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Lula rieletto, frenata la strategia di Trump per l’America Latina

Luiz Inácio Lula da Silva torna a fare la storia. Il presidente brasiliano conquista un nuovo mandato con 64,2 milioni di voti, oltre 4,4 milioni in più rispetto al neoliberista Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Una rimonta clamorosa: dopo aver chiuso il primo turno in svantaggio di 2,2 milioni di voti, Lula ha ribaltato il risultato mobilitando elettori assenti, conquistando consensi tra i sostenitori dei candidati eliminati e sfruttando gli errori di un avversario che sembrava già sentirsi presidente. Flávio ha sottovalutato la partita, concentrandosi sulla distribuzione degli incarichi e sulle trattative con gli ambienti economici mentre Lula intensificava la campagna sul territorio. Le promesse di amnistia e di rivalsa contro la sinistra hanno inoltre allontanato una parte dell’elettorato moderato.

Gli endorsement dei candidati esclusi, come dimostra il risultato, non si traducono automaticamente nel trasferimento dei voti. Sconfitto alle urne, il senatore di estrema destra ha annunciato che chiederà l’annullamento del ballottaggio, contestando la decisione di prolungare di due ore le operazioni di voto. Una contestazione che, stando alle valutazioni riportate dalla stampa brasiliana, avrebbe poche possibilità di successo: dopo le 17 sarebbero stati registrati appena 35.521 voti aggiuntivi, un numero marginale rispetto al divario finale. La strategia richiama quella del padre, che nel 2022 contestò la vittoria di Lula e fu successivamente condannato per il tentativo di colpo di Stato del gennaio 2023. Ma la portata della vittoria va ben oltre gli equilibri interni brasiliani.

Per Donald Trump, che punta a rilanciare la Dottrina Monroe e a consolidare un blocco di governi allineati agli interessi statunitensi, il risultato rappresenta una battuta d’arresto strategica. Dopo gli spostamenti a destra registrati in diversi Paesi della regione, Washington vede sfumare la possibilità di incorporare nel proprio schieramento la maggiore economia latinoamericana. L’amministrazione Trump aveva già esercitato pressioni su Brasilia attraverso dazi, iniziative commerciali e misure diplomatiche. Flávio, dal canto suo, aveva manifestato la volontà di aderire allo “Scudo delle Americhe”, l’iniziativa statunitense presentata come strumento contro il narcotraffico, ma funzionale soprattutto al rafforzamento dell’influenza di Washington nella regione. La vittoria di Lula riafferma invece l’autonomia del Brasile e ostacola il progetto di ridurre l’America Latina a una retrovia geopolitica degli Stati Uniti. Un obiettivo tanto più importante per Washington in una fase in cui la crescente presenza economica della Cina nel continente rappresenta un ulteriore terreno di competizione.

Come ha sottolineato Lula nel suo discorso, il Brasile non accetta di essere il cortile di casa di nessuno. La sua rielezione, insieme alla presidenza messicana di Claudia Sheinbaum, conferma che la svolta conservatrice regionale non è irreversibile. E mostra anche il limite di una strategia statunitense fondata sulle interferenze e sulle affinità ideologiche: tentare di condizionare le scelte sovrane dei Paesi latinoamericani può finire per rafforzare proprio quelle forze che Washington vorrebbe marginalizzare.

I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all'Onu che hanno fatto la storia

 

 

L'11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un'aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.

Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell'Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l'idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.

Nella delegazione statunitense l'ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest'uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l'impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile

Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.

 - Signor Presidente, illustri delegati delle Nazioni Unite del mondo... vengo qui a nome del popolo cubano, una piccola nazione che ha avuto il coraggio di difendere il suo diritto alla indipendenza e alla sovranità contro l'impero più potente che la storia dell'umanità abbia mai conosicuto.

Il Che andò dritto al punto. Ricordò che appena un paio di anni prima Cuba era una semicolonia. Lo zucchero, la terra, le industrie erano tutte nelle mani di corporazioni straniere. Il popolo viveva nella miseria mentre pochi si arricchivano con le sue risorse. Intanto nella delegazione statunitense la tensione saliva. Ogni frase era un'accusa con nome e cognome.

 - Il popolo cubano ha detto Basta. Si è ribellato e si è ripreso la sua dignità. Abbiamo cacciato dal nostro Paese gli sfruttatori. Abbiamo ridistribuito la terra tra i contadini che la coltivavano. Abbiamo nazionalizzato industrie che per decenni avevano dissanguato la nostra economia. E quando ci siamo permessi di agire come una nazione sovrana gli Stati Uniti hanno scatenato una campagna di aggressione che non ha precedenti nella storia moderna.

Il Che cominciò a elencare: l'embargo economico, la Baia dei Porci, gli attentati, i sabotaggi, la pressione diplomatica per isolare Cuba.

I delegati di Africa e Asia annuivano con una partecipazione che non aveva bisogno di spiegazioni. Anche loro conoscevano bene quella storia: cambiare bandiera non significa cambiare padrone. E il Che lo sapeva. Per questo quando disse che Cuba non aveva mai invaso Paesi lontani né possedeva basi militari in terriotri stranieri, non lo disse come atto di difesa ma come fosse uno specchio.

Fu allora che successe l'impensabile.

Dalla delegazione statunitense, si alzò una voce. Thomas Mann, sottosegretario degli affari in America latina, si alzò in piedi con il volto paonazzo per la indignazione e gridò: “Lei è un terrorista comunista”.

Nel salone dell'Onu piombò un silenzio assordante. 193 delegazioni si girarono verso quella statunitense. Insieme ai giornalisti. Anche gli interpreti si fermarono. L'atmosfera si era fatta troppo pesante per tradurre un affronto senza precedenti

Il mondo intero – collegato per radio e televisione – rimase con il fiato sospeso aspettando la reazione del Che.

Così arrivò la prima sorpresa: il Che non si alterò. Non si mise a urlare. Non abbandò il podio. Non restituì il colpo con un altro colpo. Sorrise.

Un sorriso sereno, quasi paterno, come quello di un maestro che ascolta la domanda ingenua di un alunno impaziente. Quel gesto così semplice, ridimensionò il colpo di scena. Il Che rimase in silenzio per un istante. E quando cominciò a parlare, lo fece con una calma molto più potente della potenza di un urlo.

- Grazie signor rappresentante del governo degli Stati Uniti, per questo intervento così eloquiente.

- Lei ha appena dimostrato molto meglio di quanto io avrei potuto fare, quale sia il problema fondamentale nelle relazioni tra Usa e America latina. Lei non riesce ad accettare che qualcuno che non si sottometta ai dettami di Washington possa avere voce nelle questioni che riguardano il mondo.

E senza perdere la calma trasformò il tono dell'insulto in una domanda pungente.

-Lei dice che io sono un terrorista. Mi permetta di chiederle: Chi ha lanciato più bombe nella storia? Chi possiede più basi militari in terra straniera? Chi ha rovesciato più governi democratici? Chi ha ucciso più civili innocenti in nome della libertà?

I primi applausi arrivarono timidamente dalla delegazione dell'Algeria. Poi il Gana. Poi Indonesia, Egitto. E come la fiamma che si espande con l'ossigeno l'applauso comiciò a crescere.

Ma il Che non si fermò. Non stava improvvisando per esibizionismo. Stava articolando una risposta che portava il peso di anni.

-Lei mi chiama terrorista perché ho difeso con le armi la sovranità del mio Paese di adozione. Perché abbiamo lottato contro una dittatura militare che torturava e uccideva. Perché ci siamo rifiutati di essere una colonia economica.

Mi permetta di ricordarle un po' di storia. Come si chiamerebbero oggi George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin se avessero perso la guerra d'indipendenza contro l'impero britannico? Si chiamerebbero terroristi. Insurrezionalisti. Traditori dell'ordine precostituito.

L'impatto fu immediato. Non era solo una equiparazione. Era uno specchio perfetto. Il Che aveva usato il mito fondativo degli Stati Uniti e lo aveva usato come arma morale. Molti delegati si alzarono in piedi per applaudire. Quella frase conteneva una scomoda verità che la diplomazia poche volte si era permessa di citare pubblicamente: il vincitore viene definito dalla storia “liberatore”, lo sconfitto “terrorista”.

-La differenza signor Mann- è che noi abbiamo vinto la nostra rivoluzione. E voi non ci potete perdonare per avere dimostrato che il gigante può essere sconfitto.

L'applauso crebbe come un'onda. Alcuni delegati erano già in piedi. La sala vibrava.

Il Che respirò profondamente e cominciò a parlare questa volta senza chiedere permesso.

-Lei dice “comunista” come se fosse un'accusa. Sì, io sono comunista. Credo che le risorse di una nazione debbano migliorare la qualità della vita del popolo di quella nazione e non arricchiere le corporazioni straniere. Credo che la educazione e la salute siano diritti umani e non privilegi. Credo che ogni essere umano meriti di vivere con dignità, senza distinzione per il colore della sua pelle o per il valore del suo conto in banca. Se questo significa essere comunista allora io sono orgoglioso di esserlo.

Chi vi ha dato licenza di essere difensori della libertà? Di appoggiare dittature come quella di Batista? Mantenere tiranni nel continente? Destituire governi democraticamente eletti? Mantenere la povertà su milioni di persone per garantirvi mano d'opera a basso costo?

Thoma Mann era sempre più rigido, il viso sempre più paonazzo. L'insulto gli si era ritorto contro. Come un boomerang.

Il Che era calmo e fermo.

-Io non sono un terrorista, signor Mann. Sono un rivoluzionario. E la differenza è fondamentale. Il terrorista semina panico e morte per perpetrare le ingiustizie. Il rivoluzionario lotta contro le ingiustizie per costruire un mondo migliore. Non lottiamo per distruggere, ma per costruire. Non lottiamo per odio, ma per amore. Amore per la giustizia, per la dignità umana, amore per la indipendenza dei popoli.

-Se questo è terrorismo allora Simon Bolivar è stato un terrorista. José de San Martin era terrorista. Benito Juarez era un terrorista. José Martì era un terrorista. Tutti coloro che hanno lottato per la indipendenza sono stati dei terroristi.

L'ovazione generale invase la sala delle Nazioni Unite. Non era più un timido applauso. Tutte le delegazioni si alzarono in piedi. Persino alcuni rappresentanti europei, che raramente si emozionano in pubblico, applaudirono. I giornalisti scrivevano in modo frenetico, sapendo che quelle parole avrrebbero fatto il giro del mondo più di qualunque altro comunicato ufficiale.

Il Che alzò la mano per chiedere il silenzio.

-La ringrazio per la sua interruzione- disse guardando verso la delegazione Usa- perché mi ha dato la possibilità di dire qualcosa di fondamentale: le vostre minacce non ci intimidiscono. Non ci piegheremo di fronte alle vostre pressioni economiche, non ci sottometteremo ai vostri dettami politici. Abbiamo imparato qualcosa che voi non potete comprendere: la dignità di un popolo vale più di tutte le comodità materiali del mondo. E' meglio essere poveri e liberi che ricchi e schiavi. E' meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.

L'ovazione fu interminabile. Durò più di 10 minuti. Dieci minuti in cui un intero edificio tremò per gli applausi. Come se l'Onu per un istante ricordasse perché esiste, al di là dei protocolli.

Quando il Che terminò e abbandonò il podio, lo fece a testa alta con la serenità di chi sa che ha trasformato un attacco in un trionfo. Mann rimase seduto come una statua, vittima della sua stessa furia. Settimane più tardi fu allontanato in modo discreto. Ma  il danno era ormai fatto

Quella notte, i giornali di tutto il mondo parlarono dei “cinque minuti che cambiarono la diplomazia”.

Effettivamente cambiarono qualcosa. Per la prima volta molti uomini e donne non cubane ascoltarono la rivoluzione non come uno slogan ma come una parola piena di dignità. Milioni, in Africa, in Asia, e in America latina, videro in quella risposta una prova del fatto che è possibile guardare il potente negli occhi senza abbassare la testa. Che l'insulto può diventare un'arma se il tuo carattere è più forte del tuo orgoglio ferito. Perché ci sono trionfi che non si ottengono con la forza ma con la dignità.

Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher

 

di Agata Iacono

 

Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.

Perché è rassicurante?

Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.

Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
 
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
 
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.

Sono scesi in piazza in decine di migliaia e non sono stati mai ascoltati. Anzi: si sono trovati davanti un muro, Valditara ha impedito che nelle scuole si parlasse di Palestina, i pochi docenti che hanno organizzato confronti e dibattiti con Francesca Albanese o Moni Ovadia e Ilan Pappè sono stati sottoposti a pesanti sanzioni disciplinari.

Questi ragazzi ci sono sempre stati ma si è sempre pensato esclusivamente a reprimerli o a inquadrarli sotto una sigla. E ad un certo punto hanno capito che avrebbero dovuto costruire loro una alternativa, che il futuro è loro e che solo loro possono prenderlo in mano.

Le manifestazioni in Francia e in Spagna, in tutta Europa, certamente, hanno accelerato questo processo. Ma con una consapevolezza politica più elaborata, che unisce il rifiuto di diventare carne da cannone alla drammatica consapevolezza di non avere più il diritto di studiare, di abitare, di curarsi, di mangiare, di avere una qualsiasi prospettiva futura.

Lo chiamano disagio come se fosse una categoria psicosociale. Non è disagio, è presa di coscienza. È il tentativo di poter incidere, di cambiare il sistema, di essere ascoltati.

E qui entra in ballo Yussef.

