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Business e price cup, cosa porta a casa Meloni dal bilaterale in Kuwait

23 October 2026 at 19:07

Non solo accordi e memorandum, l’Emiro del Kuwait dice sì a prorogare il price cap su benzina e gasolio, già applicato da Q8 nelle scorse settimane in risposta all’appello del governo italiano per contenere i costi dell’energia e tutelare famiglie e imprese. Il bilaterale tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e Misha’al Al-Ahmad Al-Jaber Al Sabah al Bayan Palace di Kuwait City è stato ricco di spunti.

Da un lato sono stati siglati cinque accordi: il Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo della promozione degli investimenti diretti tra Agenzia Ice e l’Autorità del Kuwait per la promozione degli investimenti diretti; la lettera di intenti tra Leonardo Spa e il ministero della Difesa dello Stato del Kuwait relativa allo sviluppo delle capacità di difesa e alla cooperazione industriale; il protocollo d’intesa tra l’Arma dei Carabinieri e la Guardia Nazionale dello Stato del Kuwait sulla cooperazione militare nei settori della consulenza e della formazione; la dichiarazione dell’adozione dell’Action Plan 2027-2030 tra la Repubblica Italiana e lo Stato del Kuwait sul rafforzamento della cooperazione bilaterale; infine il memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

Dall’altro con la visita in Kuwait del 23 ottobre, la tredicesima nelle Nazioni del Golfo, Giorgia Meloni diventa il primo presidente del Consiglio italiano ad avere visitato tutte e sei le Nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo nel corso di un mandato di governo. Numeri che raccontano il peso specifico delle relazioni tra Palazzo Chigi e il Golfo, come confermato tra le altre cose anche dall’invito a partecipare al Vertice del GCC di Manama del dicembre 2025. Inoltre a proposito del price cap su benzina e gasolio, fonti di Palazzo Chigi spiegano che la disponibilità dell’Emiro rappresenta “un segnale concreto della solidità delle relazioni tra Italia e Kuwait e della capacità del Governo italiano di promuovere un dialogo costruttivo con i partner strategici, traducendo il confronto diplomatico in misure di rilievo per cittadini e sistema produttivo”.

Non va dimenticato che tra Italia e Kuwait ci sono una serie di interlocuzioni molto intense, come la partecipazione dell’Italia alla liberazione del Kuwait dopo l’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, le relazioni da quel momento intrecciate in ambiti nevralgici, come il turismo, l’immobiliare, l’alta tecnologia, l’energia, dove Q8 rappresenta la presenza più riconoscibile con un portafoglio che comprende una rete di distribuzione di 3.000 punti vendita e investimenti nella raffinazione e nella produzione di biocarburanti, anche in partnership con Eni. Le intese siglate hanno lo scopo di cementare ulteriormente questa relazione bidirezionale, come dimostra l’accordo tra Ice e Kuwait Direct Investment Promotion Authority.

Non solo business, la geopolitica è stata al centro del bilaterale con una serie di valutazioni che il premier italiano e l’emiro hanno effettuato su temi sensibili, come le infrastrutture critiche più resilienti, le catene di approvvigionamento e distribuzione alternative, i grandi corridoi regionali e intercontinentali. Ambiti nei quali capitali kuwaitiani e capacità industriali italiane possono concorrere a ridurre le vulnerabilità comuni e creare nuove opportunità di crescita. La difesa resta un pilastro del rapporto bilaterale, spiegano fonti italiane. La visita “segue” il passo da gigante compiuto nelle relazioni bilaterali grazie all’accordo di cooperazione nel settore della difesa entrato in vigore lo scorso 12 ottobre. Sul versante della sicurezza, verrà inoltre definito un memorandum d’intesa tra i Carabinieri e la Guardia Nazionale kuwaitiana.

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Una tregua per Oleshky. Cosa prevede l’accordo mediato dalla first lady Melania Trump

23 October 2026 at 15:56

Una tregua circoscritta a una sola città, ma dal forte valore simbolico. La first lady statunitense Melania Trump ha ottenuto da Russia e Ucraina un cessate il fuoco a Oleshky, centro della regione di Kherson sotto controllo russo dal febbraio 2022. Lo ha annunciato la stessa Melania parlando venerdì alla Casa Bianca, precisando che la sospensione delle ostilità scatterà il 29 ottobre. Secondo il comunicato della first lady, le due parti avrebbero accettato di fermare temporaneamente ogni azione militare nella città per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e organizzare l’evacuazione dei civili attraverso un corridoio sicuro. Gli abitanti rimasti denunciano da tempo un aggravarsi della crisi alimentare.

