Beirut’s pricey chicken sandwich sparks discourse over disparity in Lebanon




Andrew Harnik/Getty Images
Though regular Americans are paying more at the pump, US oil companies are striking it rich, President Donald Trump said on Saturday.
Speaking at a rally in Georgia, Trump said that oil prices are "temporarily high," but added that the throttling of the Strait of Hormuz has pushed oil buyers to American companies with operations in Texas, Oklahoma, and Louisiana.
"The United States oil and gas business is making hundreds of billions of dollars," Trump said. "I don't give a damn, I'm going to say it — we're making a freaking fortune."
Indeed, a Q2 report this year from the Oil & Gas Journal, a trade publication, noted that "surging crude prices tied to ongoing Strait of Hormuz disruptions" fueled massive windfalls for North American oil companies.
Year over year, a sample of 38 US producers and refiners collectively grew revenues by about $140 billion, the Oil & Gas Journal reported.
Those profits, however, are not exactly shared by the American public.
AAA reported that the average price of regular gas in the United States is now at $4.29 a gallon. In February, one day before the US and Israel launched surprise attacks on Iran, gas prices were at $2.98.
Diesel prices have also increased precipitously since the American war on Iran began. On Sunday, AAA reported that they sat at $6.35, up from $3.75 a day before the conflict began. Shipping companies rely on diesel to power their boats and trucks. Higher diesel costs are often passed onto consumers in the form of higher prices.
Trump's comments are unlikely to curry goodwill among an American electorate reckoning with an affordability crisis less than two weeks out from midterm elections. The White House did not immediately respond to a request for comment sent on Sunday.
As the midterms approach, Trump has taken steps to lower gas prices.
On October 9, Trump said he reached a deal with Russian President Vladimir Putin to import Russian diesel, which had been heavily sanctioned since the start of Russia's invasion of Ukraine. Analysts warned the move could provide a lifeline to the Russian economy as the country seeks to bombard Ukraine into submission this winter.
"I can see just the fake headlines — 'President Trump is talking about all the money they're making while people are suffering at the pump,'" Trump said at the Georgia rally. "That'll be the headline."

Michael M. Santiago/Getty Images
One of the world's largest investment firms says that only tech companies are getting a share of the AI pie.
In an economic analysis published on Saturday, Apollo Global Management said that while the Magnificent Seven — a group of established tech companies that includes Nvidia and Meta — are seeing revenue growth during the AI boom, this growth isn't being shared by other industries.
"Mainstream corporate America is pulling back and starting to view token spending not as a source of growth but as a cost center that weighs on margins," Torsten Slok, a partner and chief economist at Apollo, said in the report. "The technology has delivered zero financial payoff to corporate America outside of tech."
In a series of graphs, Slok measured three main metrics that have boomed for tech companies but not for regular companies: revenue per worker, profit margins, and productivity growth.
Since 2022, revenue per employee figures have skyrocketed for tech companies — rising from $550,000 to nearly $800,000 today. Meanwhile, that figure hasn't changed much for everyone else in the S&P 500, lingering around $550,000 for the last seven years.
Similarly, while profit margins soared among tech companies since 2022, they've stagnated at about 10% for everyone else.
And across the economy, AI hasn't yet dramatically increased productivity growth as some AI optimists have predicted.
Apollo's research portends a dark shadow over a US economy throwing massive amounts of dough toward AI tools and companies, whose leaders have promised that an "age of abundance," where people won't have to work as much, will soon be upon us.
"The question looking ahead is whether, even as models become commoditized, mainstream corporate America can turn increasingly cheap intelligence into higher revenue growth and higher profit margins," Slok said.
"That may be harder than it sounds," he added.
VW investment, creating 4,500 jobs in Georgia, comes amid Trump’s damaging tariffs, intense Chinese competition and costly shift towards EVs
Audi has said it will spend $4bn (£3bn) to build its first factory in the US, as its parent company, Volkswagen, struggles with the impact of steep tariffs imposed by Donald Trump.
The German brand’s chief executive, Gernot Döllner, joined Trump on stage at a campaign rally on Saturday night to announce the factory in Macon, Georgia, in an unusual move by a big European brand just days before the US midterm elections.
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© Photograph: Friso Gentsch/EPA

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Al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione organizzato da Coldiretti e dall’Osservatorio agromafie, tenutosi a Roma a ottobre 2026, è stato tracciato il primo bilancio sui risultati ottenuti dall’entrata in vigore della legge contro le frodi agroalimentari. Con l’avvio dei controlli su larga scala, il nuovo sistema sanzionatorio è entrato pienamente a regime, andando a individuare tutte le fattispecie di reato che rischiano di compromettere il valore del made in Italy, il reddito degli agricoltori e la salute dei consumatori.
Le ispezioni delle autorità, ovviamente, continueranno su questa scia, con l’obiettivo di individuare chi ancora commette illeciti o non rispetta le regole su tracciabilità e denominazione.
La riforma approvata introduce un quadro normativo più articolato per contrastare gli illeciti nel settore agroalimentare. Il provvedimento, che riprende i contenuti già elaborati dalla cosiddetta legge Caselli, interviene principalmente introducendo:
Tra le fattispecie introdotte figurano i reati per:
Le nuove disposizioni mirano a contrastare le condotte che ingannano il consumatore sulla qualità, sulla quantità o sulla provenienza dei prodotti (comprese quelle realizzate attraverso segni, indicazioni o presentazioni commerciali ingannevoli).