Le piazze del 17 ottobre erano state convocate da una sigla "Italia in piazza", non meglio identificata. In contrasto con questi promotori, occorreva fare un tentativo: quello di canalizzare la rabbia, creare un minimo di coordinamento, immettere contenuti politici. Avrebbero potuto farlo le varie siglie extraparlamentari o i partiti di opposizione parlamentare. Ma se ne sono guardati bene, condannando le vetrine rotte o scegliendo un approccio paternalistico, sono scappati, li hanno lasciati soli.

Cosa ha fatto Youssef?
 
Ha semplicemente cercato di sopperire a questa vergognosa implosione di generale incapacità e codardia, offrendo uno strumento di condivisione. Ha creato una chat telegram, aperta a tutti, e un canale Istagram, col nome "Movimento 17 ottobre". Ma lo ha fatto dopo il 17 ottobre e con lo scopo di offrire un metodo, seppure ingenuo e infiltrabile, di confronto e condivisione.

Ho seguito il canale telegram fin dall'inizio, cercando di capire meglio. Inizialmente il dialogo sembrava abbastanza confuso, era evidente la presa di distanza dai promotori delle piazze del 17 ottobre (considerati traditori), si implementavano metodi per individuare ed espellere gli infiltrati. Ricordo che un membro scrisse: "io ho un'arma". Lo individuarono come poliziotto provocatore e lo cacciarono. Si chiedevano come difendersi da infiltrazioni, come contattare eventuali avvocati  e non ho mai letto nessuno che invitasse alla violenza gratuita.
 
Al massimo, nel dibattito serrato, alcuni sostenevano che il 17 ottobre a Milano aveva rappresentato l'unico disperato modo per farsi prendere in considerazione. Ha prevalso sempre, invece, una moderazione dell'amministratore che invitava sempre alla calma, a darsi obiettivi, a coordinarsi.
 
Si raccomandava di non coprirsi il volto, di non cadere in provocazioni. C'era pure un simpatico vademecum di come difendersi dal lancio di lacrimogeni (manuale che gira dal 1970 praticamente uguale) e numeri di avvocati da contattare gratuitamente in caso di fermo o di percosse. Ma le infiltrazioni erano troppe: le piazze indicate da ciascuna città rischiavano di rivelarsi un cul-de-sac pericolosissimo.
 
Il canale telegram generale ha dato la possibilità a ciascun membro di aprire un sottogruppo territoriale, per città. Quindi gli adm hanno chiuso tutte le chat annullando le piazze previste per sabato 24, annunciando che sarebbero stati individuati in ogni città 3 punti di convergenza che sarebbero stati resi noti all'ultimo momento.

Questo è il comunicato N.2 ancora visibile su Istagram:

https://www.instagram.com/p/De1nxn6iDRN/?img_index=7&xtok=anFic2Ezc2p5MTlo


Ma alle 14.30 di sabato 24 Youssef era già stato fermato. Se fosse stato il leader, la guida, la "mente", ci sarebbe stata una reazione di immobilità o di rabbia.

Invece in tutte le città i ragazzi si sono mossi autonomamente senza aspettare indicazioni. E non hanno rotto vetrine... Quindi non hanno avuto indicazioni prima del 17 ottobre e neppure prima del 24 ottobre.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente" del “Movimento 17 Ottobre” la pagina Instagram l'avrebbe aperta prima, invece  risulta aperta solamente dopo.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente", la chat telegram sarebbe dovuta esistere già il 17 ottobre, invece è stata aperta dopo.

Se Youssef Siher avesse mai avuto davvero una qualche influenza sul Movimento 17 ottobre, il 24 ottobre i ragazzi non sarebbero scesi autonomamente nelle piazze di tutta l'Italia.

Se Youssef Siher, che lavora per Mercor, (è quindi un esperto internazionale di AI), avesse veramente avuto qualcosa da nascondere avrebbe semplicemente cambiato IP o creato un tunnel VPN per non farsi individuare a casa sua da una banalissima ricerca della Polizia Postale.

Se Youssef Siher si fosse chiamato David o Moshè, avesse avuto le treccine e la kippah e avesse incitato ad uccidere bambini palestinesi, sarebbe stato protetto e esaltato.

Ma per affermare l'ovvio ci vorrebbe una stampa libera e indipendente, non islamofoba e sionista. E soprattutto ci vorrebbe una classe politica seria.

Kiev vuole fare causa a Google perché non censura la lingua russa

 

Il "difensore civico" per la lingua ucraina, Elena Ivanovskaya, ha accusato Google di non fare abbastanza per promuovere la lingua nazionale "nell’ambiente digitale globale". "Il motore di ricerca del colosso tecnologico statunitense fornisce spesso risultati in russo agli ucraini anche quando le ricerche vengono digitate in ucraino", ha dichiarato ad un media ucraino.

In un’intervista al sito Censor.net, l'Ombusdam ucraino ha dichiarato che il suo ufficio ha presentato un reclamo formale a Google riguardo ai suoi algoritmi di ricerca. «Ad esempio, quando un utente inserisce una query di ricerca in ucraino, il sistema restituisce risultati in russo – esclusivamente a causa della posizione geografica dell’utente», ha affermato, aggiungendo che il suo ufficio ha chiesto all’azienda di risolvere la presunta mancanza di «accuratezza dei propri algoritmi dei risultati di ricerca»

E' noto come il regime di Kiev abbia imposto la repressione della lingua russa ad uno dei suoi primi punti dell'agenda politica dopo il golpe di Maidan del 2014. L’ex presidente ucraino Pyotr Poroshenko ha introdotto nel 2016 restrizioni all’importazione di libri dalla Russia e dalla Bielorussia, che nel 2023 sono diventate un divieto totale. Kiev ha inoltre eliminato la letteratura russa dai programmi scolastici statali e ha sistematicamente rimosso monumenti culturali, memoriali e iscrizioni per cancellare i legami storici con la Russia. Mosca ha ripetutamente denunciato le misure discriminatorie come “censura russofobica”, avvertendo che i tentativi di “cancellare” la cultura russa sono destinati a fallire.

Le autorità ucraine hanno vietato, inoltre, l’uso di qualsiasi lingua diversa dall’ucraino nella sfera pubblica. Le violazioni possono comportare sanzioni amministrative fino a 270 dollari. Ivanovskaya aveva già suggerito in precedenza di aumentare di dieci volte le sanzioni e aveva chiesto ai bambini e ai genitori di lingua russa di usare l’ucraino durante le pause e nelle conversazioni con gli insegnanti, sostenendo che entrambe le situazioni rientrano nella «norma sulla sfera pubblica» e potrebbero essere punite con sanzioni.

Nonostante la campagna di persecuzione, il russo rimane ampiamente utilizzato in Ucraina. Secondo i dati dei sondaggi ucraini, ben il 46% dei cittadini del Paese parlava russo nella vita quotidiana prima che il conflitto si intensificasse nel 2022. Un altro sondaggio dello scorso anno ha mostrato che il numero di persone di lingua russa era sceso al 30% da quando quattro ex territori ucraini, tra cui le repubbliche del Donbass e le regioni di Kherson e Zaporozhye, si sono formalmente uniti alla Russia dopo una serie di referendum. La ministra della Cultura ucraina Tatyana Berezhnaya ha affermato all’inizio di quest’anno che il 71% degli ucraini fruisce regolarmente di contenuti in lingua russa, con quasi un quarto che lo fa ogni giorno.

Le prime parole di Lula dopo la rielezione

 

All'età di 80 anni, Luiz Inácio Lula da Silva segna una nuova pietra miliare nella storia dell'America Latina, conquistando per la quarta volta la presidenza del Brasile. La vittoria dell'ex sindacalista giunge al termine di una giornata carica di tensione: dopo un iniziale e temporaneo vantaggio del candidato dell'estrema destra Flávio Bolsonaro nelle prime fasi dello spoglio, la tendenza si è perentoriamente invertita con il progredire delle rilevazioni nei territori chiave. I dati definitivi della Corte Elettorale Superiore (TSE), a sezioni saturate al 100%, confermano il trionfo di Lula con il 51,79% delle preferenze (64.256.232 voti) contro il 48,21% dell'avversario (59.826.041 voti).

Con questo risultato, il leader del Partito dei Lavoratori (PT) compie un'impresa senza precedenti. Non solo ha ribaltare l'esito del primo turno del 4 ottobre — in cui Bolsonaro si era imposto con il 47,03% contro il 45,16% di Lula —, ma ha infranto la cosiddetta "maledizione del primo turno". Dal ripristino delle istituzioni democratiche nel 1989, infatti, nessun candidato arrivato secondo alla prima tornata era mai riuscito a capovolgere il verdetto al ballottaggio.

Il discorso della vittoria: "Non saremo il cortile di casa di nessuno"

Intervenendo il 25 ottobre di fronte a una folla oceanica in Avenida Paulista, un Lula visibilmente commosso ha rivolto il suo primo pensiero al Paese reale: "Voglio ringraziare il popolo brasiliano per la sua generosità" ha esordito, spendendo parole di profonda gratitudine per i giovani che "sono scesi in piazza per difendere la democrazia".

Nel tracciare il bilancio del durissimo scontro politico, il presidente rieletto ha attaccato frontalmente i metodi e la retorica della compagine avversaria: "Queste elezioni sono state una sconfitta per il negazionismo, una sconfitta per le menzogne. E confesso che ogni volta che andavo al dibattito mi sentivo a disagio. Ho partecipato a molti dibattiti, ho affrontato molte elezioni, mi incontro ogni anno con il G20, i BRICS, il G7... ma non avrei mai pensato di incontrare un vero rappresentante dei militanti in questo Paese. Non avrei mai immaginato che una persona potesse mentire così tanto, con una tale sfacciataggine, come se non avesse un briciolo di umanità dentro di sé".

Richiamando la straordinaria partecipazione di piazza, Lula ha poi scandito le parole cardine della sua visione sovrana: "Quello che ho visto in questo secondo turno elettorale, in tutti gli stati brasiliani, e quello che ho visto in Avenida Paulista, è qualcosa che non credo si sia mai visto prima, non solo per il numero di persone, ma per il loro entusiasmo. Che la nostra patria sia libera, o moriremo per il Brasile. Il nostro Paese non sarà il cortile di casa di nessuno".

Sovranità tecnologica, coesione sociale e il ruolo della democrazia

Sul piano interno, il capo di Stato ha subito voluto lanciare un segnale di distensione istituzionale e ricomposizione sociale: "Ancora una volta, voglio dirvi che, avendo vinto le elezioni, non abbiamo più avversari: devo governare per milioni di brasiliani, di tutte le età". Un messaggio accompagnato da un preciso impegno sul piano della laicità e dell'inclusione: "Tutte le religioni saranno rispettate allo stesso modo; non ho preferenze per nessuna religione in particolare".

Interrogandosi sulle radici del profondo legame con le masse popolari, il leader ha poi affidato alla platea una riflessione dal forte afflato spirituale ed etico: "Ci sono tantissime persone con più titoli di studio di me. Ci sono tantissime persone che hanno già letto più libri di me. Ci sono tantissime persone che hanno già studiato più di me. E perché? Perché Dio mi ha scelto". Tra i pilastri programmatici immediati, il presidente ha posto la giustizia sociale e il riscatto delle giovani generazioni, annunciando: "Renderemo universale l'istruzione a tempo pieno, fino al liceo incluso".

Particolarmente incisivo è stato il passaggio dedicato alla battaglia mediatica e alla sovranità industriale. Lula ha sottolineato la necessità di contrastare la disinformazione coordinata da centri di potere esterni, ringraziando l'operato del deputato André Janones e invocando norme stringenti: "Ciò che ha davvero determinato la vittoria in queste elezioni è stata una competizione in cui abbiamo dovuto superare le interferenze provenienti dall'esterno, attraverso le piattaforme digitali. E dovremo regolamentarle. È inaccettabile che non ci rendiamo conto che i crimini nel mondo digitale devono essere trattati allo stesso modo dei crimini nella vita reale".

Nello stesso solco si inserisce lo schiaffo geopolitico diretto a Washington e all'amministrazione Trump, che aveva apertamente sostenuto la fazione bolsonarista minacciando dazi ritorsivi: "Non voglio dipendere dall'intelligenza artificiale americana, voglio creare un'intelligenza artificiale brasiliana", ha ribadito Lula, rivendicando l'autonomia dello sviluppo scientifico sudamericano.

Il trionfo ha subito raccolto le calorose congratulazioni dei principali leader del campo progressista regionale: dalla presidente messicana Claudia Sheinbaum ("Viva la democrazia! Il popolo brasiliano ha vinto. Congratulazioni, presidente Lula!") al presidente cubano Miguel Díaz-Canel e al capo di Stato paraguaiano Santiago Peña.

L'epopea del metalmeccanico: dalle lotte sindacali al nuovo ordine multipolare

La quarta affermazione al Palazzo del Planalto rappresenta il punto d'arrivo di una traiettoria umana ed epica senza eguali. Nato nella povertà materiale del Pernambuco e costretto al lavoro infantile prima come lustrascarpe e poi nell'industria metallurgica di San Paolo — dove perse il mignolo sinistro in un incidente sul lavoro a 18 anni —, Lula ha temprato il proprio leadership negli anni della dittatura militare. Dalla guida dei grandi scioperi degli anni '70 alla fondazione del Partito dei Lavoratori nel 1980, il suo percorso ha incarnato la presa di coscienza delle classi lavoratrici brasiliane.

