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Ecco come il governo va ancora in soccorso delle imprese sul payback

20 October 2026 at 15:35

Ci risiamo. Ancora una volta futuro delle imprese italiane dei dispositivi medici è a rischio. E, ancora una volta, la spada di Damocle si chiama payback. Un tema di cui questo giornale si è occupato spesso, dando contezza della grande incertezza che ha attanagliato, e ancora attanaglia, un intero comparto industriale. Quello cioè che rifornisce le Pubbliche amministrazioni dei macchinari con cui effettuare controlli, diagnosi, radiografia e molto altro.  Introdotto nel 2015, il payback dei dispositivi medici è diventato operativo nel 2022, col governo Draghi, anche per gli sforamenti relativi al periodo 2015-2018. Quando una Regione supera il tetto di spesa per i dispositivi medici, il 50% dello sforamento viene ripianato dalle imprese fornitrici, in proporzione al fatturato realizzato con il Servizio sanitario nazionale, mentre l’altro 50% resta a carico delle Regioni.

In altre parole, il payback costringe le aziende a pagare di tasca propria metà dello sforamento dei tetti di spesa che sono abbondantemente sottofinanziati e dunque da sempre vengono sfondati. Tutto questo è una vera e propria ipoteca sugli investimenti delle aziende che producono e vendono dispositivi medici. Per avere un’idea, dopo aver fatto pagare 500 milioni alle imprese per il triennio 2015-2018, resta oggi in sospeso la cifra di 5 miliardi per il 2019-2024 mentre solo per il 2025 lo sfondamento del tetto è di 2,8 miliardi con un payback stimato a carico delle imprese di 1,45 miliardi. Se poi al conto dei denari dovuti dalla filiera dei dispositivi si aggiunge anche il payback dovuto dalle aziende farmaceutiche, il totale arriva a sfiorare i 4 miliardi solo per l’anno scorso. Una somma insostenibile con le imprese che aspettano ora un segnale importante in manovra.

Segnale che potrebbe arrivare, anche se non sarà un colpo di magia. Le imprese medicali chiedono nella sostanza due azioni al governo: primo, alzare il tetto di spesa e tararlo su livelli coerenti con i fabbisogni e, secondo, l’azzeramento definitivo del meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano dei disavanzi (come invece potrebbe fare la Corte costituzionale a cui i giudici amministrativi del Lazio hanno sollevato la questione di legittimità). Ora, secondo quanto risulta a Formiche.net, la questione sarebbe ancora una volta stata presa a cuore da Fratelli d’Italia che, in vista della prossima manovra, punta a innalzare il tetto della spesa per i dispositivi dello 0,2%, dopo che il massimale dello scorso anno era stato portato al 4,6%. in questo modo, è il ragionamento si punta a smorzare un po’ la pressione sulle imprese, scongiurando una nuova mazzata per gli anni a venire. Ma, viene fatto notare da fonti vicine agli ambienti, se il pregresso è di 5 miliardi, e lo è, sarà impossibile in questa legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, fare tabula rasa.

Il muro Ue sulle auto cinesi funziona. E il Dragone vira sul Golfo

20 October 2026 at 11:36

Funziona, ed è già una notizia. Nel lungo e faticoso cammino verso il riequilibrio dei pesi commerciali tra Cina ed Europa, quest’ultima raccoglie un primo, non scontato, frutto. Tutto merito dell’accordo raggiunto tra Bruxelles e Pechino a latere della delicata ma non ancora decisiva trasferta in terra cinese del commissario al Commercio  Maroš Šefčovič, due settimane fa, per limitare l’ingresso di auto elettriche e ibride cinesi sul mercato europeo. Non bisogna certo ricordare il conto dei danni causati ai costruttori del Vecchio continente dalla concorrenza sussidiata e per questo sleale della Cina, che produce di più e vende a meno. La crisi nella quale è precipitata Volkswagen è l’esempio più lampante di come l’industria cinese abbia demolito un poco alla volta quella europea.