Melania ha descritto Oleshky come una città di prima linea “sull’orlo del disastro”, abitata soprattutto da anziani che hanno bisogno urgente di cure mediche, farmaci, cibo e acqua potabile. Stando ai dati diffusi dalla Casa Bianca, la popolazione è oggi compresa tra 1.700 e 2.000 persone, tra cui una cinquantina di bambini, a fronte dei circa 24.000 residenti del periodo prebellico. La città, situata sulla sponda del Dnipro opposta a Kherson, è stata sommersa per circa il 90% in seguito alla distruzione della diga di Kakhovka.

Il meccanismo concordato prevede che squadre non militari di entrambi i Paesi visitino i residenti nelle loro abitazioni e coordinino il trasferimento di chi intende lasciare la città, verso la Russia o verso l’Ucraina a seconda della scelta di ciascuno. Melania Trump ha detto di aspettarsi che una parte degli abitanti opti per la prima destinazione e una parte per la seconda. Le operazioni saranno documentate da un’organizzazione mediatica americana, non indicata nel comunicato (anche se Newsmax, testata di area conservatrice, ha riferito che le proprie telecamere avranno accesso esclusivo all’area).

La Casa Bianca ha sottolineato che i termini della tregua locale sono stati definiti dalla first lady e da un suo rappresentante in contatto diretto con le leadership di Mosca e Kyiv. Non è il primo impegno di Melania sul dossier ucraino, con la first lady che si è già spesa per il ritorno alle famiglie dei bambini ucraini sottratti dalla Russia durante il conflitto. L’intesa su Oleshky arriva però al termine di settimane di pressioni internazionali sul caso, a partire da quelle della Santa Sede. Il 16 ottobre, in una telefonata dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato per un intervento al polmone, papa Leone XIV aveva chiesto al leader russo Vladimir Putin una tregua per consentire l’arrivo di cibo e medicinali e l’evacuazione dei civili. Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, aveva letto nella disponibilità del Cremlino al colloquio un segnale incoraggiante. Tre giorni dopo il Pontefice ha sentito anche Zelensky, auspicando una cooperazione tra le parti per far arrivare gli aiuti e garantire un’evacuazione sicura della popolazione.

L’annuncio però potrebbe avere anche una profondità politica, considerando che si inserisce in una fase in cui il presidente Donald Trump sta esercitando pressioni sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky affinché raggiunga un’intesa con il presidente russo per porre fine alla guerra.

Serbia al voto, tra voglia (studentesca) di Ue e potere di Vucic

23 October 2026 at 15:34

Domenica la Serbia andrà al voto anticipato: può finire l’era targata Vucic (e quindi le preoccupazioni europee sul feeling con Mosca e Pechino) oppure la piazza degli studenti può influire sul nuovo corso, prendendo il potere. Ma attenzione alle infiltrazioni in entrambi gli schieramenti, dal momento che i collettivi studenteschi non sono immuni da episodi di guerra ibrida, sulla falsariga dei maranza: convocati e indottrinati sui social. Quasi sei milioni e mezzo gli elettori chiamati alle urne in ottomila seggi, compresi quelli per gli elettori residenti in Kosovo e in Bosnia Erzegovina, tutt’altro

Al voto

Il presidente uscente, Aleksandar Vucic, guida la lista Serbia unita, seguita dalla lista del Partito socialista serbo (Sps) di Ivica Dacic e da quella studentesca Gli studenti vincono. Gli ultimi sondaggi condotti dall’agenzia Ipsos danno Vucic al 47,4% dei consensi, contro il 40 della Lista studentesca, prevedendo con un’affluenza del 64,7%.