Dopo tre sconfitte consecutive alle presidenziali (1989, 1994, 1998), la svolta del 2002 aprì una stagione straordinaria di riscatto sociale, eradicazione della povertà ed espansione industriale, interrotta solo dal controverso utilizzo dello strumento giudiziario (lawfare) e dal mega-scandalo Odebrecht, che portò alla sua ingiusta carcerazione prima del pieno proscioglimento. Tornato sulla scena pubblica per sconfiggere Jair Bolsonaro nel 2022 e superato il tentativo eversivo del gennaio 2023, l'ottantenne leader riscatta decenni di battaglie, consolidando il Brasile come attore centrale dei BRICS e del nuovo ordine multipolare.

 

Il folle piano dell'UE per prolungare la guerra

 

Mentre Washington e Mosca preparano i negoziati scavalcando Bruxelles, le élite europee e i signori della guerra foraggiano Zelensky pur di prolungare il massacro in Ucraina

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

25 ottobre. Due civili uccisi e tredici feriti per i raid ucraini su Belgorod; un civile ucciso nella regione di Orël e altri attacchi sulla Crimea. Massiccio bersagliamento del distretto industriale di Omsk e dei suoi impianti petrolchimici: 2.500 km in linea d'aria da Khar'kov, il che fa sospettare, insinua Serghej Val'cenko su Moskovskij Komsomolets, del coinvolgimento di qualche paese territorialmente molto più vicino all'obbiettivo dell'attacco ucraino. Ecco dunque come il ritorno in piena efficienza di Starlink ha segnato la presunta disponibilità di Vladimir Zelenskij alla trattativa, prima ancora che questa iniziasse. Zelenskij ha ringraziato Trump per Starlink e ha chiesto di nuovo missili antiaerei. Se Trump avesse davvero voluto una pace duratura in Ucraina, commenta Val'cenko, disattivando Starshield avrebbe costretto Zelenskij a fare la scelta giusta. A proposito del raid su Omsk, Julija Vitjazyeva scrive: «Qualcuno crede davvero che negoziati o accordi possano por fine a tutto questo? Solo quando l'Ucraina cesserà di esistere nella sua forma attuale potremo finalmente vivere e dormire sonni tranquilli». Appunto: nella sua forma attuale, cioè di stato nazista, schiavista nei confronti del proprio popolo e piazzaforte aggressiva per le mire euroatlantiste. Questo, tanto per chiarire la questione e mettere al loro posto le chiacchiere su una presunta “febbre anti-ucraina” che ammorberebbe, dicono, da sempre, la società russa.

La conclusione principale, dice Val'cenko, è che Zelenskij non ha bisogno della pace: lo ha spiegato bene, in lingua russa, il suo ex finanziatore e benefattore, l'oligarca Igor Kolomojskij: con la pace, in un paese devastato, senza aiuti occidentali e con i veterani che tornano a casa, Zelenskij non durerebbe a lungo.

E mentre Donald Trump, in relazione alla visita in Russia, la scorsa settimana, del suo rappresentante speciale Steve Witkoff, accenna a non meglio precisati eventi che potrebbero verificarsi presto nel contesto della risoluzione del conflitto, l'economista yankee Jeffrey Sachs – un tempo esaltato in Occidente, quando, da Moskva, dirigeva le “riforme” eltsiniane – prevede oggi che si stia avvicinando il collasso dell'Ucraina: la Russia, dice, continuerà le operazioni finché le sue richieste non troveranno riscontro a livello politico reale. Alcuni altri «attacchi alle infrastrutture energetiche, ai ponti chiave sul Dnepr e ai due ponti principali di Kiev e una catastrofe potrebbe verificarsi nel giro di giorni o settimane»: sia UE che USA ne sono consapevoli, afferma; ed è per questo che il processo negoziale si sta intensificando. A detta di Sachs, Trump sarebbe pienamente in grado di fermare la guerra, ma servono passi concreti: «Se avessimo una dichiarazione programmatica in cui si dice che la posizione USA è che la NATO non si espanderà e che ci si deve basare sulla neutralità, ciò avvicinerebbe del 90% alla fine della guerra».

Il fatto è che le cancellerie europee, afferma Sachs, contrariamente agli interessi dei loro concittadini, danno priorità alla guerra e non ai negoziati con la Russia: «L'opinione pubblica non vuole nuove guerre. L'opinione pubblica vuole la pace. Non vuole investire centinaia di miliardi di dollari o di euro nella guerra in Ucraina. Non vuole pagare sei volte di più per il gas naturale russo quando acquista GNL americano».

E dall'Ucraina stessa arrivano appelli a una certa cautela, pur se provenienti da settori golpisti oggi scalzati dal potere, che blaterano di una “crisi passeggera”, superabile con adeguati “accorgimenti”. L'ex rappresentante ucraino presso la UE ed ex vice capo dell'amministrazione di Petro Porošenko, Konstantin Eliseev, invita ad adottare una retorica più cauta nei confronti della Casa Bianca, altrimenti, dice, Donald Trump potrebbe perdere le staffe e spostare completamente la sua attenzione su altre questioni, distogliendola dalla vicenda ucraina: «dobbiamo capire che nella situazione attuale non possiamo permetterci alcun rapporto negativo con il nostro partner strategico. Siamo onesti, oggi siamo in una crisi. Non sono gli Stati Uniti o l'Europa a soffrire, ma l'Ucraina. E teniamo presente che questo fa il gioco dell'aggressore russo, che non fa altro che applaudire. Non solo applaude, ma alimenta anche le fiamme di questa crisi».

Più diretto il nazigolpista-capo, che si dice sicuro che la Russia tornerà a occupare i territori sottratti ai separatisti ucraini, anche se ora si raggiungesse un accordo per il congelamento delle linee del fronte; pertanto, dice Zelenskij, Kiev deve ricevere garanzie di sicurezza più affidabili di quelle fornite dalla NATO. «Contiamo sulle garanzie di sicurezza e, naturalmente, vogliamo l'adesione alla NATO. Ma se così non fosse, se si trattasse di garanzie di sicurezza bilaterali tra noi e gli americani, potete dirci se gli Stati Uniti saranno preparati, qualora la Russia dovesse ricominciare ad aggredirci?». Intervenendo in video-conferenza allo Hudson Institute americano, Zelenskij si è detto certo che la Russia «tornerà sicuramente in Ucraina... e se tornano, cosa saranno disposti a fare gli europei? Cosa faranno gli USA? Questa risposta è una garanzia di sicurezza per noi». L'Occidente, ha detto ancora il giullare euro-britannico, fa costantemente diverse eccezioni ed è riluttante a imporre sanzioni totali contro la Russia, come richiesto da Kiev: «Si possono imporre restrizioni sul petrolio, ma non sul gas. Sul gas naturale, ma non sul GNL. Sulla benzina, ma non sul diesel. Poi imporre restrizioni sul diesel e poi revocare nuovamente le sanzioni. Imporre restrizioni sui prodotti chimici e poi dichiarare: “I nostri agricoltori stanno attraversando un momento molto difficile senza fertilizzanti”. Congelare i beni e poi esentare alcune banche dalle sanzioni... Noi insistiamo su sanzioni totali», ha lacrimato il nazigolpista ed è tornato a lamentarsi della presenza di componenti occidentali nei missili russi. Piagnucolando, ha anche detto che tutti «parlano di sostenere l'Ucraina, di quanto abbia bisogno di aiuto. Ascoltate, con tutto il dovuto rispetto per tutti i paesi... In quest'anno di guerra, abbiamo ricevuto decine, forse centinaia, di missili per difendere i nostri cieli. Nel frattempo, i paesi del Medio Oriente hanno ricevuto 2.000 missili solo nelle prime 48 ore del conflitto... tutto deve essere proporzionato».

È in questo quadro che le cancellerie europee, mentre spingono Kiev a continuare la guerra, cianciano della necessità che la UE non venga lasciata fuori da un negoziato che Londra, Berlino, Parigi vedono sempre più prossimo. Se gli USA, scrivono vari osservatori russi, riusciranno da soli a risolvere il conflitto in Ucraina, l'Europa si sentirà non solo “umiliata e offesa”. Ecco dunque l'impellente necessità di ricomporsi e inviare un emissario a Putin. Come ha dichiarato a The Telegraph una fonte nelle alte sfere UE, «L'Europa ha imparato che, prima di tutto, è necessario raggiungere un accordo di principio sulla necessità di negoziare con la Russia e, in secondo luogo, è necessario concordare sulla posizione che intendiamo difendere». Nella discussione sulla scelta del possibile “interlocutore” europeo, si fanno i nomi di Giorgia Meloni, del Presidente finlandese Aleksandr Stubb e del ceco Petr Pavel, oltre alla Primo Ministro danese Mette Frederiksen e al Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store.

Sui contenuti, al momento, Bruxelles è avvolta da fitta nebbia. Di contro, Moskva ha detto chiaro e tondo di esser disposta a parlare solo con chi è disposto a riconoscere le nuove realtà territoriali, si tratti di un singolo esponente o di un intero gruppo. La UE e Bruxelles «mancano di autonomia politica e indipendenza. Sono una sovrastruttura sovranazionale e globalista che non ha alcun interesse alla prosperità dell'Europa o dei suoi cittadini. L'obiettivo principale di Bruxelles è opporsi al presidente statunitense Donald Trump e impedire accordi che porterebbero la pace e garantirebbero la sicurezza della Russia», afferma su Vzgljad il politologo Pavel Seleznëv.

Anche perché, se Kiev calcola in 480 milioni di dollari al giorno (175 miliardi l'anno) i costi della guerra per il 2027, la UE ha stanziato a fatica 90 miliardi di euro, di cui effettivi solo 70-75, dato che non tutti i paesi sono disposti a pagare e cresce il numero dei morosi. Dunque, l'obiettivo degli europei è continuare a fare pressione sulla Russia attraverso l'Ucraina e convincere Trump che la Russia rappresenti una minaccia da contenere. Questa volta, però, Bruxelles «non sarà invitata alle trattative: Trump vuole approfittare della situazione per fare un dispetto agli euro-atlantici ed escludere la Londra globale, che orchestra le manovre europee dietro le quinte, dalla nuova configurazione globale». Secondo il politologo, la posizione di Washington è dettata da puri interessi USA: «Ne traggono vantaggio economico e, con il sostegno della Russia, vogliono respingere gli euro-atlantici. Inoltre, le forze russe hanno un innegabile vantaggio sul campo di battaglia e gli americani temono che, se non vengono fermate diplomaticamente, si impadroniranno di Nikolaev e Odessa».

A sua volta, il politologo Vadim Trukhacev ritiene che la UE, nella sua configurazione attuale, sia effettivamente in grado di diventare una parte indipendente nei negoziati e che non debba essere sottovalutata: «La UE è il principale finanziatore dell'Ucraina; il conflitto infuria ai suoi confini e Bruxelles esercita una notevole influenza in quella regione. La Danimarca, ad esempio, è il maggiore finanziatore pro capite di Kiev e blocca l'accesso della Russia al mar Baltico. Il disprezzo per un avversario di questo tipo non ha mai portato a buoni risultati. Certo, la UE, ossessionata dalla Russia, si è indebolita come attore globale, ma può ancora arrecarle un danno considerevole».

Estremamente chiara la posizione del Ministero degli esteri russo, esplicitata dal vice ministro Aleksandr Gruško: «Se si vuole la pace, prima di tutto bisogna smettere di sostenere il regime. E, di fatto, la posizione che hanno delineato riguardo ai parametri finali di una soluzione esclude essenzialmente gli europei da questo processo negoziale». Come ha ricordato Gruško a RIA Novosti, Bruxelles vuole il ripristino degli ex confini dell'Ucraina, esige riparazioni dalla Russia e punizioni per i "colpevoli", auspica il dispiegamento di truppe straniere in Ucraina e la sua adesione alla NATO e il suo obiettivo primario è quello di infliggere una sconfitta strategica alla Russia.

A proposito dei piani europei, l'ex primo ministro ucraino ante-golpe, Nikolaj Azarov afferma che non ci si possa fidare delle garanzie europee: «il febbraio 2014 ha dimostrato che non ci si può fidare delle garanzie di polacchi, tedeschi o francesi. Sono assolutamente prive di valore. In secondo luogo, l'Occidente non si è fermato finché non ha messo Ucraina e Russia l'una contro l'altra in un conflitto militare. Inoltre, porterà avanti questo conflitto con tale intensità da indebolire la Russia il più possibile. Nessuno là ha mai pensato all'Ucraina». Azarov ha sottolineato che, nonostante i tentativi di soluzioni pacifiche, come erano stati gli accordi di Minsk, la situazione è in costante escalation: «Un anno fa, e persino sei mesi fa, avevo detto che qualsiasi escalation da parte del regime di Kiev avrebbe inevitabilmente portato a un'escalation da parte della Russia. Semplicemente non poteva essere altrimenti. Ed eccoci qui».

E, dalla Germania, dove è emigrato, il politologo ucraino Aleksandr Sosnovskij ribadisce che molti politici tedeschi hanno un interesse personale a dirottare gli aiuti finanziari e militari a Kiev e, pertanto, non accetteranno mai la fine della guerra: «per la Germania, il potenziale sfruttamento commerciale dei benefici militari e postbellici prevale su altre considerazioni morali ed etiche. Il punto è che la Germania e alcuni politici tedeschi in particolare hanno un interesse economico e personale, derivante da attività di lobbying, nel continuare a fornire aiuti finanziari e militari all'Ucraina... Vi sono coinvolte alcune strutture finanziarie globali, istituzioni tedesche e politici. I vertici della Germania non restano estranei a questo processo... se si raggiungesse un accordo, i piani finanziari, economici e commerciali della Germania potrebbero essere completamente sconvolti. E dietro a tutto questo ci sono strutture molto grandi e importanti. Credo che la Germania... non starà dalla parte dei negoziati».