La riforma introduce inoltre il delitto di agropirateria, destinato a colpire le forme più strutturate e sistematiche di frode agroalimentare, soprattutto quando emerge un modello di business organizzato e continuativo. In questo caso si considera illecito quando le frodi alimentari o la vendita di cibo con segni e marchi mendaci non sono episodi occasionali, ma vengono commesse:
Con la nuova legge non rischia più solo chi produce materialmente un alimento contraffatto, ma può coinvolgere anche gli operatori che partecipano consapevolmente alla sua distribuzione o vendita, come un’impresa che presenta un alimento straniero come italiano. Lo stesso vale per chi commercializza prodotti accompagnati da informazioni false sulla qualità o su altre caratteristiche rilevanti.
Sotto il profilo penale, la responsabilità individuale degli amministratori, dei titolari d’azienda o dei commercianti varia a seconda della gravità e della sistematicità della condotta:
A livello patrimoniale, invece, il piano sanzionatorio prevede:
Anche la semplice mancata collaborazione con gli organi ispettivi comporta rischi penali: gli operatori che ostacolano, impediscono o non consentono la ricostruzione della tracciabilità degli alimenti incorrono in un reato contravvenzionale punito con l’ammenda da 600 a 6.000 euro, oltre alle sanzioni previste per l’eventuale frode sottostante.
La necessità di rafforzare gli strumenti di contrasto a chi commercializza prodotti contraffatti, falsifica l’origine delle materie prime o presenta alimenti con caratteristiche diverse da quelle dichiarate nasce soprattutto per far fronte a un fenomeno sempre più problematico, ovvero il business delle agromafie, che oggi ha raggiunto un valore di 25,2 miliardi di euro.
Si tratta di cifre che si traducono in un danno economico che si distribuisce lungo tutta la filiera. La diffusione delle frodi alimentari è confermata anche dalla percezione dei consumatori. Secondo il rapporto Coldiretti/Censis, il 75% degli italiani dichiara di essere stato vittima almeno una volta di un inganno a tavola.
Così, mentre il consumatore paga un prezzo che potrebbe non essere giustificato dalle caratteristiche reali dell’alimento, il produttore onesto subisce la concorrenza di chi riesce a ridurre i costi ricorrendo a pratiche illegali. E le imprese che investono in qualità, controlli, materie prime e certificazioni rischiano così di perdere quote di mercato a vantaggio di operatori che sfruttano impropriamente la reputazione delle produzioni italiane.
Dal 20 novembre 2026 Airbnb introdurrà nuove regole che limiteranno le richieste dei proprietari nei confronti degli ospiti. La modifica fa seguito alle numerose lamentele dei viaggiatori e, dal prossimo mese, imporrà condizioni trasparenti, facilmente consultabili e soprattutto uguali per tutti.
Chi prenota una casa vacanze su Airbnb non dovrà più occuparsi delle pulizie prima di lasciare l’alloggio, ma solo se si tratta di mansioni che normalmente spettano al personale addetto. Tra queste la piattaforma fa rientrare attività come:
In questo modo la piattaforma ha deciso di risolvere il problema segnalato negli ultimi anni da diversi ospiti, che hanno segnalato una discrepanza tra il costo del soggiorno e le incombenze richieste al momento della partenza. In alcuni casi, infatti, anche quando la la tariffa per le pulizie era stata richiesta e pagata al proprietario, i viaggiatori si sono ritrovati a dover svolgere diverse faccende domestiche prima del check-out, poiché così indicato nelle istruzioni lasciate dall’host.
Le nuove regole entrano in vigore alle prenotazioni effettuate a partire da venerdì 20 novembre 2026.
Se a queste si aggiungono altre richieste da parte dei proprietari, allora queste dovranno essere esposte in modo evidente agli utenti e compariranno anche nei promemoria relativi alla prenotazione. In questo modo, chi organizza una vacanza potrà conoscere meglio le condizioni dell’alloggio prima di partire e durante la preparazione del check-out.
Airbnb lascia spazio a indicazioni ragionevoli, purché non si traducano in lavori impegnativi normalmente svolti da un professionista. Per esempio, può essere ragionevole chiedere agli ospiti di raccogliere gli asciugamani usati o di lasciare le stoviglie sporche nel lavello, senza obbligarli a lavarle e a riporle negli armadietti
Anche per la gestione dei rifiuti la piattaforma ammette qualche eccezione e richiede una valutazione del contesto. La regola generale limita le richieste di portare la spazzatura fuori dalla proprietà, ma quando esistono esigenze particolari, come la presenza di animali selvatici che potrebbero essere attirati dai rifiuti, possono essere giustificate indicazioni diverse da quelle normalmente applicabili.
Un altro esempio riguarda le restrizioni idriche. Se una destinazione è interessata da una grave siccità e sono in vigore limitazioni locali sul consumo d’acqua, il proprietario può chiedere agli ospiti di contenere la durata delle docce. Si tratta di una richiesta legata a un’esigenza concreta del territorio, non di un modo per trasferire ai viaggiatori il lavoro ordinario di gestione della struttura.
