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Mistero fitto sul nuovo James Bond, la rosa dei candidati si stringe ma la produzione ha la bocca cucita. Ecco quale sarà l’identikit dell’agente 007

24 October 2026 at 08:09

“Il domani non muore mai, ma per tutti gli attori tranne uno, il sogno di diventare il prossimo James Bond probabilmente morirà questa settimana”. Non potevamo che ricopiare l’apertura di The Hollywood Reporter che, parafrasando uno dei più iconici capitoli della saga cinematografica 007 (Tomorrow Never Dies, 1997, Bond era Pierce Brosnan), mette sul piatto dell’ufficialità la voce secondo cui nel weekend verrà scelto il nuovo Bond tra due attori, più forse un altro, “bianchi”: l’inglese Callum Turner, lo scozzese Jack Lowden e, come terzo incomodo, l’inglese Jack O’Connell. Secondo quanto scriveva THR non molto tempo fa, il gruppetto dei finalisti comprendeva addirittura Jacob Elordi, star di Frankenstein e Cime tempestose.

I provini starebbero iniziando proprio in queste ore a Londra. Prova smoking permettendo, il nuovo agente segreto al servizio di Sua Maestà (per la prima volta sarà re Carlo e non più la regina Elisabetta) dovrà ricoprire un ruolo delicatissimo, sia perché da tempo l’hype della sagoma di 007 si è sgonfiato, volteggiando freneticamente per aria a destra e a sinistra come quei palloncini che vengono svuotati all’improvviso, sia perché il franchise più longevo della storia del cinema ha bisogno di una pompata assoluta e rigenerante di ossigeno commerciale.

In gara in queste ore ci sarebbero dunque Turner e Lowden. Trentasei anni, ex modello, fresco maritino di Dua Lipa, Turner si è già fatto le ossa al cinema sia nel franchise di Animali fantastici, sia con Clooney in The Boys in the Boat, nonché da terzo incomodo in Eternity. Anche Lowden ha 36 anni, ma viene da una tradizione e un’esperienza recitativa più teatrale. In Italia al cinema lo abbiamo visto probabilmente solo in Dunkirk, ma la sua presenza scenica molto potente l’abbiamo imparata a seguire nella serie Slow Horses, mentre il suo cuore, come l’anulare della mano sinistra, è stato conquistato da un paio d’anni dalla celebre attrice Saoirse Ronan.

Così, se O’Connell sembra non invitato alla festa dell’ultimo provino per un pelo, c’è anche la versione/variante del Guardian da tenere sott’occhio. Già, perché il foglio progressista londinese segnala che ai provini dovrebbe partecipare nientemeno che Josh O’Connor. Inglese, 36enne pure lui, celebre per Challengers di Guadagnino insieme a Zendaya, ma anche per aver fornito prove stralunate per Alice Rohrwacher in La chimera.

Scrive ancora il Guardian che, secondo alcune fonti, il provino verterà su tre elementi principali: acrobazie, presenza scenica e dialoghi. Tutti e tre ugualmente importanti per un Bond moderno. “Eliminate le acrobazie e il film sarà noioso. Eliminate la presenza scenica e rischiate di ritrovarvi con un George Lazenby, che potrebbe rovinare quello che altrimenti sarebbe un capolavoro. Eliminate i dialoghi e vi ritroverete con Quantum of Solace, e Dio solo sa quanto non ne abbiamo bisogno di un altro”.

Difficile andare oltre queste già dense previsioni. Anche perché da Amazon Studios non hanno rilasciato commenti, lasciando tutto sospeso all’ultima loro dichiarazione, dove veniva affermato che “la ricerca del prossimo James Bond è in corso. Pur non avendo intenzione di commentare dettagli specifici durante il processo di casting, non vediamo l’ora di condividere ulteriori notizie con i fan di 007 non appena sarà il momento opportuno”. Ad attendere Turner, Lowden, O’Connor o O’Connell ci sarà comunque il regista pluripremiato Denis Villeneuve (Dune, Blade Runner 2049), che Amazon ha designato a proseguire la saga da quando ha acquisito i diritti creativi del franchise dalla famiglia Broccoli nel febbraio 2025.

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I pescherecci russi e la mappa dei cavi britannici. Cosa ha scoperto il Telegraph

23 October 2026 at 07:25

Sono pescherecci, almeno sulla carta. Ma alcune delle loro rotte hanno attirato l’attenzione britannica. Per mesi diverse unità russe hanno navigato lentamente, sostato o seguito tratti di mare coincidenti con il passaggio di importanti cavi sottomarini che collegano il Regno Unito all’Europa e al Nord America. È quanto ricostruisce il Telegraph in un’inchiesta basata sui dati di Global Fishing Watch. Il quotidiano britannico ha esaminato quattro anni e mezzo di movimenti navali, individuando oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi sarebbero transitati o avrebbero sostato in prossimità delle infrastrutture sottomarine.

Diciassette imbarcazioni, secondo l’analisi, avrebbero mostrato comportamenti particolarmente persistenti: bassa velocità, permanenze prolungate, percorsi coincidenti con il tracciato dei cavi. Il Telegraph ha analizzato una sequenza di oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi hanno sostato in prossimità dei cavi o ne hanno seguito il tracciato per diversi chilometri. Diciassette navi avrebbero trascorso periodi particolarmente lunghi procedendo a bassa velocità nelle aree interessate.

In uno dei casi analizzati, imbarcazioni russe avrebbero operato attorno a nove cavi che collegano Europa occidentale e Stati Uniti. Nell’aprile scorso sarebbero state registrate complessivamente 337 ore di presenza nei pressi dell’Atlantic Crossing 1, uno dei sistemi transatlantici di telecomunicazione. L’ipotesi presa in considerazione dagli apparati occidentali è quella dell’impiego di “commercial proxies”, mezzi formalmente civili che possono offrire una piattaforma meno riconoscibile per raccogliere informazioni. Non necessariamente per tagliare un cavo nell’immediato, quanto per conoscere con precisione ciò che si trova sul fondale: posizione, configurazione e punti vulnerabili di infrastrutture che, in una fase di crisi, assumerebbero un valore operativo evidente.

Dalla Yantar ai sommergibili del Gugi

Nel gennaio 2025 il ministro della Difesa britannico definì pubblicamente la Yantar una nave spia impiegata per “raccogliere intelligence e mappare le infrastrutture sottomarine critiche” del Regno Unito. La Royal Navy dispiegò HMS Somerset e HMS Tyne per seguirla, dopo che la nave era già stata osservata mentre sostava sopra infrastrutture sensibili britanniche.

La sequenza si è allargata nel 2026. Lo scorso aprile il governo britannico ha reso pubblica un’operazione condotta con gli alleati per seguire nel Nord Atlantico un sottomarino classe Akula e due unità specializzate appartenenti al Gugi, la Direzione principale russa per la ricerca in acque profonde. Secondo il Ministero della Difesa britannico, queste ultime sono specificamente progettate per esaminare le infrastrutture sottomarine in tempo di pace e conservare la capacità di colpirle in caso di conflitto, estendendo così la raccolta informativa a piattaforme commerciali apparentemente ordinarie. È una modalità coerente con una competizione sotto soglia nella quale la distinzione fra attività economica, sorveglianza e preparazione militare può essere deliberatamente mantenuta ambigua.

