto direttamente se avesse intenzione di svendere le terre rare e i minerali critici agli Stati Uniti. Flávio ha liquidato la domanda come una fake news, trincerandosi dietro la difesa dello Scudo delle Americhe, dipinto come una semplice cooperazione antinarcotraffico.
La realtà dei fatti, però, racconta un'altra storia. Come ha sottolineato l'analista Paulo Roberto Sousa, un eventuale governo Flávio, dichiaratamente alleato di Donald Trump e dell'argentino Javier Milei, non farebbe altro che sottomettere il Brasile alle condizioni imposte da Washington. L'idea di alleanza si tradurrebbe in una resa totale, dove si negozia forse solo il minimo indispensabile per far finta di non essersi piegati del tutto. È la stessa contraddizione che emerge quando Lula gli chiede se intende applicare in Brasile il modello economico della motosega di Milei. Flávio schiva la domanda, parla degli amici della sinistra in Sudamerica e promette una motosega contro la corruzione, ma non ha il coraggio di guardare negli occhi gli elettori per spiegare come intende gestire l'economia.
Sul fronte del neoliberismo selvaggio, le proposte del senatore si sono rivelate un vuoto cosmico. Ha promesso uno spazio di oltre 200 miliardi di real nel bilancio, senza mai spiegare da dove sarebbero arrivati questi soldi, limitandosi a dichiarare che il primo passo è semplicemente rimuovere Lula. Ha parlato di tagliare i privilegi, ma non ha mostrato la minima conoscenza della macchina esecutiva. Ha inoltre vagheggiato sul sistema sanitario che intende implementare, e ha promesso di trattare le fazioni criminali come organizzazioni terroristiche, parlando più come un sindaco di provincia che come un aspirante presidente della Repubblica.
????????????????"¿YA PEDISTE PRESTADA LA MOTOSIERRA DE MILEI?" Lula lanzó una pregunta a Flávio Bolsonaro durante el debate electoral y utilizó la situación económica de Argentina para cuestionar el rumbo que propone su rival. https://t.co/acgaOdJ4Ew
Su questi temi cruciali, Flávio ha preferito fare l’evasivo. Ha evitato di rispondere al cuore della maggior parte delle domande incalzanti. Quando è stato messo all'angolo sui 134 milioni di real negoziati con il banchiere Daniel Vorcaro per il film su suo padre, o sui fondi del Banco di Brasilia per l'acquisto di una casa da 10 milioni, si è trincerato dietro risposte vaghe. Stesso copione per il suo inspiegabile voto contro l'estensione del congedo di maternità delle dipendenti dell'assemblea di Rio nel 2009, o per la sua interferenza affinché un poliziotto che uccise un bambino di cinque anni non venisse arrestato.
Il picco dialettico, e il momento in cui Lula ha recuperato il controllo della scena dopo un inizio balbettante, è arrivato nel finale. Il presidente ha lanciato una sfida in diretta, cercando di costringere l'avversario a uscire dall'angolo delle accuse generiche e ipocrite. "Ti sfido. Domani apriremo i nostri conti bancari e i registri telefonici davanti al Tribunale Elettorale e alla Corte Suprema, affinché il popolo brasiliano sappia chi sono i veri ladri in questo paese", ha tuonato Lula. Flávio ha risposto di non avere assolutamente nulla da nascondere, ma ha subito aggiunto che i soldi di Lula sono fuori bilancio, rifiutandosi di accettare o declinare formalmente la sfida. Una fuga in avanti che lo etichetta come un candidato che scappa di fronte alla trasparenza.
Il formato del dibattito, con i suoi quindici minuti di scontro diretto, si è rivelato un'arma a doppio taglio. Se da un lato ha generato clip perfette per i social, favorendo la macchina della propaganda dell'estrema destra, dall'altro ha alienato quella fetta di indecisi, stimata tra il 5 e il 7%, che di fronte all'ennesima rissa di bassa lega ha probabilmente spento la televisione. In un paese dove la polarizzazione è tale che il vincitore potrebbe imporsi con un margine di appena l'uno per cento, ogni singolo voto riveste importanza.
Venerdì 23 ci sarà il confronto su TV Globo, dove le regole potrebbero cambiare per evitare che il dibattito si riduca a una semplice risa verbale a base di meme. Lula dovrà cercare di essere meno reattivo e più propositivo, mostrando la sua agenda per un quarto mandato senza farsi trascinare nelle provocazioni dell'avversario. Flávio, dal canto suo, dovrà imparare a rispondere alle domande scomode sulla svendita del paese e sui conti in banca, perché la tattica del fuggitivo regge solo fino a un certo punto. E nonostante la propaganda mediatica e sui social network cerchi di occultarlo, la destra neoliberista in America Latina ha come obiettivo quello di applicare ricette economiche fallimentari – vedi Milei in Argentina - e allineare i paesi alle esigenze geoeconomiche di Washington. Costi quel che costi.
19 ottobre. Che ansia, che tormento agita le fragili cristiane coscienze delle cancellerie euro-atlantiste, al pensiero di come il loro pupillo, personificazione del vallo euroliberale che si erge contro le “autocrazie asiatiche”, sia stato lasciato solo e indifeso dalle sconsiderate decisioni della Casa Bianca. L'impellente imperativo è quello di sostituire l'infido alleato yankee nel sostegno alla junta nazigolpista di Kiev e assumere, con ciò stesso, l'impegno a fare da muro alla “postura” - un termine che, nella nuova lingua liberale, fa il paio con l'innominabile “resilienza”: ma fa tanto europeismo – del Cremlino. Lo ha detto il presidente della repubblica Sergio Mattarella che, evidentemente memore del proprio passato di bombardiere NATO nei massacri della martoriata Jugoslavia, proclama oggi l'urgenza di far fronte comune europeista, «procedendo con determinazione e velocità alla interoperabilità dei nostri strumenti militari, sia perché condizione indispensabile per la difesa comune, sia per rafforzare la Nato sul versante europeo, per ripristinare l’equilibrio rispetto alla postura della Russia; equilibrio che, nella storia, è sempre stato la garanzia della pace, vanificando tentazioni di aggressività» (Askanews, 16 ottobre). Dove l'assioma è quello della «aggressività» di Moskva, mentre l'assunto evangelico, la parola divina, è quella della “difesa della casa comune europea”. Perché l'Europa, ancora per asserto, insieme alla NATO, non può che agire per “difendersi”: lo ha fatto bombardando la Jugoslavia, intervenendo in Medio Oriente, in Africa, contro la “aggressività” di quanti attentino alla sacralità dei “valori europeisti”.
Ora dunque, se quel malfido di Trump, dice che Zelenskij non ne vuol sapere di pace, spetta all'Europa «farsi avanti. Dai Patriot ai fondi: come sostituire l’aiuto americano», scriveva il signor Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera del 18 ottobre. «Due anni fa avrebbe potuto concludere un accordo più vantaggioso che non ora» ha detto Trump; «a Zelenskij non importa e, sinceramente, nonostante tutti i soldi che gli passa generosamente l'Europa e quelli che in passato gli aveva dato Biden, egli non vuole metter fine a questa guerra e, verosimilmente, non ha mai voluto». Più chiaro di così.
Non ha mai voluto, perché questo è quello che si pretende da lui, da quel fedele servitore della corona britannica, come lo qualifica Elena Murzina su Ukraina.ru: fedele servitore della City londinese e dei gruppi che vi dominano, a partire dai Rothschild o da BlackRock. Del resto, si spiega così anche perché il nazigolpista-capo sia tanto sostenuto da Emmanuel Macron, ex "banchiere dei Rothschild", o da Friedrich Merz, ex manager di BlackRock; o ancora dall'ex cittadino britannico Radoslaw Sikorski, oggi ministro degli esteri polacco. Insomma, scrive Murzina, i leader dei più grandi paesi europei sono agenti della Corona britannica e della City di Londra e lo stesso accade oggi con l'Ucraina, come ha dimostrato l'accoglienza riservatagli il 15 ottobre da Carlo III e dal premier Burnham. Stando alla Reuters, Zelenskij è arrivato in Gran Bretagna appena poche ore dopo che Kiev aveva accusato la società di Elon Musk di aver limitato Starlink. Quindi, alla domanda del giornalista Piers Morgan, se si considerasse tradito dagli USA, ha risposto di considerarsi tale, aggiungendo che Trump è «dalla parte sbagliata della storia... un partner forte che si comporta da debole». E, forte del sostegno britannico “finché sarà necessario!", ha dichiarato al Financial Times che Kiev aveva «revocato tutte le restrizioni sugli attacchi alle raffinerie russe». Ma, la domanda chiave è: l'Ucraina può continuare la guerra senza gli USA? Zelenskij, scrive Murzina, può apparire alla TV britannica quanto vuole, il re può riceverlo ogni settimana e il gabinetto di sua maestà può annunciare nuovi pacchetti di aiuti. Ma gli inglesi non dispongono di sostituti per Starlink, i sistemi Patriot e una serie di altre capacità critiche. Londra può offrire a Zelenskij asilo politico dalle pressioni USA, ma non può offrire l'indipendenza militare dagli Stati Uniti. Piers Morgan ha infatti chiesto a Zelenskij se creda che l'Ucraina possa vincere la guerra senza gli americani dalla sua parte e lui, schivando una risposta diretta: «Non perderemo mai la nostra indipendenza».