Il criterio da considerare è dunque la ragionevolezza. Le richieste devono essere proporzionate e coerenti con le circostanze, senza introdurre obblighi inattesi o sproporzionati.
Le richieste che non rispettano le nuove disposizioni potranno essere segnalate e sottoposte a verifica, con interventi della piattaforma nei confronti dei proprietari.
Le conseguenze potranno variare in base al caso e alla gestione della segnalazione. Tra le misure indicate figurano:
Il proprietario avrà comunque la possibilità di contestare la valutazione attraverso una procedura di ricorso.
Le nuove disposizioni prevedono infine limiti alle richieste di stipulare contratti separati con gli ospiti. Questi saranno ammessi soltanto in circostanze specifiche, per esempio quando sono necessari per rispettare obblighi di legge o regole dell’associazione dei proprietari dell’immobile. Mentre non viene quindi riconosciuta una libertà generale di richiedere documenti e impegni aggiuntive senza limiti.
Resta inoltre fermo un punto, ovvero quello che anche se i proprietari potranno continuare a stabilire le regole della casa, tali indicazioni dovranno rispettare le politiche della piattaforma. Airbnb ha chiarito infatti che gli host non potranno imporre multe agli ospiti per violazioni delle regole domestiche.

CHARLY TRIBALLEAU / AFP via Getty Images
Cristian Barcenas is getting ready to cut out date nights, food delivery, and Starbucks.
He graduated from the University of California, Fresno, in 2013 with a student-loan balance of about $65,000. Barcenas took out additional loans to pursue a master's degree, but left early to care for his father, who had cancer. His balance now stands at $127,000.
Barcenas, who works full time in sales in California, was making $105 monthly payments under the Biden-era SAVE repayment plan. President Donald Trump eliminated SAVE, and in November, Barcenas' payments are expected to spike to $815 per month.
"When I saw how much the payment is expected to be, I freaked out for a whole week," the 40-year-old said. "I, under no circumstances, want to default."
Barcenas and his wife combed through all their expenses over the past three months. He said it was "jaw-dropping" to see that they spent over $300 on Starbucks and $600 on grocery deliveries in that time.
The couple has started grocery shopping more carefully and in person, and Barcenas has stopped using Uber for rides. They've also cut their date nights down to once a month to free up more money for student-loan payments.
Beginning in July, more than 7 million borrowers received notices to transition off the SAVE plan, and many of them are gearing up for higher payments. More than 1,000 borrowers have told Business Insider over the past year that they're worried about factoring a higher bill into their budgets and are considering taking on second jobs or digging into retirement savings to make it work.
The Trump administration has said that its student-loan changes are intended to simplify a complex repayment system, curb excessive borrowing, and compel colleges to lower tuition. Barcenas said he thinks the changes will lead borrowers to "want to hold onto what they have even more."
"There's going to be a lot of fear around spending because they know that they have this obligation that they can't really get out of, and that's going to be prioritized over everything else," he said.
Rey Sosa expects his student-loan payments to surge from $50 a month to more than $700. The 32-year-old urban planner is paying off a $101,000 balance, largely from his master's degree in urban planning, and while he's still on forbearance, he's configuring his budget to make it work.
"I based my entire life around that payment coming back at some point," Sosa said. "The amount shocked me at first, and while I have a budget for it, it does take away from saving for home, saving for kids, family, because that is what we have to scale back right now."
The Department of Education has recommended that borrowers enroll in its new Repayment Assistance Plan, intended to be the most affordable income-driven repayment plan. A recent report from the Center for American Progress, a left-leaning think tank, said that borrowers moving from the SAVE plan to RAP could see their student-loan bills increase by $2,163 annually on average.
Sara Partridge, associate director of higher education at CAP and a coauthor of the report, said that the payment increases come "at a time when there is high inflation, stagnating wages, and people are generally feeling financially strained," making it more difficult to budget.
Amy Webb, a 60-year-old borrower, said she's feeling that strain. She has a $178,000 balance that she took out for her son's education as a single parent and is concerned about higher monthly payments. She's unable to purchase a new car, she refinanced her house, and she's considering selling it and moving out of Virginia to a state with a lower cost of living.
"I don't know how long I can do this," Webb said. "I wish the government would help."
Sosa hopes to achieve Public Service Loan Forgiveness, which forgives student debt for government and nonprofit workers after 10 years. But with about six years of payments left, he anticipates pushing back big purchases like a first home.
"I understand that we have to repay our loans," Sosa said. "That's not what I'm upset about. What I wish is that there was more consideration into the cost of living. The world just got more expensive after school."
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L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.
C’è un curioso talento nella comunicazione economica contemporanea: riuscire a presentare come una buona notizia il fatto che le cose vadano appena meno peggio del previsto. È il caso dell’Italia fotografata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale (FMI), che ha rivisto al rialzo le stime di crescita del nostro Paese per il 2026, portandole dallo 0,5% allo 0,8%. Tre decimali di speranza, sufficienti per qualche dichiarazione ottimistica, ma difficilmente per risvegliare un’economia che da anni fatica a crescere.
Il problema è che, mentre si celebra questa revisione, lo stesso FMI avverte che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione e potrebbe avvicinarsi al limite. Finora il sistema ha assorbito una sequenza impressionante di shock geopolitici senza crollare, ma non è detto che riesca a farlo ancora. E quando arriverà la prossima turbolenza, non tutti i Paesi disporranno degli stessi strumenti per affrontarla.
