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I pescherecci russi e la mappa dei cavi britannici. Cosa ha scoperto il Telegraph

23 October 2026 at 07:25

Sono pescherecci, almeno sulla carta. Ma alcune delle loro rotte hanno attirato l’attenzione britannica. Per mesi diverse unità russe hanno navigato lentamente, sostato o seguito tratti di mare coincidenti con il passaggio di importanti cavi sottomarini che collegano il Regno Unito all’Europa e al Nord America. È quanto ricostruisce il Telegraph in un’inchiesta basata sui dati di Global Fishing Watch. Il quotidiano britannico ha esaminato quattro anni e mezzo di movimenti navali, individuando oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi sarebbero transitati o avrebbero sostato in prossimità delle infrastrutture sottomarine.

Diciassette imbarcazioni, secondo l’analisi, avrebbero mostrato comportamenti particolarmente persistenti: bassa velocità, permanenze prolungate, percorsi coincidenti con il tracciato dei cavi. Il Telegraph ha analizzato una sequenza di oltre cinquecento episodi nei quali pescherecci russi hanno sostato in prossimità dei cavi o ne hanno seguito il tracciato per diversi chilometri. Diciassette navi avrebbero trascorso periodi particolarmente lunghi procedendo a bassa velocità nelle aree interessate.

In uno dei casi analizzati, imbarcazioni russe avrebbero operato attorno a nove cavi che collegano Europa occidentale e Stati Uniti. Nell’aprile scorso sarebbero state registrate complessivamente 337 ore di presenza nei pressi dell’Atlantic Crossing 1, uno dei sistemi transatlantici di telecomunicazione. L’ipotesi presa in considerazione dagli apparati occidentali è quella dell’impiego di “commercial proxies”, mezzi formalmente civili che possono offrire una piattaforma meno riconoscibile per raccogliere informazioni. Non necessariamente per tagliare un cavo nell’immediato, quanto per conoscere con precisione ciò che si trova sul fondale: posizione, configurazione e punti vulnerabili di infrastrutture che, in una fase di crisi, assumerebbero un valore operativo evidente.

Dalla Yantar ai sommergibili del Gugi

Nel gennaio 2025 il ministro della Difesa britannico definì pubblicamente la Yantar una nave spia impiegata per “raccogliere intelligence e mappare le infrastrutture sottomarine critiche” del Regno Unito. La Royal Navy dispiegò HMS Somerset e HMS Tyne per seguirla, dopo che la nave era già stata osservata mentre sostava sopra infrastrutture sensibili britanniche.

La sequenza si è allargata nel 2026. Lo scorso aprile il governo britannico ha reso pubblica un’operazione condotta con gli alleati per seguire nel Nord Atlantico un sottomarino classe Akula e due unità specializzate appartenenti al Gugi, la Direzione principale russa per la ricerca in acque profonde. Secondo il Ministero della Difesa britannico, queste ultime sono specificamente progettate per esaminare le infrastrutture sottomarine in tempo di pace e conservare la capacità di colpirle in caso di conflitto, estendendo così la raccolta informativa a piattaforme commerciali apparentemente ordinarie. È una modalità coerente con una competizione sotto soglia nella quale la distinzione fra attività economica, sorveglianza e preparazione militare può essere deliberatamente mantenuta ambigua.

Londra cambia le regole

La coincidenza temporale è significativa. Il 22 ottobre, il governo britannico ha presentato un Libro bianco per aggiornare una normativa che in parte risale al Submarine Telegraph Act del 1885. Le nuove proposte prevedono fino a quattordici anni di carcere per il danneggiamento intenzionale delle infrastrutture sottomarine critiche, dieci anni per condotte imprudenti e sanzioni pecuniarie senza un limite massimo. Il governo vuole inoltre imporre nuovi obblighi di sicurezza agli operatori delle telecomunicazioni e attribuirsi poteri di intervento diretto quando sia in gioco la sicurezza nazionale.

Questo perché circa il 99 per cento del traffico internazionale di dati britannico passa attraverso cavi sottomarini; le pipeline sotto il mare assicurano inoltre circa tre quarti delle forniture di gas del Paese. Così, l’infrastruttura è divenuta tanto cruciale quanto difficilmente ma necessariamente difendibile, perno della sicurezza economica e nazionale di Londra.

