A Dio spiacente ed a’ nemici sui. Dante, Inferno, III, 63
Il 21 ottobre, all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, Matteo Zuppi ha presentato undici «schede per la conoscenza dell’islam», scritte a quattro mani con studiosi musulmani e destinate agli studenti e agli insegnanti dell’ora di Religione cattolica. Secondo Zuppi, gli italiani sarebbero ignoranti sull’islam e pieni di pregiudizi, e certi titoli di giornale «pericolosi, da islamofobia». Ecco dove la rivoluzione conciliare e sinodale ha portato don Matteo e l’elite modernista che occupa la Chiesa Cattolica: all’apostasia, alla negazione della Verità e alla promozione dell’islam e delle false religioni, mentre i cattolici hanno perso la Fede e non conoscono le basi elementari del Catechismo.
Nessun centro islamico ha mai pensato di spiegare ai propri adepti il Cattolicesimo, e trentaquattro Paesi islamici figurano fra i primi cinquanta per persecuzione dei cristiani. Giacomo Biffi, il predecessore di Zuppi sulla Cattedra di Bologna scrisse che “l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana”. Zuppi ha scelto, e vorrebbe che scegliessimo anche noi, bollando come pregiudizio ogni esitazione. San Giovanni da Capestrano, Crocifisso alla mano, fermò i Turchi sotto Belgrado. Non conobbe «schede» né «islamofobia»: amava i musulmani abbastanza da volerne la conversione e il Battesimo, e amava il suo popolo abbastanza da non consegnarlo ai maomettani. Questa è la Carità; quella di Zuppi è tradimento vile e abbietto. Genitori e insegnanti: vigilate su ciò che entra nelle aule dei vostri figli.
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, un breve post fotografico per aggiornarvi su ciò che è accaduto – e sta accadendo – a Piazza San Pietro. Un migliaio di cattolici che si riuniscono sotto le bandiere di Paix Liturgique e di Summorum Pontificum, che in processione si recavano a pregare nella Basilica di san Pietro, sono stati bloccati dalla sicurezza vaticana all’atezza dell’obelisco della piazza. Cioè al limite della giurisdizione vaticana rispetto a quella italiana.
Credo che siamo di fronte a un indeito storico: cattolici dichiarati, con bandiere vaticane e stendardi dall’immagine sacra sono stati impediti dal pregare nel centro della cristianità da esponenti della Chiesa.
Straordinario, no?
E ci sembra opportuno ricordare che il 6 settembre 2025 è stato concesso l’ingresso nella basilica a un pellegrinaggio di Cattolici LGBTQ…
ALEX KARP, PETER THIEL E PALANTIR: IL FILOSOFO, IL GUERRIERO E LO “STATO PROFONDO”
Introduzione
Peter Thiel e Palantir
La dottoressa Alterio prosegue il suo lavoro affrontando lo studio della persona di Peter Thiel, l’inventore e proprietario di Palantir.Tuttavia, inizia a spiegare che «“Palantir è qui per sconvolgere, per rendere le istituzioni con cui collaboriamo le migliori al mondo, e, quando necessario, per spaventare i nostri nemici, e, a volte, per ucciderli”»
(Tiziana Alterio, Padroni nell’ombra. La nuova élite ebraica che governa il mondo. Chi sono e come operano, stampato in proprio, 2025, p. 209).
Peter Thiel e il suo alter ego: Alex Karp
Ma, queste parole non sono state pronunciate da Thiel, bensì, da un suo stretto collaboratore: Alex Karp, l’8 febbraio 2025, che è il “Deus ex machina, la figura centrale nello sviluppo strategico di Palantir, co-fondatore e anche Ceo di Palantir, la più controversa società californiana al servizio dell’intelligence militare, con legami profondi con i servizi segreti di Paesi in guerra [v. Mossad, ndr]” (Ivi).
Karp è nato nel 1967 a New York ma è cresciuto a Filadelfia, suo padre era un pediatra ebreo di origini tedesche ed era molto stimato nella Comunità ebraica di Filadelfia (T. Alterio, p. 210).
La madre era un’attivista afroamericana impegnata nella battaglia dei diritti civili.
Alex Karp ha studiato Giurisprudenza all’Università di Stanford, lì nacque la sua amicizia con Peter Thiel, che allora aveva fondato soltanto PayPal non ancora Palantir.
Non è esagerato dire che i due amici assieme hanno stravolto la natura dell’innovazione tecnologica. Tuttavia, se dal punto di vista tecnologico e tecnocratico sono identici, quanto alle idee politiche, invece, nettamente opposte (T. Alterio, p. 211). Infatti, mentre Karp è un liberal e un progressista di “sinistra” che partecipa con la madre alla lotta per i diritti civili dei lavoratori e degli afroamericani e contro ogni passo dato dal conservatore Presidente Ronald Reagan; Thiel era di tendenza piuttosto libertaria, radicale di “destra”; insomma – tanto per intenderci – tra di loro vi era la differenza che in Italia passava tra un comunista dei tempi di Berlinguer e un liberal/radicale pannelliano.
Karp, Habermas e Brede
Inoltre, Karp studiò anche filosofia in Germania nei primi anni Novanta con Jurgen Habermas (uno dei “guru” della Scuola di Francoforte) e si laureò a Francoforte sul Meno nel 2002. Tuttavia, Habermas nel 2000 entrò in conflitto con Karp perché non accettava le sue idee sulla biologia e sul linguaggio. Perciò, la Tesi di dottorato di Karp fu discussa sul tema della “Aggressività nel mondo della vita e sull’antisemitismo secondario”, in cui riprendeva le teorie di Teodoro Adorno (della “prima Scuola di Francoforte” dal 1900 al 1990, che sono abbastanza diverse da quella di Habermas della “seconda Scuola di Francoforte”: anni 1980/2026) con la psicologa sociale Karola Brede (dell’Istituto Sigmund Freud), che iniziò la sua carriera universitaria nel 1967; ora è “docente emerita” all’Università Goethe di Francoforte sul Meno. Sostanzialmente è una psicoanalista di matrice freudiana, che ha studiato specialmente il tema dell’aggressività e dell’antisemitismo. Karola Brede ha polemizzato con Habermas e ha difeso Karp, avendone apprezzato soprattutto la duttilità e l’applicazione pratica delle idee filosofiche alla tecnologia che è sfociata in Palantir.
Quando morì il nonno di Alex Karp, che era un arcimiliardario, il giovane rampollo ricevette un’enorme eredità che fece cambiare direzione alla sua vita. Infatti, iniziò a investire in startup (un’impresa temporanea progettata per cercare un modello di affari ripetibile e moltiplicabile in aumento e in crescita); fu così che molti miliardari iniziarono a rivolgersi a lui investire e gestire i loro capitali, fidandosi della sua capacità investitrice.
Alex, nel 2000 fondò il “Caedmon Group” a Londra nel cuore della City. Negli anni Duemila rientra in Usa dove oramai l’innovazione tecnologica avanzava a gonfie vele e la “Silicon Valley” grazie alle sue neonate società cominciava a macinare miliardi di dollari.
Frattanto Peter Thiel aveva fondato PayPal e l’aveva già venduta a eBay nel 2002 per fondare il “Clarium Capital”, divenendo uno dei principali manager della Silicon Valley; fu così che si rincontrò col suo vecchio amico d’Università: Alex Karp.Thiel stava iniziando proprio allora a pensare come applicare l’algoritmo antifrode di PayPal in altri ambiti e specialmente in quello dell’intelligence, dell’industria bellica e sanitario/farmaceutica.
Nel 2003 si unirono il pensiero filosoficamente critico di Karp con il pragmatismo di Thiel e, a Palo Alto, in California fondarono Palantir Technologies.
Abbiamo già spiegato cosa siano le “Palantir” originarie del romanzo “Il Signore degli Anelli” di J. R. R. Tolkien, scritto tra il 1937 e il 1949; qui riassumo brevemente: esse sono delle sfere di cristallo con le quali gli Elfi osservano a distanza ogni cosa e comunicano tra di loro con la velocità del suono; purtroppo, però, nel romanzo le Palantir possono essere anche rischiose per chi le usa senza la dovuta precauzione: infatti, possono manipolare le visioni ricevute e chi le usa a sua volta può essere spiato e persino ingannato. In breve, chi se ne serve corre il rischio di corrompersi. Insomma, la conoscenza transumana, che presume di essere senza limiti, contiene in sé il rischio manipolatorio e ingannatore di un potere ambiguo.Ora, è proprio a queste pietre di Tolkien che s’ispirano Thiel e Karp per la loro “Palantir Technologies”; cioè un’ambizione prometeica o luciferina di “diventare onniscienti e onnipotenti come Dio”, come aveva suggerito il serpente infernale nell’Eden a Eva: “Eritis sicut Dii, scientes bonum et malum” (Genesi, III, 5).
Si vis bellum, para Palantir
Inoltre, “la clientela di riferimento di Palantir, da sempre è la Cia, il Pentagono, il Ministero della difesa britannico, i servizi segreti israeliani” (T. Alterio, p. 210).
Palantir è al fianco dell’Esercito statunitense nelle campagne d’Iraq e Afghanistan, essa è “la vera essenza nera dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra e al controllo. Un sistema ove guerra e informazione sono oramai la stessa cosa: software che colpiscono, hardware che analizzano” (Tiziana Alterio, cit., p. 210).
Come si vede la “Palantir” contiene in sé l’innovazione tecnologica che le viene da Thiel e l’audacia intellettualmente luciferina che le viene da Karp, allievo di Habermas della “Scuola di Francoforte” e di Karola Brede (dell’Istituto Sigmund Freud), che rappresentano l’inizio e la maturità della Rivoluzione del Sessantotto, la quale ci sta portando verso “un Quarantotto”, ossia una guerra nucleare di scala mondiale.
Se gli inizi di Palantir Technologies furono difficili, essa tuttavia fu finanziata dalla Cia, che vide in essa uno strumento bellico e spionistico straordinariamente efficace (T. Alterio, p. 216-217).
Il 2020 è l’anno d’oro dell’Industria Palantir. Infatti, si trasferisce a Denver nel Colorado tra le Grandi Pianure e le Montagne Rocciose, il 30 settembre del medesimo anno Wall Street apre le sue porte ad essa, che era già allora valutata a circa 16 miliardi di dollari sul mercato privato, ricevendo molti altri miliardi di dollari.
Oltre alla Cia, si fecero avanti anche le “Tre Sorelle”: la “Vanguard”, la “State Street” e la “BlackRock”, che divennero le maggiori azioniste della Palantir con il rispettivo 8%, 5% e 7% delle quote azionarie. Comunque, i due fondatori mantennero il controllo della loro industria, grazie a una speciale classe di azioni fornite di super-voto (T. Alterio, p. 218).