L’Italia rischia di scoprire quanto sia sottile la differenza tra una crescita positiva sulla carta e una reale capacità di resistere alle crisi. Perché uno 0,8% non è una corazza economica: è un cappotto leggero da indossare nel bel mezzo di una tempesta.
La crescita dello zero virgola e il paradosso italiano
Secondo le stime riportate dal FMI, l’economia italiana dovrebbe crescere dello 0,8% nel 2026 e dello 0,6% nel 2027. La Germania dovrebbe raggiungere l’1,3% nel 2026, mentre l’intera area euro si attesterebbe all’1,1%. Il confronto evidenzia una difficoltà strutturale: l’Italia fatica a trasformare le proprie potenzialità industriali in dinamismo economico duraturo.
Siamo una delle principali economie manifatturiere europee, possediamo distretti produttivi competitivi e una posizione strategica nel Mediterraneo. Eppure continuiamo a vivere nella dimensione dello zero virgola, come se l’ambizione nazionale fosse stata ridotta alla modesta aspirazione di non arretrare troppo velocemente.
Una crescita così contenuta lascia poco spazio per affrontare nuovi rincari energetici, rallentamenti del commercio internazionale o aumenti del costo del credito. Le imprese possono essere costrette a comprimere i margini, aumentare i prezzi o ridurre gli investimenti; le famiglie, invece, rischiano di vedere eroso il proprio potere d’acquisto.
La revisione del FMI rappresenta dunque una tregua statistica, non la prova di una ritrovata solidità. Il Paese guadagna qualche decimale proprio mentre il contesto internazionale diventa più instabile.
La guerra in Medio Oriente: una crisi lontana, un conto molto vicino
La guerra in Medio Oriente e le tensioni sulle rotte energetiche, soprattutto nell’area dello Stretto di Hormuz, dimostrano quanto la sicurezza economica italiana dipenda da eventi lontani dai confini nazionali.
Hormuz è uno snodo cruciale per i flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Interruzioni dei transiti o un aumento dei rischi logistici possono riflettersi rapidamente sui prezzi dell’energia e sui costi di produzione. L’Italia, fortemente esposta alle dinamiche dei mercati energetici internazionali, rischia così di importare non soltanto materie prime, ma anche gli effetti economici di conflitti che non è in grado di governare.
La diversificazione degli approvvigionamenti è necessaria, ma non risolve automaticamente il problema: cambiare fornitore non significa necessariamente ridurre i costi o eliminare le dipendenze. Si può migliorare la sicurezza delle forniture e, contemporaneamente, compromettere la competitività industriale se l’energia viene acquistata a prezzi più elevati.
Il rischio è duplice: subire una crisi geopolitica che non controlliamo e disporre di margini economici insufficienti per neutralizzarne gli effetti. Le piccole e medie imprese italiane, spesso meno capaci delle grandi multinazionali di assorbire rincari prolungati, sono particolarmente esposte. Per loro, l’aumento dei costi energetici può significare investimenti rinviati, margini ridotti e, nei casi peggiori, perdita di competitività.
La dipendenza energetica, insomma, non è soltanto una questione commerciale: è un problema di sovranità economica.
Inflazione e debito: la tenaglia che restringe i margini
Il FMI stima per l’Italia un’inflazione media del 3,3% nel 2026, superiore al 3,1% previsto per l’area euro. Sebbene sia atteso un rallentamento al 2,8% nel 2027, l’evoluzione rimane condizionata dalla crisi energetica.
Quando i prezzi aumentano e la crescita resta debole, le famiglie perdono potere d’acquisto, le imprese vedono restringersi i margini e lo Stato deve affrontare nuove richieste di sostegno. La necessità di intervenire cresce proprio mentre la capacità di farlo rischia di diminuire.
A complicare il quadro è il debito pubblico. Il FMI prevede per il 2026 un deficit medio delle economie avanzate pari al 5,2% del PIL. In presenza di inflazione persistente e di un elevato fabbisogno di finanziamento, i rendimenti dei titoli di Stato possono aumentare, rendendo più oneroso il servizio del debito.
Per l’Italia, fortemente indebitata, questo rappresenta un rischio significativo. Se una quota crescente delle risorse pubbliche viene destinata agli interessi, resta meno spazio per infrastrutture, innovazione, servizi e politiche industriali.
Inoltre, le banche centrali non possono garantire lo stesso sostegno incondizionato sperimentato negli anni delle politiche monetarie più espansive: se l’inflazione rimane elevata, devono mantenere condizioni finanziarie coerenti con l’obiettivo della stabilità dei prezzi.
L’Italia si trova così in una tenaglia: deve investire per crescere, ma rischia di spendere sempre di più per finanziare il debito accumulato. La soluzione non consiste in tagli indiscriminati, che potrebbero soffocare gli investimenti necessari allo sviluppo, bensì in una gestione selettiva della spesa, capace di distinguere tra costi improduttivi e investimenti strategici.