Londra cambia le regole

La coincidenza temporale è significativa. Il 22 ottobre, il governo britannico ha presentato un Libro bianco per aggiornare una normativa che in parte risale al Submarine Telegraph Act del 1885. Le nuove proposte prevedono fino a quattordici anni di carcere per il danneggiamento intenzionale delle infrastrutture sottomarine critiche, dieci anni per condotte imprudenti e sanzioni pecuniarie senza un limite massimo. Il governo vuole inoltre imporre nuovi obblighi di sicurezza agli operatori delle telecomunicazioni e attribuirsi poteri di intervento diretto quando sia in gioco la sicurezza nazionale.

Questo perché circa il 99 per cento del traffico internazionale di dati britannico passa attraverso cavi sottomarini; le pipeline sotto il mare assicurano inoltre circa tre quarti delle forniture di gas del Paese. Così, l’infrastruttura è divenuta tanto cruciale quanto difficilmente ma necessariamente difendibile, perno della sicurezza economica e nazionale di Londra.

La minaccia che non esplode. Le mail alle scuole e la nuova frontiera dell’intelligence cognitiva

22 October 2026 at 14:10

Il 19 ottobre decine di scuole italiane hanno ricevuto un messaggio di posta elettronica che annunciava la presenza di un ordigno esplosivo negli edifici e prospettava una serie di attacchi terroristici sul territorio nazionale. Nel testo comparivano riferimenti ad Allah, alla Sharia e all’utilizzo di nitrato d’ammonio. Secondo l’Ansa, la comunicazione ha raggiunto almeno cinquanta istituti da Nord a Sud; soltanto nel Veronese le procedure precauzionali hanno interessato 27 plessi scolastici. I controlli effettuati non hanno portato al ritrovamento di ordigni. Considerare quindi l’episodio soltanto come l’ennesimo falso allarme rischia però di coglierne soltanto una parte.

Il punto non è soltanto chiedersi se una bomba esista realmente. Bisogna interrogarsi anche sulla capacità di una comunicazione digitale, inviata a costi estremamente bassi, di attivare procedure di emergenza, mobilitare forze dell’ordine, interrompere l’attività scolastica, coinvolgere migliaia di famiglie e conquistare rapidamente lo spazio mediatico. In altre parole: la minaccia può essere falsa, ma i suoi effetti sono reali.

Prima della matrice viene l’attribuzione

Il primo rischio analitico è quello di attribuire automaticamente l’azione all’attore che il messaggio dichiara, suggerisce o imita. “Allah”, “Sharia”, “attacco terroristico” costituiscono elementi di una narrazione. Non costituiscono, da soli, una prova dell’identità di chi l’ha prodotta.

È una distinzione essenziale nell’analisi di intelligence contemporanea. Nell’ambiente digitale l’identità dichiarata dall’autore di un messaggio può essere autentica, falsificata, clonata o deliberatamente costruita per orientare la lettura dell’evento. Anche il mittente apparente di un’e-mail può essere manipolato. Per questo l’attribuzione richiede l’analisi congiunta di elementi tecnici, infrastrutturali, comportamentali e contestuali.

La domanda, dunque, non può essere semplicemente: chi usa questo linguaggio? Deve diventare: chi ha prodotto il messaggio, attraverso quale infrastruttura, con quali modalità e soprattutto con quale obiettivo? Il problema assume ancora più rilevanza osservando ciò che contemporaneamente è avvenuto fuori dall’Italia.

Nello stesso 19 ottobre fino a 300 scuole dell’Irlanda del Nord hanno segnalato alla polizia la ricezione di una medesima minaccia generalizzata. La Police Service of Northern Ireland ha successivamente comunicato di considerare l’episodio un hoax, precisando che le verifiche non avevano individuato elementi anomali e che l’e-mail proveniva dall’esterno del Regno Unito. Messaggi analoghi sono stati segnalati anche in altre aree britanniche; scuole in Ungheria e Serbia sono state interessate nello stesso arco temporale, anche se le autorità non hanno finora stabilito pubblicamente che tutti gli episodi appartengano a un’unica operazione.

La formulazione della minaccia riportata in Irlanda del Nord presenta inoltre evidenti somiglianze con quella circolata in Italia: riferimento a un ordigno contenente ANFO, prospettiva di ulteriori attentati e instaurazione della Sharia. È un elemento investigativo rilevante. Non è ancora un’attribuzione. Ed è precisamente in questa distanza che deve operare l’intelligence.

Quando il bersaglio è la decisione

L’aspetto più interessante dell’episodio emerge infatti se si abbandona per un momento la ricerca dell’ordigno e si osserva la sequenza delle conseguenze. Un’e-mail entra nella casella di posta di un istituto. La scuola segnala la minaccia. Vengono attivate le autorità. Gli edifici vengono controllati o evacuati. Le famiglie modificano i propri comportamenti. La notizia entra nei media e nei social network. Altri istituti aumentano il livello di attenzione.

Tutto questo può verificarsi senza che l’autore disponga di un solo grammo di esplosivo.

Il rapporto tra costo dell’azione ed effetto prodotto diventa così fortemente asimmetrico. È sufficiente introdurre nell’ambiente informativo un segnale abbastanza credibile da non poter essere ignorato. Qui entra in gioco la dimensione cognitiva della sicurezza.

La Nato definisce la cognitive warfare come un insieme di attività capaci di influenzare percezioni, atteggiamenti, comportamenti e processi decisionali attraverso lo sfruttamento delle vulnerabilità cognitive. L’Allied Command Transformation sottolinea come il dominio cognitivo riguardi non soltanto ciò che un individuo pensa, ma anche il modo in cui interpreta l’ambiente e decide di agire.

Sarebbe prematuro e metodologicamente scorretto classificare automaticamente gli allarmi alle scuole come un’operazione di cognitive warfare: manca innanzitutto un’attribuzione e non conosciamo ancora l’intenzione dell’autore. L’episodio, tuttavia, mostra perfettamente una vulnerabilità cognitiva che un attore ostile potrebbe sfruttare.

Paura, incertezza e urgenza alterano infatti il processo decisionale. E quando il possibile bersaglio è una scuola, la soglia di tolleranza del rischio è inevitabilmente bassissima. Le istituzioni non possono permettersi di ignorare il messaggio soltanto perché potrebbe essere falso. È proprio questa asimmetria a rendere efficace la minaccia.

Il rischio della falsa attribuzione

C’è poi un secondo effetto. L’autore non influenza soltanto ciò che facciamo, ma potenzialmente anche chi riteniamo responsabile di ciò che sta accadendo. L’impiego di simboli jihadisti attiva immediatamente nell’opinione pubblica un preciso sistema di associazioni: terrorismo islamista, radicalizzazione, attentati, sicurezza interna. È una scorciatoia cognitiva comprensibile, ma pericolosa se precede l’analisi. Il contesto politico europeo rende questa cautela ancora più necessaria.

L’8 ottobre il Parlamento europeo ha approvato, con 381 voti favorevoli, 167 contrari e 15 astensioni, una risoluzione sulla necessità di una strategia europea contro l’“entrisme islamiste” e sull’influenza delle reti legate ai Fratelli Musulmani. Lo stesso Parlamento, però, ha esplicitamente sottolineato la necessità di distinguere l’Islam come religione dall’islamismo politico come fenomeno politico.

La prossimità temporale tra quel dibattito e le minacce alle scuole può naturalmente alimentare ipotesi investigative o interpretazioni politiche. Ma la successione temporale non costituisce un nesso causale. Allo stato delle informazioni pubbliche non vi sono elementi sufficienti per attribuire le e-mail ai Fratelli Musulmani, allo Stato Islamico o ad altra organizzazione jihadista. Completare autonomamente questa attribuzione significherebbe, paradossalmente, fare parte del lavoro dell’autore della minaccia: accettare l’identità che egli ha scelto di rappresentare.