D'altronde, nessuna meraviglia, dal momento che le intere cancellerie europee hanno sin qui brigato per fare dell'Ucraina, come disse la regina-consorte Anna al Riccardo III shakespeariano «d'una terra felice un inferno pieno di maledizioni e di profondi lamenti».

Guerra di Corea, 76 anni dopo l’alleanza tra Pechino e Pyongyang guarda al futuro

Uno zaino, un piccone, ottanta munizioni, un fucile e una radio da campo. È quanto un soldato cinese portava con sé quando attraversò il fiume Yalu sotto le bombe, su un ponte di fortuna costruito per raggiungere la Corea del Nord. Il racconto di Zhou Youchun, veterano della guerra di Corea, restituisce il senso delle condizioni estreme in cui combatterono i Volontari del Popolo cinese tra il 1950 e il 1953. A 76 anni da quell’intervento, Cina e Corea del Nord hanno commemorato il sacrificio dei soldati che combatterono contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Le celebrazioni hanno riportato al centro una pagina fondativa delle relazioni tra Pechino e Pyongyang, ricordata dalle autorità dei due Paesi come il momento in cui un’amicizia si consolidò sul campo di battaglia. La visita del leader nordcoreano Kim Jong-un a Dandong, nella provincia cinese del Liaoning, ha conferito alle commemorazioni un significato anche politico. Accompagnato da Wang Huning, alto dirigente del Partito Comunista Cinese, Kim ha reso omaggio ai caduti nel memoriale dedicato alla guerra.

La partecipazione dei vertici dei due Paesi sottolinea la volontà di mantenere vivo un rapporto che entrambe le parti considerano strategico. La memoria del conflitto richiama anche una disparità materiale impressionante. Nel 1950, mentre gli Stati Uniti producevano 87,72 milioni di tonnellate di acciaio, la produzione cinese si fermava a 606.000 tonnellate. Eppure, come evidenziano le autorità cinesi, i Volontari del Popolo riuscirono, combattendo al fianco dell’esercito e della popolazione nordcoreana, a contrastare le offensive avversarie. Oltre 190.000 soldati cinesi persero la vita. Per Pechino, quella guerra dimostrò che la superiorità industriale e militare non garantisce automaticamente la vittoria. Una lezione che la leadership cinese continua a collegare alla difesa della sovranità nazionale, all’autosufficienza e alla capacità di affrontare pressioni esterne.

Ma il rapporto tra Cina e Corea del Nord non guarda soltanto al passato. Il 15 ottobre è stato aperto al traffico il nuovo ponte sullo Yalu, destinato a collegare Dandong con Sinuiju, in Corea del Nord. L’infrastruttura rappresenta un’opportunità per ampliare gli scambi commerciali, ridurre i costi logistici e favorire la cooperazione industriale nelle regioni di confine. Durante i colloqui con Kim, Wang Huning ha indicato nell’apertura del ponte un’occasione per intensificare i contatti tra le popolazioni e rafforzare la collaborazione economica. Un obiettivo che si accompagna alla volontà dichiarata di coordinarsi sulle questioni strategiche e di tutelare la sicurezza e lo sviluppo dei rispettivi Paesi.

Il ponte sullo Yalu assume così un valore che va oltre la sua funzione infrastrutturale. I passaggi costruiti durante la guerra permisero ai soldati cinesi di raggiungere il fronte; quello inaugurato oggi punta a facilitare commerci e relazioni in tempo di pace. Tra memoria dei caduti e nuove connessioni economiche, Pechino e Pyongyang riaffermano la continuità di un rapporto che intendono preservare in un contesto regionale complesso.

L'ultima allucinazione dei nostri NUPU

 

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la peste a Irkutsk, dopo l’ecatombe dei bot russi per l’incendio dei data center della Yandex, l’ultima allucinazione dei nostri NUPU (Non-Ucraini Pro-Ucraina) è senza dubbio Oleshky: e uso il termine allucinazione non a caso perché ormai, nelle cronache del conflitto, si sono abbandonate l’incompetenza dimostrata parecchie volte, o la propaganda dimostrata ancora più spesso, per entrare nell’ambito del delirio puro e semplice.

Ora, intendiamoci: Oleshky è una città di prima linea, sebbene stia dietro a un fiume e nelle sue strade non si combatta, e la vita nelle città di prima linea è molto grama. I rifornimenti ai civili sono difficili e spesso non sono nemmeno la priorità delle autorità militari, sempre ammesso che siano possibili. Droni, mine e cannonate sono la norma. Quello però è territorio occupato dai russi, e il rasoio di Occam dovrebbe dirci che se viene colpito dai droni e se i rifornimenti non possono arrivare perché le strade sono minate, quei droni e quelle mine sono con tutta probabilità ucraini e non russi. Ma nel discorso che abbiamo costruito sul conflitto non è possibile che gli ucraini attacchino i civili: sono cose che fanno i russi, e solo loro. Come uscire da questo cortocircuito?

Come nelle partite bloccate ci vuole il colpo d’ala del campione, ed eccolo puntuale: “safari umani” di droni “a caccia di donne e bambini” perché “i russi vogliono rendere impossibile la presenza di ucraini nelle terre annesse”. Perfetto.

C’è solo un problema assolutamente marginale, ovvero che, per la Russia, quelli non sono "ucraini" ma russi, perché quei territori, sempre per la Russia, sono parte della Federazione Russa tale e quale a Irkutsk e alle sue pestilenze. E non si capisce in base a quale criterio la Russia dovrebbe ammazzare i propri cittadini, e farlo per di più in modo così barocco, in pieno giorno, a colpi di drone o facendoli morire di fame, invece di liquidarli discretamente di notte senza farsene accorgere, e perché poi dovrebbe farlo solo a Oleshky e non altrove, eccetera. Ma siamo appunto nell’ambito del delirio, non più dell’incompetenza o della propaganda, e in questi ambiti tutto è permesso, incluso lo sciopero della fame di quegli altri mentecatti del Twitter.

Brasile: Lula vince il dibattito, Bolsonaro chiede scusa due volte. Ma la partita si gioca sulla sovranità

 

Venerdì sera, l'ultimo confronto televisivo prima del ballottaggio di domenica 25 ottobre ha messo di fronte Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro in uno scontro acceso, dove le scuse del candidato del Partito Liberale sono arrivate due volte, ma la sostanza delle sue proposte è rimasta spesso nel vuoto. Per gli analisti politici che hanno commentato l’ultimo confronto elettorale, il presidente uscente ha difeso con solidità il suo bilancio di governo, mentre il senatore, pur mostrando i segni di un addestramento mediatico intensivo, ha faticato a scendere nel dettaglio operativo delle sue idee.

La cronaca della serata si è tinta subito di amarezza e rancore personale. Quando Lula ha portato sul tavolo il voto del suo avversario contro l'estensione del congedo di maternità ai tempi in cui era deputato statale, Flávio Bolsonaro ha ammesso l'errore, giustificandolo con una maturità arrivata solo dopo la paternità. Ma la tregua è durata un attimo. 

L'insulto sulle "nove dita" è stao un incredibile autogol di Bolsonaro. Lula ha ricordato di aver perso il pollice a 17 anni in un turno di notte in fabbrica, perché o si lavorava o non si mangiava, ribattendo con fermezza: «Non permetterò a un miliziano di chiamarmi nove dita». Di fronte alle telecamere, il senatore ha dovuto ritrattare: «Se ti ho offeso chiamandoti nove dita, ti chiedo perdono, non volevo offenderti», per poi trasformare immediatamente la scusa in un contrattacco sui senzatetto e sul valore del Bolsa Família, da lui sprezzantemente ribattezzato "Bolsa Farelo".

Il clima non è migliorato quando la contesa è scivolata sulle politiche sociali e sugli affetti. Flávio Bolsonaro ha provato a colpire sul personale, tirando in ballo i figli del presidente e l'esplosione del gioco d'azzardo online, accusando l'amministrazione uscente di averlo favorito per poi bloccarlo in extremis per calcoli elettorali. Lula ha incassato e ha risposto sul terreno che più gli è congeniale, quello dei programmi di assistenza e dell'istruzione. Ha sbandierato i dati del Pé de Meia, l'aiuto economico che ha ridotto la dispersione scolastica, e ha promesso l'universalizzazione del sostegno per gli studenti delle scuole superiori e universitari, ricordando che «l'istruzione è il finanziamento più economico che esista».

Il momento di massima tensione morale si è toccato sul tema della sicurezza. Con la madre di Ana Clara, la bimba di cinque anni uccisa da un proiettile vagante a Rio de Janeiro, seduta tra il pubblico, Flávio Bolsonaro ha proposto la castrazione chimica per gli stupratori e pene detentive minime di otto anni per i ladri di cellulari. Lula non ha arretrato di un millimetro e ha puntato il dito contro il passato del senatore nell'assemblea legislativa di Rio, ricordando le decorazioni e le assunzioni legate a figure vicine alle milizie. In studio c'erano anche la madre di Marielle Franco e il deputato Marcelo Freixo, testimoni di quella stagione. «Attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ha avvertito Lula, promettendo un nuovo Ministero della Sicurezza con una linea netta: carcere per i criminali, protezione per i lavoratori.

Esta es Ana Clara. Tenía 5 años en 2021, cuando fue asesinada por un disparo que, según el Ministerio Público, fue efectuado por un policía militar de Río de Janeiro. Flávio Bolsonaro formó parte de la defensa de este acusado. Cinco años después, el acusado aún no ha sido juzgado. Cinco años después, la madre de Ana Clara es una de las invitadas de Lula da Silva al debate de esta noche. Estará cara a cara con Flávio, el abogado que defendió al acusado de matar a su hija y que hoy disputa la presidencia de Brasil.

— André Vieira (@AndreteleSUR) October 24, 2026

Dietro le quinte, i numeri e le analisi raccontano una partita a scacchi truccata. I fact-checker hanno certificato che solo il 26 per cento delle affermazioni di Flávio Bolsonaro era veritiero, contro l'80 per cento di Lula. La scienziata politica Priscila Lapa ha evidenziato il divario di approccio tra i due contendenti: «È molto facile fare l'opposizione finché non si diventa governo e non si capisce che la politica della ‘coperta corta’ esisterà sempre, principalmente in un Paese come il nostro, che genera molta ricchezza, ma che ha anche retaggi storici di disuguaglianza e povertà». 

Anche il giornalista Igor Carvalho ha fotografato la disparità di fondo: «È molto difficile dibattere con un candidato che, dall'altra parte, è disposto a mentire su assolutamente qualsiasi tema». Nina Fideles, direttrice di Brasil de Fato, ha letto nel discorso del senatore i classici schemi della formazione internazionale dell'estrema destra, basati su "conclusioni assurde" e sulla tecnica della "cattura e trasferimento", per cui l'avversario viene accusato dei propri stessi difetti.

Ora la palla passa alle reti digitali e all'umore dell'elettorato. Il dibattito non ha ribaltato le sorti di una corsa che rimane incollata sul filo di lana, con un'impennata di indecisi, soprattutto donne, registrata dagli ultimi sondaggi. La vera arma di questi giorni non è più solo il salotto di Globo, ma la mobilitazione online. Priscila Lapa ha osservato come certi canali della sinistra abbiano raggiunto numeri inediti: «Questo non è successo né nel 2018 né nel 2022, sta succedendo nel 2026, e non si può pensare che ciò non interferirà nel risultato dell'elezione». 

Al di là delle schermaglie interne e della battaglia a colpi di post sui social, c'è un livello più profondo che divide i due candidati e che riguarda il posto del Brasile nel mondo. Non è solo una questione di programmi interni, ma di identità nazionale e di sovranità. Lula ha costruito la sua replica sulla sicurezza puntando il dito contro le milizie e avvertendo gli elettori di «stare attenti a chi vuole consegnare il territorio a Donald Trump», ergendosi a paladino di un Paese che deve decidere in autonomia del proprio destino e delle proprie ricchezze.

Il candidato neoliberista del Partito Liberale, al contrario, delinea un profilo internazionale che non lascia spazio a dubbi. La sua visione di politica estera si traduce in un allineamento totale, quasi incondizionato, alle direttive di Washington e Tel Aviv. Mentre il presidente uscente difende un ruolo indipendente sulla scena globale anche grazie al ruolo nei BRICS, il suo sfidante guarda oltreoceano, pronto a piegare le strategie economiche e diplomatiche agli interessi delle grandi potenze alleate. È questo il vero spartiacque che si profila oltre il 25 ottobre. Gli elettori non devono solo scegliere chi gestirà il bilancio o la sicurezza pubblica, ma se il Brasile continuerà a camminare con le proprie gambe verso un mondo multipolare o se si rassegnerà a fare da semplice pedina nelle mani di chi, a migliaia di chilometri di distanza, detta le regole del gioco sulla base dei propri interessi strategici e geopolitici.

Da Parigi a Milano: infiltrati o azioni spontanee?


di Domenico Moro


Come ogni volta quando ci sono scontri e violenze contro cose o persone nel corso di manifestazioni pubbliche, mentre da destra si invoca il pugno di ferro come panacea universale, da più parti a sinistra viene evocata la presenza di infiltrati della polizia o di altri settori dello Stato come causa degli incidenti. Oggi, inoltre, va di moda, specie a destra ma non solo, una versione modernizzata della teoria degli infiltrati: i disordini sarebbero dovuti alla guerra ibrida condotta da entità statali ostili, come hanno affermato in Italia il ministro Crosetto e in Albania il presidente Rama, che ha accusato esplicitamente i soliti noti, Iran e Russia. 