Intelligenza artificiale ed Europa: opportunità e dipendenze
Tra i fattori che hanno sostenuto la crescita globale, il FMI individua gli investimenti nell’intelligenza artificiale, soprattutto negli Stati Uniti. Data center, semiconduttori e infrastrutture digitali mobilitano capitali enormi, ma non tutti i Paesi beneficiano allo stesso modo di questa trasformazione.
Chi controlla tecnologie, infrastrutture e capitali può catturare una quota significativa del valore generato. Chi ne è privo rischia invece di utilizzare soluzioni sviluppate altrove, pagandone i servizi senza acquisire un potere economico proporzionato.
Gli Stati Uniti dispongono di grandi imprese tecnologiche e mercati finanziari profondi; la Cina può contare su una vasta base industriale e su una strategia orientata alla riduzione delle dipendenze esterne. L’Europa, invece, fatica ancora a costruire campioni tecnologici capaci di competere su scala globale.
L’Italia rischia di trovarsi nella posizione meno conveniente: sostenere i costi energetici e infrastrutturali della trasformazione digitale senza controllarne pienamente tecnologie e rendimenti. A ciò si aggiunge il rischio che un’eventuale correzione delle valutazioni finanziarie legate all’IA provochi un rallentamento degli investimenti e condizioni di credito più rigide.
Anche sul piano europeo emerge una contraddizione. L’Unione ambisce a essere una potenza industriale e tecnologica, ma la frammentazione degli investimenti e le differenti capacità fiscali degli Stati membri rischiano di favorire i Paesi con maggiori risorse pubbliche. L’Italia potrebbe così subire una doppia penalizzazione: competere con le grandi potenze globali e, contemporaneamente, con partner europei dotati di maggiori margini finanziari.
Per questo Roma dovrebbe sostenere una politica europea più coerente su energia, ricerca, infrastrutture e investimenti industriali. Non per scaricare su altri i problemi nazionali, ma perché una strategia comune può ridurre i costi delle trasformazioni e rafforzare la competitività continentale.
Meno emergenze, più strategia
La politica economica italiana tende troppo spesso a ridursi alla gestione dell’emergenza: incentivi per compensare i rincari, misure temporanee per contenere le bollette e agevolazioni per sostenere gli investimenti. Interventi talvolta necessari, ma insufficienti se non accompagnati da una strategia di lungo periodo.
La sovranità economica non significa autarchia. Significa disporre di strumenti sufficienti per impedire che ogni shock esterno si trasformi automaticamente in una crisi interna.
Sul fronte energetico occorre diversificare le fonti e investire nelle infrastrutture. Sul fronte industriale bisogna sostenere produttività, ricerca e innovazione. Sul piano fiscale è necessario migliorare l’efficienza della spesa senza sacrificare gli investimenti che possono aumentare la crescita futura. E sul piano sociale occorre difendere il potere d’acquisto, perché la competitività non può fondarsi esclusivamente sulla compressione dei redditi.
Il vero rischio non è soltanto che il FMI riveda nuovamente al ribasso le proprie previsioni. È che l’Italia continui a considerare eccezionale una fragilità ormai ricorrente.
Conclusione: la resilienza non basta
Il FMI ha migliorato le prospettive di crescita italiane per il 2026, ma ha contemporaneamente avvertito che la resilienza dell’economia mondiale è sotto pressione. Le due indicazioni descrivono un Paese che riesce a mantenersi a galla senza aver costruito una struttura sufficientemente solida per affrontare serenamente nuove turbolenze.
La crescita dello 0,8% è preferibile allo 0,5%, ma non risolve i problemi di produttività, debito, dipendenza energetica e competitività. Quando l’energia rincara, l’inflazione persiste e il finanziamento del debito diventa più oneroso, i Paesi con maggiori fragilità strutturali rischiano di pagare il prezzo più alto.
L’Italia deve evitare tanto il catastrofismo quanto l’ottimismo statistico. Occorre rafforzare la propria autonomia energetica, investire nella produttività, migliorare la qualità della spesa pubblica e contribuire alla costruzione di un’Europa capace di sostenere una vera strategia industriale comune.
La resilienza non consiste nel sopportare indefinitamente gli shock, ma nel ridurre la probabilità che si trasformino in crisi sistemiche. Un Paese solido non si congratula con sé stesso perché è sopravvissuto all’ennesima emergenza: diventa meno vulnerabile alla successiva.
Il vero scandalo non è che l’Italia cresca dello 0,8%. È che, dopo decenni di crisi e promesse di rilancio, quel numero possa ancora essere presentato come una rassicurazione sufficiente. Mentre il mondo si riorganizza attorno all’energia, alla tecnologia e alla competizione strategica, il nostro Paese rischia di arrivare alla prossima tempesta con lo stesso problema di sempre: grandi potenzialità, troppe dipendenze e troppo poco spazio per sbagliare.
La resilienza è una virtù. Ma quando diventa l’unico risultato che un sistema economico riesce a rivendicare, forse non siamo più davanti a una prova di forza. Siamo davanti alla dimostrazione che quel sistema non può permettersi di continuare così.
Viaggiare in aereo in Europa sarà più semplice per chi vuole portare con sé un piccolo bagaglio a mano senza pagare supplementi. Con le nuove norme europee è stata riconosciuta a tutti i passeggeri la possibilità di salire a bordo con un oggetto personale gratuito, come una borsa o un piccolo zaino, da sistemare sotto il sedile davanti al proprio posto.