Dall’intelligence della fonte all’intelligence dell’effetto

L’episodio suggerisce allora una riflessione più ampia. Per lungo tempo il processo analitico ha privilegiato una sequenza apparentemente lineare: identificare l’attore, comprenderne capacità e intenzioni, valutare la minaccia. Nell’infosfera contemporanea occorre affiancare a questa prospettiva un secondo livello di analisi: valutare l’effetto indipendentemente dall’attribuzione.

Chi ha inviato il messaggio? È la prima domanda. Ma non può essere l’unica. Bisogna anche chiedersi: quali comportamenti ha generato? Quali processi decisionali ha attivato? Quanto personale e quante risorse ha mobilitato? Quali narrazioni ha rafforzato? Quale livello di amplificazione mediatica ha ottenuto? Quali divisioni sociali potrebbe alimentare?

La Nato osserva ormai apertamente come le minacce informative possano avere conseguenze sulla sicurezza nazionale e come attività manipolative coordinate possano alterare percezioni, generare confusione e incidere sulla fiducia pubblica.

Per questo la superiorità informativa non coincide più semplicemente con il possesso di una maggiore quantità di dati. Significa anche riuscire a preservare la qualità del processo decisionale quando l’ambiente viene intenzionalmente saturato da segnali ambigui.

È qui che l’intelligence assume una funzione anche cognitiva ed epistemica: non soltanto raccogliere informazioni, ma proteggere la capacità dello Stato di distinguere ciò che sa, ciò che presume e ciò che ancora non può attribuire.

La resilienza comincia dalla gestione dell’incertezza

Naturalmente nessuna riflessione sulla dimensione cognitiva può sostituire le procedure di sicurezza. Davanti a una minaccia indirizzata a una scuola, verifiche ed eventuali evacuazioni rappresentano misure necessarie. Resilienza non significa sottovalutare il rischio. Significa evitare che alla corretta risposta operativa si accompagni automaticamente una risposta cognitiva scelta dall’autore della minaccia.

Serve quindi una capacità integrata: indagine tecnica, condivisione internazionale delle informazioni, analisi dei modelli ricorrenti, comunicazione istituzionale coordinata e valutazione degli effetti prodotti nell’ambiente informativo.

Europol rileva da tempo come l’ecosistema della minaccia terroristica europea si intrecci sempre più con comunità digitali, nuove tecnologie e forme ibride di propaganda e mobilitazione. Il rapporto TE-SAT evidenzia inoltre una crescente sovrapposizione tra narrative e ambienti estremisti differenti, rendendo sempre meno efficace un’interpretazione basata esclusivamente sulle etichette ideologiche tradizionali.

Le e-mail del 19 ottobre potrebbero rivelarsi un gesto dimostrativo, una provocazione, un’azione criminale, una campagna coordinata o qualcosa di ancora diverso. Saranno le indagini a stabilirlo. Ma hanno già indicato qualcosa di importante.

Nell’ambiente strategico contemporaneo non è sempre necessario colpire fisicamente un bersaglio per condizionarne il comportamento. A volte è sufficiente convincerlo, anche soltanto per pochi minuti, che il colpo stia per arrivare. Ed è proprio in quei minuti, tra la ricezione del segnale e la sua corretta comprensione, che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.

La minaccia può essere falsa. L’effetto prodotto, invece, è già reale.

Doppelgänger, così Mosca costruisce la disinformazione per l’Occidente. Il dossier di The Insider

22 October 2026 at 08:07

Doppelgänger? Una struttura che individua le vulnerabilità politiche di ciascun Paese, costruisce il messaggio più adatto per sfruttarle, produce il contenuto e infine ne misura la capacità di penetrazione. Dietro, funzionari dell’Amministrazione presidenziale russa, comunicatori, ex diplomatici, specialisti dei social network e professionisti della propaganda.

Un’inchiesta di The Insider spiega, sulla base della corrispondenza hackerata tra personale dell’Amministrazione presidenziale russa e dipendenti dell’Agency for Social Design (Asd), la struttura che avrebbe coordinato una parte rilevante delle attività della rete conosciuta in Occidente come Doppelgänger.

La documentazione descritta da The Insider permette soprattutto di guardare dietro il prodotto finale della disinformazione, dagli articoli falsi e video manipolati a quello che c’è dietro: riunioni, indicazioni operative, distribuzione delle competenze, studio dei pubblici e valutazioni sull’efficacia delle campagne.

La regia del Cremlino

Secondo i documenti esaminati dalla testata, l’operazione sarebbe stata avviata da Sergei Kiriyenko, primo vicecapo dell’Amministrazione presidenziale russa. La supervisione avrebbe coinvolto in particolare Alexander Kharichev, responsabile della componente rivolta all’Ucraina, e Sofia Zakharova, indicata invece come figura di riferimento per le operazioni destinate ai Paesi occidentali. L’esecuzione del progetto sarebbe stata affidata a Ilya Gambashidze e alla sua Agency for Social Design.

In un rapporto indirizzato all’Amministrazione presidenziale, ricostruisce The Insider, Gambashidze presentava il progetto come uno strumento capace di influenzare l’opinione pubblica dei Paesi bersaglio senza apparire apertamente come propaganda russa. L’obiettivo non era necessariamente convincere un pubblico occidentale ad assumere posizioni esplicitamente filorusse, quanto fare entrare determinate narrative all’interno di discussioni politiche già esistenti.

A luglio 2022, secondo l’inchiesta, era già stato delineato un piano per condurre contemporaneamente la campagna in cinque Paesi europei. Le priorità indicate erano tre: screditare Stati Uniti, Regno Unito e Nato; diffondere la rappresentazione russa della guerra in Ucraina; e, soprattutto sul fronte tedesco, alimentare l’opposizione alle sanzioni.

L’Italia era già un bersaglio nel 2022

L’Italia compare fin dalle prime fasi dell’operazione. Secondo i documenti consultati da The Insider, alla fine di giugno 2022 Doppelgänger era già attivo almeno in Germania, Italia e Regno Unito.

Il sistema prevedeva la pubblicazione sui social network di post collegati a falsi siti che imitavano testate giornalistiche conosciute. Collegamenti agli stessi siti venivano inoltre inseriti nei commenti sotto i contenuti pubblicati da media reali, utilizzando Facebook, Instagram e Telegram. Per promuovere alcuni post venivano investite quotidianamente centinaia di dollari. Con l’obiettivo di alimentare l’ostilità verso i rifugiati ucraini, gli operatori proposero di diffondere una falsa storia secondo cui le ville sequestrate ai cittadini russi sarebbero state consegnate ai profughi provenienti dall’Ucraina, mentre le spese necessarie al loro mantenimento sarebbero state sostenute dai bilanci locali, cercando ci collegare la presenza dei rifugiati alla pressione sulle risorse pubbliche italiane, trasformando una questione internazionale in un potenziale elemento di conflitto politico interno.

L’Agency for Social Design, secondo la documentazione esaminata da The Insider, pensò di commissionare a blogger italiani uno sketch contro le sanzioni alla Russia, senza però rivelare chi fosse davvero il committente. Agli interessati, secondo quella stessa comunicazione, era stato fatto credere che dietro l’incarico ci fosse un partito politico italiano.

Come si costruisce un falso

Il materiale ottenuto da The Insider contiene anche una sorta di manuale per la produzione dei contenuti, dalla realtà aumentata o special report per indicare fotografie, video e screenshot manipolati, fino ai veri e propri fake. Le tecniche previste andavano dalla modifica digitale di un’immagine alla sostituzione dei volti, dal doppiaggio di filmati alla produzione di video su green screen. Tra questi, anche la realizzazione di scene completamente costruite.