Da allora la “Palantir” venne definita e giustamente una “killer app”, ossia una “app o applicazione informatica” mortale e assassina (p. 219).
Vecchia élite (ebraica): finanziaria e nuova élite: tecnologica
Inoltre la Palantir ha reso sempre più forte lo “Stato Profondo” o il “Deep State” che tramite la tecnocrazia tecnologica iniziava a sorpassare il potere dello Stato pubblico o politico, i cui Governi diventavano sempre più dipendenti dalla tecnocrazia, che iniziava a sorpassare anche l’alta finanza; è per questo che si parla di “nuova élite ebraica” tecnologicamente avanzata (2020/2026 …), rispetto alla “vecchia élite bancaria” che era diretta soprattutto dai Rothschild dal 1740 sino al 2000/2020.
Ora, il problema disputato è se, 1°) la “vecchia élite bancaria ebraica” (Elkann, Rothschild, Warburg, Oppenheimer, Goldschmidt, Pereira, Camondo, Stern, Kuhn, Loeb, Lehman, Goldman & Sachs …), sia stata soppiantata totalmente o solo potenziata dalla 2°) “nuova e tecnocratica élite ebraica” (Alex Karp & Peter Thiel: con Palantir; Sergey Brin & Larry Page: con Google; Mark Zuckerberg: con Meta; Sam Altman: con Open AI; Dario e Daniela Amodei: con Antrhropic; Andy Jassy: con Amazon …); un po’ come la vecchia mafia degli anni Settanta è stata rimpiazzata o solo potenziata dalla nuova degli anni Ottanta.
Vecchia e nuova élite mafiosa siciliana
Per quanto riguarda la vecchia mafia 1°) si parla comunemente delle famiglie Bontate, Inzerillo e Badalamenti di Palermo (negli anni ’60-’70); mentre 2°) la nuova mafia nata tra il 1981 e il 1983 è quella delle famiglie dei Corleonesi (dal paesino di 10 mila abitanti, Corleone, in provincia di Palermo), guidate da Totò Riina e dai palermitani: Bernardo Provenzano, da Francesco Madonia e, inoltre, da Michele Greco e dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.
I magistrati che inquisirono il fenomeno della nuova mafia sono stati: Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (cfr. Leonardo Guaranotta, C’era una volta il pool antimafia, Milano, Edizioni Zolfo, 2020;
Michele Prestipino – Salvo Palazzolo, Il codice Provenzano, Bari-Roma, Laterza, 2008, II ed. 2017;
Giovanni Falcone, Cose di Cosa Nostra, Milano, Rizzoli, 1991;
Attilio Bolzoni, Il capo dei capi, Milano, Mondadori, 1993, II ed. 2007).
In questo caso, la nuova mafia non ha perfezionato e potenziato la vecchia (come ha fatto la nuova élite ebraica), ma l’ha sterminata fisicamente e ha introdotto il traffico dell’eroina nel giro d’affari mafioso aperto dalla Sicilia agli Usa;
infatti, il traffico dell’eroina non era accettato dai vecchi mafiosi, contrari allo spaccio della droga e, perciò, essi furono uccisi – tra il 1981 e il 1983 – per far posto ai nuovi mafiosi (cfr. Salvatore Lupo, Storia della mafia. Dalle origini ai giorni nostri, Roma, Donzelli editore, 2004; John Dickie, Cosa Nostra, Bari-Roma, Laterza, 2024).
“Stato profondo” e “Stato pubblico” in Usa
«Mentre dalla Cia alle Agenzie [d’intelligence, ndr], l’Amministrazione politica o statale statunitense stravolge regole e posizioni; si va formando [dopo il 2020, ndr] uno “Stato profondo o parallelo”, irrorato da miliardi di dollari di contratti federali. Al centro di esso, oramai ci sono non più i politici, ma soprattutto i tecnocrati. Tra questi, chi ha le idee più chiare – su ciò che devono fare gli Usa per continuare a primeggiare – è il pragmatico Alex Karp, che ha ben capito che gli affari si fanno anche “fuori” l’Amministrazione federale [nello “Stato profondo / deep State”, ndr].
Inoltre, gli stessi algoritmi impiegati nelle guerriglie irakene del 1991/2003, oggi supportano le grandi industrie farmaceutiche o le più grandi banche americane» (T. Alterio, p. 220).
Insomma, giustamente, conclude Tiziana Alterio: «Palantir è il “Granfe Fratello” orwelliano del XXI secolo, è un occhio che non riposa. Anzi è un “Grande Occhio”, che non si limita ad osservare, ma connette, prevede, interpreta, intervenendo dove la casualità sembrerebbe regnare. È la regia di un controllo che non conosce riposo; il volto che non si vede, la voce che viene dal teleschermo. Palantir non ti guarda soltanto, ma ti racconta, ti scompone, ti ricostruisce, rendendo la realtà una sequenza di variabili da manipolare. Una sorveglianza che si avvicina pericolosamente al controllo totale con un livello di opacità elevato. Infatti, chi controlla? Chi viene sorvegliato? […]. Palantir lo ritroviamo negli ultimi tre eventi che hanno scosso il mondo: la pandemia Covid/19 nel 2020; la guerra in Ucraina nel 2022 e il conflitto nella Striscia di Gaza nel 2023. Eventi che hanno consolidato l’enorme potere del “Grande Fratello Palantir”» (cit., p. 223), di cui nel 1948 scrisse George Orwell nel suo romanzo distopico “1984”.Conclusione Nella prossima puntata vedremo come – anche grazie alla “nuova élite” tecnologica e non-tradizionale ma ebraica – Israele sia diventato non solo de iure ma pure de facto – dal 2020 – il “Baluardo dell’Occidente”, che va da Washington a Tel Aviv e che viene presentato dai neoconservatori americanisti come una “Entità talmudicamente superiore”. Inoltre, la “povera Vecchia Europa” non solo non è la “Magna Europa” sognata vent’anni fa da Marco Respinti (v. il settimanale “Il Domenicale”, n. 36, 3 settembre 2005) e dall’associazione neocon piacentina “Alleanza Cattolica” di cui Respinti è un militante, ma un “vaso di coccio tra due vasi di ferro”: gli Usa e la Russia. Infatti Trump, prima ci ha gettati nelle braccia di Zelensky, ci ha scagliati contro Putin e poi ha lasciato Zelensky e la “Vecchia Europa” (o meglio la “UE” di Bruxelles) in balìa di se stesse. Infine, si è accordato per avere il petrolio dalla Russia verso la quale invece ci ha fatto imporre le sanzioni e ci ha spinti quasi a dichiararle guerra. Facendo così, 1°) ha affossato almeno economicamente (per ora) l’odiatissima Europa, ancora troppo greco/romana per i Wasp, malgrado tutto il degrado che gli Usa hanno portato da noi dal 1945 da veri e propri “portatori sani”; 2°) ha distrutto la Palestina e preparato la strada alla ricostruzione del Terzo Tempio, rendendo il sionismo la Grande Israele “a mare usque ad marem”; e infine 3°) sta preparando la via al “Regno dell’Anticristo finale”.Henry Kissinger aveva ragione quando diceva tra il serio e il faceto: “Essere nemici degli Usa è pericoloso, essergli amici è letale!”.
don Curzio Nitoglia
Continua
Note
1 Michael Steinberger, Il filosofo nella Valley. Alex Karp, Palntir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza, Roma, Foglio Edizioni, 2026.
2 Jürgen Habermas è stato l’esponente di spicco della “seconda generazione” della Scuola di Francoforte (anni Ottanta/Duemila), dopo la “prima generazione” (primi anni del Novecento e anni Settanta del Novecento): con Adorno (1903-1969), Horkheimer (1895 -1973) e Marcuse (1898-1979). Habermas è nato a Düsseldorf nel 1929 ed è morto il 14 marzo 2026. Il suo primo libro è “Storia e critica dell’opinione pubblica” del 1962. Il suo “capolavoro” è “Teoria dell’agire comunicativo” del 1981, in cui ridefinisce la razionalità non più come intellezione o comprensione della realtà, ma come capacità d’intendersi relativamente (tra soggetto parlante e soggetto che ascolta) tramite il linguaggio. Nel 2019 ha scritto una monumentale “Storia della filosofia” in cui studia soprattutto il rapporto tra Fede e ragione e le radici del pensiero europeo. Secondo lui la ragione è l’unico mezzo per difendere la democrazia dal totalitarismo e dall’oscurantismo. Egli ha rifiutato ogni forma di patriottismo basato sull’amore della “terra dei padri o Patria”; perciò è stato un accanito sostenitore della “Unione Europea” di Bruxelles, che ci sta portando verso la Terza Guerra Mondiale. Pur essendo un illuminista, laicista e filosofo della secolarizzazione, verso la fine della sua vita (“quando il corpo se frustra, l’anima se lustra” …) ha ammesso che la religione non è destinata a scomparire. Il 19 gennaio del 2004, a Monaco di Baviera, si confrontò in un dibattito pubblico e cordiale con l’allora cardinale Joseph Ratzinger sulla necessità che credenti e atei imparino a esprimersi in un linguaggio comune, accessibile e tutti imparando a dialogare con tolleranza per principio; il loro dibattito è divenuto un libro: “Dialettica della secolarizzazione. Ragione e religione in dialogo”, Friburgo di Brisgovia, Herder, 2005; tr. it., Venezia, Marsilio, 2005; Antonio De Simone, Soggetti di diritto: Il discorso filosofico-giuridico di Juergen Habermas, Udine, Mimesis, 2025.
3 “L’antisemitismo secondario” è quello biologico razzista e non teologico cristiano, nato in Germania e in Austria nel secondo dopoguerra, dunque distinto da quello degli anni Venti/Quaranta del Novecento, a causa della “shoah” (parola che significa “catastrofe” e non “olocausto” come comunemente si crede), per il quale i tedeschi non avrebbero perdonato gli ebrei per le accuse di “olocausto” e non di “catastrofe” loro rivolte, che avrebbero generato un complesso di colpa e di vergona nei Germanici.
4 Tomas Plankers – Michael Franza – Barbara Heimerl, Psychoanalyse in Frankfurt am Main: Von der Gruendug des Sigmund Freud Instituts bis alla Gegenwart, Frankfurt am Main, Brandes & Apsel Verlag, 2014.
5 Piero Ratto, I Rothschild e gli altri. Dal governo del mondo all’indebitamento delle nazioni: i segreti delle famiglie più potenti, Bologna, Arianna, 2015; Id., Rockefeller e Warburg. I grandi alleati dei Rothschild. Le famiglie più potenti della terra, Bologna, Arianna, 2019; Id., I Rothschild in Italia, Bologna, Arianna, 2020.
6 Salvatore Lupo, Storia della mafia, Roma, Donzelli, 1993, II ed., 2004; Vincenzo Ceruso, Le più potenti famiglie della mafia, Roma, Newton Compton, 2020, II ed., 2023.
