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Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang

20 October 2026 at 16:18

Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.

Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.

Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.

Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.

E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.

Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.

Fermare l’aggressione russa per proteggere gli Usa. La linea di Talarico (che manca in Italia)

16 October 2026 at 16:02

Fermare Vladimir Putin in Ucraina oggi, per non doverlo fermare altrove domani. È la tesi con cui James Talarico, candidato democratico al Senato degli Stati Uniti per il Texas, ha difeso il sostegno americano a Kyiv. durante un incontro pubblico con gli elettori organizzato da Cnn e Jubilee Media a Fort Worth mercoledì 14 ottobre. A spingere il candidato a rilasciare questo commento è stata la domanda di uno studente della Southern Methodist University, che gli ha chiesto perché Washington dovesse continuare a spendere per una guerra lontana mentre nelle comunità texane si vedono senzatetto sotto i ponti. Talarico ha rovesciato la prospettiva dello studente, presentando gli aiuti all’Ucraina non come un costo ma come un risparmio.

“Abbiamo imparato nella Seconda guerra mondiale che quando non ci opponiamo a un aggressore in Europa, la cosa torna a perseguitarci”, ha detto Talarico, aggiungendo che bisogna rafforzare l’Ucraina e gli alleati della Nato che resistono all’aggressione russa, “così che non dobbiamo farlo noi”. In questa chiave il sostegno a Kyiv diventa “una misura di risparmio. Se riusciamo a fermare Putin in Ucraina, non dovremo fermarlo altrove”.

Non è un ragionamento inedito a Washington, dove da anni chi sostiene Kyiv lo ripropone in forme diverse. Alla base c’è un calcolo di deterrenza, secondo cui le risorse impiegate per consentire all’Ucraina di logorare l’apparato militare russo abbassano la probabilità che Mosca arrivi un giorno a sfidare l’articolo 5 dell’Alleanza, ipotesi nella quale agli Stati Uniti verrebbe chiesto uno sforzo incomparabilmente maggiore, sul piano finanziario e forse anche in termini di vite. Talarico ha scelto di tradurre questo schema nel linguaggio del contribuente, richiamando il dovere di amministrare con cura il denaro pubblico e di sottoporre a verifica continua ogni spesa all’estero, e in questo modo ha provato a rivolgersi anche a un pubblico conservatore senza annacquare la propria impostazione atlantista.

Nel corso dello stesso scambio il candidato ha tenuto separati i due fronti su cui oggi si misura la politica estera americana. A pesare davvero sulle casse federali, nella sua lettura, è il conflitto con l’Iran, che stima in un miliardo di dollari al giorno e al quale attribuisce il rincaro di benzina e diesel, oltre a un tributo di sangue che ha toccato da vicino anche il Texas con la morte di una militare di diciannove anni dell’area di Dallas-Fort Worth, colpita da un attacco iraniano in Giordania. Altrettanto severo il giudizio sulla disponibilità dell’amministrazione Trump a tornare ad acquistare petrolio russo, una decisione che a suo avviso nasce da obiettivi confusi e cangianti e che finisce per “assecondare e blandire” Putin.

Il peso politico di queste parole si comprende meglio guardando all’avversario. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano, nel 2024 si era scagliato contro il senatore uscente John Cornyn per il suo voto favorevole al pacchetto di aiuti destinato a Ucraina, Israele e Taiwan, accusandolo di essere un repubblicano “America Last”, più attento ai confini degli altri Paesi che a quelli americani. All’incontro di Fort Worth Paxton non si è presentato, come già accaduto in diverse occasioni di confronto pubblico nel corso della campagna.

Dinamiche che risuonano anche in Italia…

Vescovi con la tessera. Così Pechino ridisegna la Chiesa cattolica cinese

15 October 2026 at 13:45

Il mese scorso Chongqing ha avuto un nuovo arcivescovo. Si chiama Andrea Ding, ha 44 anni, fino a poco fa era un semplice parroco e il suo incarico più rilevante era la vicesegreteria del Consiglio dei vescovi cinesi, organismo legato all’Associazione patriottica cattolica. Più o meno negli stessi giorni a Zhangjiakou è arrivato Giuseppe Wang, vicedirettore dell’Associazione nell’Hebei, prendendo il posto di Agostino Cui Tai, detenuto per anni dal governo cinese e messo a riposo dal Vaticano senza che nessuno abbia chiarito se oggi sia libero.

Per Nina Shea, che dirige il Center for Religious Freedom dell’Hudson Institute, sono gli ultimi tasselli di un disegno preciso. L’accordo del 2018, il cui testo non è mai stato reso pubblico, dà a Pechino voce in capitolo nella scelta dei vescovi e lascia al papa un diritto di veto. Il Partito, sostiene Shea, lo sta usando per collocare alla testa delle diocesi i dirigenti dell’Associazione patriottica. Lo sono quasi tutti i 18 vescovi nominati finora, più i due che Roma dovette riconoscere come condizione per firmare.

L’Associazione fu creata sotto Mao per staccare i cattolici cinesi da Roma, e chi vi aderisce si impegna all’“indipendenza” e all’“autogestione” della Chiesa. Benedetto XVI, nella lettera ai cattolici cinesi del 2007, giudicò questo obiettivo inconciliabile con la dottrina. Dal 2018 l’organismo risponde al Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Pcc e i sacerdoti sono stati spinti ad aderire. Il Vaticano, che pure lo considera illegittimo, ha lasciato correre.

Sono questi vescovi a far rispettare le regole della sinizzazione voluta da Xi Jinping, che prevedono omelie centrate sul suo Pensiero e il divieto di ingresso in chiesa per i minori. Giuseppe Shen Bin fu trasferito a Shanghai da Pechino nel 2023 senza consultare Roma, e papa Francesco ratificò la decisione tre mesi dopo. Da allora parla della sinizzazione come della strada obbligata per la Chiesa cinese. A Shantou siede Giuseppe Huang Bingzhang, che da deputato votò per inserire il Pensiero di Xi in Costituzione e che Roma aveva scomunicato nel 2011. A Mindong Vincenzo Zhan Silu nel 2019 portò 33 preti in un centro di “rieducazione” socialista. Lo scorso dicembre, nell’Henan, Francesco Li Jianlin ha fatto chiudere una chiesa perché alcuni ragazzi vi suonavano degli strumenti, e poi ha esteso il divieto a tutta la provincia. Un fedele ha commentato con AsiaNews che la polizia ormai non serve più.

Chi non si è piegato ha pagato. Shea conta dieci vescovi fedeli a Roma finiti in carcere, scomparsi, degradati o mandati in pensione. Taddeo Ma Daqin, a Shanghai, è chiuso in un seminario da 14 anni. Giulio Jia Zhiguo è morto l’anno scorso in una clinica, sorvegliato dalla polizia.

Intanto i cattolici in Cina restano fermi tra i 10 e i 12 milioni, secondo le stime citate dal Pew Research Center, metà dei quali nella Chiesa clandestina. I protestanti praticanti, secondo il sociologo Fenggang Yang della Purdue University, sarebbero invece circa 100 milioni, e crescono soprattutto nelle comunità non registrate. Proprio quel mondo sotterraneo che il Vaticano, non nominando più vescovi clandestini, ha di fatto abbandonato.

L’intesa è stata rinnovata nel 2024 fino al 2028 e il passaggio a Leone XIV non ha avuto impatti di sorta. Ma se Roma non cambia strada, suggerisce Shea, la Chiesa cattolica cinese è destinata a spegnersi.

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