La rete di Kyiv dentro la Russia. Cosa raccontano alla Bbc i sabotatori anti-Putin

20 October 2026 at 07:53

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti sui più disparati fronti e un racconto raccolto dalla Bbc offre uno sguardo su uno dei suoi versanti più inosservati, quello delle reti clandestine che operano all’interno della Federazione Russa per conto dell’intelligence di Kyiv.

Nel documentario Shadowmen: Russians working with Ukraine, due cittadini russi – indicati con gli pseudonimi di “Ivan” e “Foma” – descrivono le attività che sostengono di svolgere a favore del Gur, il servizio d’intelligence militare ucraino, il quale ha confermato alla Bbc che entrambi lavorano per l’agenzia.

Ricognizione prima dei droni

Ivan sostiene di aver partecipato alla preparazione di operazioni contro infrastrutture militari russe, effettuando ricognizioni, individuando siti e predisponendo luoghi nei quali nascondere componenti destinati ai droni e altro materiale.

Secondo il suo racconto, queste attività avrebbero contribuito alla capacità ucraina di portare la minaccia direttamente in profondità sul territorio russo, contro bombardieri strategici, installazioni militari e strutture della produzione bellica. In un’occasione, racconta, sarebbe stato fermato per un controllo mentre trasportava esplosivi artigianali senza essere scoperto. La struttura operativa descritta è deliberatamente frammentata: pochi contatti, nessuna organizzazione visibile e conoscenza limitata degli altri partecipanti. Più che una tradizionale rete gerarchica, emerge infatti un sistema costruito secondo criteri di compartimentazione, nel quale la perdita di un singolo operatore dovrebbe compromettere il minor numero possibile di nodi. Una configurazione particolarmente adatta a un territorio nel quale gli apparati di sicurezza russi dispongono di capacità estese di sorveglianza e controspionaggio.

La Bbc sottolinea inoltre un elemento che conferisce interesse alla testimonianza di Ivan, senza tuttavia provarne tutte le affermazioni. Più di un anno prima del grande attacco ucraino condotto con oltre cento droni contro aeroporti che ospitavano bombardieri strategici russi, l’uomo aveva anticipato al giornalista l’esistenza di un’operazione di grandi dimensioni contro quella componente delle forze russe, senza indicarne né il luogo né la data.

Gli uomini sotto osservazione

Diverso è il ruolo attribuito a Foma. Russo, residente in esilio in Polonia, sostiene di gestire a distanza una rete di collaboratori incaricati soprattutto di attività di sorveglianza con l’obietttivo di raccogliere informazioni su ufficiali e personalità militari russe che possono risultare di interesse per il Gur.

Foma afferma che i suoi collaboratori non partecipano materialmente agli attacchi e che il loro compito termina con la raccolta e la trasmissione delle informazioni. Dopo l’eliminazione a Mosca del tenente generale Fanil Sarvarov, nel dicembre 2025, ha però riconosciuto di avere fornito informazioni sull’ufficiale agli ucraini, raccontando le difficoltà incontrate nel seguirne spostamenti e abitudini. Anche in questo caso, la Bbc chiarisce che Foma non aveva comunicato preventivamente ai giornalisti l’esistenza di un piano per colpire il generale.

Una rete difficile da misurare

Più difficile è stabilire la dimensione reale di questa infrastruttura umana. Foma parla di 300-500 cittadini russi coinvolti, a vario titolo, in attività a favore dell’Ucraina. Più rilevante del numero esatto è la logica operativa che emerge dalle testimonianze: reti ridotte, comunicazioni limitate, ricorso a operatori ideologicamente motivati ma anche, in altri casi, a persone pagate o persino inconsapevoli del ruolo svolto. Un autotrasportatore, per esempio, può contribuire a un’operazione senza sapere che il proprio carico è stato manipolato.

È il modello di una guerra nella quale la distanza tra fronte e retrovia è diventata progressivamente meno netta. Droni a lungo raggio e capacità clandestine non rappresentano due strumenti distinti, ma possono essere parti dello stesso ciclo operativo: intelligence sul terreno, preparazione logistica, selezione dell’obiettivo e attacco. Elementi che permettono a Kyiv di trasformare la profondità strategica russa in uno spazio contendibile, combinando tecnologia, intelligence e piccoli nuclei difficili da individuare.

