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“Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Mi sento malissimo e sono divorato dall’ansia”: Lars Von Trier riappare in video dopo anni e torna a parlare del Parkinson

27 October 2026 at 15:47

“Mi sento malissimo, sono divorato dall’ansia. Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico”. Lars Von Trier è tornato a parlare in pubblico della sua situazione di salute o meglio: abbiamo scoperto che online in forma gratuita possiamo vedere il documentario breve che ha girato sua figlia Agnes dove il padre Lars debilitato racconta i terribili giorni della sua malattia. I ventitre minuti di cortometraggio li potete trovare qui. Si tratta sia di una chiacchierata tra figlia e padre, sia una carrellata visiva su diversi elementi pittorici di ispirazione al regista danese.

Questo perché durante l’estate scorsa al Willumsens Museum in Danimarca era stata inaugurata la mostra Descendant, proprio sulle influenze pittoriche del cinema di Von Trier. Mostra che ha spostato armi, bagagli e video in quel di Stoccolma da pochi giorni, presso la Thiel Gallery, e dove rimarrà fino a gennaio. Il tam tam della nuova apparizione del regista di Le onde del destino è arrivato da X, dove diversi utenti cinefili hanno ripostato in continuazione alcuni stralci del cortometraggio probabilmente registrati durante la visione tra le stanze del museo svedese.

Ed è effettivamente la prima volta che vediamo Von Trier in video dal 2022, quando espose pubblicamente di essere affetto dal Morbo di Parkinson, anche se le immagini sono molto toccanti e difficili da guardare. Perché il 70enne regista è tremante e ha uno sguardo estremamente sconvolto, seppur nel corso dell’intervista della figlia riesca a fare anche qualche battuta di spirito. “Ho una malattia che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Mi sento malissimo e sono divorato dall’ansia. Non riesco quasi più a entusiasmarsi per nulla”, afferma Von Trier fronte macchina. Ad un certo punto Agnes chiede al pare cosa lascerà in eredità al mondo e Von Trier risponde che ci sono alcuni film a cui è affezionato e che vorrebbe lasciare. Tuttavia, nel quadro generale delle cose, dice che in realtà nulla di tutto ciò ha importanza. “Trovo difficile entusiasmarmi, ma ci sono alcuni dei miei film a cui tengo molto. Certo, mi piacerebbe che facessero parte della mia eredità, ma nel quadro generale di tutte le cose, con il dolore e gli alberi che lasciano cadere i loro semi sul terreno, e così via, non significano nulla”.

Insomma, per una leggenda del cinema, autore di Melancholia, Dancer in the dark o Idioti, tutto sembra essere finito. Però qualcosa dietro a quel viso sofferente, un guizzo in quello sguardo sempre stato saettante ci deve pur essere. Infatti, qualche minuto più avanti, quasi sorride quando definisce il defunto pittore Per Kirkeby un “idiota” a proposito di una brutta lettera che l’artista gli aveva scritto decenni prima su uno dei suoi film. A quel punto Agnes gli fa notare che gli artisti presenti nella sua mostra, tra cui Munch e Strindberg, erano tutti considerati degli idioti ai loro tempi, ma soprattutto gli chiede se anche lui si è considerato un idiota. “Sì”, risponde papà Lars e per questo spiega che ha avuto successo, cioè il fatto di non aver mai girato un film per soldi “ma solo perché doveva essere fatto in un certo modo. Di After, il suo possibile futuro ultimo film, ancora nessuna nuova, se non che la sceneggiatura è stata completata solo ad agosto. Chissà se la salute permetterà a Von Trier un ultimo schizzo sulla tela di un cinema che al posto dei suoi film ha ora dei terribili vuoti.