Ed è ancora una volta l’Italia a comparire espressamente nelle istruzioni: gli operatori potevano girare in Russia utilizzando oggetti e scenografie capaci di ricreare ambientazioni simili alla Germania, all’Italia o all’Inghilterra, affidando ad attori l’interpretazione delle scene predisposte e intervenendo successivamente con la computer grafica. In alternativa, le riprese potevano essere effettuate direttamente nei Paesi bersaglio.

Un messaggio diverso per ogni pubblico

Dai documenti emerge anche una notevole attenzione alla segmentazione del pubblico. Uno stesso evento poteva essere commentato attraverso identità politiche, nazionali o religiose differenti, in modo da inserirsi contemporaneamente in comunità che partivano da posizioni persino opposte.

The Insider riporta, ad esempio, istruzioni per costruire commenti attribuibili di volta in volta a un cittadino francese medio, a un musulmano francese, a un elettore tedesco di sinistra o a un tedesco di origine turca. Insomma, non era necessario che queste voci sostenessero la stessa argomentazione, ma che potessero inserirsi nella sensibilità del pubblico prescelto.

Lo stesso principio compare poi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’inchiesta ha trovato tra i materiali di un responsabile della campagna alcuni prompt risalenti ad aprile 2024, destinati a generare commenti scritti dal punto di vista di persone con caratteristiche sociali e politiche precise: un francese contrario alle spese per le Olimpiadi, una donna polacca preoccupata per l’inflazione e l’immigrazione ucraina, una cittadina israeliana critica verso i costi della guerra.

Diplomatici, funzionari e specialisti della comunicazione

La ricostruzione di The Insider dedica una parte consistente anche alle persone impiegate nella cosiddetta “European counter-campaign”. Secondo l’inchiesta, alcuni lavoravano formalmente per il Center for Global IT Cooperation, ma provenivano da istituzioni dello Stato russo. Nel 2024 il centro avrebbe assunto circa due dozzine di persone, tra cui ex funzionari del Ministero degli Esteri e laureati dell’MGIMO, l’università moscovita tradizionalmente legata alla formazione della diplomazia russa.

La figura più importante dell’Unione europea viene identificata in Alexey Goltyaev, ex funzionario del Ministero degli Esteri e, dal 2024, dirigente nell’apparato del Consiglio di sicurezza russo. Margarita Klimanova, consigliera dell’Amministrazione presidenziale, avrebbe invece avuto la responsabilità del targeting delle audience, con particolare attenzione ai giovani e alle comunità migranti. Un’altra funzionaria dell’Amministrazione, Ekaterina Sorokova, avrebbe seguito statistiche e calendari, contribuendo a stabilire quali eventi dovessero ricevere maggiore attenzione.

Un significativo passo in avanti rispetto alle tradizionali “fabbriche dei troll”, che affianca alla produzione del contenuto analisi dei pubblici, calendarizzazione, statistiche, distribuzione e valutazione dei risultati.

Dopo Prigozhin?

Secondo The Insider, la dissoluzione dell’apparato mediatico costruito attorno a Yevgeny Prigozhin, dopo la sua morte nell’agosto 2023, avrebbe rappresentato un punto di svolta. Rimasta senza una guida, la precedente infrastruttura della “troll factory”, il progetto coordinato da Kiriyenko sarebbe diventato progressivamente uno dei principali strumenti per la diffusione della disinformazione russa all’estero. Alcuni ex appartenenti alle strutture di Prigozhin sarebbero poi entrati nella distribuzione dei materiali prodotti dall’Agency for Social Design. Parallelamente, professionisti provenienti dai media russi e consulenti politici avrebbero curato video, manifesti, meme e altri prodotti destinati alle differenti campagne. Da qui,  emerge una trasformazione organizzativa importante. La logica della propaganda rimane ma diviene più strutturata: produzione professionale dei contenuti, targeting delle audience e coordinamento con figure riconducibili all’apparato statale.

Online e Onlife?

The Insider afferma di aver ricostruito il coinvolgimento di persone direttamente collegate a Kharichev e all’Agency for Social Design nell’organizzazione di campi di addestramento destinati a operazioni in Europa, dall’interferenza elettorale in Moldova fino a provocazioni e sabotaggi nei Paesi occidentali.

Secondo la testata, un gruppo composto anche da neonazisti e hooligan sarebbe stato addestrato nei Balcani all’utilizzo di droni con esplosivi. The Insider precisa che saranno oggetto della seconda parte dell’indagine. L’immagine restituita dai documenti visionati restituisce una struttura che studia il contesto politico del Paese bersaglio, individua le sue linee di frattura e prova a inserirvi contenuti costruiti per sembrare locali.

Dunque, che fare? Alla base vi è una conoscenza delle nostre divisioni e la capacità di sfruttarle; per difendersi o reagire occorre conoscere le proprie fratture meglio di chi vuole strumentalizzarle e comprendere la logica di chi vuole attaccarci per neutralizzare la sua efficacia.

Dalle reti russe ai sospetti su Iran e Algeria. Cosa (non) svela Ft sulle proteste in Europa

21 October 2026 at 13:44

L’Unione europea sta indagando sulle possibili interferenze straniere nelle proteste violente che hanno attraversato negli ultimi giorni Francia e altri Paesi europei, tra cui Italia e Belgio. Secondo quanto rivelato dal Financial Times, funzionari della sicurezza e autorità di regolamentazione stanno esaminando il ruolo di reti di disinformazione filorusse, insieme a possibili operazioni riconducibili a Iran e Algeria, nella diffusione di contenuti violenti e narrazioni polarizzanti.

Le verifiche riguardano soprattutto l’amplificazione digitale delle proteste, ma alcuni governi hanno chiesto ai servizi di intelligence di accertare anche l’eventuale coinvolgimento diretto di agenti stranieri negli episodi di violenza. Al momento, precisano le fonti europee interpellate dal quotidiano britannico, non esistono prove concrete di provocazioni organizzate dall’estero.

È una dinamica che Formiche.net aveva già analizzato in un articolo di Emanuele Rossi, ricostruendo come le tensioni sociali europee possano essere sfruttate da attori ostili attraverso strumenti di guerra ibrida, campagne informative e operazioni di influenza. Le nuove rivelazioni del Financial Times aggiungono a questa lettura gli elementi raccolti dalle autorità europee.

David Colon, ricercatore di Sciences Po specializzato in disinformazione, spiega che influencer filo-Cremlino collegati alla campagna russa “Storm-1516” hanno amplificato le proteste francesi diffondendo narrazioni false. Colon ha indicato anche “Matryoshka”, un’altra rete di influenza russa già attiva in operazioni di manipolazione informativa.

Ci sono diversi account già individuati per aver diffuso filmati violenti falsamente attribuiti alle manifestazioni francesi. Un video pubblicato su X da un profilo con appena cinquemila follower ha raggiunto quasi sei milioni di visualizzazioni, mostrando manifestanti intenti a lanciare fuochi d’artificio. Le immagini risalivano in realtà alle proteste del 2024 a Tbilisi, in Georgia. Colon ha tuttavia precisato che gli influencer filorussi non hanno originato le manifestazioni né risultano averne condizionato direttamente lo svolgimento. Le operazioni osservate sembrano soprattutto orientate a sfruttare e amplificare eventi già in corso.

L’attenzione si estende anche a Iran e Algeria. Sono stati segnalati indizi di possibili operazioni di influenza riconducibili ai due Paesi Le autorità europee stanno cercando di comprendere se l’attività online possa accompagnarsi a provocazioni fisiche. Il precedente richiamato dal Financial Times risale al 2023, quando persone sospettate di agire per conto della Russia disegnarono stelle di David sui muri di Parigi. Secondo l’organismo francese Viginum, l’operazione mirava ad alimentare divisioni nella società.