Intelligence e targeting, così l’Iran sostiene gli Houthi. La ricostruzione del Wsj

19 October 2026 at 09:45

Il sostegno iraniano agli Houthi avrebbe assunto una dimensione sempre più direttamente operativa, andando più a fondo dei trasferimenti di sistemi d’arma, componenti e know-how, ma anche di informazioni di intelligence e di assistenza nell’individuazione degli obiettivi da colpire con missili e droni. È quanto ricostruisce il Wall Street Journal, che sottolinea come l’assistenza iraniana comprenderebbe addestramento, intelligence, indicazioni tattiche e supporto al targeting. Insomma, un insieme di capacità che avrebbe contribuito a rendere più sofisticata l’attuale campagna militare degli Houthi, sia all’interno dello Yemen sia contro obiettivi sauditi. Il gruppo ha colpito negli ultimi giorni aeroporti, infrastrutture energetiche e altri obiettivi nel Regno, mentre la pressione militare si è accompagnata a nuove avanzate sul terreno.

È quest’ultimo elemento a rendere particolarmente significativa la ricostruzione del Journal. Il rapporto tra Teheran e gli Houthi è da tempo uno degli assi della proiezione iraniana nella Penisola arabica, ma la disponibilità di informazioni necessarie a selezionare e ingaggiare gli obiettivi rappresenta un livello di cooperazione diverso rispetto alla sola fornitura di armamenti. Se il quadro delineato dalle intelligence saudita e yemenita fosse confermato nella sua interezza, l’Iran emergerebbe non soltanto come abilitatore materiale delle capacità Houthi, ma come moltiplicatore della loro efficacia operativa.

Ciò non significa, tuttavia, ridurre gli Houthi a una semplice estensione gerarchica di Teheran. Il movimento yemenita conserva una propria agenda politica, territoriale e militare e negli anni ha sviluppato capacità autonome. È proprio la combinazione tra autonomia locale e sostegno esterno a rendere il rapporto con l’Iran particolarmente efficace: Teheran può amplificare le capacità di un attore radicato sul territorio senza assumersi necessariamente la responsabilità politica e militare diretta delle sue operazioni. Una configurazione che resta coerente con la logica più ampia attraverso cui l’Iran ha costruito la propria rete regionale di partner armati.

Il terreno sul quale questa cooperazione assume oggi maggiore rilevanza è il Bab el-Mandeb. Il Wall Street Journal sottolinea come le recenti avanzate abbiano portato gli Houthi a controllare la costa yemenita affacciata sullo stretto, passaggio essenziale tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden e uno dei principali chokepoint del commercio mondiale. Reuters aveva già riferito all’inizio di ottobre dei preparativi sauditi per un’offensiva volta proprio a ridimensionare il controllo Houthi lungo questo corridoio, con forze yemenite sostenute da raid e intelligence di Riad.

Gli Houthi hanno dimostrato di poter trasferire la competizione direttamente sul territorio saudita, colpendo infrastrutture la cui rilevanza è insieme economica e politica. Gli attacchi contro gli aeroporti sauditi e quello contro una struttura di Saudi Aramco a Dhahran hanno nuovamente mostrato quanto sia difficile proteggere simultaneamente una rete di obiettivi distribuita su un territorio vastissimo da minacce relativamente economiche e impiegabili in numero elevato.

Per Riad la sfida è dunque duplice. Sul piano militare, occorre impedire agli Houthi di consolidare una capacità di interdizione permanente sul Mar Rosso e di mantenere una pressione missilistica e attraverso droni contro il territorio saudita. Sul piano strategico, invece, la questione riguarda direttamente la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dei collegamenti internazionali e, più in generale, l’immagine di stabilità sulla quale Mohammed bin Salman ha costruito una parte consistente della trasformazione economica del Regno.

La ricostruzione del Wall Street Journal aggiunge a questo quadro una variabile decisiva. Il valore dell’assistenza iraniana non risiederebbe soltanto nella quantità di armi trasferite agli Houthi, ma nella capacità di aumentarne precisione, consapevolezza situazionale e selezione degli obiettivi.

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