La Lista Studentesca nasce dopo l’incidente di Novi Sad, che ha innescato un movimento di protesta contro il regime di Vucic, accusandolo di corruzione. Ieri decine di persone hanno affollato l’ultimo comizio nel Palazzetto dello Sport a chiusura di una campagna elettorale che essenzialmente è bipolare. L’ex presidente si dipinge come l’uomo della continuità, che è il passaggio maggiormente contestato dagli studenti, pront invece a chiedere totale discontinuità.

A sfidare Vucic ci sarà il professore di medicina Ilija Srdanovic che dal novembre 2024, data dell’incidente ferroviario in cui persero la vita 16 persone, ha impostato un certo tipo di impegno politico. Da quel giorno ha costruito un movimento che si è trasformato in partito. È stato anche accusato di far parte di un disegno esterno per destabilizzare il Paese e sostituire Vucic, ma sul punto si è registrata la presa di distanza dell’ex presidente del Montenegro Milo Djukanovic che ha escluso tale scenario e ha contrastato con veemenza le voci di una suo appoggio alla Lista studentesca.

La geopolitica, oltre le liste

Ma non c’è solo l’urna elettorale in quanto tale al centro della disputa di domenica, bensì anche l’aspetto geopolitico: il Paese balcanico è in bilico tra l’ingresso in Ue da un lato e le pressioni di Cina e Russia dall’altro, passando per le sanzioni americane che, ad esempio, hanno spinto la Serbia a cercare un nuovo proprietario per la sua compagnia petrolifera controllata da Gazprom. Nell’ultimo periodo Belgrado ha stretto ancora maggiori relazioni con Pechino. Il partenariato tra Vucic e Xi è considerato “di ferro”, caratterizzato da legami politici, economici e militari che, in concomitanza con l’ascesa di Vucic, si sono ulteriormente cementati. Durante l’incontro dello scorso maggio, i due leader hanno deciso di promuovere congiuntamente quattro iniziative globali, otre ad aver concluso una serie di accordi di cooperazione pluriennale.

Anche la russa Rosatom potrebbe fare i conti con l’ostracismo serbo e sganciarsi dal paese balcanico, dal momento che il suo progetto di costruire una centrale nucleare su larga scala sarebbe in contrasto con il processo di adesione all’Ue. Nel paese intanto montano le preoccupazioni di tipo occupazionale, dopo che la fabbrica tessile turca Kaizen di Smederevo ha avviato la liquidazione, con il rischio che 350 lavoratori restino a casa. Un altro elemento che potrebbe influire sugli umori elettorali, accentuando il voto di protesta.

Un disertore, una diciassettenne e un ex commissario. Il mosaico russo della guerra ibrida

23 October 2026 at 15:28

Dietro la linea di fuoco tra eserciti contrapposti, il conflitto in Ucraina ha anche un fronte “interno” che non riguarda la coesione della popolazione, ma la presenza di individui che possono essere reclutati dalla fazione avversaria come agenti della “quinta colonna”, per usare un termine coniato da Francisco Franco durante la guerra Civile spagnola del secolo scorso. Una realtà che ci è stata ricordata dalle notizie delle ultime ore, durante le quali sono emersi tre casi molto diversi per natura e gravità, ma che evidenziano la stessa minaccia.

Il primo caso riguarda un presunto disertore della regione di Zhytomyr, arrestato dal controspionaggio militare dell’Sbu con il supporto del comando in capo delle Forze armate ucraine. Secondo quanto diffuso dai servizi ucraini e riportato da Ukrinform, l’uomo avrebbe guidato i missili russi contro le posizioni della sua stessa unità di droni, consentendo però agli investigatori di intervenire in tempo, permettendo a oltre cento velivoli ucraini di essere evacuati dalla potenziale area dell’attacco, e di sequestrare un drone nemico. La ricostruzione dell’Sbu descrive un percorso costruito a tavolino: reclutato dall’Fsb ancor prima di vestire la divisa, l’uomo avrebbe svolto inizialmente compiti di prova, monitorando impianti energetici e petroliferi nel nord del Paese, per poi ricevere l’ordine di arruolarsi. Durante i corsi per operatori di droni avrebbe raccolto dati personali di comandanti e istruttori; dopo aver abbandonato il reparto senza autorizzazione, si sarebbe spostato nella regione di Kyiv per mappare i centri logistici dell’esercito destinati a raid missilistici e aerei. È stato fermato nei pressi di uno dei magazzini strategici della capitale. In cambio, Mosca gli avrebbe promesso l’“evacuazione” in Russia e la cittadinanza. Ora è detenuto senza cauzione e rischia l’ergastolo con confisca dei beni.