La misura interessa anche chi vola con compagnie low cost come Ryanair ed easyJet, spesso al centro delle discussioni sui costi aggiuntivi per il trasporto dei bagagli.
La nuova disciplina europea è stata pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 2 ottobre 2026 e diventerà operativa dal 23 ottobre 2027.
Negli ultimi anni le compagnie hanno adottato politiche differenti per il bagaglio a mano. Alcune hanno incluso nella tariffa base soltanto una borsa personale, altre hanno consentito di portare un trolley in cabina pagando un supplemento o acquistando una tariffa più costosa (come la priority). Poiché queste differenze possono rendere meno immediato capire quale sia il prezzo effettivo di un viaggio, il legislatore europeo ha deciso intervenire rendendo trasparenti e uniformi le condizioni di trasporto dei bagagli.
Per questo motivo, le compagnie dovranno mostrare le tariffe con un bagaglio a mano incluso come opzione predefinita prima che il passeggero inizi il processo di prenotazione.
Con le nuove regole, il passeggero avrà diritto a portare gratuitamente un oggetto personale di dimensioni non superiori a 40 x 30 x 15 centimetri, oppure sufficientemente piccolo da poter essere collocato sotto il sedile davanti a sé.
Per le compagnie aeree, comunque, resterà la possibilità di proporre diverse tipologie di biglietto, con servizi e franchigie differenti. Le valigie più grandi, quindi, continueranno a essere soggette alle condizioni previste dal vettore e alla tariffa scelta dal passeggero.
Pertanto, non bisogna confondere il bagaglio personale gratuito con il bagaglio a mano (di dimensioni maggiori). Sono due categorie differenti, che possono comportare condizioni di trasporto e costi diversi.
Per evitare costi aggiuntivi, la strategia più semplice sarà sfruttare il diritto al bagaglio personale gratuito e organizzare vestiti e accessori per il viaggio all’interno di una borsa o uno zainetto compatto, magari sfruttando apposite buste sottovuoto. Non si tratta di un trucco per aggirare le regole delle compagnie, ma di far valere la franchigia riconosciuta ai passeggeri.
Inoltre, prima di partire è consigliabile misurare il bagaglio pieno, perché una borsa che rientra nei limiti da vuota potrebbe superarli una volta riempita.
Per ragioni di sicurezza o per mancanza di spazio in cabina, il personale potrebbe richiedere di trasferire il bagaglio nella stiva. In questi casi, secondo le informazioni disponibili, la nuova disciplina prevede che non venga applicato nessun supplemento al passeggero.
Infine, Le nuove disposizioni si applicheranno ai voli in partenza dagli aeroporti situati nell’Unione europea. Di conseguenza, un passeggero che, per esempio, vola da Roma a Londra potrà fare riferimento alle nuove regole per la tratta in partenza dall’Italia, mentre chi vola da Londra a Roma non potrà presumere che la stessa disciplina si applichi automaticamente alla tratta di andata dal Regno Unito.
Organizzare i viaggi durante le festività natalizie può richiedere un dispendio di risorse non indifferente. Tra tariffe dei voli sempre più alte e una disponibilità di posti che si riduce rapidamente per via dell’elevata richiesta, agire in anticipo spesso fa la differenza. In particolare, individuare la finestra temporale corretta per acquistare un biglietto aereo permette di evitare rincari eccessivi.
Aspettare l’ultimo momento, nella speranza di trovare un’offerta migliore, potrebbe quindi rivelarsi una strategia rischiosa, soprattutto per le tratte più richieste.
Chi ha intenzione di viaggiare durante le prossime vacanze di Natale dovrebbe iniziare a cercare i biglietti aerei proprio in questi giorni. Il mese di ottobre, infatti, è il periodo migliore per confrontare le tariffe e bloccare le offerte più convenienti in vista delle partenze di dicembre e dei rientri di gennaio. Secondo un’analisi di Google flights basata su cinque anni di dati aggregati relativi al mercato statunitense, il periodo più conveniente per acquistare i biglietti per Natale si colloca mediamente intorno alle otto settimane prima della partenza, con un minimo di prezzo registrato circa 56 giorni prima del volo.
Ovviamente, il dato non costituisce una regola valida per tutte le rotte e per tutti i mercati. Le abitudini di viaggio, la domanda e la disponibilità dei collegamenti possono essere diverse tra Stati Uniti e Italia. Inoltre, importante come il momento dell’acquisto è poi la flessibilità sulle date.
Tuttavia, quest’analisi offre un’indicazione utile per chi sta programmando un viaggio, poiché restituisce una chiara spiegazione sulle dinamiche di mercato e permette di comprendere come variano i prezzi e come funzionano, in linea generale, gli algoritmi dei motori di ricerca.
Tenendo conto dei risultati di ricerca, infatti, per chi ha intenzione di partire da o per l’Italia nel periodo natalizio il consiglio è di iniziare subito a monitorare le tariffe e di non aspettare.
Oltre al momento in cui si acquista il biglietto, è importante considerare le date effettive del viaggio. Nei giorni che vanno da Natale a Capodanno, infatti, la scelta del giorno di partenza e di quello del rientro può incidere sensibilmente sul prezzo finale.