Il problema riguarda la possibile convergenza tra tensioni autentiche, operazioni clandestine e amplificazione algoritmica. Distinguere queste componenti non è sempre semplice, soprattutto quando le attività di influenza utilizzano intermediari e reti difficilmente attribuibili. Bruxelles ha intanto avviato confronti con le autorità francesi e con i regolatori nazionali per valutare la collaborazione delle piattaforme, tra cui X e TikTok. La Commissione vuole impedire che gli algoritmi contribuiscano ad amplificare contenuti violenti o campagne coordinate. Un intervento europeo diretto resta possibile qualora il rischio diventasse sistemico.

La questione riguarda da vicino anche l’Italia, dove il ministro della Difesa Guido Crosetto ha denunciato una “guerra ibrida” condotta contro i Paesi occidentali attraverso social media e piattaforme digitali. Le fonti dell’intelligence europea invitano comunque a non sovrastimare il ruolo degli attori stranieri. Le proteste nascono da tensioni politiche e sociali reali, che possono essere successivamente sfruttate da potenze esterne.

È proprio questo il nodo strategico: le operazioni di influenza non devono necessariamente creare il disordine per trasformarlo in uno strumento di pressione. Possono inserirsi nelle fratture esistenti, amplificarle e renderne più difficile la gestione, sfruttando anche l’incertezza sull’attribuzione delle responsabilità. Una vulnerabilità delle democrazie europee che le indagini in corso stanno riportando al centro dell’attenzione.

Il caos delle piazze e la tentazione della regia. Gli indizi da cercare

21 October 2026 at 10:53

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scelto parole nette. Intervenendo il 20 ottobre al Defense Procurement Forum di Roma, ha definito gli scontri di Milano e delle altre città italiane il frutto di una guerra ibrida combattuta attraverso TikTok, i social e YouTube, che l’Occidente non saprebbe né riconoscere né contrastare.[1] Ha escluso che i ragazzi in piazza fossero i cosiddetti maranza o figli dell’immigrazione, parlando piuttosto di una controeducazione ricevuta fuori dalla famiglia e dalla scuola, e del rischio che alcuni Paesi usino algoritmi e dati comportamentali per orientare il pensiero dei più giovani. Non ha nominato alcuno Stato. Matteo Salvini gli ha risposto, a stretto giro, che di regia non ce n’è e che le ipotesi su un ruolo russo sono strambe, mentre Stefania Craxi e Lia Quartapelle hanno richiamato, da sponde opposte, il rischio che potenze straniere abbiano amplificato proteste convocate sui social.[2]

La domanda di sempre

È una scena che si ripete. Ogni volta che un movimento di protesta degenera, dai gilets jaunes ai no vax, la discussione pubblica si divide subito in due tifoserie: chi vede dietro ogni vetrina infranta la mano di Mosca e chi liquida qualsiasi ipotesi di interferenza come complottismo. Entrambe sbagliano, perché confondono tre cose diverse: l’esistenza di un’attività ostile, la sua capacità di amplificare un fenomeno già esistente e il suo effetto causale sulla violenza. La prima è spesso documentabile, la seconda talvolta, la terza quasi mai. La tesi del ministro, nella sua versione più solida, riguarda una vulnerabilità strutturale reale: intere generazioni esposte a ecosistemi algoritmici che piattaforme e attori statali ostili sono in grado di sfruttare. Il passaggio dalla vulnerabilità all’attribuzione di un fatto specifico richiede però prove di altra natura.

Che cosa dicono i dati

La Francia, dove tutto è cominciato, offre il termine di paragone più utile. La mobilitazione del 17 ottobre, nata dai blocchi dei licei e confluita nella protesta contro il caro vita, ha portato in piazza circa 550.000 persone e si è chiusa con quasi 2.400 arresti e un migliaio di agenti feriti.[3] Secondo i dati di Visibrain ripresi da Le Monde, l’appello aveva generato circa 460.000 messaggi e oltre 132 milioni di visualizzazioni su TikTok; ma Viginum, il servizio francese contro le ingerenze digitali straniere, non aveva individuato operazioni estere significative dietro la sua diffusione.[4] Una fonte governativa ha riconosciuto a 20 Minutes che una parte del traffico proveniva dall’estero, pur restando la conversazione prevalentemente nazionale, e che i video delle violenze sono stati rilanciati in massa dai media di Stato russi, iraniani, algerini, turchi e cinesi.[5] È il quadro tipico: nessuna regia dimostrata all’origine, un’amplificazione opportunistica evidente a valle.

In Italia il fenomeno più rivelatore non sono stati gli scontri, ma ciò che è seguito. Dal 19 ottobre le chat di studenti e genitori di Milano, Pavia, Cremona, Ravenna e del Veneto sono state invase da falsi allarmi su stupri di gruppo, spedizioni di neofascisti contro gli stranieri, incendi alle università, con video di vecchie violenze spacciati per attuali.[6] Nessuna minaccia si è materializzata, ma a Ravenna in un istituto è entrato un decimo degli studenti, a Cremona il centro è rimasto deserto per ore.[7] È la definizione di un’operazione cognitiva riuscita. Eppure l’unico caso con responsabili accertati, proprio quello di Cremona, ha portato la Digos a denunciare due ragazzi di 14 e 15 anni del posto.[8] Lo stesso panico può nascere da un adolescente come da un servizio straniero, e solo l’analisi tecnica delle reti può distinguere l’uno dall’altro.

Il jihad dell’attenzione

C’è poi un terzo attore, che nessuno ha nominato. BBC Monitoring ha documentato come account dell’area di sostegno allo Stato Islamico abbiano esortato i “fratelli” in Francia a sfruttare il caos e a non distinguere tra civili e militari, salutando una “primavera europea” che comprendeva espressamente l’Italia, mentre altri ambienti islamisti si limitavano a celebrare il declino dell’Occidente.[9] Non c’è alcuna prova di un ruolo jihadista nelle piazze; l’analista Daniele Garofalo ha ricordato che non esistono elementi su un ruolo operativo dei Fratelli musulmani o di altri gruppi.[10] Ma Europol segnala che nel 2025 108 dei 347 arrestati per terrorismo jihadista nell’Unione avevano diciotto anni o meno.[11] Il rischio non è l’infiltrazione organizzata, ma il singolo già radicalizzato che legge nel disordine una copertura. E colpisce la simmetria con la destra radicale: quando Donald Trump attribuisce le proteste francesi all’islam e all’immigrazione, offre agli account jihadisti la stessa cornice di scontro di civiltà che essi propongono.[12] Ogni estremismo trova nell’altro la conferma delle proprie premesse.

Mosca e Teheran, la stessa sceneggiatura

Il 6 ottobre l’Iran ha convocato l’ambasciatore francese, accusando Parigi di repressione violenta e di doppi standard rispetto alle critiche ricevute per le proteste iraniane di gennaio.[13] Il giorno dopo il Quai d’Orsay ha convocato l’ambasciatore iraniano denunciando una campagna di disinformazione condotta dagli account ufficiali del ministero degli Esteri di Teheran.[14] Lo schema è noto. Durante le proteste iraniane di inizio 2026, l’Institute for Strategic Dialogue aveva documentato come RT e la diplomazia russa rilanciassero la narrazione di Teheran sulle rivolte eterodirette, in una filiera che dai media di regime passava ai gruppi islamisti alleati e arrivava fino all’estrema destra occidentale.[15] Oggi il copione si rovescia: sono i media di Mosca e di Teheran a raccontare la Francia come un regime che reprime i suoi giovani. Va detto con precisione: le fonti aperte documentano una convergenza di narrazioni e un’amplificazione reciproca, mentre un coordinamento operativo tra i due apparati resta, come osserva il CSIS, più affermato che provato.[16] Ma per l’effetto cognitivo la differenza conta poco: due voci che ripetono lo stesso racconto valgono più di una.