Ora però l’accordo siglato pochi giorni fa, che nei fatti porta a 350 mila in numero di veicoli cinesi ibridi da commercializzare sul mercato europeo, genera i primi effetti benefici. Per esempio, costringere i costruttori cinesi a dirottare il grosso della auto che non possono più entrare in Ue, verso altri lidi: come il Golfo. E andando anche oltre il concetto stesso di veicolo. Proprio in queste settimane, Paesi quali Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman stanno diversificando le proprie fonti energetiche, puntando su energie alternative, perseguendo obiettivi ambientali e modernizzando le proprie infrastrutture di trasporto. Cosa c’entrano le quattro ruote? Allo stesso tempo, i produttori cinesi non si limitano più dunque a vendere solo auto economiche e basilari. Al contrario, stanno costruendo reti di distribuzione, stringendo partnership e introducendo tecnologie avanzate per le batterie in una regione a lungo dominata da marchi giapponesi, americani, sudcoreani ed europei.

Insomma, tutta la tecnologia e l’infrastruttura a monte e a valle della mobilità green made in China, si sta riposizionando, cercando altri sbocchi, anche e non solo per effetto del blocco europeo. Case quali Byd, Geely, Chery, Changan, MG e Li Auto stanno tutte entrando nel mercato automobilistico del Golfo. La stessa Byd, il principale costruttore del Dragone, si è affermata come un concorrente particolarmente importante per i marchi già consolidati nell’area. Tanto che nel settembre 2026, il suo distributore saudita, Al-Futtaim, ha annunciato l’apertura di nuovi showroom a Riyadh e Al-Qassim, portando a 10 il numero totale dei punti vendita in Arabia Saudita. Altri stanno seguendo percorsi simili. Geely, per esempio, sta consolidando la sua posizione con auto tradizionali, modelli elettrici e marchi premium.

Il dato rilevante è comunque la buona riuscita dell’operazione dell’Ue sulle auto cinesi. Come sottolineato pochi giorni fa dall’istituto Bruegel, “se l’accordo sui veicoli ibridi venisse effettivamente replicato in altri settori, rappresenterebbe un importante passo avanti nella gestione della concorrenza delle importazioni dalla Cina, evitando un’escalation e rispettando gli impegni internazionali. E dal punto di vista della Cina, introdurrebbe inoltre un elemento di stabilità e prevedibilità nelle relazioni con l’Ue”. Come a dire, funziona.

100 miliardi, ecco come il Venezuela si avvicina alla quota Trump sul petrolio

19 October 2026 at 16:07

La quota Trump, se così la si può chiamare, non è poi così lontana. Sei mesi fa, quando Washington decise che il tempo di Nicolas Maduro alla guida del Venezuela era finito, l’amministrazione americana indicò in 100 miliardi la mole di investimenti necessaria a rilanciare sul mercato l’industria petrolifera venezuelana, che vale, giova ricordarlo, un quinto delle riserve globali di oro nero. Ora, quell’obiettivo si avvicina. Caracas, per stessa ammissione della presidente ad interim Delcy Rodriguez, il cui insediamento ha certamente oliato gli ingranaggi per una rinascita industriale ed economica del Paese, anche grazie alla regia americana.

Il Venezuela punta così a circa 76 miliardi di dollari di investimenti in petrolio e gas nei prossimi cinque anni, ha chiarito in queste ore Rodriguez, in occasione della chiusura di una conferenza sull’energia a Maracaibo, capoluogo dello Stato di Zulia, dove si produce petrolio e dove oltre 150 aziende nazionali ed estere si sono riunite per discutere di investimenti e del ripristino della produzione. Secondo la presidente, il governo di Caracas ha firmato 61 accordi nell’ambito del suo quadro normativo riveduto sugli idrocarburi e sta negoziando altri 44. Rodriguez ha affermato che i progetti sono pensati per unire capitali esteri a risorse finanziarie e manodopera venezuelane.

Non è tutto. La stessa Rodriguez ha spiegato come gli investimenti previsti genererebbero oltre 324 mila posti di lavoro, tra diretti, indiretti e indotti. Una cifra che sottolinea quanto ampio sia l’obiettivo del Venezuela, che cerca di ricostruire un settore petrolifero ancora molto lontano dai suoi picchi storici di produzione, nonostante disponga delle maggiori riserve di greggio al mondo. Certo, tradurre gli impegni in produzione richiederà anni di perforazioni e spese per giacimenti deteriorati, sistemi elettrici e altre infrastrutture, oltre a garanzie per gli investitori preoccupati dalla storia di nazionalizzazioni del Paese e dai rischi politici e legali.