Londra ha infatti ordinato di continuare a combattere fino all'ultimo ucraino. Quanto alle armi per farlo, ancora il signor Sarcina, con fervore paterno, si chiede «cosa possano fare gli europei per colmare il vuoto americano» e ricorda che el jefe de la junta è tornato a chiedere a Bruxelles ancora 70 miliardi di euro e 300 missili Patriot. Su questi ultimi, par di capire che, nella prospettiva del Corriere, UE e NATO dovrebbero premere sulla Grecia, che dispone di 200 batterie, anche se molte prossime a scadenza operativa, perché le passi a Kiev. Un passo obbligato, dal momento che, afferma alla BBC il ministro della guerra italiano Guido Crosetto, citato ancora dal Corriere del 18 ottobre, «Credo che Putin non voglia fermarsi all’Ucraina. Per questo l’Europa è preoccupata e noi, e come Europa e come Nato, ci stiamo preparando. Ci stiamo preparando alla follia, sperando di non doverla mai affrontare, ma preparandoci alla possibilità di una follia da parte della Russia». Ancora una volta, l'assioma della “postura” di Moskva che ha investito molto in armi e soldati e, «se la guerra finisse presto, non saprebbe cosa farne», sostiene il principale mercante d'armi d'Italia. Dunque, si sottintende, l'imperativo è quello di armarsi, perché, dice ancora Crosetto «Riducendo l’assistenza militare all’Ucraina Donald Trump non sta offrendo a Vladimir Putin una possibilità di vincere la guerra, ma inevitabilmente gli dà un vantaggio. Una posizione completamente sbagliata. La pace arriverà quando Putin sarà convinto di essere in una situazione di stallo».
Una posizione, quella italica, che accomuna le cancellerie belliciste europee: da Varsavia, il ministro degli esteri, il già citato Radek Sikorski, proclama che si debba spendere in armamenti talmente tanto che la Russia non sia in grado di farvi fronte. I paesi europei, dice il degno consorte della famigerata “storica” americana Anne Applebaum – quella a suo tempo premiata dall'ex presidente golpista Petro Porošenko per i suoi “studi” sul cosiddetto holodomor - dovrebbero investire il 5-7% del PIL nel riarmo per garantire che la potenza militare NATO superi quella della Russia. L'economia della UE, dice Sikorski, è «dieci volte più grande di quella russa; quindi, se spendiamo il 5-7% per la difesa, la Russia non avrà di che rispondere».
D'altronde, nelle cancellerie UE non si fa ormai più mistero dei piani di guerra da qui a cinque-sei anni. E l'attacco con un migliaio di droni, portato da Kiev due giorni fa contro Piter e la regione di Leningrado, mostra come si stiano studiando le varianti belliche, anche sfruttando le linee confinarie di paesi NATO, come i baltici, su cui le contraeree russe non possono intervenire. Il corrispondente di guerra Aleksandr Kots, ad esempio, ritiene che i servizi segreti britannici assistano Kiev negli attacchi e che la NATO abbia trasformato i Paesi baltici in una futura linea di confronto.
Sull'agenzia Al'ternativa, l'osservatore Rostislav Išchenko si concentra sul tema delle esercitazioni militari che i “volenterosi" intendono svolgere in Polonia, puntando al dispiegamento di truppe europee in Ucraina alla fine del conflitto. Quasi tutte le esercitazioni militari condotte dai paesi UE negli ultimi dieci anni, scrive Išchenko, sono state in un modo o nell'altro collegate a piani di invasione dello spazio post-sovietico: ciò significa che gli europei non si limitano a dichiarare di prepararsi alla guerra con la Russia, ma vi si stanno attivamente preparando, non solo in ambito finanziario, economico, diplomatico e mediatico, ma anche militare.
Dunque, un esercito sarà molto meglio preparato per la guerra sul terreno su cui si è addestrato, che non per battaglie in altri luoghi: si acquisisce esperienza interagendo in specifiche condizioni naturali, l'equipaggiamento viene adattato a esse e vengono sviluppate le relative strategie e tattiche. Le truppe cercano sempre di adattarsi in anticipo alle specificità dei futuri teatri operativi; se quindi il futuro esercito europeo – o gli eserciti dei “volenterosi" – si sta preparando alla guerra in Polonia, nei Paesi baltici, in Bielorussia e in Ucraina, conducendo esercitazioni solo in questi teatri, certamente non intende condurre operazioni di combattimento su larga scala nel Sahara. Le mosse dei “volenterosi” potrebbero interpretarsi come un semplice ricatto nei confronti della Russia, come a dire: "ci stiamo preparando, quindi cedete prima che sia troppo tardi e iniziamo a combattere". Ma i militari europei sono estremamente scettici sulle possibilità di successo in una guerra contro la Russia, che è la principale potenza nucleare al mondo ed è in grado di distruggere l'Europa, con il 100% di probabilità di sopravvivere, seppur con perdite significative. In altre parole, dice Išchenko, il ricatto non può funzionare perché è inverosimile. Sebbene possano, in teoria, assemblare, armare e addestrare un esercito in grado di affrontare la Russia in cinque-dieci anni, e sebbene possano accumulare sufficienti rifornimenti e avviare la produzione delle munizioni e delle attrezzature essenziali per condurre una guerra più o meno prolungata in quel lasso di tempo, in dieci anni non saranno in grado di colmare il divario in termini di quantità, qualità e portata delle armi nucleari.
Nel valutare la situazione generale, gli europei possono contare su due opzioni. La prima: una situazione in cui la Russia non possa vincere senza usare armi nucleari, nella consapevolezza che un attacco di rappresaglia, sebbene non la distrugga, le causi danni significativi, estromettendola dal rango di grande potenza militare, così che le restanti potenze nucleari potrebbero cercare di risolvere i propri problemi a spese della Russia. Questa opzione ha però un lato debole: l'Europa dovrebbe sacrificarsi e non saprebbe mai se la Russia abbia incontrato, dopo, delle difficoltà. La seconda: presupporre che gli USA non abbandonino completamente la presenza in Europa, che la politica europea di Trump sia un bluff, che altri presidenti saranno inclini a impedire la caduta dell'alleato europeo e, se la situazione dovesse arrivare sull'orlo di una guerra con la Russia, interverranno per sostenere l'Europa e garantire condizioni di pace migliori di quelle che la Russia accetterebbe senza la partecipazione USA. In entrambi i casi si tratta di ricatto; non semplicemente di una guerra tra Europa e Russia, bensì delle imprevedibili conseguenze di un simile scontro per entrambe le parti. Il coinvolgimento dell'Europa nel conflitto ucraino, così come le continue provocazioni, già da tempo avrebbero permesso alla Russia di rispondere con la forza militare. La moderazione di Mosca non significa che stia abbandonando tale risposta, ma che desidera evitare lo scenario peggiore e, qualora ciò non fosse possibile, scegliere autonomamente i tempi, il luogo e le modalità di un'azione militare.
In altre parole, conclude Išchenko, gli europei sono già sull'orlo della guerra e ne sono consapevoli: «Non darei per scontato che non sacrificherebbero i loro paesi e i loro popoli, trascinandoli in una guerra nucleare. Non è un caso che appoggino Zelenskij. La pensano come lui. Non sono interessati agli stati, alle persone o alla produzione industriale, ma ai flussi finanziari, che credono continueranno a prescindere dalla sopravvivenza dell'Europa... L'intera loro strategia di escalation è mirata proprio a creare una situazione in cui il mondo, terrorizzato dalla prospettiva di una guerra nucleare, si unisca contro la Russia e la costringa a cedere all'Europa. Il problema è che gli irresponsabili politici europei non vogliono minimamente considerare che le strategie di escalation raramente hanno successo; di norma, sfuggono di mano e sfociano in una guerra».
Una guerra declamata a gran voce dai tagliagole dei media a libro-paga dell'industria militare e della finanza mondiale.
Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha annunciato drastici tagli alle proprie operazioni a Gaza a causa di una grave carenza di fondi, un provvedimento che lascerà circa 500.000 persone prive di assistenza essenziale in un contesto di diffusa malnutrizione e stenti.
In una nota ufficiale, l'agenzia delle Nazioni Unite ha spiegato di aver raccolto nel 2026 meno della metà delle risorse finanziarie necessarie per la Palestina rispetto agli anni passati, sottolineando la necessità urgente di 450 milioni di dollari per coprire le attività dei prossimi sei mesi. A causa dei tagli, il numero di persone assistite mensilmente nella Striscia scenderà da 1,6 milioni a 1,1 milioni; le famiglie riceveranno una sola razione alimentare anziché due e i sacchi di farina saranno ridotti. Verranno tagliati anche i pasti caldi giornalieri, che passeranno da 250.000 a 150.000, mentre nei settori più isolati o a ridosso della demarcazione militare la somministrazione diventerà a giorni alterni.