7 Peter Dale Scott, The American Deep State, Lanham in Maryland, Rowman & Littlefield, 2014, II ed. 2017.
8 Giovanni Cantoni – Francesco Pappalardo, Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa, Crotone, D’Ettoris Editori, 2006; Oscar Sanguinetti – Pier Luigi Zoccatelli, “Costruiremo ancora cattedrali”. Per una storia delle origini di Alleanza Cattolica (1960-1974), Crotone, D’Ettoris Editori, 2022, II ed., 2023.
9 Cfr. John Kleeves, Un Paese pericoloso: Breve storia non romanzata degli Stati Uniti d’America, Cusano Milanino, SEB, 1998.
10 Cfr. Maurizio Blondet, I fanatici dell’Apocalisse. L’ultimo assalto a Gerusalemme, Rimini, Il Cerchio, III ed., 2008.
11 Cfr. Mauro Stenico, L’Anticristo. Considerazioni e ipotesi, Fornace di Trento, stampato in proprio con piattaforma Youcanprint, 2023.
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da Messa in Latino, che ringraziamo per la cortesia. Ci sembra scandaloso e sbalorditivo il comportamento della Santa Sede, e del papa Leone XIV, evidentemente molto mal consigliato, nei confronti di questi fedeli cattolici. Che fra l’altro, in Paesi come la Francia, dove la frequenza alla messa è ridotta a cifre bassissime, costituiscono una testimonianza forte e costante. Nel disinteresse della gerarchia. Buona lettura e condivisione.
Il Presidente dell’Associazione Paix Liturgique, che ha dedicato una vita nella difesa della Messa di sempre, conclude con parole dirette, chiare e incisive il nostro incontro.
Prendendo le mosse dalla testimonianza di o’Reilly, ha ricordato che in Francia esistono ben cento scuole circa fondate da famiglie tradizionaliste. Creare scuole è perfino più facile che creare una cappella col consenso dei vescovi…
Passando all’esame della situazione ecclesiale, osserva il Relatore che è ben triste essere ignorati dalla gerarchia della Chiesa. Ignorati nel senso letterale: non sanno chi siamo, che cosa facciamo. Non conoscono altro che la Fraternità S. Pio X, e anche quella assai male.
Facciamo un esempio: nel 1976 un sondaggio dell’IFOP (ente ufficiale) aveva certificato che il 50% dei cattolici francesi (sia praticanti, sia non) dicevano che la Chiesa era andata troppo avanti con le riforme e il 25% circa dava ragione a Lefebvre che aveva ordinato sacerdoti senza autorizzazione. Reazione dei vescovi: nessuna,
Nel 2001 (quindi prima di Benedetto XVI) il 25% avrebbe voluto seguire la liturgia tradizionale. Solo il 10% era contrario, il resto indifferente.
Dopo il motu proprio gli stessi sondaggi, in vari paesi, riportavano una percentuale di circa un terzo che avrebbe voluto frequentare la Messa antica; e tra gli altri, l’assoluta maggioranza non era contraria ad una liberalizzazione.
Ebbene: la Chiesa ufficiale non ha mai riconosciuto questo anelito dei fedeli.
Eppure in Francia, in 50 anni, i cattolici praticanti sul totale della popolazione sono passati dal 50% al 4% (considerando chi va a Messa almeno una volta al mese); 2% chi ci va ogni settimana. I fedeli hanno ‘votato con i loro piedi’. Ma la Chiesa ufficiale se ne infischia.
Perché non spiegare queste cose al Papa? Ci abbiamo provato, tramite mons. Schneider, che ha ottenuto udienza nel dicembre scorso. Nel corso dell’incontro, parlando della Messa in San Pietro l’anno scorso, Papa Leone ha osservato: “Quella Messa è stata strumentalizzata“. Che cosa intendeva? Forse è stato infastidito dalla grande affluenza o, più ancora, dal fatto che la stampa vi abbia dato grande risalto.
E di fatto quest’anno la Messa a San Pietro è stata negata!
Anzi, notizia freschissima, non solo la Messa, ma perfino l’accesso alla basilica ci è stato interdetto, e questo senza nemmeno l’apparenza di un pretesto (che comunque sarebbe inverosimile).
Vedremo domani, che cosa succederà.
Quest’anno, ci sono pochi alti prelati al nostro convegno. Il vento non è favorevole in questi ultimi mesi ed essi sentono dove gira l’aria. Ci sono pochi vescovi con il coraggio di un Atanasio o Ilario di Poitiers…
Ma noi laici non ci facciamo certamente intimidire. Abbiamo visto momenti ben peggiori e le difficoltà, quando non addirittura le persecuzioni, sono coessenziali nella Chiesa militante.
In Francia, dopo Summorum Pontificum, ci sono state 700 domande di nuove Messe (e queste solo solo quelle recensite). Quante ne sono state ottenute? Solo una frazione. Bisogna quindi perseverare nel chiedere, insistere, combattere persino. Quaerite et invenietis, pulsate, et aperietur vobis…
Christian racconta di aver chiesto almeno dieci volte un incontro col card. Roche. Senza esito. Ai dipendenti del suo Dicastero che chiedevano la ragione della richiesta, rispondeva: per salutarlo, visto che venivo regolarmente a trovare il suo predecessore; per ricevere istruzioni e anche solo per bere un caffé insieme. Nulla: nemmeno un confronto sincero.
E’ più facile prendere la strada facile del declino, a quanto pare, che reagire e invertire il pendio.
Evidentemente, hanno paura di noi. Noi non esistiamo ufficialmente, ma facciamo paura, perché i nuovi sacerdoti e i fedeli simpatizzano per noi e non comprendono le ragioni (ché sono irrazionali e inesistenti) di impedirci di pregare come tutti i nostri avi hanno fatto.
Non sono mancate le rimostranze al Congresso quando l’amministrazione Trump ha nominato Stephen Feinberg, miliardario newyorkese, numero due del Pentagono. In precedenza, Feinberg era stato a capo di Cerberus Capital Management, società che detiene svariati interessi finanziari in aziende fornitrici del Pentagono. Dal 2018 al 2021, durante il primo mandato di Trump, ha inoltre presieduto il President’s Intelligence Advisory Board (il comitato consultivo presidenziale per l’intelligence).
Feinberg è finito al centro dell’attenzione quando il Pentagono ha investito miliardi per acquisire partecipazioni in oltre una dozzina di aziende private. Sono emersi seri timori riguardo al fatto che Feinberg stia convogliando fondi verso imprese in cui lui stesso, o la famiglia di Donald Trump, hanno degli interessi.
Le sue iniziative più recenti, tuttavia, sembrano avere poco a che fare con il mondo degli affari: appaiono piuttosto come un tentativo di creare, all’interno del Dipartimento della Difesa, un doppione della Central Intelligence Agency (CIA).
Oggi sono stati pubblicati due importanti articoli, basati su diverse “fughe di notizie” relative a questi piani. È difficile che si tratti di una coincidenza; è molto probabile che tali indiscrezioni siano state diffuse ad arte da alcune “fonti” nell’ambito di una lotta di potere tra apparati.
Il Washington Post è in prima linea:
Il Pentagono punta a creare un programma di spionaggio sotto copertura profonda per contrastare la Cina – Washington Post, 22 ottobre 2026
Lo spionaggio economico è diventato una nuova priorità per il Dipartimento della Difesa. Eppure, il Pentagono non vanta una grande esperienza nel campo dello spionaggio umano.
Secondo una mezza dozzina di persone informate sull’iniziativa, il Pentagono sta cercando di sviluppare un solido programma di spionaggio sotto copertura profonda, finalizzato a condurre una guerra economica contro la Cina e altri concorrenti degli Stati Uniti.
Questo nuovo programma di spionaggio di ultima generazione – che prevede l’impiego di agenti statunitensi sotto le spoglie di imprenditori o altri professionisti del settore privato, senza alcun legame palese con il governo americano – costituirebbe la componente segreta di una più ampia campagna di guerra economica portata avanti dal Pentagono, hanno riferito le fonti. Questo nuovo programma di spionaggio, che si avvale di agenti sotto “copertura non ufficiale” (noti come NOC, *nonofficial cover officers*), è supervisionato da Tom Rakusan – veterano della CIA con 39 anni di servizio e attuale consulente senior del vice segretario alla Difesa Steve Feinberg. A riferirlo sono fonti informate sui fatti, che hanno richiesto l’anonimato per discutere di questa delicata iniziativa.
Rakusan, ritiratosi dalla CIA nel 2021, nel 2017 aveva raggiunto la carica di vice direttore delle operazioni, diventando di fatto il principale responsabile delle attività di spionaggio dell’agenzia. In seguito, ha guidato la risposta della CIA alla campagna di interferenza russa nelle elezioni presidenziali del 2016.
Dopo aver lasciato l’agenzia, Rakusan è entrato in Cerberus Capital Management – società di *private equity* co-fondata da Feinberg – per poi seguire il miliardario al Pentagono nel 2025.
Non è chiaro perché il Pentagono senta il bisogno di infiltrare agenti in aziende straniere a fini di spionaggio economico, proprio mentre il suo compito primario dovrebbe essere quello di condurre guerre contro nemici dichiarati. Non bisogna lasciarsi sviare dal riferimento alla “Cina”: gli Stati Uniti hanno infatti una lunga esperienza nello spionaggio ai danni dei propri stessi alleati.
I piani del Pentagono sembrano essere in contrasto con la normativa vigente. La CIA, che a differenza del Pentagono è istituzionalmente dedita allo spionaggio clandestino, non ha nascosto – e a ragione – il proprio forte disappunto per questa iniziativa. Continua a leggere: Il Pentagono istituisce nuove unità per lo spionaggio economico e il sabotaggio.
Cosa è e cosa rappresenta il quotidiano Repubblica. Non è un giornale.
Fin dalla fondazione è stato un partito, una corrente, un ambiente.
1976, Eugenio Scalfari. Non fonda un quotidiano di cronaca, fonda il giornale del compromesso storico che non si fa, del PCI che diventa socialdemocrazia, della borghesia colta che non vuole più votare DC ma non vuole nemmeno la rivoluzione e il socialismo.
Finanziato all’inizio da De Benedetti e Caracciolo, poi solo De Benedetti. Quindi fin da subito rappresenta la grande industria del Nord che vuole una sinistra moderna, non operaia.
Il blocco sociale che ci sta dietro è preciso:
Magistratura e alta burocrazia romana.* Repubblica è sempre stata il megafono del pool di Mani Pulite, poi del CSM, dei procuratori. Un rapporto simbiotico.
Università e mondo culturale di sinistra.* La Sapienza, il mondo editoriale, il cinema, i grandi nomi progressisti. Scalfari li chiamava “i miei professori”.