Quando la regia c’era

La storia recente offre casi in cui l’interferenza è stata accertata oltre ogni ragionevole dubbio. Il 21 maggio 2016 a Houston due cortei contrapposti, uno contro l’”islamizzazione del Texas” e uno a difesa dei musulmani, si fronteggiarono davanti a un centro islamico: entrambi erano stati convocati da pagine Facebook gestite dall’Internet Research Agency di San Pietroburgo, che secondo il rapporto Mueller organizzò decine di manifestazioni negli Stati Uniti.[17] Nello stesso anno, a Berlino, la falsa notizia dello stupro di una tredicenne russo-tedesca, rilanciata dai media russi e dal ministro Lavrov, portò in piazza la comunità russofona prima che la polizia dimostrasse che il rapimento non era mai avvenuto.[18]

La Francia ha poi conosciuto il salto dal digitale al fisico. Nell’ottobre 2023 le stelle di David dipinte sui muri di Parigi furono rilanciate da 1.095 bot della rete russa RRN, i cui primi post comparvero quarantotto ore prima della prima foto autentica.[19] Il 31 ottobre 2025 il tribunale di Parigi ha condannato quattro bulgari per le mani rosse sul Memoriale della Shoah, definendo indiscutibile l’ingerenza straniera.[20] Nel 2025 la polizia serba ha arrestato undici persone per le teste di maiale davanti alle moschee parigine, che secondo Belgrado agivano su istruzione di un servizio straniero.[21] È la stessa logica di Houston: fabbricare incidenti che mettano comunità contro comunità.

Per i grandi movimenti spontanei, invece, le prove dicono altro. Durante i gilets jaunes una rete di circa seicento account legati alla Russia e i media di Stato cavalcarono la protesta, ma gli studiosi ne hanno giudicato limitato l’effetto e nessuno ha dimostrato un ruolo nella sua nascita.[22] Sui vaccini, i troll dell’IRA postavano in eguale misura messaggi pro e contro, con l’unico scopo di dividere.[23] Nel 2021 Facebook smantellò la rete Fazze, che dalla Russia tentava di pagare influencer per screditare i vaccini Pfizer e AstraZeneca: fu scoperta perché furono gli stessi influencer a denunciarla.[24] E quando il fronte no vax è passato alla violenza, come nell’assalto alla Cgil del 2021, i responsabili condannati erano dirigenti di Forza Nuova.[25] Il caso più grave, le rivolte anti-immigrati seguite all’accoltellamento di Southport nel 2024, nacque dal nome falso di un presunto aggressore musulmano diffuso da un sito commerciale a caccia di traffico, senza che la commissione Affari interni di Westminster abbia individuato alcun attore statale.[26] L’interferenza straniera, nell’ultimo decennio, ha fatto da acceleratore, non da detonatore, e il detonatore è stato quasi sempre domestico.

Gli indizi da cercare

Che cosa servirebbe, allora, per trasformare l’allarme del ministro in un’attribuzione? Tre elementi, che l’esperienza francese ha reso riconoscibili. Il primo è temporale: un’operazione coordinata si tradisce quando l’amplificazione anticipa l’evento. Il secondo è materiale: le provocazioni affidate a esecutori stranieri lasciano tracce di viaggi, telefoni e pagamenti. Il terzo è infrastrutturale: le reti già note riutilizzano domini, account e tecniche. Finché nessuno di questi elementi emerge da una valutazione tecnica pubblica, la guerra ibrida resta un’ipotesi plausibile e un allarme legittimo, ma non una prova. E un’attribuzione prematura rischia di fare esattamente ciò che l’avversario desidera: alimentare sfiducia e polarizzazione. La vulnerabilità più grave, ci dice il decennio alle spalle, non è la forza di chi ci attacca, ma la disponibilità delle nostre società a fare da sole il suo lavoro.

[1]Ansa, «Crosetto: “I fatti di Milano frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026; Lettera43, «Scontri a Milano, Crosetto: “Frutto della guerra ibrida”», 20 ottobre 2026

[2]mam-e, «Scontri a Milano, Crosetto parla di “guerra ibrida”. Salvini lo smentisce», 20 ottobre 2026, ; Il Fatto Quotidiano, «Guerra ibrida a Milano, Crosetto: “I social usati contro l’Occidente”», 20 ottobre 2026

[3]CNBC, «France hit by worst unrest in years», 19 ottobre 2026

[4]La Clé publique, «17 octobre : lycéens et gilets jaunes se retrouvent sur TikTok», 17 ottobre 2026

[5]20 Minutes, «Violences du 17 octobre : y a-t-il eu des ingérences étrangères sur les réseaux sociaux ?», ottobre 2026

[6]Il Fatto Quotidiano, «Fake news nelle chat: falsi allarmi su stupri e incendi alle università», 20 ottobre 2026

[7]Ravenna&Dintorni, «Minacce nelle chat, scuole presidiate a Ravenna ma nessun incidente», 20 ottobre 2026

[8]Cremonaoggi, «Psicosi da disordini: denunciati due minori per istigazione a delinquere e procurato allarme», 20 ottobre 2026

[9]BBC Monitoring, «Briefing: Jihadists, Islamists seek to exploit protests in France, Europe», 19 ottobre 2026

[10]The Media Line, «France’s Riots Give Extremist Networks an Opening, Experts Warn», 20 ottobre 2026

[11]Europol, EU Terrorism Situation and Trend Report 2026; sintesi in eucrim 

[12]AFP, «Islam Wanting to Take Over: Trump Blames France Protests on Migration», 7 ottobre 2026, ripreso da Deccan Chronicle

[13]Anadolu Agency, «Iran summons French ambassador over student protests», 6 ottobre 2026

[14]KUNA/ Kuwait Times, «France summons Iran’s ambassador over disinformation campaign», ottobre 2026

[15]Institute for Strategic Dialogue, «Axis of amplification: Regime media, proxies and Western supporters respond to Iranian protests», 2026

[16]N. Shah, J. Sherman, «Understanding Russia-Iran Collaboration in Cyberspace», CSIS, 14 luglio 2026

[17]RFE/RL, «U.S. Senator Says Russian Trolls Were Behind Competing Protests In Houston», 2 novembre 2017; KUT, «Confederate Rally In Houston Cited In Mueller Report As Earliest Evidence Of Russian Interference», 18 aprile 2019

[18]The Local Germany, «Germany warns Moscow not to exploit Berlin rape investigation», 27 gennaio 2016; per la ricostruzione complessiva

[19]Ministère de l’Europe et des Affaires étrangères, «Russie – Nouvelle ingérence numérique russe contre la France», 9 novembre 2023,

[20]The Local France, «French court jails Bulgarians for up to four years for Holocaust memorial defacement», 1° novembre 2025

[21]Brut, «Têtes de cochon devant des mosquées en région parisienne : 11 arrestations en Serbie», 2025

[22]Deutsche Welle, «France’s “yellow vests” and the Russian trolls that encourage them», 15 dicembre 2018, ripubblicato dall’IFRI

[23]D. A. Broniatowski et al., «Weaponized Health Communication: Twitter Bots and Russian Trolls Amplify the Vaccine Debate», American Journal of Public Health, 2018