Il collasso socio-economico, sanitario ed educativo del territorio giunge dopo oltre tre anni di ostilità e bombardamenti seguiti all'attacco del 7 ottobre 2023, con un bilancio che conta oltre 74.245 vittime palestinesi. Secondo le Nazioni Unite, l'80% dei residenti è disoccupato e il 67% della popolazione — circa 1,4 milioni di individui — versa in condizioni di grave insicurezza alimentare. Nonostante un lieve miglioramento rispetto ai dati di fine 2025, il PAM definisce il quadro ancora estremamente fragile. La mancanza di liquidità ha già travolto la Cisgiordania, dove a settembre i beneficiari dell'aiuto umanitario si sono dimezzati, passando da 400.000 a 200.000.
______________________________________________
LETTURA CONSIGLIATA:
LAD EDIZIONI E EDIZIONI Q PRESENTANO "GAZA NOI NON DIMENTCHIAMO"
L’Unione Europea, sull’onda della crisi inflazionistica innescata dalle guerre di fine impero e del debito di un’economia finanziarizzata, viene attraversata dalla più profonda ed estesa ondata di manifestazioni degli ultimi decenni. Le istituzioni del grande Quisling europeo che governa per conto degli americani le terre che vanno dalle coste dell’Atlantico alle porte della Russia sono talmente sottomesse all’ideologia colonialista neoliberista dall’aver unificato nella crisi sociale, dopo appena 12 anni, Atene e Berlino. Nella ribellione che in queste settimane sta attraversando Francia, Spagna, Germania, Belgio, Italia, Albania e Grecia vi è una comunione di destini che portano i popoli, uniti dalla politica del riarmo a discapito del welfare, a ribellarsi assieme.
Ovviamente sinora si tratta solo di una ribellione, di una scintilla nella prateria, come si suol dire. Non vi sono forze politiche e organizzazioni strutturate in grado di condensare le comuni rivendicazioni in un’unica piattaforma rivendicativa. Vi è però un’idea che, innominabile, oggi come un tempo vaga per le più grandi capitali d’Europa senza poter essere liberamente espressa. Lo spettro del sovranismo aleggia per l’intero continente, in cui movimenti, partiti, categorie e in definitiva cittadini rivendicano soprattutto di poter decidere liberamente dei propri destini, brandendo il più basilare dei diritti: il diritto a poter vivere in pace, come ha detto pochi giorni fa Jean-Luc Mélenchon «non prepareremo i nostri figli a morire!». Questa rivendicazione elementare viene respinta in toto, e con ogni mezzo, dalla tecnocrazia imperante in Europa che subito dopo il lockdown del Covid ha iniziato a parlare di “economia di guerra”. Dunque, etimologicamente, esattamente il contrario di quanto richiesto da tutte le popolazioni europee: si tratta di farci sopravvivere in guerra. Ed effettivamente le condizioni economiche in cui si trovano ad abitare le popolazioni del continente sono progressivamente sprofondate in una situazione emergenziale creata ad hoc. Come ci spiega magistralmente Giorgio Agamben, la biopolitica europeista di questi anni si è riempita di dispositivi che entrano nella carne viva delle persone a tal punto da aver ridotto a dispositivo lo stesso termine “Europa”. Dal “risanamento del debito pubblico o default” alla “pandemia o il lockdown” alla “pace o il condizionatore” la unilateralità e indiscutibilità delle direttive europee hanno reso quel potere sostanzialmente il potere. Come ben ci si è accorti dai tempi del risanamento forzato dei conti pubblici greci in violazione del volere del popolo, di democratico vi era più poco o nulla. L’Unione Europea ha insomma esercitato il suo potere d’imperio, in assenza di fondamento costituzionale democratico, oserei aggiungere. Il ricatto diretto sui popoli è stato il principale metodo di governo e addirittura comunicativo. Chi non si lascia incantare dalle sirene della propaganda, ben si rende conto che quando si giunge al sodo del discorso politico il potere europeo non presenta alternativa e anzi, se c’è la annichilisce, quando non la reprime o la arresta direttamente come stiamo vedendo in questi giorni. Questa dialettica europeista antidemocratica, che ha iniziato a diventare evidente nel biennio 2014/15 in riferimento alla vicenda del debito, oggi si è apertamente inasprita. In quegli anni si è allevata una guerra in seno all’Europa, facendola crescere al punto che oggi è matura al punto da potervi ricattare i popoli. Questo i popoli lo hanno ben chiaro e hanno osato alzare la testa ribellandosi. Ovviamente la cosa più facile per smorzare una ribellione è ridurre la prateria a palude, così per evitare di propagare l’incendio si tenterà come sempre si è fatto nella storia di infiltrare i movimenti, comprare e ridurre a gatekeeper i vari contestatori. Insomma, normalizzare le istanze rivendicative è ciò che la liberal-democrazia ha dimostrato di saper fare meglio. Il punto è che il capitalismo ha potuto farlo negli anni grazie a un modello sociale che ora è da smantellare, non ci sono più all’orizzonte politiche redistributive per ammansire gli antisistema. Tutte le risorse per la macchina militare, questo è quanto viene imposto. La crescente volontà del potere di censurare, reprimere ed esercitare coercizione riflette proprio il cambio di modalità di un potere che è già entrato nella modalità militarista in cui ci si fa pochi scrupoli ad annullare le elezioni perché non ha vinto il candidato prescelto. A chiarire questa modalità è stato proprio il Ministro della Difesa italiano Crosetto in una recente intervista alla BBC in cui ha detto: «non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica sia sbagliata» (https://www.bbc.com/news/articles/c64g18ljjd8do). Così poco importa che tutte le piazze d’Europa, sotto varie ipotesi e piattaforme rivendicative, chiedano meno warfare e più welfare, ci è imposto dal potere di fare esattamente l’opposto dunque quell’idea è “sbagliata”. Chi è dunque che valuta e ritiene una determinata opinione pubblica “sbagliata”? Il corpo della politica che incarna questo potere dal 2014 ad oggi è indiscutibilmente l’Unione Europea. Il “ce lo chiede l’Europa” è giunto al punto di “chiederci” di mandare i nostri figli in guerra. Ecco il vero dispositivo smascherato da Giorgio Agamben nel suo ultimo capolavoro: «il termine Europa non indica una realtà politica sostanziale, ma un dispositivo tattico-strategico in vista di un determinato obiettivo, di ordine prevalentemente bellico». Secondo il filosofo l’Europa è sempre esistita come corpo politico unicamente come «concetto puramente negativo, i cui contenuti sono di volta in volta definiti in opposizione a un nemico reale o costruito»[1]. Troppo facile identificare negli ultimi 12 anni quale sia stata la perfetta costruzione del nemico in grado da fare da collante per i 27 popoli dell’Unione Europea. La Russia è il nemico perfetto in grado di riempire quel vuoto identitario. Il punto è che il deficit democratico che abbiamo patito e di cui ci si è lamentati in tutti questi anni è in realtà l’elemento costituivo dell’Unione Europea quale Quisling dell’impero americano. Era ben difficile che un tale mostro sfociasse in maniera differente rispetto ad una guerra verso un nemico esterno, ma le guerre costano e il dominio è del dollaro.
Non fossero abbastanza chiari tali elementi che costituiscono l’identità europea, quale attore indebitato in funzione americana, basta seguire le dinamiche delle relazioni internazionali. Il regime ucraino, nuovamente scavalcato dagli interessi americani che si sono accordati con quelli russi, è venuto in Europa a batter cassa per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta ha trovato finanziamenti facili: 70 miliardi richiesti e già di fatto accordati. A pagare il conto della guerra sono le popolazioni del continente europeo totalmente asservite all’Impero americano. Per dirlo ancora una volta con le parole del filosofo italiano: «dal punto di vista della sua costituzione, l’Unione Europea non ha alcuna legittimità. È allora perfettamente comprensibile che un’entità politica senza una costituzione legittima non possa esprimere una politica propria. La sola parvenza di unità si raggiunge quando l’Europa agisce come vassallo degli Stati Uniti»[2]. E questo è letteralmente ciò che accade: l’Unione Europea promuove gli interessi dell’impero decadente statunitense, lasciandosi scavalcare dall’accordo sul diesel quando ciò porta soldi a loro, comprando poi le loro armi per proseguire la loro guerra sempre per portare acqua al loro mulino. Ciò che risulta più chiaro che mai dalle ribellioni in atto in queste ore è che non è solo l’Italia ad essere un protettorato americano, ma l’Europa intera che attualmente si esprime nell’istituzione antidemocratica dell’Unione Europea. E come ben sanno i Paesi del Sud Europa, le stesse politiche monetarie hanno cessato di essere utilizzate come leva di politica economica in grado di contrastare le crisi sociali, anzi le acuiscono. Madame Lagarde lo ha confermato per l’ennesima volta davanti alla rivolta francese, facendo sapere che stavolta è il turno anche dei Paesi del Nord: “le misure per rassicurare i mercati devono essere trovate in Francia, attraverso un bilancio serio, e non a Francoforte”. Berlino a suo modo aiuterà Parigi sprofondando assieme nella desertificazione industriale e nell’indebitamento. In tutto questo il grande assente è il popolo, che prova a rialzare la testa in maniera scomposta, con cortei, manifestazioni e rivolte ormai diffuse in tutto il continente. La propaganda del potere nel frattempo ha già ribaltato la dialettica reale, definendo quello stesso popolo violento, mentre propone di portare tutti al fronte dove la violenza è quotidiana, sistemica e onnipresente e non sporadica e occasionale. L’Essere sociale che invece rappresenta l’anima dell’Europa, cioè il suo popolo, è dilaniato dalla sofferenza economica che le guerre dell’Impero gli stanno facendo pagare. I costi coloniali stanno schiacciando quell popolo che o riuscirà a darsi una forma politica e a rivendicare il diritto di «decidere da soli cosa facciamo, dove lo facciamo, come lo facciamo e senza alcun padrone che ci dica cosa dobbiamo fare», come ha invocato Mélenchon allo Zénith d’Auvergne, oppure verrà ridotto a cadavere politico. Uno zombie mero esecutore del volere d’oltreoceano. Se dall’opposizione al dispositivo Europa riuscirà ad aggregarsi una risposta nazionale realmente sovrana, in grado di mettere in soffitta per sempre il potere anonimo che manipola le coscienze predisponendole all’accettazione passiva dello stato di cose presente, allora avremo una vera Europa politica; viceversa ricadremo in una dialettica imperiale che continuerà a frapporre alternative a più modelli di neoliberismo colonialista.