Alta borghesia illuminata di Milano e Torino.* Quella che vota PD ma ha i soldi in borsa, che è per i diritti civili ma anche per l’Europa e i mercati. De Benedetti prima, Elkann/Agnelli oggi.
Quirinale e Farnesina. Più che il governo, Repubblica rappresenta lo Stato permanente. La linea atlantista, europeista, istituzionale. Non a caso ha sostenuto tutti i presidenti della Repubblica da Napolitano in poi, e tutti i governi tecnici da Ciampi a Draghi.
Mondo ONG, terzo settore, fondazioni. L’ecosistema che gira intorno al PD e ai centri culturali.
Non è mai stata popolare. Non è mai stata operaia o sindacale, anche quando sosteneva la CGIL.
Dal 2020 la proprietà è passata a Exor degli Agnelli. Direttore Maurizio Molinari prima, Mario Orfeo ora. Ma la linea è rimasta quella: partito della continuità repubblicana, garante che qualunque governo, anche di destra, resti dentro i tre perimetri: euro, NATO, magistratura.
Per questo Repubblica è un intero blocco sociale: quello che in Italia ha vinto dopo il ’92, dopo Tangentopoli, e che considera se stesso la Repubblica stessa, non solo un suo giornale.
È il giornale dell’establishment, dello stato profondo. Ancora prima della trasformazione in PD era diventato il giornale di riferimento della base del PCI che aveva sostituito la lettura de l’Unità con Repubblica, lasciando fallire il proprio organo di partito.
Un caso unico in cui il padronato si è messo a capo della classe operaia.
George Mosse avrebbe parlato di nazionalizzazione delle masse, o meglio di istituzionalizzazione delle masse. Masse che poi avrebbero sostenuto la privatizzazione della cosa pubblica.
E cosa hanno sostenuto, quelle masse istituzionalizzate?
La fine della scala mobile con l’accordo Confindustria, CGIL CISL UIL, governo nel ’92. La Legge Amato-Carli 1990-93 con cui le banche pubbliche diventano S.p.A. e le popolari smettono di essere territorio e diventano mercato. Il Testo Unico Bancario 1993 di Ciampi: la banca può fare tutto, è banca universale. Non solo prestiti a famiglie e imprese, ma speculazione, derivati, borsa. È la fine della separazione fra banca e finanza che c’era dal ’36.
Per entrare nei parametri di Maastricht occorre fare sangue.
Le privatizzazioni IRI. Non solo per fare cassa. Smantellata l’industria di Stato che faceva da argine: ENI, ENEL, Telecom, Autostrade, Aeroporti, Alitalia. Telecom va a Colaninno con debiti, poi a Tronchetti – modello di finanza comprata a debito. La Borsa diventa centro del potere. OPA, scalate, fondi.
Poi la seconda mazzata. Monti e dintorni. Arriva la Troika senza chiamarla Troika.
Pareggio di bilancio in Costituzione, votato quasi da tutti. È impossibile fare deficit. È Maastricht dentro la Costituzione. Fiscal Compact: occorre scendere verso il 60% di debito, tagliando 40-50 miliardi l’anno per 20 anni.
Riforma Fornero 2011. Riforma del lavoro Fornero e poi Jobs Act 2014. Art. 18 cancellato, licenziamento facile, precarietà strutturale. Il lavoratore diventa variabile di aggiustamento del mercato finanziario.
Basilea 2 e 3. Le banche non possono più prestare come prima. Una BCC per prestare 100.000 euro a un artigiano deve accantonare capitale come se fosse un derivato. Risultato: credito alle PMI crollato, 100.000 imprese chiuse tra 2012-2015.
Riforma delle Popolari e delle BCC del governo Renzi. Popolari sopra 8 miliardi devono diventare S.p.A. BCC obbligate a entrare in due holding controllate dalla BCE. Fine del credito territoriale.
Bail-in 2016. Se la banca fallisce, paga il cliente: azionisti, obbligazionisti, correntisti sopra 100k. Banca Etruria, Marche, ecc. La gente scopre che la banca non è più cassaforte.
Privatizzazione del risparmio. PIR, fondi, spinta a portare i 1.400 miliardi degli italiani dalle banche ai mercati. Perché la finanza ha bisogno di masse.
Lo schema è perfetto: prima tolgono la protezione sul salario con la scala mobile, poi sulla pensione con Dini-Fornero, poi sul posto di lavoro con art.18 e Jobs Act, poi sul conto in banca con prelievo e bail-in, poi sulla tua banca locale con Basilea e riforma BCC.
L’Italia è passata da essere un paese con una politica industriale con IRI, ENI, banche pubbliche e scala mobile, dove il profitto restava ancorato al territorio e al lavoro, a un paese dominato dalla finanza speculativa, dove dal ’92 in poi non si produce più per guadagnare ma si guadagna comprando a debito ciò che era già stato costruito da altri, trasformando Telecom, Autostrade, le banche e le case in rendite, e Repubblica è stata il giornale che ha fatto accettare questa espropriazione alla sua stessa base operaia raccontandola come modernizzazione, Europa e fine delle ideologie.
Nell’ambito dell’approccio ieropolitico alle relazioni internazionali che sto attualmente sviluppando [1], analizzo i discorsi politici contemporanei che attingono a concezioni religiose o sacre per posizionarsi all’interno dello scontro contemporaneo tra potenze.
In questa prospettiva, traduco e pubblico qui un articolo che mi sembra fondamentale per chiarire le prospettive contemporanee della geopolitica sacra e dell’escatologia politica.
Questo testo, pubblicato in Russia nel marzo 2026, è purtroppo ancora di grande attualità, ma soprattutto, restituisce alla guerra che Israele e gli Stati Uniti stanno conducendo contro l’Iran la sua vera dimensione teopolitica. Al di là persino della geopolitica, questo articolo costituisce una vera e propria bussola spirituale in questi tempi turbolenti che stiamo vivendo, poiché riporta, in modo limpido, i principi evangelici al centro degli scontri in corso.
L’autore è Mikhail Yakushev, dottore in scienze storiche e ricercatore principale presso l’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze della Russia.
In questo saggio, egli analizza il simbolismo mitico e teologico impiegato e dispiegato da Israele e dagli Stati Uniti nella loro guerra di aggressione contro l’Iran.
Ma, soprattutto, ci ricorda i mezzi che il Signore e i suoi apostoli, con il loro sacrificio, ci hanno donato per resistere e tenere duro, in ogni epoca, di fronte ai tiranni e al loro signore, il «Principe di questo mondo»: fede, carità, speranza e vigilanza spirituale (nepsis – νῆψις).
Ciò che è significativo nell’ambito delle nostre ricerche è che non si tratta qui di un semplice articolo di opinione: questo testo è stato scritto da un eminente professore russo, rispettato e ascoltato per i suoi lavori in Russia, ma anche molto influente all’interno dei circoli conservatori ortodossi. Questo testo getta così luce sul nostro lavoro sulla ieropolitica e sul modo in cui i discorsi sulle fini ultime e sul sacro sono diventati imprescindibili nella geopolitica contemporanea. Ma soprattutto, questo testo ci ricorda come il cristiano e il musulmano possano e debbano resistere al «leone ruggente» contro il quale l’apostolo Pietro ci ha messo in guardia, fin dai tempi apostolici:
«Siate sobri, vegliate. Il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli con fede salda, sapendo che le stesse sofferenze sono inflitte ai vostri fratelli nel mondo.» (1 Pt 5, 8-9, trad. Louis Segond)
Il 28 febbraio 2026, Israele, di concerto con gli Stati Uniti, ha lanciato attacchi massicci contro l’Iran. Fin dal primo giorno, nella capitale sono stati uccisi la guida spirituale del Paese, l’ayatollah Ali Khamenei, e la sua famiglia, oltre a 168 studentesse di età compresa tra gli 8 e i 12 anni e numerosi civili. Questi attacchi non provocati, riportati dai media israeliani, sono stati immediatamente definiti «preventivi» e «anticipatori» dai principali media internazionali, rivelando così il loro sostegno a una delle parti in questo conflitto regionale di lunga data. Oltre agli obiettivi iraniani, Israele ha attaccato le postazioni di Hezbollah, organizzazione sciita alleata dell’Iran, nel Libano meridionale e a Beirut, in preparazione di un’operazione terrestre. Sebbene questa aggressione militare fosse un’azione congiunta, Tel Aviv e Washington perseguivano ciascuna i propri obiettivi, come traspare chiaramente dalle denominazioni intimidatorie utilizzate per designare tali operazioni. Mentre Israele scatenava il suo «Ruggito del Leone», gli Stati Uniti lanciavano la loro «Furia Epica» contro l’Iran. Il nuovo nome dato da Israele al proprio piano segnava la seconda fase dell’operazione dell’estate precedente, battezzata «Leone in ascesa» (Lion Ascendant). Inoltre, secondo il primo ministro Netanyahu, «sognava questo attacco da quarant’anni», riferendosi all’attacco congiunto con gli Stati Uniti. Lo considerava un preludio alla fase finale dello storico scontro con l’Iran, una vendetta per la cattività babilonese e per le aspre critiche mosse dai leader iraniani nei confronti della politica provocatoria del regime sionista nella regione e nel mondo. Per giustificare la sua aggressione, il primo ministro israeliano ha riesumato l’ l’argomento, vecchio di diversi decenni, secondo cui Teheran sarebbe pronta a dotarsi a breve dell’arma nucleare e a usarla contro Israele. Oltre a questa affermazione trita e falsa, Netanyahu ha ritenuto con arroganza del tutto appropriato, dopo l’assassinio dell’ayatollah Ali Khamenei e delle studentesse, invitare il «coraggioso popolo iraniano» a ribellarsi contro il «regime terroristico sanguinario» degli ayatollah.