[24]CyberScoop, sul rapporto di Facebook del 10 agosto 2021

[25]LaPresse, «Assalto Cgil, Giuliano Castellino condannato a 8 anni e 7 mesi», 20 dicembre 2023

[26]Logically Facts, «How dubious website Channel3Now fueled misinformation about Southport suspect», 6 agosto 2024; sulla relazione della Home Affairs Committee del 14 aprile 2025

Chi decide di cosa dobbiamo avere paura? La lezione del caso Coxon

20 October 2026 at 14:03

L’8 settembre Jacob Coxon, ricercatore ventisettenne che per tre anni ha lavorato al pretraining dei modelli prima in OpenAI e poi in Anthropic, ha annunciato su X le proprie dimissioni con un messaggio destinato a fare il giro del mondo: i grandi laboratori, ha scritto, corrono verso una superintelligenza capace di migliorarsi da sé e stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. In trentasei ore il post ha superato, secondo Time, i centocinquanta milioni di visualizzazioni. Nel giro di una settimana gli hanno dato ragione un dirigente della sua stessa azienda, Bernie Sanders e Steve Bannon; e una parte non piccola della rete gli ha dato del burattino.

Chi studia la guerra cognitiva sa che i fatti raramente arrivano al pubblico nudi: arrivano dentro una cornice, e la battaglia vera si combatte sulla cornice. Il caso Coxon è istruttivo proprio perché ne ha prodotte due, simultanee e incompatibili, ciascuna con i propri argomenti, i propri amplificatori e i propri interessi. Vale la pena metterle una accanto all’altra.

La storia del testimone

La prima è la storia del testimone che rinuncia. Coxon non è un addetto alla sicurezza assunto per preoccuparsi: è uno di quelli che il motore lo hanno costruito, accreditato da OpenAI tra i contributori principali di GPT-4o. Si è dimesso, riferisce Axios, circa due mesi prima che maturassero le sue azioni, rinunciandovi. E soprattutto non è rimasto solo: Evan Hubinger, responsabile dell’alignment science di Anthropic, ha dichiarato pubblicamente di condividerne la diagnosi, stimando oltre il dieci per cento la probabilità che l’IA causi l’estinzione umana entro il decennio; pochi giorni dopo lo stesso amministratore delegato, Dario Amodei, ha invocato un rallentamento. In questa lettura l’allarme non è un’operazione: è la crepa che si apre quando chi sta dentro dice ad alta voce ciò che si ripete in privato.

La storia della campagna

La seconda è la storia della campagna. Qui l’attenzione si sposta dal messaggio alla sua meccanica: l’esclusiva del Wall Street Journal online circa diciotto minuti prima del post; le prime risposte arrivate in pochi minuti da esponenti di Encode AI, AI Futures Project e AI Policy Network, organizzazioni che condividono finanziatori legati al mondo dell’altruismo efficace e, in alcuni casi, agli investitori di Anthropic; la sponda immediata di parlamentari che invocano una legge già pronta. La cornice teorica è quella che il critico Cal Newport ha chiamato “doom trolling”: aziende che descrivono solennemente i danni potenziali dei propri sistemi continuando a svilupparli, con l’effetto, secondo chi la sostiene, di gonfiarne la percezione di potenza e di favorire regole che soffocano i concorrenti più piccoli.

Che cosa regge e che cosa no

Entrambe le storie contengono elementi veri, ed entrambe ne omettono altri. La narrazione della campagna ha ragione su un punto che merita di essere preso sul serio: l’ecosistema della “sicurezza dell’IA” è finanziato in larga parte da pochi donatori, e quando giornalisti, testate ed esperti citati sono sostenuti dalle stesse fonti senza dichiararlo, c’è un problema di trasparenza che non dipende dalla buona fede di nessuno. Ma la stessa narrazione inciampa sui fatti. La proposta Sanders-Casar per la messa al bando della superintelligenza era stata annunciata il 3 settembre, cinque giorni prima delle dimissioni: il post le ha dato slancio, non l’ha generata. E un’esclusiva concessa sotto embargo a un grande quotidiano è prassi comune di chi prepara un annuncio pubblico: prova la pianificazione, non una regia altrui. La verifica più accurata finora disponibile conclude che le evidenze pubbliche non dimostrano né un controllo dei donatori su Coxon né un’operazione condotta da Anthropic, e che il ricercatore appare sincero.

La narrazione del testimone, a sua volta, tace qualcosa. Coxon non denuncia illeciti verificabili; ad Axios ha anzi detto di non aver visto Anthropic sacrificare la sicurezza per battere i rivali. La sua è una previsione, non una prova: che le cose possano sfuggire di mano entro la fine del 2027 è un giudizio personale, che oggi non può essere né confermato né smentito. E il dilemma su cui poggia la critica opposta, se ci credete fermatevi e se non ci credete state manipolando, trascura la posizione che le aziende effettivamente dichiarano: il rischio è reale ma incerto, e se la tecnologia verrà costruita comunque è meglio che a costruirla sia chi lo prende sul serio. È un argomento discutibile, ma va discusso, non eluso.

Una paura trasversale

C’è poi un dato che smonta entrambe le cornici nella loro versione più semplice: la geografia politica. La lettura della campagna sottolinea che quasi tutti i politici intervenuti sono democratici, a due mesi dal voto di metà mandato. Ma il 15 settembre, a Washington, Sanders e Bannon sono intervenuti alla stessa conferenza su un approccio “pro-umano” all’IA, uniti nell’allarme e divisi sui rimedi, mentre il presidente Trump liquidava la reazione come una bufala. La diffidenza verso i nuovi oligarchi della tecnologia è diventata trasversale, e la paura dell’IA è ormai una risorsa contesa da destra e da sinistra. Anche la contronarrazione, del resto, ha i suoi sponsor: l’argomento del regulatory capture è stato reso popolare da David Sacks e dal fronte che chiede meno regole, non meno potenza di calcolo.

La contesa sulle parole

Il punto, allora, non è stabilire se Coxon sia un profeta o una pedina. È capire che la contesa sulle parole, “sicurezza”, “rischio”, “controllo”, precede e determina qualunque regola verrà scritta, e che entrambi i campi lo sanno benissimo. Per un decisore pubblico, e per l’Europa in particolare, la lezione è doppia. Da un lato pretendere trasparenza sui finanziamenti di chiunque partecipi al dibattito, allarmisti e scettici. Dall’altro riportare l’attenzione su ciò che è verificabile oggi: il consumo di energia e acqua dei data center, l’impiego dei modelli negli apparati di sorveglianza e nelle decisioni militari, la sostenibilità finanziaria di un’industria che brucia capitale in attesa di ricavi futuri. Episodi come quello riferito dalle cronache di luglio, quando agenti di OpenAI sarebbero usciti dall’ambiente di test attaccando Hugging Face, mostrano che il confine tra rischio ipotetico e incidente presente è più sottile di quanto entrambe le narrazioni lascino credere.

Chi abbia ragione, alla fine, conta meno di una domanda: chi decide di che cosa dobbiamo avere paura?

La rete di Kyiv dentro la Russia. Cosa raccontano alla Bbc i sabotatori anti-Putin

20 October 2026 at 07:53

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti sui più disparati fronti e un racconto raccolto dalla Bbc offre uno sguardo su uno dei suoi versanti più inosservati, quello delle reti clandestine che operano all’interno della Federazione Russa per conto dell’intelligence di Kyiv.

Nel documentario Shadowmen: Russians working with Ukraine, due cittadini russi – indicati con gli pseudonimi di “Ivan” e “Foma” – descrivono le attività che sostengono di svolgere a favore del Gur, il servizio d’intelligence militare ucraino, il quale ha confermato alla Bbc che entrambi lavorano per l’agenzia.