[1] G. Agamben, Il corpo della politica, Bollati Boringhieri, Torino, 2026, p. 66
Il 10 ottobre, giornata di mobilitazione globale per la Palestina indetta dalla Global Alliance for Palestine, l’Onorevole Stefania Ascari ha preso parte a un incontro organizzato a Modena intitolato “Voci dalla Palestina”. “È stato un onore partecipare all’incontro. I dottori che operano sul campo ci hanno parlato di un genocidio che non è finito, ma che sta continuando” mi ha raccontato Ascari. “Per colpa di un’informazione distorta e non corretta, che ha il fine di fermare le manifestazioni, è stato detto che il genocidio si era fermato. Ma chiaramente non è così: si è trattato di una bugia costruita dai media, dietro ai quali ci sono Israele e Stati Uniti. Lo hanno fatto perché le piazze fanno paura: associazioni, ONG, cittadini e cittadine si sono mobilitati, a prescindere dal colore politico, per chiedere ai potenti del mondo di fermare questo orrore che avveniva e continua ad avvenire a Gaza”.
Pensi che l’attenzione sulla Palestina sia diminuita rispetto all’anno scorso? Se è diminuita, secondo te, da cosa è dipeso e come si può contribuire a rialimentarla?
“Sicuramente l’informazione distorta fornita dai media ha influito molto, ma le piazze non si sono fermate: il dissenso contro i crimini di guerra e contro l’umanità non può essere silenziato. I cittadini e le cittadine che si sono mobilitati non hanno la coscienza sporca di sangue come, invece, chi è al Governo. È evidente che vi sia stato un rallentamento delle piazze, ma a livello nazionale i comitati e i presidi restano attivi. Loro vanno sostenuti. Dobbiamo pretendere il rispetto della nostra Costituzione che, all’articolo 11, recita chiaramente: l’Italia ripudia la guerra. Questo Governo è complice: non ha mai smesso di dare supporto a Israele, nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale nei confronti di Gallant e Netanyahu. I massimi esponenti del Governo hanno sbeffeggiato gli organi di giustizia internazionale: questo denota una grande responsabilità, perché non sono stati interrotti i rapporti economici, militari, commerciali e accademici con uno Stato che è sul banco degli imputati per genocidio. Siamo il terzo fornitore di armi a Israele. È chiaro, quindi, che il Governo italiano è responsabile della morte di 70.000 palestinesi, di cui oltre 30.000 sono bambini.
Inoltre, è stato consentito a Netanyahu di attraversare con il suo aereo lo spazio italiano: anche questa rappresenta una palese violazione. È passato per l’Italia e non per la Spagna, pur sapendo che il nostro Paese avrebbe potuto negare l’autorizzazione. Stiamo parlando di un criminale di guerra, e l’Italia, in quanto firmataria dello statuto della Corte Penale internazionale, avrebbe il dovere morale e giuridico di attenervisi. C’è una grandissima responsabilità politica sia nei confronti della Palestina, sia rispetto a una mancata reazione che avrebbe potuto, almeno in parte, fermare Israele. Basti pensare alle sanzioni: l’Italia si è schierata applicandole contro la Russia, ma non contro Israele, evidenziando così un evidente doppio standard e una profonda ipocrisia. L’Italia non ha firmato per il riconoscimento dello stato di Palestina né per la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele: un passo del genere avrebbe avuto un peso notevole, interrompendo i rapporti commerciali con Tel Aviv, ma non è stato fatto. Il Governo si è dimostrato responsabile e colpevole del genocidio in Palestina. E non solo: continua a essere servo degli Stati Uniti perché ha consentito che da basi NATO americane in Italia partissero più di 500 voli di supporto logistico per la guerra illegale e criminale in Iran. Parlare di “passaggi logistici” significa parlare, in realtà, di transiti di soldati, di armamenti e di materiali bellici diretti in Israele. Lo dimostra, per esempio, quello che è accaduto qualche giorno fa: una nave carica di petrolio proveniente da Milazzo avrebbe dovuto essere diretta in Egitto ma, a un certo punto, i suoi segnali si sono improvvisamente interrotti. Si è scoperto che quella nave si era fermata in un porto israeliano.
Noi possiamo continuare a sostenere i presidi, i comitati, le associazioni, i cittadini e le cittadine, gli studenti e le studentesse che si oppongono a questo genocidio, non solo a Gaza, ma anche in Libano. C’è la chiara volontà di estendere alla Cisgiordania quanto già compiuto a Gaza, come d’altronde ha ammesso lo stesso Gallant: lo stiamo constatando proprio in queste settimane, con la Cisgiordania ridotta a un blocco totale in cui ai palestinesi è precluso persino l’accesso all’ospedale. Servono informazioni corrette che circolino realmente. Serve una politica attenta che pretenda rispetto della Costituzione e del diritto internazionale. Serve che lo Stato di Israele venga processato, sanzionato, condannato e isolato.”
E il documentario NAZA, secondo te, ha alimentato l’attenzione sulla Palestina?
“Sicuramente ha contribuito a mantenere i fari accesi. Ha fatto una cosa importante, a differenza di quanto accaduto qui, dove il Governo italiano non ha mai usato la parola genocidio nelle aule istituzionali: in questo documentario si dimostra che sono proprio i soldati, l’intelligence e i vertici israeliani a parlare apertamente di genocidio. Viene mostrata, alla luce dell’insegnamento fatto a loro, la disumanizzazione del popolo palestinese, considerato non degno di esistere. Naza evidenzia proprio questo meccanismo: come da uno schermo, schiacciando un pulsante, si poteva, con la possibilità di colpire un membro di Hamas, in realtà uccidere 500 naza (danni collaterali, ndr).
Israele viene definita la più grande democrazia del medio-oriente, ma chiediamoci: una democrazia uccide i neonati? Annienta intere famiglie? Uccide dei civili innocenti? Distrugge scuole, ospedali, case, senza avere la certezza che vi sia un pericolo militare accertato, ma solo sulla base di un’idea? Chi fa questo non è una democrazia, ma è uno Stato terrorista, genocida e criminale. Io, a gennaio, sono stata in Cisgiordania e ho visto tutti i territori palestinesi occupati da coloni violenti. C’erano più di 900 check point, quindi per fare una strada percorribile in 5 minuti, in realtà, ci metti 6 ore perché tutte le strade sono bloccate ai palestinesi. Chiediamoci ancora: questo è quello che fa uno stato democratico?”
Molti osservano che quanto emerso dal documentario Naza non fa che confermare ciò che i palestinesi denunciano da tempo, rendendo superflua persino l’ammissione dei vertici israeliani per riconoscere la gravità della situazione. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?
“Non c’è bisogno di conferme da parte degli israeliani per dire che si tratta di un genocidio. Posso dirlo perché l’ho toccato con mano: sono stata due volte con i colleghi e le colleghe, con le ONG, con i sindacati, con gli accademici e con i giornalisti al valico di Rafah. Come testimoni diretti possiamo dirlo: non c’era bisogno che l’intelligence israeliana ce lo venisse a dire. Quando eravamo lì abbiamo visto interi campi nel deserto del Sinai dove il cibo era completamente bloccato. Gli assorbenti venivano considerati materiale pericoloso. C’è un bagno ogni 600 persone. L’acqua è sporca. Noi sapevamo da subito della situazione. Io sono stata la prima in Parlamento a dire che si trattava di genocidio. Ma Naza rimane importante, perché è la prima volta che c’è un’ammissione di colpa da parte dei vertici israeliani. Uno dei soldati a un certo punto dice: io contesto il nazismo, ma io cosa sono? Io sono peggio.”