In effetti, la pratica di impiegare agenti provocatori è vecchissima, ne parla in diversi racconti anche Joseph Conrad, in particolare nell'"Agente segreto" (pubblicato nel 1907 ma ambientato nella Londra anarchica del 1894). Molti, in questi giorni, hanno rispolverato il presidente Cossiga e le sue dichiarazioni sull'opportunità di favorire la diffusione della violenza per poter poi avere la legittimazione ad una stretta repressiva su tutti quelli che fanno lotte sociali e politiche. Altri hanno ricordato l'impiego documentato di poliziotti travestiti da "compagni" nelle manifestazioni degli anni '70, come quando fu assassinata Giorgiana Masi. Dopo il Social Forum di Genova del 2001, dove fu ucciso Carlo Giuliani e molti partecipanti pacifici furono picchiati brutalmente dalla polizia alla Diaz, circolarono foto di incappucciati vestiti di nero, nascosti dietro ai furgoni della polizia. Infine, in questi giorni è circolato un video in cui si vedono, a Metz in Francia, tre o quattro giovanotti col viso mascherato e vestiti di nero, che ritornano fra le file dei poliziotti, dopo aver lanciato qualcosa contro qualcuno. 

Detto questo, sarebbe un errore non considerare che, per scatenare azioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi giorni in Italia e in Europa, non c'è bisogno di provocatori prezzolati dallo Stato. Diversi anni fa durante una manifestazione nazionale a Roma, ad un certo punto alcuni cordoni di black bloc si staccarono per andare a sfasciare alcune vetrine vicino a piazza Barberini, e subito un dirigente politico di un partito che non nomino disse: "Ecco, ci sono i poliziotti infiltrati travestiti da black bloc ". A me parvero dei poliziotti piuttosto strani, visto che, malgrado il travisamento si vedeva che molti erano ragazzini e ragazzine sotto i 18 anni. 

Bisogna, quindi, distinguere. Alcune volte la violenza dei manifestanti è una reazione contro gli attacchi brutali della polizia, come quelli che ci sono stati in Francia durante le proteste degli studenti, alcuni dei quali sono stati feriti gravemente, finanche perdendo una mano o un occhio. Altre volte sono azioni come quelle avvenute a Milano, portate avanti da ragazzini spesso minorenni e italiani figli di immigrati, e organizzati via social media. Poi, ci sono settori politici che vedono una certa dose di aggressività di piazza come un modo per palesare antagonismo e opposizione sociale. Una sorta di "propaganda attraverso i fatti", di ottocentesca e anarchica memoria in formato ridotto. In questo incoraggiati dai media che danno il massimo risalto a due studenti che maneggiano un estintore davanti al ministero della Pubblica Istruzione, ma non riportano le proteste pacifiche in atto da giorni di autotrasportatori e altri settori sociali nel Mezzogiorno. Infine, ci sono le proteste che sfociano in preinsurrezioni violente come conseguenza di una prolungata frustrazione sociale e che rappresentano una seria contestazione popolare al governo, come quelle in corso in Albania. 

Comunque, di fronte alle violenze in Italia, il governo Meloni reagisce prendendo al volo l'occasione per inasprire la legislazione vigente e militarizzare le città con l'esercito (non a caso professionale e non di leva), a cui sono affidati impropri compiti di ordine pubblico. Il governo vorrebbe attribuire ai militari persino poteri di polizia giudiziaria (esecuzione di arresti e sequestri), ma il presidente Mattarella si sta opponendo. In Francia, addirittura, in molte città è stato introdotto il coprifuoco. Invece, va fatta una analisi sociale e politica di questi fenomeni, distinguendoli l’uno dall’altro, per poter intervenire socialmente e politicamente. L'assalto dei ragazzini a Milano è un fenomeno nuovo e di carattere prepolitico, che non può essere approcciato con la militarizzazione delle città. Esiste in tutta Europa, soprattutto in Francia e ora anche in Italia, non a caso a Milano, nella città economicamente più importante d'Italia, una generazione di origine straniera che non si sente pienamente italiana e che non è più neanche del paese dei genitori. 

Si tratta di un problema sociale enorme, che non può essere risolto con la forza, da parte di chi ha fatto venire, promettendo integrazione, milioni di immigrati, quando servivano, e poi li ha abbandonati a sé stessi, quando non sono serviti più. Un problema che è generato in tutta Europa dalla crisi strutturale di questo modello di produzione e di società, ed acuito dall’austerity sui bilanci pubblici draconianamente applicata su indicazioni della Ue, e dalle delocalizzazioni industriali, che fanno perdere posti di lavoro relativamente ben pagati, sostituiti con la disoccupazione o con la precarietà nei servizi a basso valore aggiunto e a bassissimi salari. Questo tipo di problema e in generale quello dei giovani, figli di immigrati o italiani da sempre che siano, si risolve solo con una politica economica e sociale radicalmente diversa.

D’altro lato, la “propaganda” violenta, compresa quella di chi pensa che ottenere qualche ripresa ai TG della sera o che rappresentarsi come “antagonisti” e “radicali” valga bene qualche vetrina di banca infranta al termine o durante una manifestazione pacifica di 200mila persone, non può essere approcciata con la repressione. L'estremismo è sempre esistito, come conseguenza e contraltare dell’opportunismo di certi partiti sedicenti di sinistra, basato invece sulla subalternità al capitale. Non si può liquidarlo come spesso si è fatto nel passato, come qualcosa semplicemente da rimuovere o come prodotto di infiltrati o agenti provocatori. Va affrontato e non demonizzato, capendo le cause che lo generano. L'unico modo di approcciarlo è politico, offrendo direzione e sbocco politico, cercando di tradurre rabbia e frustrazione in un percorso organizzativo il più possibile generale, che ricomponga i vari settori sociali in una lotta contro il potere del capitale e dello Stato. 

Certamente, si tratta di un percorso molto difficile, che richiede qualcosa che oggi è assai raro in Italia e in Europa: una organizzazione politica della classe lavoratrice combattiva e realmente radicata nella società. E una nuova generazione di attivisti e militanti che siano in grado di parlare anche con i nuovi settori sociali, compresi i ragazzini di seconda generazione delle periferie. Senza scordare che la violenza vera, e molto più grave, è quella del capitale e dello Stato che, mentre permettono a una minoranza di accumulare una ricchezza tanto enorme quanto oscena sullo sfruttamento sempre più intenso dei lavoratori, condannano fasce sempre più ampie di popolo alla marginalità sociale e politica, a una vita precaria e non autonoma fino e oltre i 40 anni, a non avere cure sanitarie e istruzione decenti, ecc. 

L’enfasi sulla repressione contro i "maranza" attraverso l’inasprimento delle pene, l’abbassamento dell’età di imputabilità penale e il dispiegamento dell'esercito per le strade di Milano e di altre città da parte di un governo che non ha adottato alcuno strumento diplomatico o sanzione economica contro il governo di Israele, che di violenza ne esercita molta di più contro i palestinesi di Gaza e Cisgiordania da anni, fa veramente ridere. Per tacere del fatto che, dopo quattro anni di governo di partiti sedicenti dell’ordine e svariati decreti sicurezza, ci ritroviamo con migliaia di ragazzini che imperversano per il centro della seconda città italiana. La dimostrazione plastica che la faccia dura può anche far guadagnare voti, ma raramente risolve i problemi.

Per concludere, si può citare Lenin, il cui fratello maggiore faceva parte di una organizzazione terroristica populista, che tentò di assassinare lo zar. Quando il fratello fu condannato a morte e impiccato, sembra che Lenin avesse detto "Noi seguiremo un'altra strada". Una strada lunga, di costruzione di una alternativa al populismo russo. Sarà quest’altra strada, politica, rivoluzionaria e non avventuristica, a portare i bolscevichi a essere pronti nell'ottobre del 1917.

Mipcom 2026: lo schermo si fa verticale

 

di Glauco Benigni

Dal 12 al 15 ottobre 2026 si è svolto MIPCOM CANNES, il mercato più grande e di maggiore impatto al mondo, nonché la porta d’accesso all’industria internazionale dei media e dei contenuti. Riunisce Studios cinematografici, grandi reti televisive di tutto il mondo, piattaforme di streaming e Social Media, distributori, creatori di contenuti,  brand e aziende tecnologiche e di intelligenza artificiale. In sostanza raduna più di 10.000 partecipanti, provenienti da oltre 100 Paesi, che si incontrano all'interno di un panorama mediatico sempre più interconnesso. A MIPCOM si concludono accordi e fusioni, prendono forma partnership e coproduzioni, si sperimentano nuovi contenuti per raggiungere il pubblico globale.

I proprietari di MIPCOM sono RX France e RELX. RX è un leader globale nell'organizzazione di eventi e fiere,  con una presenza in 25 Paesi e in 42 settori industriali : organizza circa 350 eventi all'anno.  RX fa parte a sua volta di RELX, fornitore globale di strumenti di analisi e decisioni basati sulle informazioni per clienti professionali e aziendali . Nota Bene : i maggiori azionisti di RELX sono (guarda caso !) BlackRock, Inc. (circa il 7–8%); The Vanguard Group (circa il 5–6%)  Per maggiori informazioni, visitare www.rxglobal.com.

RX France crea “incontri” di  rilevanza mondiale, coprendo 15 settori industriali, tra cui MIPIM, MAPIC, Batimat, Pollutec, EquipHotel, SITL, IFTM, Big Data & AI Paris, MIPCOM, Paris Photo, Maison&Objet e molti altri. Gli eventi di RX France si svolgono in Francia, Hong Kong, Italia e Messico. In sostanza è la manifestazione più alta e globalizzata  di quello che in passato era il mondo delle “Fiere e Mercati”.

 MIPCOM 2026

Come sempre: grandi annunci del settore, accordi internazionali, interviste di alto profilo, anteprime mondiali e conferenze sul futuro dell’Industria del Consenso Globale, grazie ad una serie di nuovi player evidenziano la portata globale del Mipcom. Per i 10.000 partecipanti in arrivo da più di 100 nazioni questo MERCATO è il Tempio degli Scriba: ognuno fornisce la sua rappresentazione del mondo, ognuno narra le gesta dei suoi finanziatori, che al dunque sono Mercanti, Guerrieri e qualche Brahamano, tutti comunque controllati dai Grandi Mutual Funds: Blackrock e Vanguard. 

Per 4 giorni,  dall’alba al tramonto saltando il pranzo, i principali player dei media classici si sono incontrati, all’interno dei 5 piani del Palais du Festival di Cannes, con la Nuova Tribù dei creatori, brand, piattaforme, aziende di intelligenza artificiale e tecnologia. Ha stravinto la tendenza alla “Digitalizzazione totale” che ha generato un nuovo mosaico di  proprietà intellettuale (IP), nuove forme di investimenti e di opportunità commerciali; quello che in sintesi si chiama “nuovi modelli di business”.

Tra i presenti 3.150 erano “compratori” e tra loro i primi dieci sono Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Turchia, Canada, Spagna, Italia, Giappone e India, il che significa un G7 un po’ allargato che “consuma” immagini in movimento (film, news, sport, intrattenimento, etc…) come non mai, ma non più nelle forme tradizionali. Considerando dunque la percentuale di fruizione degli schermi: cinema e tv scendono vertiginosamente, salgono gli schermi di PC e tablets, ma soprattutto in modo esponenziale sale l’uso degli schermi “in verticale”, leggi smart phones di massa consultati in movimento (dalle sale cinematografiche ai salotti… dai salotti alle metropolitane). E questo è un elemento di cambiamento “radicale e irreversibile”.

In questo contesto di evoluzione dei modelli produttivi, distributivi e di business, il MIPCOM CANNES ha visto la sigla di importanti accordi internazionali, nuove partnership e lanci di prodotti.

«La nostra strategia è chiara: rafforzare il core business internazionale dei contenuti, riunendo i maggiori soggetti che guidano la trasformazione dell’industria globale dell’intrattenimento», ha dichiarato Lucy Smith, Direttrice del MIPCOM CANNES. «Non ci limitiamo a rispondere al cambiamento: stiamo plasmando attivamente le opportunità che esso crea, mettendo in contatto i leader consolidati del settore con nuovi partner, nuove fonti di IP(Proprietà Intellettuale) e nuovi percorsi di crescita».

 

Gli affari internazionali e i grandi annunci

Tra gli annunci commerciali internazionali, la Globo brasiliana ha svelato nuovi accordi di licensing e di format, mentre BBC Studios ha ampliato la propria partnership con Samsung TV Plus integrando quattro canali FAST. Anche ITV Studios ha registrato un’intensa attività sul fronte dei format internazionali, mentre FOX Entertainment e Hartbeat hanno annunciato una nuova partnership nell’ambito dei vertical drama, riflettendo la crescente attività commerciale attorno a questa nuova forma di narrazione.

Il mercato è stato anche sede di importanti dibattiti di settore. Jeff Zucker e Marco Bassetti (unica presenza italiana tra i tycoon internazionali) hanno tenuto il loro primo keynote congiunto a seguito della fusione tra Banijay Entertainment e All3Media, mentre David Decker ha rilasciato la sua prima intervista come Presidente di Skydance* Content Sales.  Bela Bajaria, Chief Content Officer di Netflix, non ostante la crisi in ci versa il colosso mondiale della pay tv, è stata inoltre premiata con il Variety Vanguard Award, in riconoscimento della sua leadership e del suo impatto sull’industria globale dell’intrattenimento.

* Skydance si è fusa, nel 2024-25,  con Paramount Global (proprietaria dei Paramount Studios, di CBS, MTV, Nickelodeon e del servizio streaming Paramount+).