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Walter Veltroni e la Gialappa’s, l’assurda storia di un documentario

23 October 2026 at 12:04

Seguiamo da tempo con curiosità la carriera di Walter Veltroni “regista”. Negli ultimi dodici anni, ad esempio, ha girato dodici documentari. Ripetiamo: dodici. Uno all’anno. Implacabile come l’Immacolata Concezione o il Ferragosto. Alla lunga lista di temi affrontati nel tempo (politica, musica, calcio) oggi, grazie a L’assurda storia della Gialappa’s Band, se ne aggiunge un altro: la storia della televisione. E come per le precedenti opere, Veltroni non riesce a ritagliarsi una riga sul Rondolino-Tomasi o sul Brunetta dedicati alla storia patria del nostro cinema.

Sarà perché l’ex segretario PD sta al documentario cinematografico un po’ in generoso prestito come Fabio Volo al romanzo letterario, ma L’assurda storia della Gialappa’s Band sembra tutto fuorché un film. Ingordo collage di intervistati (27!), collezione di figurine Panini con molti doppioni, festival del dire qualcosa a tutti i costi con la rilevanza cronachistica e storica delle estrazioni del lotto, la dodicesima fatica documentaria dell’ex vicepresidente del Consiglio rinnova limiti e semplificazioni di una formula che vuole essere forma, di un prodotto commerciabile indistinguibile che vuole essere progetto estetico raffinato.

Intanto alla matrice visiva ricorrente (il trio protagonista Giorgio Gherarducci-Marco Santin-Carlo Taranto ritratto ripetutamente insieme a mezzo busto, più variante dei tre ripresi da soli verso la fine) viene come abbozzato un franoso anelito drammaturgico. Visto che il documentario, tra piatte richieste frontali da telegiornale, è già al palo dopo pochi minuti, ecco che lo scheletro del racconto va a ricomporsi frettolosamente su alcune varianti di linguaggio.

Si parte dal tentativo di intervallare spesso tutti gli intervistati con la scenetta del Mago Forest in uno studio mezzo buio che dialoga con Veltroni, nientemeno che voce fuoricampo/spalla comica modello Gialappa’s. Altra variante, qui direttamente nell’interpunzione di montaggio, una scelta che nemmeno Ejzenstejn, sono le espressioni facciali tra le più varie di Elio delle Storie Tese, seduto tra Faso e Cesareo, inquadrate brevemente a mo’ di commento alle battute o affermazioni dei colleghi comici. Un espediente che, va detto, non abbandona mai lo spettatore. Una specie di litania espressiva a metà strada tra il tormentone e il memento mori.

Nella catasta chilometrica, sommaria e sommabile, di filmati tratti da Mai dire gol, a volte interi sketch (ce n’è uno di Aldo, Giovanni e Giacomo medici di quasi tre minuti), si rinviene poi la confusione teorica tra poetica necessità della ricerca e affermazione autocelebrativa del ritrovamento (a Bisio che si schermisce di una partecipazione a un vecchio show su Odeon TV, Veltroni – fuori campo – risponde con un «Ce l’abbiamo!»). E se L’assurda storia della Gialappa’s Band fatica ancora a girare, Veltroni mostra il tocco e trucco per il quale è stato da noi definito la “Barbara D’Urso del documentario”: l’inquadratura forzata della lacrima indotta (ci fermiamo all’anziano Teo Teocoli).

Infine, come se non bastasse, appena dopo la metà del film, circa un’ora di estenuante batti e ribatti tra Gialappi e comici del loro ampio carnet, Veltroni si adopera in una raffica di retoriche istantanee da rimanere fulminati. Memore di una didascalia iniziale bianca su sfondo nero che suona pressappoco “i 40 anni che hanno cambiato l’Italia” (figuriamoci i quaranta precedenti! ndr), ecco che parte, senza motivo alcuno rispetto alla Gialappa’s, una gragnola di foto, bric-à-brac pop porno per turisti della democrazia: scatti della demolizione del Muro di Berlino, della Guerra del Golfo, di Berlusconi, di Antonio Di Pietro (in toga), ancora di Berlusconi, di Giovanni Falcone, della strage di Capaci, di Paolo Borsellino, della strage di via d’Amelio, di nuovo Berlusconi, Achille Occhetto, Carlo Azeglio Ciampi e ancora Berlusconi. L’assurda storia del documentario, altroché.

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