Ricognizione prima dei droni

Ivan sostiene di aver partecipato alla preparazione di operazioni contro infrastrutture militari russe, effettuando ricognizioni, individuando siti e predisponendo luoghi nei quali nascondere componenti destinati ai droni e altro materiale.

Secondo il suo racconto, queste attività avrebbero contribuito alla capacità ucraina di portare la minaccia direttamente in profondità sul territorio russo, contro bombardieri strategici, installazioni militari e strutture della produzione bellica. In un’occasione, racconta, sarebbe stato fermato per un controllo mentre trasportava esplosivi artigianali senza essere scoperto. La struttura operativa descritta è deliberatamente frammentata: pochi contatti, nessuna organizzazione visibile e conoscenza limitata degli altri partecipanti. Più che una tradizionale rete gerarchica, emerge infatti un sistema costruito secondo criteri di compartimentazione, nel quale la perdita di un singolo operatore dovrebbe compromettere il minor numero possibile di nodi. Una configurazione particolarmente adatta a un territorio nel quale gli apparati di sicurezza russi dispongono di capacità estese di sorveglianza e controspionaggio.

La Bbc sottolinea inoltre un elemento che conferisce interesse alla testimonianza di Ivan, senza tuttavia provarne tutte le affermazioni. Più di un anno prima del grande attacco ucraino condotto con oltre cento droni contro aeroporti che ospitavano bombardieri strategici russi, l’uomo aveva anticipato al giornalista l’esistenza di un’operazione di grandi dimensioni contro quella componente delle forze russe, senza indicarne né il luogo né la data.

Gli uomini sotto osservazione

Diverso è il ruolo attribuito a Foma. Russo, residente in esilio in Polonia, sostiene di gestire a distanza una rete di collaboratori incaricati soprattutto di attività di sorveglianza con l’obietttivo di raccogliere informazioni su ufficiali e personalità militari russe che possono risultare di interesse per il Gur.

Foma afferma che i suoi collaboratori non partecipano materialmente agli attacchi e che il loro compito termina con la raccolta e la trasmissione delle informazioni. Dopo l’eliminazione a Mosca del tenente generale Fanil Sarvarov, nel dicembre 2025, ha però riconosciuto di avere fornito informazioni sull’ufficiale agli ucraini, raccontando le difficoltà incontrate nel seguirne spostamenti e abitudini. Anche in questo caso, la Bbc chiarisce che Foma non aveva comunicato preventivamente ai giornalisti l’esistenza di un piano per colpire il generale.

Una rete difficile da misurare

Più difficile è stabilire la dimensione reale di questa infrastruttura umana. Foma parla di 300-500 cittadini russi coinvolti, a vario titolo, in attività a favore dell’Ucraina. Più rilevante del numero esatto è la logica operativa che emerge dalle testimonianze: reti ridotte, comunicazioni limitate, ricorso a operatori ideologicamente motivati ma anche, in altri casi, a persone pagate o persino inconsapevoli del ruolo svolto. Un autotrasportatore, per esempio, può contribuire a un’operazione senza sapere che il proprio carico è stato manipolato.

È il modello di una guerra nella quale la distanza tra fronte e retrovia è diventata progressivamente meno netta. Droni a lungo raggio e capacità clandestine non rappresentano due strumenti distinti, ma possono essere parti dello stesso ciclo operativo: intelligence sul terreno, preparazione logistica, selezione dell’obiettivo e attacco. Elementi che permettono a Kyiv di trasformare la profondità strategica russa in uno spazio contendibile, combinando tecnologia, intelligence e piccoli nuclei difficili da individuare.

Intelligence e targeting, così l’Iran sostiene gli Houthi. La ricostruzione del Wsj

19 October 2026 at 09:45

Il sostegno iraniano agli Houthi avrebbe assunto una dimensione sempre più direttamente operativa, andando più a fondo dei trasferimenti di sistemi d’arma, componenti e know-how, ma anche di informazioni di intelligence e di assistenza nell’individuazione degli obiettivi da colpire con missili e droni. È quanto ricostruisce il Wall Street Journal, che sottolinea come l’assistenza iraniana comprenderebbe addestramento, intelligence, indicazioni tattiche e supporto al targeting. Insomma, un insieme di capacità che avrebbe contribuito a rendere più sofisticata l’attuale campagna militare degli Houthi, sia all’interno dello Yemen sia contro obiettivi sauditi. Il gruppo ha colpito negli ultimi giorni aeroporti, infrastrutture energetiche e altri obiettivi nel Regno, mentre la pressione militare si è accompagnata a nuove avanzate sul terreno.

È quest’ultimo elemento a rendere particolarmente significativa la ricostruzione del Journal. Il rapporto tra Teheran e gli Houthi è da tempo uno degli assi della proiezione iraniana nella Penisola arabica, ma la disponibilità di informazioni necessarie a selezionare e ingaggiare gli obiettivi rappresenta un livello di cooperazione diverso rispetto alla sola fornitura di armamenti. Se il quadro delineato dalle intelligence saudita e yemenita fosse confermato nella sua interezza, l’Iran emergerebbe non soltanto come abilitatore materiale delle capacità Houthi, ma come moltiplicatore della loro efficacia operativa.

Ciò non significa, tuttavia, ridurre gli Houthi a una semplice estensione gerarchica di Teheran. Il movimento yemenita conserva una propria agenda politica, territoriale e militare e negli anni ha sviluppato capacità autonome. È proprio la combinazione tra autonomia locale e sostegno esterno a rendere il rapporto con l’Iran particolarmente efficace: Teheran può amplificare le capacità di un attore radicato sul territorio senza assumersi necessariamente la responsabilità politica e militare diretta delle sue operazioni. Una configurazione che resta coerente con la logica più ampia attraverso cui l’Iran ha costruito la propria rete regionale di partner armati.

Il terreno sul quale questa cooperazione assume oggi maggiore rilevanza è il Bab el-Mandeb. Il Wall Street Journal sottolinea come le recenti avanzate abbiano portato gli Houthi a controllare la costa yemenita affacciata sullo stretto, passaggio essenziale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e uno dei principali chokepoint del commercio mondiale. Reuters aveva già riferito all’inizio di ottobre dei preparativi sauditi per un’offensiva volta proprio a ridimensionare il controllo Houthi lungo questo corridoio, con forze yemenite sostenute da raid e intelligence di Riad.

Gli Houthi hanno dimostrato di poter trasferire la competizione direttamente sul territorio saudita, colpendo infrastrutture la cui rilevanza è insieme economica e politica. Gli attacchi contro gli aeroporti sauditi e quello contro una struttura di Saudi Aramco a Dhahran hanno nuovamente mostrato quanto sia difficile proteggere simultaneamente una rete di obiettivi distribuita su un territorio vastissimo da minacce relativamente economiche e impiegabili in numero elevato.

Per Riad la sfida è dunque duplice. Sul piano militare, occorre impedire agli Houthi di consolidare una capacità di interdizione permanente sul Mar Rosso e di mantenere una pressione missilistica e attraverso droni contro il territorio saudita. Sul piano strategico, invece, la questione riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dei collegamenti internazionali e, più in generale, l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito una parte consistente della trasformazione economica del Regno.

La ricostruzione del Wall Street Journal aggiunge a questo quadro una variabile decisiva. Il valore dell’assistenza iraniana non risiederebbe soltanto nella quantità di armi trasferite agli Houthi, ma nella capacità di aumentarne precisione, consapevolezza situazionale e selezione degli obiettivi.

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