Ancora più inquietante il secondo episodio, annunciato dalla Polizia nazionale ucraina. Una ragazza di 17 anni è stata arrestata con l’accusa di aver collaborato con i servizi russi all’avvelenamento di militari ucraini. Il meccanismo, spiegano gli investigatori, prevedeva che i soldati venissero agganciati su Telegram con l’offerta di droga gratuita, che sarebbe stata inviata poi per posta. Ma nelle capsule inviate erano presenti dosi letali di metadone, che hanno portato alla morte di due soldati nella regione di Zhytomyr . La giovane, che avrebbe agito su istruzione di un referente dell’Fsb, si occupava di confezionare le sostanze e spedirle utilizzando false generalità. Il compenso promesso ammontava a 5mila grivnie, pari circa 100 euro. Le indagini sui decessi avrebbero permesso di risalire ad altri quattro destinatari delle spedizioni, nelle regioni di Kirovohrad, Zaporizhzhia, Chernivtsi e Ivano-Frankivsk, sventandone l’avvelenamento.

Il terzo caso sposta l’attenzione da Kyiv a Bruxelles. Il sito EUobserver riferisce di aver visionato una serie di messaggi WhatsApp risalenti al 2022 tra l’ex commissario europeo Didier Reynders e Hugues Brulin, all’epoca dirigente dei servizi segreti belgi, oggi acquisiti in un’indagine della polizia del Belgio. Dalle conversazioni emergerebbero tentativi di bloccare gli approfondimenti sui presunti legami di Reynders con la Russia, con Brulin che avrebbe comunicato che il “lavoro” era stato in larga parte portato a termine, ricevendo in risposta l’apprezzamento dell’ex commissario. Nei messaggi comparirebbero anche riferimenti a come contrastare un informatore che aveva segnalato i sospetti, mentre tre agenti impegnati su quelle piste avrebbero visto le proprie carriere compromesse. Reynders, già ministro degli Esteri e della Difesa belga e commissario europeo alla Giustizia dal 2019 al 2024, era stato incriminato nel 2025 in un procedimento per presunto riciclaggio relativo a operazioni per circa un milione di euro. Le nuove rivelazioni, ancora da verificare in sede giudiziaria, si inseriscono in quel quadro.

Tre storie completamente diverse e apparentemente distanti, ma che mostrano come l’azione di Mosca non si limiti a quella convenzionale, ma vada ben oltre il fronte. Rappresentando una minaccia concreta non solo per l’Ucraina, ma per tutta l’Europa.

Il Nord Africa e il nuovo gioco delle medie potenze. Come cambia l’ordine globale

23 October 2026 at 14:36

Il Nord Africa sta diventando uno dei laboratori più significativi della trasformazione dell’ordine internazionale. In una regione tradizionalmente legata agli interessi strategici europei, la crescente presenza di Turchia, monarchie del Golfo e Russia rivela come la distribuzione dell’influenza globale stia cambiando, attraverso dinamiche che non possono essere ricondotte esclusivamente alla competizione tra Stati Uniti e Cina.

Un recente commentary dello Stimson Center, firmato da Stefan Lukas e Yusuf Can, ricostruisce questa evoluzione attraverso le strategie adottate dai diversi attori regionali. La tesi è che la capacità di incidere sugli equilibri politici e di sicurezza dipenda sempre più dall’integrazione di strumenti economici, militari e diplomatici, utilizzati con flessibilità e adattati alle specifiche condizioni locali.

La Russia ha consolidato la propria presenza attraverso la cooperazione militare, soprattutto in Libia, sfruttando l’accesso a infrastrutture strategiche e le relazioni con attori locali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno combinato investimenti, sostegno politico e capacità militari, mentre l’Arabia Saudita ha privilegiato la leva finanziaria, particolarmente rilevante nei rapporti con l’Egitto. La Turchia ha sviluppato un modello più articolato, nel quale esportazioni militari, accordi energetici, investimenti infrastrutturali e diplomazia culturale contribuiscono a sostenere una presenza regionale duratura.