Quanto ha pesato a tuo avviso la truffa del “board of peace” che sta anche celando il genocidio?
“Il nome corretto, a mio avviso, è board of genocide: i potenti che si sono incontrati pretendono di creare, sulle ceneri sporche di sangue di Gaza, una riviera di spettacoli e felicità, quando in realtà hanno massacrato degli innocenti. Parlano di ricostruire, ma in modalità trumpiana e imperialista: sempre e solo a danno dei palestinesi, con l’obiettivo di deportarli altrove. Questo board of genocide non sta facendo assolutamente nulla per affrontare il fulcro della questione, ossia il riconoscimento dello Stato di Palestina. Riconoscerlo significherebbe garantire ai palestinesi l’autodeterminazione, la sovranità e il diritto, pari a quello di tutti gli altri popoli, di sedersi ai tavoli internazionali per far sentire finalmente la loro voce e incidere sulle decisioni. A Rafah c’è ormai una città fantasma, circondata da filo elettrificato, come un campo di concentramento tedesco. Ci hanno detto che quello era un luogo destinato alla deportazione dei palestinesi. Questo non è un board of peace: la pace si può ottenere con il dialogo e la diplomazia, non sostenendo ulteriormente il genocidio.”
Secondo te le forze politiche di opposizione, e in particolare quella di cui fai parte, stanno facendo abbastanza per la causa palestinese?
“Non si può dire che si fa abbastanza, bisogna fare sempre di più. La prima cosa che bisogna fare, a livello parlamentare, è studiare e capire la questione. Conoscere, confrontarsi e studiare. Noi siamo andati lì. Ho voluto farlo come coordinatrice dell’intergruppo per la pace tra Palestina e Israele. Sono anche andata alla Corte Penale Internazionale e ho incontrato i giudici, che sono messi al pari dei terroristi per aver emesso dei mandati di arresto nei confronti di Gallant e Netanyahu. È paradossale: questi giudici sono stati sanzionati per aver fatto il loro lavoro. Siamo stati anche in Libano, in Siria, in Giordania e in Turchia. Io ho provato a stimolare il mio gruppo a prendere una posizione netta e ferma e ci siamo riusciti. La posizione del Movimento 5 Stelle a riguardo è chiara e forte: stop ai rapporti con Israele, stop al riarmo, riconoscimento dello stato di Palestina e sì alle sanzioni. Abbiamo chiesto la sospensione dell’accordo di cooperazione con Israele e che ci sia un supporto concreto per i palestinesi che sono in Italia. Abbiamo chiesto a questo governo di essere umano e di smetterla di sostenere Israele: il vice-ministro Salvini ha ricevuto un premio per il rapporto massimo che ha con Tel Aviv. Noi vogliamo sostenere tutto quello che viene chiesto dai palestinesi stessi e vogliamo aiutarli a ritornare a casa. Pretendiamo il rispetto delle decisioni della Corte Internazionale che ha più volte affermato che queste occupazioni sono illegali e i coloni criminali devono lasciare i territori palestinesi. Bisogna fare di più, certo. Ma questo governo deve andare a casa perché ha dimostrato che sta dalla parte sbagliata della storia. Il prossimo governo, e spero che il mio gruppo politico ne farà parte, deve prendere decisioni ferme e ascoltare il popolo italiano che chiede la pace e il rispetto dei diritti umani. Perché tutti e tutte noi siamo palestinesi.”
“Criticare Israele non è antisemitismo ma è un dovere giuridico, morale e sociale. Significa restare umani” hai detto durante la discussione in aula sul Ddl antisemitismo. Cosa può fare il Movimento 5 Stelle per contrastare l’approvazione del cosiddetto Ddl antisemitismo?
“Noi ci siamo opposti in tutte le sedi: nella commissione affari istituzionali, dentro e fuori dal parlamento, siamo stati più volte nel presidio permanente che è fuori da Montecitorio, siamo stati in tutte le piazze italiane, abbiamo fatto interventi via social e comunicati stampa per far conoscere a tutti il vero intento di questo disegno di legge che è contro i palestinesi e a favore del sionismo. Non possiamo confondere l’anti-semitismo e l’anti-sionismo: il primo è l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, il secondo un’idea criminale e suprematista. È il male assoluto perché appoggia l’idea di Netanyahu di creare la grande Israele: per farlo ha aperto più di 7 fronti di guerra. E questo governo, appoggiando questa legge, sta rendendosi complice. Se questa legge venisse approvata, noi non potremmo fare quest’intervista oggi. Un insegnante non potrebbe più parlare di Palestina ai suoi alunni. Questa norma adotta non solo l’attacco all’ebreo in quanto ebreo, ma l’attacco all’istituzione: la possibilità, quindi, di criticare il governo di Israele quando commette un genocidio. Io la definisco una norma razziale e pro-apartheid. Noi possiamo continuare a informare e, nel momento in cui cambia il Governo, intervenire per fermare questa deriva.”
Pochi giorni fa hai espresso la tua solidarietà a Cosimo Pederzoli e a Maria Elena Delia, i cui nomi sono stati inseriti in un rapporto del governo israeliano con l’accusa di promuovere attività antisemite. Hai depositato un’interrogazione parlamentare al governo chiedendo di chiarire se vi siano stati scambi di informazioni tra autorità italiane e israeliane e se siano state impiegate tecnologie di sorveglianza dei e delle manifestanti. Che risposta, se c’è già stata, hai ottenuto dal governo? E se non c’è stata, che risposta ti attendi?
“Non c’è stata risposta e ritengo il fatto gravissimo: sono stati sanzionati cittadini e cittadine che liberamente sono scesi in piazza, per non voltare lo sguardo al genocidio che sta subendo il popolo palestinese. E un altro Stato, con una violenta ingerenza, si permette di schedarli. È un fatto aberrante e ho chiesto che il governo italiano intervenga. A quale scopo vengono schedati? Perché? Come si permette uno Stato a incidere e intervenire su un altro Stato sovrano? Insisterò affinché ci sia una risposta, che dovrebbe essere chiamare immediatamente l’Ambasciatore israeliano e insistere affinché questo registro venga cancellato. È un’ingerenza intollerabile ed è un reato sia contro la privacy sia contro la libera manifestazione.”
Qualora alle prossime elezioni si riuscisse a realizzare una maggioranza alternativa a quella oggi al governo, saresti disposta, insieme al M5S ad un impegno per l’immediata abrogazione del ddl1004 e per concretizzare le proposte già fatte proprie dalle forze oggi d’opposizione in parlamento? Quali punti considereresti prioritari in merito alla questione palestinese?
“Le norme fasciste introdotte dall’attuale Governo vanno cancellate. Non solo il Ddl anti-semitismo, ma anche tutti i decreti sicurezza che, di fatto, attaccano le piazze che ci sono state a sostegno di Gaza. Vogliono inserire la censura, vogliono cancellare chiunque la pensi diversamente non solo da loro, ma anche da Israele e dagli Stati Uniti, visto che siamo servi di questi due stati. Tutti i punti che abbiamo detto devono essere abrogati in rispetto della pace. È da quattro anni che la guerra tra Russia e Ucraina va avanti e non c’è ancora una mediazione: così si alimentano le guerre e i produttori di armi. L’obiettivo non è portare la democrazia e non è sradicare il terrorismo, ma è arricchire le multinazionali e chi produce, alimentando quel complesso militare industriale che porta a un riciclo dei soldi delle tasse dei cittadini europei e americani per finanziare il business della guerra. E questo non si può dire: Julian Assange dopo aver svelato i reali fini delle guerre dei potenti del mondo è stato 5 anni nel carcere più duro del Regno Unito. Un governo che rappresenta i cittadini e le cittadine deve fermare la guerra e lavorare per la pace.”
Resterà, per ottenere risultati, importante ricostruire un ampio e plurale movimento di piazza che ritrovi la sua forza di massa?
“Assolutamente. Io, prima di tutto, sono un’avvocata e credo tanto nel diritto e nella giustizia. Credo nella pace. Io, sia dentro sia fuori dal Parlamento, mi batterò per il rispetto dei diritti dell’umanità, perché bisogna sempre mettersi nei panni dell’altro: quando ti ci metti e capisci cosa vive, ti fermi. E cominci a usare parole di umanità, di rispetto e di pace. E, soprattutto, cominci a creare una rete per costruire la pace”.
Andrei Ilnitsky, esperto militare e membro del Consiglio per la politica estera e di difesa della Russia, scrive: ll crescente livello di retorica aggressiva di un’Europa che si militarizza e che intende fare la guerra alla Russia, e l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, vengono percepiti come assurdi. Ma se si “cambia l’ottica”, diventa evidente che in questo “teatro del caos e dell’assurdo” regnano il calcolo pragmatico e il razionalismo.
Mentre i mercati mondiali calcolano i costi del crescente scontro geopolitico, i principali attori dell’Occidente continuano a investire nell’escalation. La spesa militare mondiale complessiva, secondo le stime del SIPRI, nel 2025 ha raggiunto i 2,72 trilioni di dollari — un aumento del 9,4% in un anno, il massimo dai tempi della Guerra Fredda.