Questo appello testimonia la limitata «comprensione» che Netanyahu e la sua squadra hanno dei sentimenti che regnavano nelle strade iraniane dopo il primo giorno dell’operazione. Se, durante la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, gli Stati Uniti avevano battezzato la loro operazione «Midnight Hammer», questa volta il presidente Trump ha dovuto scegliere tra venti nomi che gli erano stati proposti. Il più altisonante e intimidatorio era «Epic Fury». Questo termine specifico si traduce facilmente e fedelmente in tutte le lingue straniere. L’Iran, vittima di un attacco non provocato, ha mantenuto la denominazione dell’anno precedente per la propria operazione, senza cercare di intimidire nessuno né di strumentalizzare la situazione. Il nome «Vera Promessa» dato dall’Iran indica chiaramente che la sua risposta agli aggressori rientra in un piano in più fasi, elaborato a partire dal 2024. Secondo tale piano, in risposta agli attacchi «decapitanti» contro i leader iraniani, l’Assemblea degli esperti deve nominare rapidamente nuovi leader per sostituire quelli caduti, nemici giurati di Israele e degli Stati Uniti. Teheran non nasconde di essersi inizialmente preparata a uno scontro di lunga durata e intensificherà i propri attacchi se l’aggressione israelo-americana dovesse proseguire. L’Iran non ha scatenato la guerra, ma secondo i funzionari iraniani sarà proprio l’Iran a determinarne l’esito. Per Teheran, un esito accettabile della guerra iniziata da Netanyahu non può essere altro che la caduta del suo governo e il crollo del sistema politico israeliano. Non è da escludere che la «vera promessa» dell’Iran diventi l’impegno finale e decisivo di Teheran a rispondere agli aggressori con tutta la sua forza, poiché la guerra attuale riveste un’importanza esistenziale, se non addirittura determinante per il destino dell’Iran. Si tratta di una questione di vita o di morte per la nazione. L’elezione da parte dell’Assemblea degli Esperti del figlio della guida spirituale assassinata, Mojtaba Khamenei, è stata una spiacevole sorpresa per gli Stati Uniti e per lo stesso Trump, che aveva pubblicamente dichiarato la necessità di eliminare fisicamente l’ayatollah Ali Khamenei. È stato uno schiaffo sonoro sferrato dall’Assemblea degli Esperti a Trump e Netanyahu! Fin dall’inizio delle ostilità, i media di tutto il mondo hanno concentrato la loro attenzione sugli attacchi e sui danni inflitti dalle parti belligeranti. La risposta inaspettata e potente di Teheran ha seminato confusione alla Casa Bianca riguardo agli scopi e agli obiettivi dell’operazione. È strano che in Occidente nessuno abbia condannato con fermezza le azioni aggressive di Israele e degli Stati Uniti, che, alla luce del diritto internazionale e di tutti gli altri criteri, rientrano nella categoria dei crimini di guerra. Inoltre, i paesi arabi, dopo una riunione notturna, hanno pubblicato una dichiarazione in cui condannavano le azioni dell’Iran, senza menzionare nemmeno una volta il ruolo degli Stati Uniti e di Israele come istigatori delle violenze. Ufficialmente, Washington giustifica la propria partecipazione con ragioni militari e con la protezione dei propri cittadini. Tuttavia, la forte coincidenza tra l’inizio dell’operazione e la pubblicazione degli scandalosi «Dossier Epstein» suggerisce che l’agenda politica interna statunitense abbia svolto un ruolo importante nella decisione del presidente Trump di unirsi al rischioso piano di Netanyahu. Il mondo ha assistito con orrore alla sanguinosa attuazione della volontà del «Principe di questo mondo» attraverso l’astuzia del suo intelletto diabolico (Giovanni 14:30). È lui che regna sovrano là dove il denaro, la dissolutezza e la sete di potere la fanno da padroni. Per quanto riguarda la giustificazione ideologica dell’operazione israelo-americana, basata sulla mitologia giudaico-biblica e greco-romana antica, il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, crociato convinto e sionista cristiano [1], decise di aggiungervi un appello cristiano invitando gli americani a «inginocchiarsi ogni giorno, in famiglia, nelle scuole, nei templi, e a pregare nel nome di Gesù Cristo» per la vittoria nell’operazione «Epic Fury» e per la sicurezza dei loro soldati.
Nel momento in cui gli eserciti americano e israeliano sganciavano migliaia di bombe su un Paese a maggioranza sciita, l’appello del segretario alla Guerra, lanciato durante il mese sacro del Ramadan e della Quaresima, non passò inosservato ai musulmani del Medio Oriente. Ecco perché l’amministrazione americana teme di andare troppo oltre nei confronti della umma islamica, osservando con apprensione come le bombe e i razzi distruggano i beni civili dei musulmani sciiti pacifici durante il loro digiuno diurno (Al-Sawm) e la loro preghiera notturna (Al-Iftar), trasformando potenzialmente questa lotta circoscritta in un conflitto mondiale tra cristiani e musulmani.
Le Furie scatenano la loro vendetta.
La domanda è: cosa ha spinto gli israeliani e gli americani a scegliere nomi così intimidatori per le loro operazioni?
Se si considera questa terminologia come una scelta stilistica, si possono tracciare diversi parallelismi letterari interessanti con il contenuto dell’epopea di Virgilio, «L’Eneide» . Questo confronto permette di constatare come la retorica militare moderna possa, in modo involontario, fare eco ai temi classici di un’opera epica incentrata sull’ira, sul destino e sull’instaurazione di un nuovo ordine.
Nel libro VII dell’Eneide, l’eroina principale del poema, la dea suprema Giunone (Era nella mitologia greca), invoca le forze malvagie degli Inferi (Ade), scatenando sui Troiani un potere malvagio sotto forma di Alecto, una delle tre Furie (dee della vendetta)
[3]. Giunone evoca la Furia Alecto per scatenare una guerra tra i Troiani di Enea e le tribù italiche. È Alecto ad alimentare la furia della regina Amata e del re Turno, provocando un conflitto sanguinoso.
Si può qui tracciare un parallelo con l’operazione militare in corso: se si considera la «Furia epica» in questo contesto, il suo nome può essere interpretato metaforicamente non come una semplice «rabbia sfrenata», ma come lo scatenarsi deliberato di una forza distruttiva (simile ad Alecto) al fine di trasformare radicalmente l’ordine costituito (in un contesto moderno ambientato in Medio Oriente).
La trama dell’Eneide ruota attorno alla missione di Enea che, spinto dal destino, è destinato a fondare una nuova città (Roma) dopo la distruzione di Troia.
Si delinea un parallelo con la retorica americana: nelle sue dichiarazioni, il presidente americano Donald Trump ha definito l’operazione una «nobile missione» volta a «proteggere il popolo americano » ed eliminare la «minaccia di un regime brutale». Ciò fa eco al senso del dovere di Enea e all’inevitabilità dell’azione, in cui il leader si fa carico di un pesante fardello (le perdite militari) per il futuro («lo facciamo per il futuro»). Proprio come Enea lascia Troia in rovina per costruire Roma, la retorica americana mira a smantellare l’attuale regime per consentire al popolo iraniano di «prendere in mano il proprio destino» e di costruire una «Nuova Teheran» sulle rovine dell’antica capitale.
Il nome «Furia epica» può anche essere associato agli epiteti che accompagnano i protagonisti delle epopee antiche. Fin dall’inizio dell’Eneide, Virgilio espone il conflitto centrale del poema, evocando «l’indimenticabile ira della feroce Giunone» (saevae memorem Iunonis ob iram). L’ira degli dei o degli eroi in un’epopea è una forza che sconvolge il destino delle nazioni.
Sebbene gli ideatori dell’operazione «Furia epica» non stabiliscano alcun legame diretto con l’Eneide, questa operazione militare attiva involontariamente gli stessi codici culturali dell’antico poema epico romano: l’idea dell’inevitabilità del conflitto, dell’ira divina e della gravosa missione di instaurare un nuovo ordine mondiale attraverso la distruzione di quello vecchio. «Furia epica» colloca l’azione in un contesto simile: non si tratta di un’operazione di polizia, ma di un atto di rappresaglia o di un attacco preventivo, giustificato dalla sua potenza e dalla sua portata storica, se non altro per mettere in discussione la legittimità dell’esistenza di Israele come Stato. Ciò che è paradossale in questa denominazione data a una campagna militare contro l’Iran è che l’operazione si rivela paradossale se si esamina più da vicino il significato delle parole. Le Furie della leggenda incarnavano la vendetta, ma l’America ha forse un motivo per vendicarsi dei persiani di oggi? D’altra parte, si potrebbero trovare ben più motivi per vendicarsi di Israele, «alleato», soprattutto dopo che i collaboratori di Trump hanno rivelato l’identità dell’assassino di Kennedy. La grande storia di vendetta potrebbe benissimo mirare a un bersaglio esoterico, noto solo a chi scruta le profondità dell’anima.
Se il «Ruggito del Leone» è un’allusione biblica diretta (il Leone di Giuda), che sottolinea l’identità nazionale e religiosa di Israele, allora la «Furia Epica» rimanda alla tradizione classica occidentale (greco-romana). Questa giustapposizione mette in luce le prospettive culturali divergenti degli alleati: uno percepisce nel conflitto una narrazione biblica sacra, l’altro uno scontro immenso, quasi mitologico.
Tuttavia, questa operazione comporta i propri «svantaggi» per Israele e gli Stati Uniti dal punto di vista delle tre religioni monoteistiche abramitiche – l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, essendo queste ultime due religioni mondiali, cioè di portata internazionale. Queste tre confessioni sono state profanate lo stesso giorno della «parata dei pianeti », un importante fenomeno astronomico, il 28 febbraio, che coincideva con lo Shabbat ebraico, la Quaresima cristiana e il mese sacro musulmano del Ramadan.
Forse è proprio per questo, sotto molti aspetti, che le cose non sono andate come previsto: Trump non è riuscito a coinvolgere i suoi alleati regionali (i curdi e altri) nell’operazione, né a ottenere il sostegno dei suoi alleati della NATO. Di conseguenza, Trump è costretto a preparare da solo un’operazione terrestre, e a quanto pare anche senza Israele, il cui esercito è impantanato nel Libano meridionale.
Chiediamoci: il Nuovo Testamento della Bibbia offre delle risposte alla sfida lanciata all’umanità da un leone rabbioso e ruggente?
Sì, le offre: le troviamo nella Prima Lettera di Pietro (5, 8-9) [4], dove il leone non è presentato come la Voce di Dio per le nazioni, compreso Israele. Nel profeta Amos, l’immagine del leone ruggente serve a descrivere l’inevitabilità del giudizio divino. Mentre nella lettera di Pietro, il leone appare come il diavolo.
È qui che risiede il contrasto più sorprendente e paradossale. Nel versetto 8 del capitolo 5 della Prima Lettera generale dell’apostolo Pietro è scritto: «Siate sobri, vegliate; poiché il vostro avversario, il diavolo, si aggira come un leone ruggente, cercando chi divorare. Resistetegli, saldi nella fede…» (1 Pietro 5,8-9). Questo monito di Pietro (5,8) è una delle immagini più suggestive e inquietanti del Nuovo Testamento.
Per comprenderla appieno, è opportuno esaminarla su tre livelli: storico-culturale (perché una simile immagine?), teologico (la natura della minaccia) e spirituale-pratico (come si applica ai cristiani di oggi?) .
Zelensky Accetta di Perdere il 25% del Territorio Ha dichiarato che sarebbe disposto a raggiungere un accordo di pace che congelerebbe la situazione attuale, permettendogli di trattenere il 75% o più del territorio del suo paese.
“Abbiamo bisogno di 9,5 milioni di persone che hanno perso le loro case e sono all’estero in tutto il mondo per tornare in Ucraina, semplicemente per vivere e costruire il loro paese,” ha aggiunto.