 Nuovi player, nuovi modelli di business e nuove opportunità

Il mercato ha evidenziato la natura sempre più interconnessa dell’industria globale,  “l’Uno è nel Tutto e il Tutto è nell’Uno”, per dirla come Ermete Trismegisto, con le aziende di intrattenimento consolidate affiancate da piattaforme, brand, agenzie, creatori e compagnie di intelligenza artificiale. YouTube ha definitivamente affermato una presenza egemone insieme ad aziende come Dentsu, Meta e TikTok.

Sembra un’iperbole ma ormai la maggiore TV Generalista mondiale è considerata YouTube, in quanto in grado di ospitare qualsiasi contenuto e di offrirlo e remunerarlo , con inserimenti pubblicitari, in ogni lingua traducibile a grande velocità con l’IA. Questa “opportunità” ha già condotto enormi storici  broadcasters, quali RTL lussemburghese o NBC, colosso delle News in USA e non solo, a fare accordi con YouTube/Google/Alphabet (che sono a loro volta controllati dai Fondi di Investimento Globali).

La tendenza generale (dalla quale sembrano peraltro esclusi i broadcaster pubblici dell’Unione Europea, Rai in primis) riflette quattro aree di crescita: brand (grandi Società che investono direttamente in comunicazione); IA soprattutto attualmente nell’area del doppiaggio in tutte le lingue; contenuti verticali, cioè visionabili su smart phones, e creatori di contenuti, ossia idealmente qualsiasi “talento di base” che può produrre con investimenti in tecnologia sempre più sostenibili e facilità di accesso alle reti.

La presenza di Dentsu, gigante giapponese della pubblicità soprattutto nell’area Asia Pacific e il suo acceso cinguettare  con i manager di Meta/Zuckenberg ha creato nuove opportunità interessando altri giganti quali FOX e la sua sezione Creator Studios. Leggi: la TV dentro Facebook sostenuta da pubblicità.

L’“intrattenimento” nel Pianeta guidato dai Creators è stato un aspetto particolare di quest’anno: Samsung TV ha dichiarato il suo massimo interesse, mentre FOX Entertainment ha dimostrato come i contenuti creati dagli Influencer, anche “di base”, possano raggiungere un pubblico internazionale.

 L’intelligenza artificiale e la “narrazione verticale”

La “Super Intelligenza” ha occupato un posto centrale al MIPCOM CANNES: Cecilia Shen, CEO di UTOPAI Studios, ha guidato il mainstage di apertura MIP AI Headliner insieme a Ken Oh di CJ ENM Studios. Intervenendo davanti a un Grand Auditorium gremito, la sessione ha esplorato come l’IA stia trasformando la produzione di contenuti e creando nuove opportunità per portare storie locali al pubblico globale. Anche la narrazione verticale e i micro-drama hanno avuto un grande rilievo, con nuovi modelli di produzione e distribuzione che attirano un interesse crescente sia da parte delle aziende di intrattenimento tradizionali che degli specialisti emergenti.

 

 

Ottobre 1956: la prima "rivoluzione colorata" dell'Occidente compie 70 anni

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

23 ottobre. Sono trascorsi 70 anni dagli eventi che la storiografia occidentale definisce con tono solenne "insurrezione ungherese per la libertà" del 22-23 ottobre 1956. Gli archivi declassificati dipingono però un quadro completamente diverso, scrive Aleksandr Rostovtsev su PolitNavigator. Gli eventi di Budapest nell'autunno del 1956 non furono una "rivolta popolare spontanea", bensì la prima operazione ibrida occidentale, pianificata con relativo successo, volta a cambiare il corso di uno stato sovrano. Decenni dopo, la "ricetta ungherese" avrebbe portato alle "rivoluzioni colorate" nei Balcani, in Medio Oriente, in Ucraina.

Per parte nostra, ci limitiamo a osservare come, già diversi anni fa, numerose città e cittadine italiane, tra cui si erano distinte quelle amministrate da giunte della cosiddetta sinistra, abbiano dedicato piazze e viali a esponenti della polizia politica sovietica e qualcuno, all'epoca, aveva gridato terrorizzato a una revanche postuma degli antichi intendimenti stalinisti di cui, si diceva, quella “sinistra” non si è mai effettivamente liberata. In tale credenza c'era però un errore di fondo: nessuna difesa della “odiosa polizia segreta sovietica”; gli intenti erano esattamente opposti: intitolando quelle piazze, si intendeva innalzare agli allori della storia le “vittime innocenti” dei “rigurgiti dello stalinismo” nei paesi che, venuti a trovarsi nell'area socialista alla fine della seconda guerra mondiale, avevano tentato di imboccare la strada della “libertà” e della “democrazia”, con l'aiuto dei paesi a loro vicini e che, più “fortunati”, già da anni navigavano sulle acque del liberalismo. E una di quelle “vittime innocenti” o, forse, “l'eroe” par excellence, il cui nome campeggia su numerose targhe toponomastiche di città italiane, era Imre Nagy, l'ex Ministro dell'economia, ex Ministro degli interni ed ex Primo ministro ungherese, giustiziato nel 1958, a due anni dalla fine della rivolta “democratica” ungherese dell'ottobre-novembre 1956.

Di fatto, alcuni testimoni dell'epoca, ricordano come il liberale Nagy, per sfuggire al regime fascista ungherese di Miklós Horthy, nel 1930 fosse riparato in Unione Sovietica e, dopo un periodo di lavoro al Comintern, nella cerchia di Nikolaj Bukharin, nel 1933 fosse “arruolato” nello OGPU (Direzione politica statale unificata) e poi, nel 1938, dopo un arresto di qualche ora e su intervento della famosa 4° sezione della Direzione centrale del NKVD (Commissariato del popolo agli affari interni), avesse iniziato la sua attività di delatore contro gli esponenti ungheresi del Comintern.

Questo, per quanto riguarda il “martire” del cosiddetto “imperialismo russo” dell'epoca. E' però il caso di puntualizzare sulle radici di un'insurrezione organizzata all'insegna della “libertà dal giogo sovietico”, alla cui testa si distinse tra gli altri, per l'appunto, l'ex agente del NKVD Imre Nagy e che fino al giorno d'oggi viene presentata come una “sanguinosa repressione sovietica”. Delle oltre 2.700 vittime di quella “rivolta per la libertà”, oltre 700, tra le giornate dell'ottobre e quelle di novembre (allorché il Ministro della difesa sovietico Georgij Žukov, lanciò l'operazione “Vikhr-Turbine”) furono soldati dell'Armata Rossa e alcune altre centinaia furono i comunisti e gli esponenti del governo ungherese assassinati e appesi a testa in giù agli alberi di Budapest, dai fascisti dell'ex regime hortysta addestrati in Germania.

Il 23 ottobre 1956, ricorda Oleg Sarov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, alla stazione ferroviaria di Keleti, diverse centinaia di soldati sovietici smobilitati stavano semplicemente aspettando la tradotta. Erano disarmati e  certamente non si aspettavano la guerra. Poi una folla inferocita irruppe... Quasi simultaneamente, iniziarono gli attacchi alle poche guarnigioni militari e si scatenò un sanguinoso massacro. I giovani militari sovietici venivano trascinati per le strade, con la pancia squarciata; in Piazza degli Eroi  si tenne una mostruosa "parata sanguinaria": soldati e civili sovietici venivano infilzati vivi con barre di ferro. Delle evidentemente legittime richieste di una popolazione ungherese ancora sofferente per un paese agricolo praticamente distrutto dalla guerra, approfittarono gli antesignani delle odierne “rivoluzioni colorate” nelle repubbliche ex sovietiche: gli ex capi filonazisti, addestrati dai servizi statunitensi, inglesi e tedeschi. Tra le richieste dei “democratici”, lanciate già prima dell'ottobre '56, c'erano anche quelle dell'abolizione dell'insegnamento della lingua russa e della soppressione della festa della liberazione dal fascismo (per qualche ragione, viene in mente la “romantica” euromajdan della Kiev del 2014). Non fu forse casuale che nei primi giorni dell'insurrezione, fossero liberati di galera oltre 9.000 ex fascisti e che moltissime vittime, appartenenti al governo, al partito comunista e agli organi della sicurezza, fossero di origine ebrea: tanto per ricordare da che parte stessero gli “insorti per la democrazia”.

Per la storia: alla fine della guerra, un gran numero di criminali, tra cui i fascisti del Partito delle Croci Frecciate, di Ferenc Szálasi, erano riusciti a fuggire, o a nascondersi, mantenendo attive le reti clandestine; a differenza di Germania Democratica, Romania e persino Finlandia, al 1956 l'Ungheria era stata solo parzialmente denazificata, ricorda Rostovtsev. All'epoca, l'Ungheria pullulava di strutture clandestine, che miravano a ripristinare il capitalismo "selvaggio", a restituire le terre agli ex proprietari e a recidere i legami con Mosca. Il XX Congresso del PCUS e il "rapporto segreto" Khruševiano fecero il resto: sotto pressione russa, il leader dei comunisti ungheresi, Mátyás Rákosi, considerato “stalinista”, fu costretto a dimettersi e il suo posto fu preso da Imre Nagy, antesignano degli esponenti del "socialismo dal volto umano".

La rivolta viene solitamente attribuita a "fallimenti delle politiche economiche", anche se mancano prove documentarie in questo senso. E, tuttavia, effettivamente le riforme di Rákosi non erano state indolori, dato che l'Ungheria, in quanto ex alleata di Hitler, era stata costretta a pagare pesanti riparazioni. Non sorprende che la principale forza motrice della ribellione fosse costituita dagli ex “padroni del vapore", insieme agli elementi fascisti risollevatisi e ai vertici della chiesa cattolica, con in testa il cardinale József Mindszenty, che stava scontando una pena per collaborazionismo con i nazisti.

Sorvolando su tutta la fase che, dalla liberazione dell'Ungheria a opera dell'Armata Rossa, nel 1944, fino alle vicende del 1955 e 1956, con le prime manifestazione “studentesche” e gli striscioni che inneggiavano all'amicizia sovietico-ungherese, è forse il caso di accennare soltanto al colpevole iniziale arretramento del contingente sovietico, che spianò la strada alle prime stragi compiute dagli ex nazisti e hortysti ai danni degli esponenti comunisti e che costò la vita, tra il 24 e il 29 ottobre, anche a circa 350 soldati sovietici e a una cinquantina di loro familiari. Le cronache più recenti ricordavano come la moglie dell'allora ambasciatore sovietico a Budapest, Jurij Andropov, che assistette dalle finestre dell'ambasciata ad alcuni di quegli atti di “liberalismo”, perse la ragione e non riuscì più, fino alla morte, a metter piede fuori di casa.

Operativamente, le “lotte per la libertà” avevano preso il via con unità della CIA che procedettero a massicce infiltrazioni di sabotatori in Ungheria: ne costituivano il nucleo centrale ex membri delle SS ungheresi e delle Croci frecciate, insieme a commando delle SAS britanniche. Le armi arrivavano dall'Austria, come “rifornimenti della Croce Rossa”. Dalla Germania federale, vennero lanciati migliaia di palloni meteorologici con volantini antigovernativi e istruzioni per il sabotaggio. Radio Free Europe trasmetteva ininterrottamente appelli al rovesciamento del governo, promettendo un rapido intervento militare della NATO e ponti aerei di armi.

Ormai più nessuno nega che l'operazione “Focus” fosse stata messa a punto negli USA, curata dall'attaché militare britannico a Budapest e la direzione operativa giungesse dalla Germania. In loco, i caporioni fascisti facevano aperto riferimento alle vecchie organizzazioni hortyste “Spada e croce”; “Europa libera”, “Guardia bianca”, “Unione dei cadetti”, “Accordo di sangue” e altre.

In loco, gruppi inferociti linciavano gli agenti della sicurezza statale, li gettavano dalle finestre e li massacrava in modo orribile.

Alle truppe sovietiche che entravano a Budapest, era stato inizialmente ordinato di non sparare per prime, così che i fascisti ne approfittarono: i carri armati sovietici furono incendiati con bottiglie Molotov e la fanteria bersagliata con mitragliatrici tedesche.

Il primo ministro, il “Gorbaciov ungherese”, commenta PolitNavigator, svolse un ruolo chiave nello scatenare il bagno di sangue. Cercando di sedersi su due sedie, paralizzò la resistenza delle forze di sicurezza alla ribellione. Quando divenne chiaro che i fascisti stavano prendendo il sopravvento, Nagy fece una clamorosa inversione di rotta: annunciò il ritiro dell'Ungheria dal Patto di Varsavia e si appellò all'ONU. Questo segnò il superamento di una "linea rossa". Per Mosca, la comparsa di una testa di ponte ostile della NATO nel cuore dell'Europa equivaleva a una dichiarazione di guerra. Così, mentre Nagy si nascondeva nell'ambasciata jugoslava, a Mosca veniva presa una decisione determinante: al suo posto, veniva insediato János Kádár e veniva lanciata l'Operazione "Vortice", sotto il comando del maresciallo Konev. Le forze speciali e le truppe d'assalto sovietiche decapitarono i leader della ribellione in 72 ore e cacciarono i golpisti da Budapest.

L'Occidente se la cavò con poco più che qualche grido di protesta, ricorda Rostovtsev: il presidente americano Eisenhower, impantanato nella crisi di Suez, non osò scatenare la Terza Guerra Mondiale e la NATO si limitò a grida propagandistiche.

Lo scenario di Budapest ricorda in modo inquietante gli eventi di Euromaidan a Kiev: manifestazioni inizialmente pacifiche di studenti e operai, poi dirottate dagli allievi di USAID e tagliagole addestrati nei centri della CIA e nei poligoni NATO in paesi UE.