I classici appaltatori della difesa statunitensi — Lockheed Martin, RTX, Northrop Grumman, General Dynamics, Boeing — hanno da tempo imparato a convertire l’incertezza in un portafoglio di ordini.
A questo drago militare-industriale che sferraglia sta crescendo una nuova “testa” — quella digitale: i beneficiari della “razionalizzazione dell’assurdo” stanno diventando i giganti dell’IT e le aziende tecnologiche, per le quali gli ordini e gli sviluppi militari hanno cessato di essere periferici: le voci di bilancio “difesa, intelligence, sicurezza” si sono trasformate in un mercato separato ad alto margine. Le multinazionali dell’IT, da fornitori di servizi a duplice uso, stanno diventando partecipanti a pieno titolo ed estremamente interessati ai conflitti militari, e operano anche sul territorio dell’Ucraina.
Eric Schmidt — ex CEO di Google e sponsor di Donald Trump, le cui aziende sviluppano e forniscono a Kiev sofisticati droni con IA, come l' “Hornet”, ha recentemente dichiarato: “Il principale vantaggio dell’Ucraina era la sua capacità di adattarsi e innovare. Questo vantaggio si sta rapidamente esaurendo. Ora la Russia combina la sua potenza militare con le proprie innovazioni. Perciò l’Occidente deve trattare l’industria della difesa ucraina come parte della propria, producendo armi congiuntamente, eliminando i colli di bottiglia nelle forniture e garantendo che i comandanti ucraini non debbano mai limitarsi nella scelta degli obiettivi…”
Palantir è diventata uno dei principali destinatari dei budget statunitensi e della NATO per l’analisi e le informazioni in tempo reale — cioè per l’infrastruttura dell' “ escalation”. La piattaforma Dataroom di Palantir per l’addestramento dell’IA è integrata dal 2026 nel circuito di comando ucraino delle Forze Armate dell’Ucraina. Il sistema MetaConstellation è attivamente utilizzato dai militari ucraini — combina informazioni da satelliti commerciali, sensori e droni in un’unica immagine operativa.
Microsoft ha ricevuto un ordine nell’ambito della linea IVAS. Le capacità cloud di Amazon (AWS) sono legate al dipartimento della difesa, e le unità segrete di AWS servono la comunità dell’intelligence. OpenAI ha concluso un contratto con il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, e il programma Project Nimbus di Google è utilizzato per scopi militari in Israele.
L’elenco potrebbe continuare. Decine di startup sono sorte attorno a droni, comunicazioni satellitari e cybersicurezza. Tutte beneficiano dell'escalation che loro stesse rendono possibile. La militarizzazione dell’IT per loro è una scelta strategica e un mercato altamente redditizio.
Recentemente l’amministrazione Trump ha annunciato due iniziative che hanno avuto risonanza: piani per creare una “Forza IA” (AI-Force) e il riconoscimento ufficiale del dispiegamento di armi nello spazio. Siamo arrivati alla soglia della guerra ibrida tecnologica. Perché il modello di business dell’escalation domina in modo così stabile? Il complesso militare-industriale statunitense e l’ala della difesa del settore IT sono legati al bilancio statale attraverso contratti a lungo termine che garantiscono flussi di cassa prevedibili, margini elevati e risorse di lobbying. Qualsiasi uscita dall’escalation significa per loro un taglio del portafoglio. Anche le élite politiche ricevono i loro dividendi: gli ordini della difesa come lobbying imprenditoriale, e la “minaccia esterna russa / iraniana / cinese” come giustificazione universale per i fallimenti economici, il crescente deficit di bilancio e il taglio dei programmi sociali.
La “strategia dell’assurdo” si traduce in una rendita stabile: il preventivo di questa follia è già stato redatto da coloro che ci guadagnano.
«La maggioranza dei cittadini italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina, ha ammesso il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto in una recente intervista alla BBC. Ma ai vertici del Paese non importa assolutamente nulla. Questo è ciò che Crosetto ha fatto ben intendere.
"La maggioranza dei nostri cittadini, anche sotto l’influenza di fattori esterni (chissà quali, ma lui insinua l'"influenza russa), ovviamente è contraria agli aiuti all’Ucraina. È difficile spiegare alla gente che è necessario aiutare quel Paese a resistere e che tale aiuto non significa affatto opporsi alla pace. Noi stessi vorremmo che la pace arrivasse già domattina"
"E, cosa più importante, - rivela senza un minimo di vergogna Crosetto, non ci si può far influenzare dall’opinione pubblica quando si ritiene che la società abbia torto"
Abbiamo già fornito 12 pacchetti di aiuti e, probabilmente, entro la fine dell’anno potremo stanziarne un altro".
Il governo italiano quindi se ne frega altamente di ciò che pensa il popolo. Ma questi politicanti, o meglio, commercianti, dovrebbero pensare che mangiano alle spalle del popolo, che li mantiene.
Mantenere con armi e soldi un governo nazista di un paese che nemmeno fa parte dell'UE e mettersi in guerra contro la Russia è contro la Costituzione Italiana. Se la classe dirigente italiana si preoccupasse almeno di salvare la faccia, dovrebbero fare la cosa più democratica in un Paese civile: indire un referendum per permettere al popolo italiano di decidere e poi rispettare la sua volontà. E invece no. Se ne fregano altamente questi traditori.
L’Ucraina non potrà mai vincere la guerra — il ministro della Difesa italiano Crosetto.
Il mio obiettivo è garantire la sopravvivenza dell’Ucraina e ottenere la fine della guerra.
Quando qualcuno in Italia diceva: «L’Ucraina vincerà la guerra», alcuni pensavano che l’Ucraina volesse sconfiggere la Russia. No. Che Zelenskyy entri praticamente a Mosca con la bandiera ucraina. No, no.
Per l’Ucraina, la vittoria significa che la Russia se ne andrà, smetterà di sganciare bombe e l’Ucraina tornerà a essere un Paese che può vivere liberamente e avere un futuro.
È proprio questa la vittoria che tutti vorremmo ottenere per l’Ucraina"
Questa è un'altra "perla" di Crosetto, che manipola l'idea di "vittoria" dell'Ucraina e sconfitta della Russia sul campo di battaglia.
Come si cambia, vero, ipocriti?? Quando la volpe non riesce ad arrivare all'uva ...
Per decenni, uno dei principali vantaggi geopolitici degli Stati Uniti è stato rappresentato dalla loro rete globale di alleanze, basi militari e accordi di cooperazione. Un sistema che ha permesso a Washington di proiettare la propria potenza su scala mondiale, condividendo informazioni d’intelligence, tecnologie e capacità militari con partner/vassalli distribuiti in Europa, Medio Oriente e Asia. Oggi, tuttavia, questo vantaggio non appare più così incontrastato.
Come osserva Foreign Affairs, Russia, Cina, Iran e Corea del Nord stanno trasformando le loro relazioni bilaterali in una rete di cooperazione sempre più articolata, capace di rafforzare ciascun membro e di ridurre l’efficacia delle pressioni statunitensi.
La guerra in Ucraina ha accelerato questo processo. Teheran ha fornito a Mosca droni, Pyongyang munizioni, missili balistici e truppe, mentre Pechino ha garantito alla Russia un importante sostegno economico e tecnologico, attraverso l’acquisto di petrolio e la fornitura di componenti indispensabili alla produzione militare. In cambio, Mosca ha condiviso tecnologie ed esperienze maturate sul campo di battaglia, contribuendo a migliorare le capacità militari dei propri partner.
La novità è che questa collaborazione non si limita più a sostenere la Russia nella guerra per procura mossa dall’Occidente collettivo contro Mosca. Le conoscenze acquisite in Ucraina circolano all’interno della rete, alimentando l’evoluzione di droni, sistemi di navigazione e tattiche operative. Un processo che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Medio Oriente, dove l’Iran beneficia del sostegno tecnologico e informativo di Mosca e Pechino.
Secondo la ricostruzione di Foreign Affairs, la Cina avrebbe fornito immagini satellitari utili a individuare obiettivi militari statunitensi, mentre la Russia avrebbe condiviso informazioni d’intelligence con Teheran, contribuendo alla precisione degli attacchi contro installazioni USA e alleate. Entrambe le potenze, tuttavia, hanno evitato di entrare direttamente in guerra contro Washington. La loro strategia consiste nel rafforzare le capacità iraniane senza assumersi i rischi di uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti.
È proprio questa flessibilità a rendere più difficile contrastare la cooperazione tra i quattro Paesi. Non serve che tutti combattano sullo stesso fronte: il sostegno diplomatico, economico, tecnologico e militare può produrre effetti strategici rilevanti anche senza un intervento diretto.
Nel frattempo, Washington rischia di compromettere uno dei suoi principali punti di forza. Le pressioni esercitate sugli alleati, le politiche protezionistiche e l’approccio dell’amministrazione Trump hanno alimentato tensioni con partner tradizionali. Alcuni governi si sono mostrati riluttanti a sostenere le operazioni statunitensi, mentre altri hanno negato, almeno temporaneamente, specifiche forme di accesso militare.