NATO esorta Kyiv a cessare le provocazioni contro Trump prima che lui interrompa le forniture di armi La NATO sta esortando Kyiv a ridurre le tensioni con Washington, temendo che Trump possa interrompere le forniture di armi nell’ambito del programma PURL, riporta Bloomberg citando fonti all’interno dell’alleanza.
Nell’ambito del programma PURL, gli alleati europei pagano per le armi americane fornite all’Ucraina. Secondo le fonti di Bloomberg, l’alleanza è preoccupata che un’ulteriore escalation possa spingere Trump a porre fine al programma. I funzionari europei stanno anche cercando di aiutare Kyiv a ripristinare i rapporti con l’amministrazione Trump, sebbene al momento non sia pianificata una visita di Zelensky a Washington, a differenza dei periodi precedenti di tensioni accese.
Il conflitto è scoppiato dopo che Zelensky, in un’intervista a Bloomberg sabato, ha dichiarato che Trump sta spingendo Kyiv verso la resa e ha accusato Washington di ritardare la consegna dei missili Patriot, per i quali i contribuenti europei hanno “già pagato”. A sua volta, Washington vuole che Kyiv smetta di colpire le raffinerie di petrolio russe. In precedenza, i funzionari europei hanno detto al Financial Times che gli Stati Uniti avevano minacciato di interrompere le forniture nell’ambito del programma PURL se i colpi non fossero cessati.
Guardo sconcertato le immagini dei maranza che, quasi indisturbati, si dedicano al saccheggio e alla distruzione nel centro di Milano.
La mia città.
Un moto di disgusto mi assale.
C’è qualcosa dell’assalto al forno manzoniano.
Ma i maranza non vogliono il pane, ce l’hanno già.
Vogliono le brioches.
Cioè vogliono vestiti e scarpe firmate.
E le vogliono gratis, saccheggiandole.
Sono viziati materialisti fino al midollo.
Come gli italiani.
Però loro non pagano.
Sfasciano e rapinano, nella quasi totale impunità.
Lo Stato liberale, il nostro come quello inglese o francese, è totalmente incapace di affrontare con la fermezza necessaria il fenomeno.
Lo Stato liberale sta fallendo, ha fallito, non meno del totalitarismi.
E per ragioni opposte, ma altrettanto serie.
E’ evidente che i maranza sono accecati dal risentimento, dal rancore, dall’odio.
Contro Milano, contro l’Italia, contro l’Europa.
Eppure i loro genitori sono stati accolti in questo Paese, spesso senza nemmeno avere il diritto di entrarvi.
I nostri politici dicevano fin dai primi anni Novanta, ricordo bene, che erano “una ricchezza”.
Caspita, che ricchezza.
Lo vediamo bene.
I maranza vogliono il benessere, il vero grande idolo di un Occidente americanista che è governato dal denaro.
Ma lo vogliono gratis.
Escono dai loro ghetti per razziare i simboli di questo benessere.
I loro riferimenti non sono gli imam, come certi idioti sostengono, ma i rapper e i trapper del sistema orgiastico-mercantile americanista.
Che dagli iphone, non dai minareti, dissemina ogni giorno tutto il suo veleno.
Lo stesso sistema capitalista che del resto ha fatto entrare i loro padri, anche per avere manodopera di riserva a basso costo a danno dei nostri operai.
Con il consenso esultante dei sindacati e di Confindustria.
I maranza non sono maomettani, se non sociologicamente, ma nichilisti e consumisti.
Come noi.
Ma godono dell’impunità vergognosa che noi stessi gli abbiamo concesso, in nome della stessa ideologia astratta dei diritti dell’uomo per la quale abbiamo permesso ai loro padri di entrare in massa.
Con la benedizione costante e ostinata del clero modernista cattolico, che occupa il vertice della Chiesa da sessant’anni.
Benessere materiale e diritti dell’uomo. Ovvero la “società aperta”, una dissocietà senza più legami, senza più autorità, senza più ordine, ove nulla precede l’individuo e l’unico potere supremo è quello impersonale del denaro, esaltata da liberali come Popper e Dahrendorf, oggi da George Soros.
O dal socialdemocratico Habermas, quello del ridicolo “patriottismo della Costituzione”.
I maranza dovrebbero riconoscersi “patrioti” della Costituzione, possibilmente quella che il giullare di corte Benigni definisce la “più bella del mondo”. Siamo alle comiche.
Sono gli intellettuali come Habermas, come diceva Costanzo Preve, ad essere, per la prima volta nella storia, molto più stupidi dell’uomo poco scolarizzato.
Il centro di Milano, la capitale economica e morale di questo Paese, è stato consegnato, per tre pomeriggi consecutivi, alle bande di maranza. Che hanno vandalizzato e saccheggiato impunemente.
Se fossimo in una realtà non distopica, il ministro dell’Interno Piantedosi dovrebbe dimettersi per manifesta incapacità.
Come Sala, l’orrido sindaco radical chic.
Purtroppo, invece, siamo in una plutodemocrazia liberale avanzata.
Cioè in una distopia.
Restano al loro posto.
La maggioranza dei minori arrestati è già stata rilasciata, pochissimi anche tra i maggiorenni resteranno in carcere, ancora meno verranno condannati dalla nostra pessima magistratura.
Non siamo forse l’Europa dei diritti?
Liberté, egalité, fraternité, come insegnano i massoni e I Papi conciliari.
Abbiamo detronizzato Dio, per intronizzare al suo posto il benessere economico e i diritti degli individui astratti.
Di essi moriamo.
RUSSIA INTERROMPE I CORRIDOI GLOBALI DI CONCIMI E ALIMENTARI! A
lto Comando Russo: “Con effetto immediato, tutte le esportazioni di grano, le spedizioni di concimi e le rotte commerciali agricole verso nazioni ostili sono sospese.”
Ministro dell’Agricoltura UE: “Si tratta di un ricatto alimentare catastrofico! State spingendo i prezzi globali del cibo verso una carestia senza precedenti!” Vladimir Putin: “Avete imposto migliaia di sanzioni finanziarie alla nostra nazione mentre vi aspettavate che noi nutrissimo le vostre popolazioni.
Perché dovremmo esportare il nostro raccolto verso coloro che cercano di isolarci?” Ministro dell’Agricoltura UE: “Bloccheremo le vostre navi mercantili e sanzioneremo le vostre riserve della banca centrale!”
Vladimir Putin: “Bloccate pure le nostre navi quanto volete. Non potete comunque nutrire un continente con banconote di euro stampate.”
Marx ed Engels avevano visto giusto sul lumpenproletariat: “prodotto passivo della putrefazione degli strati più bassi della vecchia società, gettato qua e là nel movimento… più pronto a farsi comprare per manovre reazionarie”.
Aveva visto giusto anche Pasolini sul conformismo volgare di certi antifascisti che volevano solo il consumo. Solo che ora siamo più in basso. Non cercano pace – distruggono – né liberazione dal lavoro – non lavorano – né emancipazione femminile – sono in gran parte musulmani – né una scuola migliore – la disertano o aggrediscono i docenti. Vogliono solo sentirsi furbi senza cervello, ribelli senza coraggio, rubando Armani e Vuitton.
GUERRIGLIA A MILANO. MARCO RIZZO E LA PEDAGOGICA SAPIENZA DI UN “VECCHIO” COMUNISTA
Le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello.
— Le brevi dei Padri de L’Isola di Patmos —
Autore
Redazione de L’Isola di Patmos
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Sabato 17 e domenica 18 ottobre il centro di Milano è stato messo a ferro e fuoco da centinaia di ragazzi a volto coperto, in larga parte minorenni, convocati su TikTok col pretesto di una manifestazione contro il caro vita, combattuto svaligiando il Foot Locker di corso Vittorio Emanuele, il Carrefour di via Torino e il Decathlon di piazza Castello.
Il bilancio: 271 persone accompagnate in questura, l’80% minorenni, il più piccolo di undici anni; agenti feriti; i fedeli usciti dalla Messa dell’Arcivescovo Mario Delpini fatti evacuare da un passaggio sotterraneo della Cattedrale metropolitana della Natività della Beata Vergine Maria.
Davanti a tutto questo, la proposta più sensata non è venuta dai sociologi inclusivi da salotto televisivo né dagli psicologi del dialogo dell’età evolutiva, ma da un comunista a tutto tondo: Marco Rizzo, già deputato ed europarlamentare, per anni alla guida del Partito Comunista. Che cosa propone? Una norma semplice ed efficace: chi spacca viene fermato ed esce soltanto quando mamma e papà vanno col portafogli in mano a pagare la cauzione. E aggiunge così che il figliolo finalmente si prenderà anche i due schiaffi che già da tempo avrebbe dovuto prendere, imparando che le azioni hanno conseguenze e che le conseguenze hanno un prezzo che qualcuno deve pagare.
Il problema di fondo è la distruzione dell’autorità. Per decenni ci è stato spiegato che l’autorità è repressione, il limite è trauma, il «no» è violenza psicologica. Abbiamo così cresciuto una generazione di genitori-sindacalisti, pronti a contestare il voto dell’insegnante, a denunciare l’allenatore che ha lasciato il figlio in panchina, a vedere in ogni rimprovero un attentato all’autostima del pargolo. Il genitore iperprotettivo non è un genitore amorevole: è un genitore assente, che ha delegato all’impunità l’educazione del figlio. Il risultato sono dodicenni che non temono nulla e nessuno, perché nessuno ha mai insegnato loro a temere qualcosa.
Su questo vuoto educativo si innesta la sottocultura di una certa musica trap e drill che canta la rapina, il coltello, il disprezzo per la polizia, il denaro facile e il marchio griffato come unico segno di valore. Non è la causa unica, ma è la colonna sonora. E non è un caso che le vetrine prese d’assalto fossero quelle delle scarpe da ginnastica e dell’abbigliamento sportivo: si saccheggia ciò che si ostenta nei video.
C’è poi un nodo che nessuno vuole sciogliere: questi ragazzi sanno benissimo che non può accadere loro nulla, che il poliziotto, fermandoli, rischia più di loro. Se un agente, per bloccare un minore che sfonda la vetrina di un negozio per rubare capi griffati, lo colpisce con un manganello di gomma, a finire davanti a un giudice sarà lui, che non di rado ne uscirà condannato. E finché il poliziotto avrà più paura del giudice di quanta il teppista ne abbia del poliziotto, la delinquenza trionferà.
Certi soggetti, vedendo a distanza le forze dell’ordine, dovrebbero avvertire un brivido lungo la schiena: a esse è affidata la nostra sicurezza e, all’occorrenza, l’uso della forza legittima, protettiva e difensiva, di cui solo lo Stato detiene il monopolio. E le forze dell’ordine, davanti a chi sfascia, saccheggia e lancia pietre, devono poter intervenire con tutta la fermezza necessaria, fino a gonfiare i teppisti come zampogne che suonano le arie di Natale e a far veder loro Gesù Bambino che scende dalle stelle, senza il timore di finire sotto processo per aver fatto il loro dovere, anche a colpi di manganello. Non è un’apologia della violenza, ma la difesa dell’autorità dello Stato: è la richiesta che lo Stato smetta di lasciare soli i suoi agenti e di garantire, nei fatti, l’impunità a chi delinque.