Lo sforzo, comunque, c’è. Chevron, tra le più grandi compagnie al mondo, di recente ha ampliato i propri diritti di sviluppo nella fascia dell’Orinoco e ha riveduto i termini delle sue attività in Venezuela, dichiarando che gli accordi sottoscritti tra Caracas e Washington aprono la strada a nuovi investimenti ma che restano ancora anni di lavoro. L’azienda ha affermato che la crescita a lungo termine dipenderà dalla prosecuzione delle riforme e dalla cooperazione tra industria e governo per migliorare le infrastrutture. Insomma, la campagna per gli investimenti è sempre più legata a uno sforzo sostenuto dagli Stati Uniti per rilanciare il vasto ma persistentemente debole settore petrolifero venezuelano. Gli obiettivi mostrano quanto sia grande la sfida. Ma vale la pena tentare.

AI, l’Europa può ancora giocarsela con la Cina. Grazie all’industria

19 October 2026 at 15:00

Sì, la Cina è la fucina globale dell’Intelligenza Artificiale a basso costo, ma dalla qualità e sicurezza tutta da verificare. Ma l’Europa, almeno sul campo dell’industria la partita con Pechino se la può giocare, eccome. Nel grande gioco della competizione tra Europa e Cina, che valica anche il concetto stesso di Intelligenza Artificiale, il Vecchio continente ha i suoi assi, specialmente per quanto riguarda la tecnologia applicata alla manifattura. Bisogna solo andare un po’ più in profondità per accorgersene. Come a dire, se a prima vista la Cina sembra ben posizionata per dominare l’implementazione dell’intelligenza artificiale negli stabilimenti produttivi, con i suoi sistemi vicini a eguagliare le prestazioni dei principali concorrenti statunitensi, anche i più tradizionali conglomerati industriali europei stanno cercando di sfruttare l’Intelligenza Artificiale per dominare la prossima fase dell’automazione industriale.

Con un’enorme quantità di dati di produzione a disposizione, ha fatto notare l’agenzia Bloomberg in un’analisi dedicata proprio alla corsa dell’Ue all’AI, aziende europee quali Siemens, ABB e Schneider Electric sperano che il continente possa accaparrarsi questo redditizio settore dello sviluppo dell’IA, dopo aver fallito nella creazione di chatbot all’avanguardia come invece fatto dalle, rispettivamente cinese e americana DeepSeek o Claude. Ora, il successo delle imprese dell’Unione sul versante dell’AI renderebbe più difficile per i concorrenti emergenti, tra cui proprio gli unicorni cinesi, sottrarre loro clienti e quote di mercato, oltre che competitività. Contribuirebbe inoltre a limitare la dipendenza tecnologica ed economica dell’Europa da Stati Uniti e Cina.

Ora, secondo l’agenzia di stampa americana, il ruolo della Cina come officina del mondo è un fenomeno relativamente recente, “la qualità delle sue fabbriche varia notevolmente e molti impianti si affidano ancora in larga misura al lavoro manuale. L’Europa installa robot e digitalizza la produzione da più tempo, perché rappresentava un modo per affrontare i costi del lavoro relativamente elevati della regione. Inoltre, molte delle apparecchiature installate nelle fabbriche di tutto il mondo sono prodotte in Europa. Ciò significa che le aziende europee dispongono di una grande quantità di dati necessari per costruire i migliori sistemi industriali basati sull’Intelligenza Artificiale. E sono particolarmente abili nell’utilizzarla per prevedere i guasti delle apparecchiature, migliorare la qualità dei prodotti e rendere più efficienti i macchinari esistenti”.

Insomma, la Cina se proprio non si può battere, si può tenere a bada. Diverso, tuttavia, il discorso degli Stati Uniti, che sono un passo avanti a tutti. “Mentre i gruppi industriali europei sono profondamente radicati nelle fabbriche di tutto il mondo, le aziende statunitensi possiedono i sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati e si stanno impegnando a fondo per trasferire le loro capacità nel mondo fisico. Nvidia, con sede a Santa Clara, in California, detiene un vantaggio schiacciante nel settore dei chip per l’IA e quasi tutti i produttori che sviluppano l’IA industriale utilizzano le sue apparecchiature per addestrare i robot e velocizzare le simulazioni. Alcune startup americane nel campo dell’IA industriale stanno attirando valutazioni considerevoli. Prometheus, cofondata da Jeff Bezos e Vik Bajaj, ha raccolto 12 miliardi di dollari”. Solo nel mese di giugno.

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