Il paradosso è evidente: mentre Russia, Cina, Iran e Corea del Nord imparano a mettere in comune le proprie risorse per resistere alle sanzioni e alle pressioni occidentali, gli Stati Uniti rischiano di indebolire la coesione della rete internazionale sulla quale hanno costruito la propria superiorità.
La cooperazione tra questi quattro Paesi, inoltre, produce vantaggi che vanno oltre il teatro di guerra nel quale si sviluppa. Le difficoltà USA in Medio Oriente, per esempio, hanno imposto lo spostamento di importanti risorse militari dall’Indo-Pacifico, creando maggiori margini di manovra per la Cina. Allo stesso modo, le conseguenze economiche dei conflitti possono offrire nuove opportunità alla Russia, anche attraverso l'aumento dei prezzi energetici e le temporanee modifiche alle restrizioni sul suo petrolio.
Non si tratta, dunque, soltanto di un’alleanza contro gli Stati Uniti, ma di un sistema di relazioni che consente ai suoi membri di compensare le rispettive debolezze e sfruttare le difficoltà dell’avversario. La capacità di trasformare risorse nazionali separate in una forza collettiva sta diventando un elemento decisivo della competizione internazionale.
Il punto centrale è che la superiorità militare ed economica USA non garantisce automaticamente la vittoria strategica. Gli Stati Uniti dispongono ancora di risorse considerevoli e di una rete di alleanze molto più estesa. Ma la loro efficacia dipende dalla capacità di mantenere la fiducia dei partner e di coordinare le rispettive forze.
La sfida che emerge è quindi più profonda di un semplice confronto tra potenze. È una competizione tra reti geopolitiche, nella quale contano non soltanto le risorse disponibili, ma anche la capacità di condividerle, adattarsi e sostenersi reciprocamente. E mentre Washington continua a fare affidamento sulla propria superiorità tradizionale, i suoi avversari stanno imparando a trasformare la cooperazione in uno strumento concreto per ridimensionarla. In un mondo sempre più multipolare questo è un aspetto fondamentale.
Le immagini delle città francesi devastate il 17 ottobre sono impressionanti: municipi danneggiati, edifici pubblici assaltati, scontri con la polizia e saccheggi. Ma fermarsi alla condanna delle violenze, senza interrogarsi sulle cause profonde della crisi, significa limitarsi alla superficie di un problema che investe ormai l'intero sistema politico francese. Il caos che attraversa la Francia non nasce dal nulla. È il sintomo di una società lacerata da anni di politiche neoliberiste, austerità, precarizzazione del lavoro e progressivo smantellamento delle tutele sociali. Un modello che ha concentrato ricchezza e opportunità, scaricando sulle classi popolari il costo delle proprie contraddizioni, mentre il potere politico si è mostrato sempre più distante dai bisogni reali della popolazione, come confermato dalle politiche guerrafondaie nei confronti della Russia che colpiscono i popoli europei. Emmanuel Macron incarna questa deriva.
Presentatosi come il volto della modernizzazione, ha portato avanti un'agenda economica favorevole agli interessi del capitale, indebolendo le protezioni sociali e trattando il dissenso come un problema di ordine pubblico. Dalle mobilitazioni dei gilet gialli alle proteste contro la riforma delle pensioni, la risposta del suo governo ha mostrato ripetutamente i limiti di un sistema incapace di ricostruire il consenso attraverso il confronto sociale. Quando le tensioni esplodono nelle periferie e nelle strade, il potere si rifugia nella retorica dell'autorità, invoca il ripristino dell'ordine e promette misure di sicurezza. Ma l'ordine pubblico non può diventare il paravento dietro cui nascondere il fallimento delle politiche economiche e sociali. Né la repressione può sostituire una strategia capace di affrontare le disuguaglianze, l'esclusione e l'assenza di prospettive che alimentano la rabbia. Questo non significa giustificare devastazioni, saccheggi o aggressioni.
Significa, piuttosto, rifiutare l'ipocrisia di chi condanna le conseguenze ignorando le responsabilità politiche che hanno contribuito a creare il terreno sul quale prospera il conflitto sociale. Difendere le istituzioni democratiche richiede anche di restituire loro credibilità, renderle davvero tali garantendo diritti, servizi pubblici e dignità a chi si sente abbandonato. Il governo Macron, invece, è intrappolato nelle contraddizioni del proprio modello. Da una parte, rivendica la necessità di uno Stato forte quando si tratta di reprimere il dissenso o procedere al riarmo; dall'altra, persegue una visione economica che riduce il ruolo dello Stato nella protezione sociale e subordina le politiche pubbliche alle esigenze del mercato. La crisi francese è dunque anche una crisi del neoliberismo europeo: un sistema che promette prosperità, ma produce insicurezza; celebra la libertà economica, ma restringe gli spazi di partecipazione popolare; invoca la responsabilità individuale, mentre sottrae a intere fasce della società gli strumenti per costruire il proprio futuro.
Macron può tentare di guadagnare tempo e presentare la questione come una semplice emergenza di sicurezza. Ma le contraddizioni che attraversano la Francia non scompariranno con qualche dichiarazione solenne o con un rafforzamento dell'apparato repressivo. Finché le istituzioni continueranno a difendere un modello economico che sacrifica la coesione sociale sull'altare del mercato, il malessere resterà. La vera emergenza francese non è soltanto il disordine nelle strade: è un sistema politico ed economico che ha progressivamente eroso le proprie basi sociali. E nessuna operazione di polizia potrà risolvere una crisi che nasce dall’avidità delle classi dominanti.
Il fumo dei lacrimogeni si mescola all'aria di ottobre nelle piazze francesi in rivolta, mentre la risposta dello Stato a un malessere profondo si riduce a manganelli, idranti e blindati. Non è semplice rabbia. È il rigetto viscerale di un modello economico neoliberista che soffoca le classi popolari e risponde al dissenso con la sola grammatica della forza.
Tutto era iniziato alla fine di settembre dentro le aule scolastiche. Gli studenti chiedevano dignità: meno classi sovraffollate, più insegnanti, orari che non li stritolino. Invece di aprire un tavolo di confronto, l'esecutivo ha chiuso fino a cinquecento istituti in tutto il paese. Quando i ragazzi hanno portato quella stessa richiesta nelle piazze, la scelta è stata la repressione. I gas lacrimogeni lanciati contro i liceali non sono un incidente di percorso, ma la logica conseguenza di un sistema che dichiara di non avere soldi per l'istruzione ma ne trova a iosa per blindare l'ordine pubblico.
Según una fuente policial, las autoridades prevén que entre 30.000 y 60.000 manifestantes se congreguen en París, mientras que en todo el territorio francés la cifra se sitúe entre 90.000 y 170.000. https://t.co/l978yGOg5n
La protesta si è allargata a macchia d'olio, unendo i gilet gialli, i sindacati e una gioventù che non crede più alle promesse elettorali. Kamil, diciotto anni, lo dice chiaro mentre marcia: protesta per "i politici che mentono e gli ultraricchi che si sono presi sempre più ricchezza negli ultimi dieci anni". Agnes, cinquant'anni, rincara la dose: "Da anni abbiamo problemi di clima, economia e uguaglianza, ma il governo non fa nulla". Di fronte a questo grido collettivo, l'Eliseo ha risposto con un secco e sterile invito al "rispetto delle persone e della proprietà", una formula che suona più come una minaccia che come un'apertura.
La repressione è diventata l'unico vocabolario disponibile per l'esecutivo neoliberista. A Marsiglia gli scontri hanno portato all'irruzione nel municipio e alla distruzione del busto di Marianna, simbolo repubblicano, dopo che era già stata presa di mira una stazione di polizia municipale. A Lione, un ufficio del turismo è stato dato alle fiamme da giovani incappucciati, mentre a Lille e in altre città le sedi istituzionali sono state vandalizzate. Centinaia di fermati solo a Parigi, cariche della polizia, finestre di emittenti televisive mandate in frantumi. Le riprese che circolano in queste ore sui social network, ormai assunte a simbolo tangibile di questa repressione, mostrano agenti in assetto antisommossa che caricano ragazzi in fuga. Non è la difesa della democrazia, è la sua negazione.
Dietro i vetri rotti e le barricate c'è un Paese con un debito pubblico che supera il centoventi per cento del PIL e un potere d'acquisto eroso dall'inflazione e dai costi energetici alle stelle, aggravati dal conflitto in Medio Oriente. Franck, funzionario pubblico, riassume il sentimento di chi scende in strada: "Alla fine del mese non mi resta nulla. I prezzi salgono ma gli stipendi no. Non ce la facciamo più, stiamo soffocando".
Mentre la destra di Marine Le Pen grida al complotto della "sinistra radicale" e Jean-Luc Mélenchon denuncia una narrazione mediatica ossessionata dalla violenza, la sostanza politica non cambia. Il governo trema, come nota Ryad Rani, rappresentante degli studenti delle superiori: "Il governo trema ed è giusto che tremi, perché quando il popolo francese è arrabbiato non molla mai".