Oggi, scrive ancora Sarov, i media euroatlantisti hanno iniziato ad affilare i loro "coltelli" informativi ben prima del settantesimo anniversario degli eventi ungheresi e ci viene di nuovo raccontato della "sanguinosa invasione sovietica", degli "studenti pacifici", dei "fiumi di sangue dei combattenti per la libertà", quando quelle “pacifiche manifestazioni" non furono altro che un sanguinoso massacro premeditato.

Le carneficine di Budapest, con i media occidentali schierati dalla parte dei massacratori, osannati come “eroi della libertà” in lotta contro “l'oppressione sovietica”, ricordano da vicino le stragi perpetrate da nazisti e nazionalisti ucraini ai danni, dapprima delle forze di polizia, schierate in piazza a Kiev senza armi e, dopo, delle migliaia di civili del Donbass, trucidati dalle artiglierie di Kiev. In tutte e due le occasioni, i media liberali hanno saputo e sanno di chi tessere gli elogi. Come prima si sono intitolate piazze ai Nagy del 1956, oggi, alla cosiddetta “sinistra per l'Ucraina”, ai vari Sensi, Gori, Quartapelle & Co. non rimane che innalzare busti ai “martiri” del nuovo “imperialismo russo”, come sarà ricordato in certi ambienti maleodoranti il nazigolpista-capo Vladimir Zelenskij, quando i suoi curatori, al là e al di qua dell'oceano, decideranno che abbia fatto il suo corso.

CIAO PATRICK, STATUNITENSE PER LA PACE

 

Patrick Boylan se ne è andato dopo una lunga malattia che non era riuscita a fermare il suo eterno impegno per la pace, il disarmo, la giustizia fra i popoli.

Già docente universitario, era cofondatore dei gruppi Rete No War e Statunitensi per la pace e la giustizia, iscritto all'Anpi, attivissimo nel movimento Free Assange e in Peacelink, coordinatore del movimento World Beyond War e autore di articoli e dossier.

Patrick, ti salutiamo con un video omaggio ed il logo, da te ideato, di Rete No War 

 Rete No War e L’Antidiplomatico

 
 
 
 
 
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A proposito di vetrine rotte: la vera lista delle "vittime" che i media vi nascondono

 

di Agata Iacono

 

Nella narrativa della strategia della paura, che domina i media di regime, è evidente la volontà di perpetuare il conflitto orizzontale tra giovanissimi "violenti spaccavretrine", possibilmente di origine islamica, e "onesti piccoli negozianti" che ogni mattina con sacrificio e abnegazione alzano le saracinesche per sopravvivere.

Ma è davvero così?

Abbiamo cercato di individuare i centri commerciali della Milano da bere, in zona ZTL, che lamentano più danni al patrimonio. Abbiamo scoperto che si tratta di multinazionali, che non hanno sede fiscale in Italia, che sono super assicurate contro qualsiasi atto di vandalismo e che sono, spesso e volentieri, citati nei rapporti sulla complicità con l'entità sionista o che utilizzano manovalanza schiavizzata nei paesi più poveri del mondo e lavoratori della logistica senza alcuna tutela e diritti.

Ecco un piccolo esempio dei piccoli negozi di lusso oggetto di esproprio.

Via Torino e strade limitrofe

• Foot Locker: multinazionale con sede principale negli Stati Uniti (a New York) e migliaia di punti vendita in decine di paesi in Nord America, Europa, Asia e Oceania.

• Carrefour Market: multinazionale francese attiva nel settore della grande distribuzione organizzata, al centro della campagna Bds internazionale perché fornisce supporto concreto all’esercito sionista genocida

• Champions: marchio di abbigliamento sportivo di proprietà della multinazionale statunitense Authentic Brands Group (che possiede anche altri brand globali come Reebok e Forever 21), dopo essere stato acquistato dal gruppo Hanesbrands.

Via Orefici / Zona Cordusio

• Levi’s: grande multinazionale statunitense del settore dell’abbigliamento.

• Under Armour: azienda multinazionale statunitense fondata nel 1996 a Baltimora, nel Maryland. Opera e vende i suoi prodotti in tutto il mondo attraverso diversi segmenti geografici.

Corso Vittorio Emanuele II / San Babila

• Nike: multinazionale statunitense tra i leader mondiali nella produzione e nella distribuzione di calzature, abbigliamento e accessori sportivi.

Accusata dalle associazioni di diritti umani di schiavizzare bambini asiatici.

• La Rinascente: non è più italiana. Fa oggi parte di una grande multinazionale straniera.

Dal 2011, infatti, la catena di grandi magazzini di lusso è controllata al 100% da Central Group, un colossale conglomerato multinazionale con sede in Thailandia di proprietà della famiglia Chirathivat, tra i leader mondiali nel settore dei luxury department store.

Altre zone del centro (Largo Cairoli, San Babila, Corso Garibaldi)

• Decathlon (Piazza Castello / Largo Cairoli): grande azienda multinazionale francese specializzata nella progettazione, produzione e vendita di articoli sportivi, coinvolta anch’essa nella complicità sionista.

• Off-White (Via Pietro Verri): la boutique di lusso non è una multinazionale indipendente, ma un marchio globale di moda streetwear di lusso di proprietà della società di gestione statunitense Bluestar Alliance….

In manette a 12 anni

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

A quanto pare tra gli arrestati a Milano c'è anche un BAMBINO di 12 anni. Frequenta la seconda media e i giorni seguenti agli scontri i carabinieri lo hanno identificato, facendo scattare l’arresto in classe. Come se fosse strettamente necessario fare irruzione in una scuola e procedere senza mezzi termini, come se non fosse possibile, considerata la tenera età dell’imputato, nessun altro modus operandi.

Da accertare se si tratti dello stesso bambino che compare in un video che sta circolando in rete. Il filmato, condiviso anche dal ministro Salvini – il quale si è domandato incredulo se sia frutto dell'intelligenza artificiale –, mostra un bambino che viene definito "alto un metro e trenta" dall'autore del video, nel momento in cui l'infante gli si avvicina e lo guarda con aria di sfida, con un passamontagna e due occhioni azzurri che in realtà comunicano solo paura. Che sia lo stesso o si stia parlando di due bambini differenti non è rilevante. Ciò che qui rileva è che si parla di bambini. Probabilmente si farà avanti qualcuno per sollevare obiezioni della serie: "Definisci bambino”, obiezioni che bisogna contestare, dicendo che un bambino in primis è un bambino e non un ‘maranza’. Ma può diventarlo attraverso lo sguardo di adulti ottusi e pedagogicamente analfabeti.

Aggiungiamo però che, tra i bambini, c’è chi nasce in contesti socio-economici molto favorevoli e ha la certezza che ad aspettarlo ci sarà un futuro agiato e sicuro, e chi invece viene al mondo e si ritrova già da sempre inchiodato alla povertà, morale e materiale, quasi condannato ad essa senza appello, complice anche la totale assenza di autorevoli punti di riferimento in famiglia. Questo bambino, con tutta probabilità, resterà invisibile sino al giorno in cui non spaccherà una vetrina, trasformandosi per tutti solo in un vandalo: sarà allora imputabile di vari capi di imputazione per reati destinati a reiterarsi e moltiplicarsi, rendendolo un “recidivo”. È inevitabile chiedersi dove fossero i genitori mentre il figlio scorrazzava per la città emulando Attila, insieme a orde di ragazzini inferociti. Qui però il vero assente è lo Stato. Assente, colpevole e immensamente responsabile. Ma se è incapace di educare un bambino, è uno Stato che ha fallito clamorosamente, molto prima e molto più dei genitori.

Quindi no, non si tratta di intelligenza artificiale ma di precise politiche socioeconomiche, che da decenni preparano il terreno per questi scenari apocalittici di furiose rivolte urbane che sinora eravamo abituati a vedere solo negli USA.

Così il sistema neoliberale, finendo -di fatto- per criminalizzare la povertà, vanta il grande merito di inventarsi sempre nuove fattispecie di reati o inasprire le pene esistenti, sulla scorta di emergenze sociali o fatti di cronaca. Puro "populismo penale”, a cui non corrisponde alcuna efficacia. Chi commette un reato è raro che consulti preventivamente il codice penale prima di agire.

Non sbagliamo dunque a dire che il neoliberismo ha sostituito lo Stato sociale con lo Stato penale. E le ritirate istituzionali, che lo Stato attua da decenni oramai, si configurano a tutti gli effetti come  vere e proprie forme di violenza dall’alto. Se le fasce più povere non vengono garantite, favorendo invece le più ricche, non si fa che alimentare le marginalità sociali, per poi punirle inasprendo le pene. Come ha fatto il Governo in quest’occasione, gettandosi  in caduta libera in un’abominevole spirale, coerentemente con l’ipertrofia penale’, che non è una tra le tante turbe della sessualità ma una follia giuridica che, pur non trovando alcun riscontro sul piano dell’efficacia, è una via largamente perseguita. Nonostante l’articolo 27 della Costituzione italiana, nel suo terzo comma, stabilisca chiaramente che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. L'ipertrofia invece sposta l'asse del sistema verso una concezione puramente retributiva. Bisogna cioè pagare il debito con la sofferenza. Così finisce per rendere la pena non educativa ma afflittiva. Anche in questo emuliamo gli ameri-cani, ripudiando con troppa disinvoltura Cesare Beccaria, gettato alle ortiche con un calcio dove non batte il sole.

 

Gaza senza pane e senza colpevoli

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il 20 ottobre L’Osservatore Romano ha pubblicato un articolo intitolato «Gaza senza pane», con la fotografia di palestinesi affamati e disperati in attesa di cibo. Il testo si apre con mezzo milione di persone rimaste «senza più nessun sostegno alimentare vitale» e indica subito la causa: «È la conseguenza del taglio dei fondi» destinati al Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite. Israele compare soltanto in un riferimento incidentale al controllo militare della «linea gialla». Non viene spiegato il ruolo delle autorità israeliane nel determinare l’accesso agli aiuti e le condizioni che hanno reso la popolazione dipendente dall’assistenza internazionale. L’appello finale è rivolto alla «comunità internazionale», perché intervenga «per impedire che a Gaza si muoia letteralmente di fame». Il lettore si trova davanti una folla affamata e un buco di bilancio, come se Gaza si fosse ridotta alla fame da sola.

Va detto con chiarezza ciò che l’articolo omette. La fame di Gaza è stata provocata da Israele, ed è parte di un genocidio. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948, tra cui l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica di un gruppo. È la conclusione di un organo d’inchiesta delle Nazioni Unite, non ancora una sentenza: il ricorso del Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia è tuttora pendente. Ma affamare un popolo è esattamente ciò che quella norma descrive.

Non c’è bisogno di indovinare le intenzioni, perché i responsabili le hanno annunciate. Il 9 ottobre 2023 l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant annunciò di aver ordinato un «assedio completo»: «niente elettricità, niente cibo, niente carburante», «tutto è chiuso». Il giorno dopo, parlando alle truppe al confine di Gaza, disse: «Stiamo combattendo contro animali umani». Pochi giorni dopo l’allora ministro dell’Energia Israel Katz scrisse che a Gaza non sarebbe stato acceso nessun interruttore, aperto nessun rubinetto, fatto entrare nessun camion di carburante finché gli ostaggi non fossero tornati a casa. Il presidente Isaac Herzog disse che a essere responsabile era «un’intera nazione». Le parole di Gallant, Katz e Herzog sono citate nell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio 2024. Netanyahu invitò gli israeliani a ricordare «ciò che Amalek vi ha fatto», evocando un comando biblico di sterminio. Nell’agosto 2024 il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich disse che lasciar morire di fame due milioni di persone a Gaza «potrebbe essere giustificato e morale» finché gli ostaggi non fossero restituiti, e si rammaricò che il mondo non lo avrebbe permesso.

Alle parole sono seguiti i fatti, ai valichi. Nel 2024, dopo che l’esercito israeliano aveva preso il controllo del valico di Rafah, centinaia di camion carichi di cibo e acqua restarono fermi per settimane alla periferia di al-Arish, nel Sinai, in attesa di un permesso israeliano. Un autista raccontò di aver aspettato più di cinquanta giorni prima che il carico, ormai scaduto, venisse rimandato indietro, e Reuters documentò il cibo destinato a Gaza che marciva al sole.

Nel 2025 la fame è diventata un sistema. Dal 2 marzo Israele chiuse ogni valico per undici settimane: non entrarono cibo, medicine né carburante, mentre secondo l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, circa 3.000 camion carichi di aiuti attendevano oltre il confine. Tra la fine di maggio e la fine di luglio, secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, più di 1.300 palestinesi furono uccisi mentre cercavano cibo, in gran parte dal fuoco dell’esercito israeliano. Ad agosto l’IPC, la Classificazione integrata della sicurezza alimentare, il sistema con cui le agenzie delle Nazioni Unite e le principali organizzazioni umanitarie misurano la fame, confermò la carestia nel governatorato di Gaza, la prima mai accertata in Medio Oriente.

Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato il genocidio. Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua al 12 ottobre di quest’anno Israele ha ucciso nella Striscia 1.493 palestinesi, 57 dei quali nelle due settimane precedenti. In Cisgiordania, nel solo 2025, forze israeliane e coloni hanno ucciso 240 palestinesi, tra cui 55 bambini, e dall’inizio di quest’anno l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) ha registrato oltre 2.060 attacchi di coloni. Gli aiuti restano ostaggio delle stesse autorità: il cibo entra da un solo valico merci operativo, e l’ingresso di materiali agricoli, pezzi di ricambio e olio motore è limitato. L’Osservatore scrive che il pane manca «nelle tende dei rifugiati palestinesi», ma non dice che, con l’inverno alle porte, le autorità israeliane continuano a respingere 8.600 kit per rifugi d’emergenza già pronti fuori dalla Striscia.