Per esempio, le giornate immediatamente precedenti il 25 dicembre sono particolarmente richieste da chi vuole trascorrere la vigilia e il giorno di Natale con la famiglia. Lo stesso accade tra il 26 dicembre e i primi giorni di gennaio, quando aumentano gli spostamenti per Capodanno e per il rientro dalle vacanze. Non esiste una combinazione universalmente più economica per tutte le destinazioni, ma la flessibilità di uno o due giorni può aiutare a individuare alternative meno costose.
L’analisi di Google segnala, in generale, che volare nei giorni feriali può essere più conveniente rispetto a partire nel fine settimana. In particolare, partire di lunedì e rientrare di martedì o mercoledì consente, nel campione analizzato, un risparmio medio di circa il 14% rispetto ai viaggi effettuati nel weekend.
Per esempio, chi deve raggiungere una città italiana per trascorrere le feste con i parenti potrebbe confrontare un volo in partenza lunedì 21 dicembre con uno previsto per martedì 22 o mercoledì 23 dicembre, verificando anche le opzioni per il ritorno. Allo stesso modo, anticipare o posticipare di qualche giorno il rientro dopo l’Epifania può già oggi fare la differenza sulle tariffe.
In ogni caso, visto che a incidere sul prezzo sono anche destinazione, aeroporto di partenza e disponibilità dei posti, la scelta migliore rimane quella di cercare più combinazioni di andata e ritorno, senza concentrarsi esclusivamente sulle date considerate tradizionalmente più comode.
Sono complessivamente 82 i vini piemontesi che hanno ottenuto i “Tre Bicchieri” di Gambero Rosso. Le etichette regionali, premiate con il massimo riconoscimento della guida Vini d’Italia 2027, sono state scelte perché in grado di valorizzare territori e vitigni locali, ma con interpretazioni e stili differenti.
La selezione di Gambero Rosso in questa edizione conferma l’eccellenza dei grandi rossi, ma mette in evidenza anche una maggiore attenzione alla freschezza, alla precisione aromatica e alla bevibilità.
I migliori vini, come ogni anno, sono stati scelti attraverso degustazioni e valutazioni della redazione e dei suoi collaboratori, con l’obiettivo di individuare le etichette che si sono distinte per:
I Tre Bicchieri 2027 sono stati in questo modo assegnati a vini di denominazioni storiche e produzioni che negli ultimi anni hanno consolidato la propria reputazione.
Di seguito l’elenco integrale delle etichette piemontesi premiate dal Gambero Rosso, con annata e produttore, organizzato per tipologia e denominazione per facilitare la consultazione.
Alta Langa:
Barbaresco:
Barbera d’Asti e Barbera del Monferrato Superiore:
Barolo:
Altre denominazioni e vitigni piemontesi:
Il risultato è un Piemonte più sfaccettato, nel quale i grandi rossi da invecchiamento convivono con bianchi sapidi, bollicine metodo classico e vini più immediati, senza che una tipologia debba necessariamente imitare l’altra. È proprio questa pluralità a rendere la selezione dei Tre Bicchieri 2027 particolarmente significativa per comprendere la direzione dell’enologia regionale.



Given the vitriol gushing out of corporate media over the purchase of about two weeks’ worth of Russian diesel fuel, we just might be watching the beginning of the endgame in Ukraine.
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By Patrick LAWRENCE
Given the gush of vitriol and condemnation since Oct. 9, when Donald Trump announced his deal to import 5 million metric tons of Russian diesel, roughly 37 million barrels, one would think the president had surrendered the United States’ sovereignty to the Kremlin, or handed over the Ukrainians to the Russian army, or rankly betrayed the Europeans or altogether renounced what we picturesquely call Western civilization.
This is, indeed, what we read daily in the corporate press these days and what we are supposed to think. It is 2016 redux, it seems. Another round of Russiagate may not be far off, given 16 House Democrats have introduced a Prohibit Corrupt Russia Oil Deals Act and 12 senators now attack the diesel accord as “a gift to our adversary.”
If there is one thing essential to recall about those dreary years it is that the wobbly-from-the-first Russiagate edifice, the whole of it, was made of mis– and disinformation, hyperbole, innuendo, extravagant abuses of office and propaganda incessantly disseminated in corporate media.
It was, in short, the Deep State’s attempt to scuttle any effort to advance beyond the poisonous Russophobia it had spent a decade cultivating (taking my date from Vladimir Putin’s era-defining speech to the Munich Security Conference in 2007).
It is the same again as Trump tries once more to end the war in Ukraine and refashion East–West relations, a project the old “MICIMATT”— the military-industrial, congressional, intelligence, media, academic and think tank blob — simply cannot abide.
Let us listen to this new round of rubbish with the recent past in mind.
“Donald Trump, meet Neville Chamberlain.” That is Tom Friedman, writing in The New York Times last week under the headline, “Trump’s Democracy–for–Diesel Deal Shames Us All.”
“When future students search online for ‘sellout,’ ‘appeaser’ or ‘traitor to his country’s core values,’” Friedman elaborates, “their two pictures will come up first, side by side.” There is no matching our Tom when it comes to overdrawn historical reference dressed up as intellectual gravitas.
Harold Meyerson, writing in The American Prospect Tuesday under the headline, “Why Putin Is Now Our Ally,” is unhappy that Americans are not angrier and more contemptuous than they appear to be in response to Trump’s latest démarche to Russia.