Per ora, l'unica concessione del regime resta la carica della polizia. Una risposta vecchia, brutale e destinata a fallire. Non si può gasare la fame, né soffocare con gli dranti la richiesta di un futuro migliore senza neoliberismo.
Personalmente, non apprezziamo particolarmente la portavoce del Ministero degli esteri russo, Marija Zakharova, distintasi in passato per aver detto che Stalin è peggiore di Hitler. Ma, quando i giullari del governo fascio-leghista, ammucchiati in quel putridume “informativo” di RaiNews 24, blaterano che «Zakharova torna ad attaccare l'Italia», non si può che esser presi da urti di vomito, per l'ormai quotidiana esortazione a prendere le armi e prepararsi alla guerra, in nome della difesa dei “valori liberali occidentali attaccati dalle autocrazie euroasiatiche». Uno schifo, insomma, che deve però servire a mobilitare quante più forze popolari possibili per arginare le smanie belliciste delle cancellerie europee.
In sostanza, ecco cosa ha detto Marija Zakharova, accusata da RaiNews di «attaccare l'Italia», nelle sintesi delle agenzie Interfax e TASS.
Zakharova ha sottolineato la politica anti-russa del governo italiano, titolava il 16 ottobre la russa Interfax. La Russia è sempre pronta a una cooperazione costruttiva e reciprocamente vantaggiosa con ogni paese che non abbia una politica estera russofoba ostile, ha dichiarato la portavoce del Ministero degli Esteri, Marija Zakharova.
«Siamo sempre stati disposti a sviluppare rapporti con tutte le forze costruttive che non professino la russofobia e non agiscano contro il nostro Paese», ha detto, commentando, su richiesta dei giornalisti, la possibilità della ripresa della cooperazione russo-italiana.
Zakharova ha rilevato che, a causa della politica anti-russa del governo italiano, oggi non ci sono pieni contatti con Roma e, tuttavia, sono gli stessi cittadini di quel paese a essere estremamente interessati a relazioni adeguate con Moskva.
«La Roma ufficiale non ha sufficiente volontà politica, per agire nell'interesse dei propri cittadini, andando contro, per così dire, alle pretese dei suoi padroni di Bruxelles e di altre capitali di intraprendere passi russofobi, contro gli interessi del proprio popolo», ha concluso Zakharova.
Come specifica la TASS, Marija Zakharova, rispondendo alla domanda se ci sia in Italia chi si esprime per regolare il dialogo con la Russia, Zakharova ha rilevato che questi «sono i cittadini italiani stanchi dell’imposizione della russofobia, che vedono i risultati di tale politica, vedono come non venga loro permesso nemmeno di esprimersi al riguardo, dicono di essere ingannati quando, in vista delle elezioni, si comincia a divulgare l’idea che occorra tenere conto sia del fattore Russia, sia del fattore delle relazioni bilaterali che, quando si sono sviluppate, hanno sempre portato benefici all’Italia, che non si debba cadere in fobie nazionalistiche e ideologie, ma dopo le elezioni ricomincia tutto come prima».
Confrontando la sintetica puntualità delle osservazioni di Zakharova con gli squittii dei propagandisti RAI, torna alla mente la lucida osservazione del favolista russo settecentesco Ivan Krylov: «Capita alle aquile di scendere anche più in basso delle galline, ma alle galline non accade di elevarsi fino alle nuvole».
L'Unione Europa ha appena scritto una pagina nera per la libertà di espressione, rifiutando di revocare le sanzioni contro il giornalista Huseyin Dogru, residente a Berlino. L'accusa mossa contro di lui è di aver fornito un «sostegno indiretto» alla Russia. Ma la cosa più agghiacciante non è l'accusa in sé, quanto l'ammissione esplicita delle autorità dell'Unione Europea: hanno dichiarato apertamente di non aver bisogno di prove dirette per imporre tali restrizioni, sottolineando che, in questi casi, la presunzione di innocenza semplicemente non trova applicazione. Un principio cardine dello stato di diritto viene così archiviato come un fastidioso relitto del passato, sacrificato sull'altare della russofobia imperante.
Le restrizioni imposte a Dogru hanno i contorni di una persecuzione giudiziaria. Le sanzioni includono il congelamento di tutti i conti bancari, un divieto di viaggio in tutta l'UE e un divieto professionale di fatto. Dogru ha il divieto assoluto di svolgere qualsiasi forma di lavoro retribuito o autonomo e nessuno è legalmente autorizzato a fornirgli risorse economiche. Nella pratica quotidiana, come è stato giustamente evidenziato, «anche solo invitarlo per un caffè costituirebbe un reato penale». Il congelamento ha colpito pure il conto della moglie incinta, sebbene lei non figuri in alcun elenco di sanzioni. Per sopravvivere, Dogru ha potuto accedere a un minimo vitale solo dopo settimane di umilianti approvazioni da parte della Bundesbank. Nemmeno una testata come junge Welt, che aveva mostrato interesse ad assumerlo, può farlo: secondo il Ministero dell'Economia tedesco, tale impiego violerebbe il «divieto di mettere a disposizione fondi» dell'UE, configurandosi come un reato.
Su cosa si fonda questo accanimento? Secondo la giustificazione fornita dall'UE, i reportage di Dogru sul movimento di solidarietà con la Palestina in Germania «seminano discordia etnica, politica e religiosa» e, con un salto logico degno della più sfrenata paranoia, aiutano così le «attività destabilizzanti della Russia». L'intero «pacchetto di prove» usato per giustificare i provvedimenti, reso pubblico dallo stesso giornalista dopo il rigetto del ricorso da parte del Consiglio dell'UE, consisteva esclusivamente in alcuni tweet del suo account personale e di Red Media. Non ci sono trasferimenti di denaro illeciti, non ci sono incontri segreti. Ci sono opinioni: critiche alla retorica militarista, riflessioni sul disastro neoliberista della riunificazione tedesca, reportage su manifestazioni e marce di estrema destra, oltre a denunce sulle condizioni di vita dei rifugiati ucraini e sul riarmo della Germania. Uno di questi post ricordava semplicemente il reclutamento da parte della NATO di ex ufficiali della Wehrmacht di Hitler, come Adolf Heusinger. Verità storiche e critiche politiche che, in un'Europa che si definisce democratica, sarebbero protette dalla libertà di espressione. Qui sono diventate prove di alto tradimento.
Quando le prove scarseggiano, l'apparato sopperisce con accuse vaghe e intimidatorie. Il testo delle sanzioni afferma che Do?ru e Red Media avrebbero «stretti legami finanziari e organizzativi con entità e attori della propaganda di Stato russa», con «profonde connessioni strutturali» e «rotazioni del personale» con i media di Stato russi. A sostegno di queste affermazioni gravissime, però, non ci sono indagini forensi o documenti bancari. Le uniche "prove" consistono in soli tre articoli di stampa, provenienti dal Tagesspiegel, dalla Taz e dal quotidiano sionista Jerusalem Post, che non forniscono alcuna prova oltre a speculazioni e insinuazioni. L'unico fatto verificabile è che Red Media ha rilevato il canale Telegram di Redfish, un media un tempo legato a Russia Today, e che alcuni collaboratori vi hanno lavorato in passato.
A completare il quadro, l'ipocrisia istituzionale raggiunge il suo apice nelle dichiarazioni del portavoce del Ministero degli Esteri tedesco, Christian Wagner. In una conferenza stampa federale, ha etichettato Dogru come «attore della disinformazione», negandogli esplicitamente lo status di giornalista e sostenendo che agiva «per conto di presunte agenzie russe». Un'accusa così grave che non era nemmeno presente nella decisione ufficiale del Consiglio dell'UE, dimostrando come la gogna mediatica e politica viaggi ormai su un binario parallelo, slegato da qualsiasi parvenza di legalità o coerenza interna.
Il caso Dogru non è un incidente di percorso. È il sintomo di una deriva autoritaria che usa la paura della Russia come passepartout per criminalizzare il dissenso, silenziare le voci scomode e piegare il giornalismo indipendente agli interessi dell'establishment. Quando un'unione di Stati che si vanta di essere il faro dei diritti umani ammette tranquillamente di non aver bisogno di prove per annientare un cittadino, quella luce si è già spenta. Resta solo l'ombra della repressione, e il silenzio assordante di chi continua a guardare dall'altra parte mentre la libertà di stampa viene smantellata pezzo dopo pezzo. Intanto la stessa UE continua clamorosamente a voler impartire lezioni di democrazia e libertà di stampa al mondo intero.
In Hong Kong a fuoco, Laura Ruggeri analizza le proteste scoppiate nella città asiatica dal 1997. L'autrice le inquadra non come moti spontanei, ma come "rivoluzioni colorate" eterodirette. Il dissenso locale viene svelato come un'arma del soft power americano nella guerra ibrida contro la Cina. Unendo osservazione diretta e rigore documentale, il saggio offre una solida e avvincente contro-narrazione. Il libro diventa così uno strumento prezioso per decodificare dinamiche geopolitiche simili in tutto il mondo.