Queste strategie presentano differenze sostanziali, ma condividono una caratteristica: la capacità di trasformare risorse relativamente circoscritte in influenza politica, intervenendo su settori nei quali gli interlocutori locali manifestano esigenze immediate.

Il risultato è una progressiva moltiplicazione dei centri decisionali. I governi nordafricani possono diversificare le proprie relazioni, negoziare con interlocutori differenti e ridurre la dipendenza da un singolo partner. Tuttavia, questa maggiore disponibilità di alternative non coincide necessariamente con un rafforzamento dell’autonomia strategica. In alcuni casi, la diversificazione produce nuove vulnerabilità, soprattutto quando finanziamenti, forniture militari e infrastrutture critiche diventano strumenti di condizionamento politico.

È proprio questa ambivalenza a rendere il Nord Africa interessante per comprendere un fenomeno più ampio. Le medie potenze stanno acquisendo maggiore capacità di iniziativa all’interno di un sistema internazionale nel quale le gerarchie tradizionali risultano meno vincolanti. La loro influenza deriva dalla possibilità di costruire relazioni trasversali, partecipare contemporaneamente a reti concorrenti e utilizzare le proprie capacità settoriali per ottenere vantaggi diplomatici.

Il tema è emerso anche durante un recente confronto organizzato da Sioi e Formiche, dedicato alla geopolitica delle medie potenze. Dal Canada al Brasile, fino all’India e alle monarchie del Golfo, la ricerca di autonomia si traduce nella diversificazione delle partnership economiche, tecnologiche e di sicurezza, accompagnata dalla richiesta di partecipare maggiormente alla definizione delle regole internazionali.

Esiste tuttavia una distinzione importante tra le potenze intermedie che cercano di ampliare il proprio spazio decisionale e quelle che utilizzano le proprie capacità per condizionare gli equilibri di Paesi più vulnerabili. Le due dinamiche possono coesistere, ma producono conseguenze differenti sulla stabilità regionale e sulla governance internazionale.

Anche la categoria stessa di middle power richiede una certa cautela. La Russia, potenza nucleare e membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, occupa una posizione strutturalmente diversa rispetto alla Turchia o agli Emirati. Eppure, nel contesto nordafricano, alcuni strumenti della sua proiezione regionale possono essere analizzati attraverso logiche operative comparabili.

Per l’Europa, questa trasformazione presenta implicazioni particolarmente rilevanti. L’Unione europea conserva un ruolo economico centrale nel Nord Africa, ma l’intensità degli scambi commerciali non garantisce automaticamente un’influenza equivalente sulle dinamiche politiche e di sicurezza. La disponibilità di partner alternativi modifica il potere negoziale dei governi locali e riduce l’efficacia di strumenti tradizionali come la condizionalità economica.

La questione europea riguarda quindi la capacità di integrare relazioni economiche, cooperazione industriale, sicurezza e diplomazia in una strategia coerente, riconoscendo che gli interlocutori regionali dispongono oggi di margini di scelta più ampi.

Il Nord Africa suggerisce, infine, una considerazione sull’evoluzione dell’ordine globale. La crescente influenza delle medie potenze non implica necessariamente la formazione di un sistema multipolare stabile. Può invece favorire una configurazione più fluida, nella quale il potere viene esercitato attraverso reti di relazioni, accesso a infrastrutture strategiche e capacità di intervenire su specifiche vulnerabilità.

In questo scenario, la competizione internazionale riguarda sempre più la possibilità di costruire e mantenere connessioni strategiche. Ed è proprio attraverso queste connessioni che le potenze intermedie stanno contribuendo a ridefinire gli equilibri del sistema internazionale.

Lula da Silva o Bolsonaro? Il peso di Trump nel voto brasiliano

23 October 2026 at 14:21

Ultimi giorni prima della grande scelta presidenziale in Brasile. Ad oggi, il candidato Flávio Bolsonaro si mantiene in testa nei sondaggi, che prevedono una sua vittoria nel ballottaggio di domenica 25 ottobre. Tuttavia, la distanza dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva è marginale, come nel primo turno. La possibilità di un pareggio tecnico c’è ancora.