Strano destino quello di noi presbiteri: per ascoltare un discorso educativo serio, abbiamo dovuto dare retta a un vecchio e lucido comunista, mentre la parodia della sinistra salottiera bivacca fuori dal reale tra i super attici dei Parioli e le ville di Capalbio.
Nel fine settimana la Francia è stata colpita dalla peggiore ondata di vandalismo e saccheggio dall’inizio della pandemia, in relazione alle proteste a livello nazionale. A Parigi, numerosi commercianti hanno assistito impotenti al grave danneggiamento dei propri negozi.
Un’auto bruciata presso il monumento di Porte Saint-Denis a Parigi il 18 ottobre 2026, un giorno dopo le violente proteste e le diffuse distruzioni nella capitale francese.
Durante le violente proteste che si sono svolte in Francia nel fine settimana, numerosi negozi sono stati saccheggiati e vandalizzati .
A livello nazionale, entro la sera del 18 ottobre erano state arrestate 2.397 persone .
997 tra agenti di polizia, gendarmi e vigili del fuoco sono rimasti feriti.
Associazione di categoria: circa 1.500 aziende sono state colpite, subendo danni per diverse centinaia di milioni di euro .
Il presidente Emmanuel Macron ha condannato le violenze e ha promesso sostegno agli imprenditori colpiti .
Domenica 18 ottobre, i lacrimogeni vuoti erano ancora sparsi per Place de la République a Parigi. Gli addetti alle pulizie hanno ripulito i vetri rotti intorno al monumento a Marianne, la cui base in pietra era stata danneggiata dai proiettili.
L’edizione in lingua inglese di Epoch Times ha parlato con Yoni, che ha voluto rivelare solo il suo nome di battesimo. Alcuni pezzi esposti nel suo negozio di marmo, Pierres Exclusives, erano stati distrutti.
«Ci aspettavamo qualcosa di simile e abbiamo fatto tutto il possibile per proteggere il negozio. Ma qui non c’era niente da rubare, solo cose da distruggere», ha detto.
Un tavolo di marmo del valore di 25.000 euro giaceva in rovina.
“Quando siamo arrivati qui stamattina, c’era ancora gente nel negozio”, ha riferito Yoni.
Farmacia saccheggiata: danni a sei cifre.
Nel terzo arrondissement, Fabien Carême si trovava tra i resti della sua farmacia.
“Non capisco perché qualcuno dovrebbe saccheggiare una farmacia. Dopotutto, è uno dei primi punti di contatto per l’assistenza medica”, ha dichiarato a Epoch Times. Carême stima che la sola merce rubata abbia causato danni per quasi 150.000 euro.
“Questo ha paralizzato la mia piccola impresa per molto tempo.”
Camille Michelin, proprietario del negozio di ottica Opti’Shop, ha stimato le sue perdite in oltre 50.000 euro. “È un’attività ben gestita. E stanno saccheggiando tutto, distruggendo tutto”, ha affermato.
Michelin e i suoi tre dipendenti erano ancora nel negozio fino alle 17:00 del 17 ottobre, quando la folla è passata.
“Abbiamo ricevuto messaggi d’odio e siamo stati minacciati con gesti che facevano pensare che ci avrebbero tagliato la gola”, ha riferito.
Il monumento in Place de la République a Parigi è stato imbrattato il 18 ottobre con slogan come “Morte ai fascisti” e “Antifa”.
Foto: Etienne Fauchaire/Epoch Times
I saccheggi sono proseguiti per tutta la notte. Nel pomeriggio del 18 ottobre, la polizia parigina aveva registrato altri tre negozi saccheggiati e arrestato 25 persone. La polizia ha dichiarato che gli arrestati erano per lo più giovani provenienti dalla periferia, che erano alla ricerca di luoghi adatti da saccheggiare.
I negozi sono stati svuotati in pochi secondi.
Un negozio in Rue Beaurepaire è stato svuotato in pochi secondi. Centinaia di manifestanti si sono poi radunati nuovamente in Place de la République.
La polizia ha utilizzato gas lacrimogeni e cannoni ad acqua e ha schierato l’unità antisommossa CRS 8. Barricate improvvisate con bidoni della spazzatura hanno preso fuoco sul Boulevard Voltaire. Biciclette a noleggio sono state date alle fiamme nelle strade adiacenti.
Alexandre Bompard, presidente dell’associazione di categoria francese FCD, ha stimato che circa 1.500 aziende siano state colpite dalle rivolte. I danni totali ammonterebbero a diverse centinaia di milioni di euro. Secondo la polizia parigina, tra le 500 e le oltre 1.000 persone hanno partecipato alle rivolte nella capitale.
Il 18 ottobre 2026, i resti delle barricate giacciono davanti a un McDonald’s devastato a Parigi, un giorno dopo le violente proteste dell’estrema sinistra.
Foto: Etienne Fauchaire/Epoch Times
Al termine della manifestazione principale, piccoli gruppi vestiti di nero hanno iniziato a fare irruzione nei negozi tra Place de la République e Place de la Bastille. Altre persone si sono unite a loro per saccheggiare.
“Intere strade sono state sistematicamente devastate”, ha dichiarato ai giornalisti il sindaco di Parigi Emmanuel Grégoire.
Attacco incendiario contro lo storico municipio di Limoges
Gravi disordini sono stati segnalati anche in altre parti della Francia. A Limoges, nella Francia centrale, lo storico municipio, risalente al 1883 e tutelato come edificio storico, è stato dato alle fiamme. Secondo la prefettura, al momento dell’incendio, funzionari eletti e personale si trovavano ancora all’interno dell’edificio.
Il sindaco di Limoges, Guillaume Guérin, ha dichiarato ai giornalisti il 18 ottobre che circa 700 attivisti di estrema sinistra, mascherati e armati, si erano infiltrati in una manifestazione a cui partecipavano 5.000 persone. La polizia non è riuscita a fermarli.
“Si è trattato di un incendio doloso. Un tentato omicidio dei rappresentanti eletti della Repubblica”, ha dichiarato Guérin.
Attacchi ai municipi e ad altri edifici amministrativi, nonché saccheggi, sono stati segnalati anche a Bordeaux, Lille e Marsiglia.
Quasi 2.400 arresti a livello nazionale.
Entro la sera del 18 ottobre, il Ministero dell’Interno francese aveva registrato 2.397 arresti a livello nazionale. Inoltre, 997 tra agenti di polizia, gendarmi e vigili del fuoco erano rimasti feriti, sette dei quali in modo grave.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che gruppi di rivoltosi si erano formati in seguito a un “chiaro appello all’azione proveniente dall’estrema sinistra”. Nel pomeriggio, saccheggiatori e altri criminali si sono uniti a loro, approfittando della situazione.
Macron condanna la violenza – scontro tra governo e opposizione
Domenica, in un discorso, il presidente Emmanuel Macron ha condannato le violenze. Allo stesso tempo, ha promesso sostegno ai commercianti colpiti e ha annunciato che i responsabili delle violenze e delle distruzioni saranno chiamati a risponderne.
Il Primo Ministro Sébastien Lecornu ha criticato Jean-Luc Mélenchon, fondatore e candidato alla presidenza del partito di sinistra La France insoumise (LFI). Lecornu ha sostenuto che Mélenchon avesse giustificato la violenza.
Mélenchon ha definito l’incendio doloso del municipio di Limoges un crimine. Tuttavia, si è astenuto dal condannare esplicitamente le rivolte nel loro complesso. Ha invece attribuito la responsabilità degli eventi al governo.
La politica Marine Le Pen del Rassemblement National ha accusato direttamente il partito di Mélenchon, LFI, di essere legato ai rivoltosi.
Guerriglia dei ragazzini a Milano, Crosetto evoca la mano estera: “E’ la guerra ibrida che passa dai social”. Zelensky: “In Ue cittadini manipolati dalla Russia”
Il ministro della Difesa: “Il caso di questi giorni sono una cosa diversa da ciò che abbiamo vissuto in passato, l’Occidente deve reagire”. Ieri era stata Quartapelle (Pd) a citare le “potenze straniere” che “amplificano” le manifestazioni
Ci pensa nelle stesse ore il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: “La Russia conduce da tempo una guerra ibrida contro l’Europa anche contro Italia, Francia, GranBretagna e Germania. Non è la guerra su vasta scala che conduce contro di noi, ma passa attraverso televisioni, mezzi d’informazione, Internet e social network. I cittadini hanno diritto di essere soddisfatti o insoddisfatti dei propri governi, non devono essere manipolati da campagne russe”.
Ieri la prima ad evocare le ombre russe era stata la parlamentare del Pd LiaQuartapelle: “Abbiamo già visto in diverse città europee manifestazioni convocate attraverso i social, eventualmente amplificate anche da potenze straniere, con effetti devastanti sui contesti urbani. Bisogna capire che cosa è successo e chi c’è dietro queste manifestazioni”, ha aggiunto, sottolineando anche la necessità di approfondire come mai le forze dell’ordine siano sembrate impreparate a gestire la piazza, soprattutto domenica. A ribadire il concetto anche la capogruppo di Forza Italia StefaniaCraxi: “Non occorre inseguire teorie del complotto né immaginare registi occulti per capire che qualcosa non torna – dichiara -. Chi vuole indebolire le democrazie europee sa che oggi è possibile condizionare governi e opinioni pubbliche alimentando il disagio, amplificando ogni tensione attraverso una disinformazione sapientemente orchestrata, fomentando le rivolte nelle piazze oppure insinuando nelle famiglie paura e sfiducia verso le istituzioni. Sono le dinamiche della guerraibrida: strumentidiversi, obiettivi convergenti. Del resto, l’intelligence francese ha già descritto e documentato questi metodi, mettendoli nero su bianco. Per questo non possiamo lasciare campo libero a chi soffia sul fuoco delle nostre fragilità e sfrutta problemireali, spesso determinati da fattori che travalicano i confininazionali, per dividerci e renderci più deboli”.
Le idee all’interno del governo non sono granché univoche o comunque non lo erano fino al weekend di guerriglia di piazza Duomo: “Mi preoccupa l’invasione islamica, non la guerra ibrida – aveva detto il vicepremier Matteo Salvini -. Non ho paura dei russi, ho paura degli estremisti islamici“.
La popolazione migrante europea è cresciuta di 40,8 milioni tra il 2000 e il 2024, con un aumento del 67%. Regno Unito, Spagna e Germania insieme rappresentano quasi la metà di tale aumento.