Il 16 ottobre, nel messaggio alla FAO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, papa Leone XIV ha scritto che il pane non deve «mai essere usato come arma di guerra». Un’arma ha sempre qualcuno che la impugna. Quattro giorni dopo il quotidiano della Santa Sede ha mostrato le vittime di quell’arma senza dire chi la impugna. Il Papa ha enunciato il principio; il suo giornale non lo ha applicato al caso che aveva sotto gli occhi.

Chiediamo all’Osservatore Romano di raccontare la storia per intero: chi ha promesso di tagliare acqua, luce e cibo, chi ha lasciato marcire gli aiuti ai confini, chi ha distrutto le case perché nessuno potesse tornarci, chi vuole Gaza vuota. I suoi lettori, e i tanti cattolici che seguono Gaza con angoscia sincera, hanno diritto di saperlo.

Nel rapporto «La verità sotto le macerie: i media al tempo del genocidio» (A/81/249), reso pubblico il 12 ottobre 2026, la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese osserva che la copertura giornalistica ha frequentemente omesso o minimizzato la responsabilità israeliana. Quando i media diffondono narrazioni che, nelle sue parole, «occultano, giustificano o legittimano crimini atroci», «la violenza acquista un’apparenza di legittimità e l’impunità diventa più facile da mantenere» (nostra traduzione dall’inglese). Raccontare la fame tacendo il nome di chi affama significa proteggere i responsabili e alimentare quell’impunità. Per un giornale che parla a nome della Chiesa, è una complicità morale.

A Gaza la fame ha un nome e un indirizzo. Il giornale del Papa dovrebbe avere il coraggio di scriverli.

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Macron vuole vietare le prossime manifestazioni

 

Cadono ormai tutte le maschere nell'Unione Europea, finta e stucchevole paladina di diritti umani, libertà e democrazia. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato un giro di vite sulle manifestazioni pubbliche, ordinando alle autorità di vietare le proteste ritenute “illegittime” e di limitare anche le marce organizzate ufficialmente. Si tratta di una scelta disperata per trovare una soluzione alle proteste sempre più partecipate di studenti, lavoratori e cittadini che semplicemente pretendono un presente fatto di diritti sociali e non di austerità, suicidio energetico e guerra. Lo riporta oggi il Guardian oggi. 

Le restrizioni, annunciate giovedì dall'Eliseo a seguito di una riunione d’emergenza con i capi dei servizi segreti e i ministri di alto livello, precedono un’altra ondata di manifestazioni prevista per sabato. Il presidente francese Macron ha affermato che le autorità locali proibiranno gli assembramenti organizzati da individui o gruppi ritenuti privi di legittima autorità, mentre le manifestazioni organizzate da organizzazioni riconosciute, come i sindacati, saranno prese in considerazione per l’approvazione, ma potrebbe essere richiesto loro di utilizzare percorsi alternativi. «La raccomandazione generale è che non ci siano manifestazioni nei prossimi giorni», ha dichiarato Macron, insistendo sul fatto che le misure fossero necessarie per ristabilire la calma e proteggere le attività commerciali e gli edifici pubblici.

«Sabato scorso abbiamo assistito ad atti politici e sediziosi da parte di gruppi di estrema sinistra il cui obiettivo è rovesciare la Repubblica», ha affermato, accusando i radicali organizzati di orchestrare violenze e saccheggi.

L’annuncio inasprisce notevolmente le restrizioni sugli assembramenti di massa in un Paese in cui il diritto di protesta è tutelato dalla Costituzione. Secondo la legge francese, le autorità possono vietare le manifestazioni se ritenute una minaccia all’ordine pubblico, sebbene tali decisioni debbano essere proporzionate e possano essere impugnate in tribunale. Giovedì un tribunale amministrativo di Parigi ha annullato il divieto della polizia su una manifestazione studentesca, consentendo a migliaia di manifestanti di radunarsi nonostante le obiezioni ufficiali. Secondo l’AP, la manifestazione si è svolta pacificamente sotto una massiccia presenza di forze dell’ordine.

Tuttavia, le autorità hanno già vietato le manifestazioni di sabato nel centro di Lione. Restrizioni simili sono state imposte a Marsiglia, Nizza e Tolone. A Parigi, una marcia autorizzata è stata deviata lontano dal centro città, mentre un’altra, che coinvolgeva studenti e membri del movimento dei Gilet Gialli, è stata vietata.

Le manifestazioni della rabbia giovanile sono nate in Francia e poi si sono diffuse in tutta Europa. Nate per protestare contro la carenza di insegnanti e il deterioramento delle condizioni scolastiche si sono presto trasformate in un movimento più ampio contro l’aumento dei prezzi, le disuguaglianze e i tagli ai servizi pubblici. Macron, che non rappresenta che una piccolissima porzione dei cittadini francesi, ha poca credibilità e autorevolezza per poter affrontare una crisi di questa portata. L’Alliance Police Nationale, intanto, ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio lo Stato, accusando i funzionari di aver abbandonato gli agenti durante i disordini e di non aver fornito attrezzature adeguate e istruzioni chiare.

Cadono tutte le maschere dentro l'Unione Europea.

Genocidio Gaza, come la BBC ha coperto le responsabilità di Israele

 

L'impianto propagandistico dei media occidentali mostra crepe sempre più profonde. A confermarlo è la stessa BBC, travolta dalle ammissioni shock di un suo alto dirigente rimasto anonimo che, in un'intervista al quotidiano The National, ha squarciato il velo di ipocrisia sulla linea editoriale dell'emittente britannica: la copertura del massacro a Gaza è stata contrassegnata da un'evidente "accondiscendenza nei confronti di Israele".

"La BBC si è messa in una posizione in cui la parola 'genocidio' è diventata un tabù. Ed è un errore gravissimo", ha confessato la fonte interna. Il servizio pubblico britannico si sarebbe trasformato in una cassa di risonanza delle tesi difensive dell'IDF e del governo Netanyahu, piegando la realtà "anche laddove è palesemente ovvio, persino per gli spettatori, che ciò che sta accadendo a Gaza è uno scandalo internazionale".

La tanto decantata "imparzialità" dell'emittente di Londra viene smascherata come uno schermo dietro cui celare la minimizzazione delle sofferenze palestinesi. Per bilanciare narrativamente il massacro in atto, la linea editoriale ha trasformato l'attacco di Hamas del 7 ottobre in un passe-partout giustificatorio per ogni violazione del diritto internazionale. Il tutto mentre all'interno delle redazioni regna un clima di terrore psicologico: il personale evita di denunciare la deriva per il fondato timore di ritorsioni e licenziamenti.

A confermare l'esistenza di questo radicato pregiudizio filo-israeliano sono i dati e gli analisti:

Umanizzazione a senso unico: Faisal Hanif del Centre for Media Monitoring (CfMM) ha evidenziato come i media britannici descrivano le vittime israeliane con un linguaggio emotivo 11 volte più spesso rispetto a quelle palestinesi.

Censura sistemica nei titoli: Un recente rapporto della Relatrice Speciale ONU, Francesca Albanese, cita la BBC come esempio emblematico di un sistema informativo occidentale "intrinsecamente legato al genocidio", evidenziando come l'emittente abbia oscurato la responsabilità israeliana nell'83% dei propri titoli.

Rimozione della storia: La narrazione della BBC ha scientificamente cancellato decenni di occupazione e blocco illegale, riducendo la storia del conflitto al solo inizio del 7 ottobre.

Le testimonianze degli ex giornalisti dell'emittente — alcuni dei quali dimessisi per non farsi complici della deumanizzazione del popolo palestinese — confermano quanto denunciato fin dal novembre 2023 da gruppi di dipendenti ad Al Jazeera: l'uso riservato ed esclusivo di termini come "massacro" o "atrocità" solo quando si parla di azioni palestinesi, a fronte dell'accettazione acritica e passiva di ogni velina militare proveniente da Tel Aviv.

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Stati Uniti accusano formalmente il Canada di voler influenzare le elezioni di midterm

 

Se vi avessero raccontato che un giorno dagli Stati Uniti qualcuno avrebbe potuto accusare il Canada di guerra ibrida e voler influenzare le elezioni solo poco tempo lo avreste preso (giustamente) per pazzo. Eppure in una scheda informativa pubblicata mercoledì, l’Ambasciata degli Stati Uniti a Ottawa è arrivata proprio a questo.

Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente funzionari canadesi di tentare di interferire nelle elezioni americane, citando misure commerciali mirate politicamente, campagne pubblicitarie anti-Trump e incontri con politici democratici in vista delle elezioni di medio termine del mese prossimo. Nella scheda si legge: “Il governo canadese liquida le preoccupazioni relative a potenziali interferenze nelle elezioni statunitensi, anche se i suoi ministri e primi ministri provinciali descrivono apertamente piani per influenzare la politica americana in documenti ufficiali e apparizioni pubbliche,” ha affermato l’ambasciata.

Nel documento si fa particolarmente riferimento alla ministra dell’Industria canadese Melanie Joly, che, in relazione alle politiche commerciali del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, aveva dichiarato a marzo: «Ci stiamo assicurando di esercitare pressione sulle imprese americane, negli Stati chiave repubblicani, per fare pressione sull’amministrazione Trump». E ancora: «Stiamo agendo con saggezza e strategia per esercitare pressione politica», ha aggiunto ad agosto.

Washington ha inoltre messo in discussione gli incontri di Joly con funzionari democratici a Boston e Chicago a settembre, nonché una campagna pubblicitaria contro i dazi lanciata dal premier dell’Ontario Doug Ford, in cui l’ex presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan criticava le politiche commerciali protezionistiche. L’ambasciata ha inoltre sottolineato una recente partecipazione della console generale canadese Bernadette Jordan, affiancata da due membri del Congresso democratici, a una tavola rotonda nel Vermont sulle tensioni commerciali, appena tre settimane prima delle elezioni di medio termine. Si fa, infine, riferimento ad una campagna pubblicitaria del governo canadese su cartelloni pubblicitari rivolta a 12 Stati, per lo più a maggioranza repubblicana, e a Washington, DC. «Tutti i canadesi dovrebbero astenersi dal tentare di partecipare o influenzare in qualsiasi modo le elezioni statunitensi», conclude la scheda informativa. «Sono gli americani a decidere le elezioni americane».

Ottawa ha respinto le accuse. Carney ha insistito sul fatto che le misure del Canada fossero volte a proteggere i propri lavoratori e le proprie imprese dai dazi statunitensi, mentre Ford ha negato qualsiasi interesse a interferire nelle elezioni statunitensi. Joly ha difeso i suoi incontri con i politici americani come normale attività diplomatica, sottolineando di aver interagito sia con i repubblicani che con i democratici.

Sono, in estrema sintesa, dichiarazioni di due paesi al limite dalla rottura delle relazioni diplomatiche. 

Putin smonta la narrazione europea: «La minaccia russa è schizofrenia politica»

La narrazione di una guerra imminente con la Russia continua a occupare il dibattito politico europeo, ma per Vladimir Putin si tratta di una vera e propria «schizofrenia politica». In un’intervista al giornalista Pavel Zarubin per il programma Vesti, il presidente russo ha respinto ancora una volta l’ipotesi che Mosca si stia preparando a un conflitto militare con l’Europa. Putin ha sottolineato che neppure i popoli europei desiderano una guerra contro la Russia. Una posizione che, secondo il leader del Cremlino, dovrebbe spingere i governi occidentali a interrogarsi sulla crescente distanza tra le aspirazioni dei cittadini e la linea adottata dalle rispettive classi dirigenti. Il presidente russo ha inoltre ribadito che l’obiettivo occidentale di infliggere una «sconfitta strategica» a Mosca si è dimostrato irrealizzabile. Da qui l’auspicio che quanti continuano a perseguire questa strategia prendano finalmente atto della realtà e comprendano la convenienza di ristabilire relazioni amichevoli con la Russia.

Non è la prima volta che Putin interviene per contestare la rappresentazione di Mosca come una minaccia militare destinata prima o poi a colpire il continente europeo. Durante il recente intervento al Club Valdai, aveva escluso l’intenzione di attaccare altri Paesi, citando esplicitamente gli anni 2029, 2030 e persino il 2050. Il Cremlino individua anche una possibile spiegazione politica dell’allarme alimentato in Europa: il deterioramento delle condizioni economiche e le difficoltà interne di numerosi Paesi occidentali. La rappresentazione di una Russia pronta a invadere l’Europa finisce così per offrire alle élite al governo uno strumento utile a giustificare il riarmo, l’aumento delle spese militari e una mobilitazione permanente dell’opinione pubblica.

Resta tuttavia una questione che non può essere ignorata. Mentre Putin nega che Mosca voglia una guerra con l’Europa, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sostiene che le dichiarazioni dei leader occidentali dimostrino una preparazione sempre più seria a un possibile conflitto con la Russia. È proprio questa spirale di sospetti, riarmo e dichiarazioni ostili da parte europea a rendere sempre più difficile qualsiasi prospettiva di distensione.

Ma se l’obiettivo dichiarato di una parte delle leadership europee rimane quello di sconfiggere strategicamente Mosca, la domanda è inevitabile: quanto a lungo il continente potrà permettersi di sacrificare sicurezza, risorse economiche e possibilità diplomatiche sull’altare di uno scontro che rischia di non avere vincitori?

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