Il sondaggio di Quaest pubblicato mercoledì scorso indica che il figlio dell’ex presidente Bolsonaro gode del 45% del consenso, con un solo punto di vantaggio rispetto a Lula, che ha il 44% del gradimento dei brasiliani. Il report di mercoledì è il primo studio sulle proiezioni di voti dopo il dibattito di domenica tra i due candidati. La scorsa settimana, la stessa impresa di sondaggi dava a Bolsonaro il 46% e a Lula il 44%.

Invece per Nexus, che ha eseguito un sondaggio lunedì, subito dopo il confronto tra Bolsonaro e Lula da Silva, la differenza sarebbe di soli 0,6%, vedendo in vantaggio l’attuale presidente con il 46,5% dei voti e Bolsonaro figlio con il 45,9%. Il sondaggio precedente registrava una distanza di oltre tre punti percentuali. Per Nexus, circa il 4,7% degli elettori avrebbe deciso di votare in scheda nulla o bianca e il 2,9% è ancora indeciso.

La consultazione della firma Datafolha del 15 ottobre indica che Bolsonaro avrebbe il 47% dei voti e Lula da Silva il 45%. Gli ultimi sondaggi sembrano avere dato conto dell’effetto della riforma del lavoro approvata dal governo di Lula e dal Congresso, che offre un giorno di riposo a settimana (pagato).

Nell’ultimo tratto della campagna elettorale, il candidato di destra invece si è concentrato sul bisogno di un cambiamento di direzione per il Paese e nelle potenzialità del Brasile, che potrebbe diventare una delle sette principali economie del mondo. “Avevano detto che il bolsonarismo era finito, ma si sono dimenticati che Jair Bolsonaro ha lasciato milioni e milioni di semi”, ha detto il figlio, Flávio. Il candidato ha mantenuto il discorso sulla lotta contro la criminalità e la proposta di ridurre la età di responsabilità penale per reati gravi.

“Non dite all’indeciso per chi votare – ha detto il presidente brasiliano -. Chiedetegli di pensare in quale Brasile vuole vivere. Sicuro che voteranno per noi, siamo l’unica opzione per migliorare il Brasile”.

Oltre agli argomenti e i progetti di governo, il tema dell’ingerenza degli Stati Uniti nelle elezioni presidenziali brasiliane è al centro del dibattito. Molti esperti sostengono che gli Usa hanno preso misure politiche, economiche e diplomatiche per favorire il candidato Bolsonaro – più vicino alla linea del presidente Donald Trump – perché una possibile vittoria della destra agevolerebbe gli interessi americani nella regione.

James N. Green, professore di storia politica del Brasile dell’Università Brown, ha detto alla Bbc che i dazi sono stati disegnati dall’amministrazione Trump per fare pressione sul governo di Lula: “Non c’era una giustificazione economica. Era semplicemente un’altra forma per interferire nelle elezioni”.

Anche il quotidiano Folha de São Paulo ha pubblicato un documento in cui l’Agenzia dell’Intelligence Brasiliana eleva a livello critico la possibilità di ingerenza degli Stati Uniti nel voto di domenica 25 ottobre. Per il Dipartimento di Stato americano, “qualsiasi insinuazione di una ‘strategia’ per danneggiare le elezioni in un Paese democratico è una bugia senza fondamento”.

Oggi ci sarà l’ultimo dibattito televisivo per confrontare le due proposte di Lula da Silva e Bolsonaro jr. prima del voto finale. Entrambi i candidati hanno promesso di svelare il loro patrimonio e quello delle loro famiglie in diretta.

Yoav Segalovitz: “Sono ebreo, sionista e corro nel partito degli arabi. Insieme cambieremo Israele”

Intervista all’ex viceministro della Sicurezza nazionale, protagonista di un’alleanza del tutto inedita: “Solo col nostro appoggio Eisenkot potrà governare. Nella società gli arabi sono ovunque, ora devono cadere le barriere politiche”

Francia, sparatoria nelle Yvelines: un morto e cinque feriti, indagini per terrorismo

(Adnkronos) - L'uomo avrebbe aperto il fuoco a partire da un'auto sulla pubblica via, in due località diverse, prima a Trappes e successivamente a La Verrière. Anche una bambina di 12 anni tra i feriti. Sindaco Trappes: "Autore voleva una strage"

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