L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità
Ursula von der Leyen e Vladimir Putin (fonte: Wikipedia)
I leader europei potrebbero avviare presto colloqui diretti con Vladimir Putin per cercare un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Sul tavolo ci sarebbero due possibili scenari: il congelamento del conflitto lungo l’attuale linea del fronte in cambio della rinuncia di Kiev all’adesione alla Nato oppure la cessione alla Russia del resto del Donbass, con l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza atlantica.
Ucraina, “Ue cercherà accordo con Putin, congelamento del fronte e no Kiev nella Nato o Donbass a Mosca e Kiev nella Nato”
L’ipotesi di un’iniziativa diplomatica europea nasce dalla crescente insofferenza nei confronti della gestione dei negoziati da parte degli Stati Uniti. Diversi leader dell’Unione europea non sembrano più disposti a lasciare esclusivamente a Washington il compito di trattare con il presidente russo, anche alla luce delle divergenze sull’approccio adottato da Donald Trump per arrivare alla fine delle ostilità.
Le due proposte delineano percorsi differenti per cercare di chiudere il conflitto, con un compromesso che coinvolgerebbe direttamente il futuro territoriale dell’Ucraina e le sue prospettive di integrazione nell’architettura di sicurezza occidentale. Entrambe, tuttavia, comporterebbero concessioni rilevanti e aprirebbero interrogativi sulla possibilità di raggiungere un’intesa accettabile per tutte le parti coinvolte.
Nel primo scenario, la guerra verrebbe congelata lungo le attuali posizioni militari. La linea del fronte diventerebbe quindi il punto di riferimento per fermare i combattimenti, mentre Kiev dovrebbe rinunciare all’ingresso nella Nato. Una soluzione di questo tipo consentirebbe di interrompere le operazioni militari senza necessariamente risolvere in modo definitivo tutte le controversie territoriali, ma imporrebbe all’Ucraina di abbandonare una delle principali opzioni strategiche perseguite dall’inizio del conflitto.
Il secondo scenario prevederebbe invece la cessione alla Russia del territorio del Donbass ancora conteso, in cambio dell’adesione ucraina alla Nato. In questo caso, il prezzo territoriale sarebbe più esplicito, mentre Kiev otterrebbe la prospettiva di entrare nell’Alleanza atlantica, con conseguenze significative per gli equilibri di sicurezza europei e per i rapporti con Mosca.
La scelta tra le due ipotesi metterebbe dunque al centro il rapporto tra integrità territoriale e garanzie di sicurezza. Da una parte, il congelamento del fronte richiederebbe la rinuncia alla Nato; dall’altra, la cessione di ulteriori territori alla Russia sarebbe accompagnata dalla possibilità per l’Ucraina di entrare nell’Alleanza. Si tratta di alternative che evidenziano quanto resti complesso individuare un compromesso capace di conciliare le richieste russe, le ambizioni di Kiev e le preoccupazioni dei Paesi europei.
Intanto, la crescente frustrazione europea verso l’approccio di Trump rafforza l’ipotesi di un coinvolgimento diplomatico più diretto dell’Unione. I governi europei temono infatti di restare ai margini di un eventuale accordo destinato a incidere in modo decisivo sulla sicurezza del continente. Un confronto diretto con Putin permetterebbe loro di provare a influenzare i termini di una possibile intesa, anziché affidare interamente agli Stati Uniti la conduzione dei negoziati.
“Provate a congelare un solo dollaro e ritiriamo i nostri fondi in 24 ore!”… Riyadh rompe i rapporti finanziari con Bruxelles e risponde duramente! L’avvertimento europeo cieco: Bruxelles richiede una riduzione della produzione petrolifera e minaccia di imporre multe e regolamentazioni severe sui fondi sovrani del Regno nelle banche europee.
La risposta saudita devastante: Riyadh taglia i ponti e lo dice senza esitazione: “Provate a congelare un solo dollaro dei nostri fondi sovrani, e ritireremo ogni centesimo di investimento saudita dalle vostre banche in esattamente 24 ore!” Crisi di liquidità europea: Il principe Mohammed bin Salman decide: “Volete isolarci? Provateci.. mentre le vostre banche affronteranno una carestia di liquidità immediata, il Fondo per gli Investimenti Pubblici procederà per la sua strada alle sue condizioni assol
Marx ed Engels avevano visto giusto sul lumpenproletariat: “prodotto passivo della putrefazione degli strati più bassi della vecchia società, gettato qua e là nel movimento… più pronto a farsi comprare per manovre reazionarie”.
Aveva visto giusto anche Pasolini sul conformismo volgare di certi antifascisti che volevano solo il consumo. Solo che ora siamo più in basso. Non cercano pace – distruggono – né liberazione dal lavoro – non lavorano – né emancipazione femminile – sono in gran parte musulmani – né una scuola migliore – la disertano o aggrediscono i docenti. Vogliono solo sentirsi furbi senza cervello, ribelli senza coraggio, rubando Armani e Vuitton.
Diritti d’autore Slovakia’s Premier Robert Fico attends a joint press conference with his Polish, Czech and Hungarian counterpart to conclude the one-day the summit of the Visegrad Group (V4) countries, June 2026.
I Paesi del Gruppo di Visegrad chiedono a Bruxelles maggiori finanziamenti per affrontare la fine delle importazioni di energia russa nel 2027, mentre i prezzi dell’elettricità restano elevati in tutta Europa
Slovacchia e Ungheria hanno chiesto lunedì a Bruxelles una maggiore flessibilità nel graduale abbandono del gas russo, sostenendo che la loro posizione senza sbocco sul mare e la dipendenza dalle attuali vie di approvvigionamento rendono la diversificazione più complessa e costosa.
Bratislava ha ricordato di essere stata storicamente un punto di ingresso per il petrolio e il gas russi, ma ora rischia di diventare, insieme all’Ungheria, un capolinea, dato che le forniture energetiche russe all’Europa centrale dovrebbero cessare nel 2027, in base al piano dell’Ue per eliminare le importazioni da Mosca.
“Vorremmo discutere con la Commissione europea in che modo il prossimo periodo di programmazione e la disponibilità dei fondi Ue possano soddisfare le nostre esigenze, in particolare per quanto riguarda l’ampliamento delle infrastrutture per petrolio e gas nella regione del Gruppo di Visegrad”, ha dichiarato la vicepremier slovacca Denisa Saková a margine di una conferenza stampa a Bratislava, alla quale ha partecipato il commissario all’Energia Dan Jørgensen.
I ministri dell’Europa centrale chiedono che Bruxelles riconosca le loro specificità e tenga conto delle esigenze regionali nell’assegnazione dei fondi Ue alle nuove infrastrutture per petrolio e gas e nella preparazione del prossimo periodo di bilancio dell’Unione, un altro motivo di scontro tra gli Stati membri emerso all’ultimo vertice del Consiglio europeo.
L’appello arriva dopo le pressioni del gruppo di Visegrad — Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia — sui leader dell’Ue, durante il vertice del 15-16 ottobre, affinché riconsiderino le misure per ridurre le bollette elettriche nella regione.
Tra le loro richieste figurano una maggiore flessibilità nell’attuale revisione del mercato del carbonio dell’Unione, il sistema di scambio delle emissioni (ETS), e il rinvio della sua seconda fase, l’ETS2, fino al 2030.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ha riconosciuto la “serietà” della situazione che le popolazioni dell’Europa centrale si trovano ad affrontare e ha ribadito la necessità di “misure mirate e temporanee” che non compromettano l’obiettivo dell’Unione di ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.
“In passato eravamo dipendenti dalla Russia. Ora ci stiamo allontanando da questa dipendenza. Questo è positivo. Ma l’attuale situazione dimostra che siamo ora legati al mercato globale e che gli eventi in Medio Oriente possono avere effetti sui cittadini qui a Bratislava”, ha affermato Jørgensen.
Le alternative al gas russo potrebbero avere un costo più elevato
I quattro Paesi Ue, tradizionalmente più dipendenti dai combustibili fossili, sostengono che gli elevati prezzi dell’energia rendono difficile per le loro industrie impegnarsi in investimenti nell’elettrificazione. I prezzi sono stati spinti verso l’alto dalla guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran.
I consumatori dell’Europa centrale devono far fronte a un onere finanziario nettamente più pesante: secondo il think tank energetico Ember, i futures dell’elettricità all’ingrosso sono oltre il 60 per cento sopra i livelli precedenti alla crisi.
L’abbandono dell’energia russa suscita preoccupazioni economiche in entrambi i Paesi.
Bratislava e Budapest sostengono di dover affrontare sfide specifiche per rispettare i requisiti di diversificazione dell’Ue e chiedono finanziamenti per ampliare le infrastrutture petrolifere e del gas nella regione.
Il gruppo di Visegrad ha accesso a diverse fonti energetiche alternative e a rotte di approvvigionamento che bypassano la Russia, seppure a costo più elevato, con livelli di integrazione differenti tra i quattro Paesi.
“Dal 2027 non potremo più importare gas dalla Russia e vorremmo firmare nuovi contratti di diversificazione. Diversificazione e sicurezza energetica significano che dobbiamo avere regole già pronte per le forniture di petrolio e gas alla regione V4”, ha aggiunto Saková.
Sotto l’ex primo ministro Viktor Orbán, l’Ungheria ha impugnato il piano dell’Ue per la graduale eliminazione delle importazioni di energia russa, portando il caso davanti a un tribunale dell’Unione.
La Slovacchia ha sostenuto il ricorso di Budapest, sostenendo che l’uscita dall’energia russa metterebbe la sua competitività industriale in un netto svantaggio rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’Ue. Una prima sentenza è attesa tra alcuni mesi.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riconosciuto che la maggioranza degli italiani è contraria al proseguimento degli aiuti all’Ucraina. In un’intervista alla BBC, il ministro ha tuttavia ribadito che il governo Meloni continuerà a sostenere Kiev, anche contro l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica.
“Non possiamo cedere all’opinione pubblica quando riteniamo che l’opinione pubblica abbia torto”, ha dichiarato Crosetto, attribuendo parte della contrarietà agli aiuti anche a presunte campagne di disinformazione russe. Il ministro ha riconosciuto le difficoltà nel giustificare il sostegno militare all’Ucraina davanti ai cittadini che affrontano l’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti.
Secondo Crosetto, l’Italia ha già approvato dodici pacchetti di assistenza all’Ucraina e potrebbe vararne un tredicesimo entro la fine del 2026. Il ministro ha assicurato che il sostegno militare proseguirà finché l’attuale governo resterà in carica, pur ammettendo che ottenere nuove autorizzazioni parlamentari potrebbe diventare più difficile con l’avvicinarsi delle elezioni.
Crosetto ha inoltre criticato duramente la decisione dell’amministrazione Trump di limitare il sostegno tecnologico e militare a Kiev, sostenendo che un indebolimento dell’Ucraina rischierebbe di allontanare la prospettiva di un accordo di pace con la Russia.