“We’ve grown so inured to Trump’s outrages,” he writes, “that his alliance with Russian President Vladimir Putin’s neo–Tsarist imperialist regime hasn’t yet stoked the level of horror and rage it deserves.”
Putin’s neo–Tsarist imperialist regime. We’re back to this, are we?
We’re also back to the good old Trump–Putin “bromance” bit, it seems, as in “Trump’s man-crush on the Russian dictator has been well documented and need not be recounted in all its unctuous detail.”
This bizarre suggestion of homophilia repeats a tiresome trope from the Russiagate years — never in the slightest documented, for the record — and this time comes from Tom Nichols, a neoliberal hack of long standing. Writing Oct. 18 in The Atlantic, Nichols wants us to see matters this way:
“Donald Trump has now abandoned pretense and is openly aiding the Kremlin in its war against a friend and partner of the U.S. The American commander in chief has abandoned the Western order, the most successful — and powerful — security arrangement in human history.”
Are we clear on all this? The corrupt, Nazi-infested regime in Kiev is America’s friend and partner, simple as that.
The Western order as we have it is the finest thing humanity has ever managed, and Donald J. Trump has forsaken this finest-ever order.
All because the Trumpster signed an agreement whereby the United States will purchase, all in, about two weeks’ worth of Russian diesel fuel.
Paranoia strikes deep, as should be plain to all as the imperium proceeds into its self-inflicted decline. Into the pages of The Atlantic it will creep whenever the topic is “Putin’s Russia” (as against “Russia”).
Trump’s ‘Simple’ Decision
How to account for this outpouring of nitwittery from all these pseuds? Why so suddenly does the world seem to be coming to an end? These are our questions.
Trump II has proven disastrously worse than Trump I, to state the obvious. He had a few good ideas the first time around: end the wars of adventure, bring the soldiers home, decommission NATO, a new détente with Moscow.
This time — and you have to credit the Trumpster for this, strange as it is to credit him with anything — he has only one. He still wants to restore relations with Russia to a working order of some kind, and this must begin with ending the war the Biden regime provoked very quickly after Trump was voted out of office.
Trump is a Manhattan property man for whom everything is transactional, we have to remember. Exploring “deals” does not figure at the higher end of statecraft — certainly not given all that is at issue between Russia and the West — but this is a question of method, not purpose. Let us not get lost in the former while losing sight of the latter.
Peaceful, constructive relations with Russia, based on an enduring settlement of benefit to all sides, are a good thing altogether to be welcomed, however often Americans and West Europeans are told any such eventuality would amount to the horror of horrors.
As everyone thinking about this has remarked, Trump’s immediate intent in striking his diesel deal is to get prices down as best he can before the midterm elections and to pretend the price crisis has causes other than the U.S.–Israeli assault on Iran.
I’m for setting the politics aside. A few days’ worth of diesel — all that can possibly arrive from Russian refineries before Nov. 3 — won’t make any difference, and Trump cannot but know this.
My mind goes to a remark Trump made on Truth Social, his digital bullhorn, at the beginning of this week in response to all the shrieking and shouting that followed his Oct. 9 announcement:
“My decision on Russia is a very simple one. I am in the process of negotiating Peace in the war between Russia and Ukraine, and don’t want to do anything that will drive, foolishly, Russia away from the bargaining table.”
It is important to read this together with other things the Trump regime has got up to lately. While the United States is in plausible-denial mode, Kiev reports that it has disrupted some of the early-warning satellite intelligence vital to Ukraine’s defenses.
Elon Musk, apparently after consultation with the White House, has restricted Ukraine’s use of Starshield, the military-grade version of the Starlink communications system.
These are day-to-day lifelines. So is the Prioritized Ukraine Requirement List, the arrangement whereby the United States sells arms to the Europeans, who send them on to Ukraine. To date the volume of shipments through the P.U.R.L. channel has come to $7 billion. Trump is reportedly threatening to end the program.
Atop all this he has suspended implementation of a sanctions bill he signed into law only a month ago. Concurrently, the Witkoff–Kushner duo presented Volodymyr Zelensky, the Ukrainian dictator, with a new settlement proposal that reads to me like a condensed version of the very creditable 28–point plan they presented a year ago next month.
Something is afoot, it seems to me. I see a thought-through strategy in all this. I see renewed determination on Trump’s part.
Trump is out of the closet at last — and perfectly accurate — as he asserts that Zelensky is the principal impediment to a settlement accord and, so, should be either removed from office or forced to accept defeat and recognize Russia’s legitimate interests.
Trump’s new push to bring the Ukraine crisis to a close, to be clear on this point, is not a betrayal of the Ukrainian people. It is just the opposite.
There are a lot of reasons to question how far Trump will get either in ending the war or restoring relations with Russia to a livable détente. But if he maintains the present momentum, we may be watching the beginning of the endgame in Ukraine.
This is a “may,” conditional verb required. But it is this prospect that has all the warmongers in the MICIMATT complex in a dither.
Strange it will be if a president so wrong about so much manages to achieve the peace he is after. But maybe the Tom Friedmans and the Tom Nichols and the rest of their kind are useful as a mirror.
Maybe the extent of their panic is a measure of the Trumpster’s chances of success this time around.
