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Manovra 2027, stop alla rivalutazione delle pensioni: chi perde con quest’ipotesi e quanto

28 October 2026 at 14:31

Le pensioni assorbono circa il 15% del Pil e oltre il 30% della spesa pubblica primaria dello Stato, motivo per cui rappresentano uno dei capitoli più dibattuti ogni volta che si avvicina la sessione di bilancio per la Manovra 2027.

Per guadagnare margini di bilancio, il Governo sta immaginando di congelare la perequazione automatica per le pensioni di importo medio-alto. Ecco cosa accadrebbe ai cedolini dei pensionati se l’Esecutivo decidesse di confermare il blocco dell’adeguamento all’inflazione.

Quante pensioni sono coinvolte e quanto si risparmia

Per far quadrare i conti pubblici e reperire coperture finanziarie a stretto giro, l’Esecutivo starebbe valutando di confermare anche per il 2027 la stretta sul meccanismo di adeguamento degli assegni all’inflazione, replicando uno schema già ampiamente sfruttato nelle ultime leggi di Bilancio.

Non si tratta di una riduzione nominale dell’assegno, ma di un mancato adeguamento pieno all’aumento del costo della vita. Una misura che andrebbe a colpire la platea dei trattamenti superiori a quattro volte il minimo Inps, che per il 2026 è fissato a 611,85 euro: la soglia è quindi di 2.447,40 euro lordi al mese. I pensionati che percepiscono importi al di sopra di questo valore rappresentano circa il 45,9% del totale dei pensionati italiani.

Una scelta di questo tipo garantisce allo Stato un gettito di risparmio di diversi miliardi di euro all’anno a scapito del potere d’acquisto della classe media.

Effetti di lungo corso del blocco dell’indicizzazione

La ragione per cui il blocco della rivalutazione rappresenta la leva preferita dai governi risiede nella sua immediata praticabilità tecnica e nella straordinaria efficacia sui saldi di finanza pubblica.

Le cifre contabili evidenziano un risparmio netto per le casse dello Stato così articolato:

  • 2 miliardi di euro incassati nel solo 2023;
  • 4 miliardi di euro all’anno di risparmio strutturato nel triennio 2024-2026;
  • oltre 54 miliardi di euro di risparmio cumulato lordo proiettato sull’arco di un decennio.

Il vero punto di forza contabile per lo Stato risiede nell’effetto trascinamento. Poiché la quota di rivalutazione negata in un determinato anno non viene più reintegrata nella base di calcolo dell’assegno, l’importo della pensione resta permanentemente inferiore rispetto a quello che si sarebbe raggiunto con la perequazione al 100%, generando un beneficio permanente per le casse pubbliche.

Quanto perde il singolo pensionato

Per comprendere l’impatto sulle tasche dei cittadini, basta osservare l’evoluzione di un assegno pensionistico medio-alto nell’ultimo quadriennio. Un pensionato che nel 2022 percepiva 2.000 euro netti al mese, per effetto dei tagli percentuali alla rivalutazione applicati negli anni successivi, percepisce oggi circa 2.260 euro netti.

Se il meccanismo di indicizzazione fosse rimasto integrale e privo di tetto, lo stesso assegno avrebbe raggiunto la soglia dei 2.329 euro netti mensili. La perdita cumulata per il singolo assegno ammonta dunque a circa 69 euro netti al mese, per un danno complessivo al potere d’acquisto pari a 828 euro all’anno.

Flessibilità rinviata e risorse limitate

L’ipotesi di rinnovare la stretta sulle rivalutazioni si inserisce in un quadro di interventi sulla previdenza estremamente contenuto. Con le riforme sulla flessibilità in uscita per provare a superare la Legge Fornero o le nuove formule di Quota sostanzialmente congelate o rinviate al 2027, le risorse a disposizione della previdenza sono ridotte all’osso.

La creazione di un fondo da circa un miliardo di euro previsto in Manovra per gestire le future uscite anticipate conferma la linea di estrema prudenza adottata dal Ministero dell’Economia, che per finanziare le misure a sostegno dei redditi bassi torna a fare cassa sulla fascia intermedia dei trattamenti previdenziali.

Carta Dedicata a Te, via ai pagamenti da 500 euro: come controllare lista beneficiari

28 October 2026 at 11:38

Sta per tornare la Carta Dedicata a Te per le famiglie individuate dall’Inps e dai Comuni come beneficiarie. A partire dal 4 novembre queste riceveranno il pagamento della prima tranche da 500 euro per il periodo 2026, mentre per il 2027 è previsto un altro pagamento da 500 euro.

La modalità con la quale il sostegno arriverà alle famiglie dipenderà dagli anni precedenti. Infatti, se una famiglia è già stata beneficiaria, otterrà la ricarica sulla Postepay collegata all’iniziativa. Invece per i nuovi beneficiari sarà necessario recuperare fisicamente la carta prepagata.

Carta Dedicata a Te: quando arriva

È in arrivo la ricarica per la Carta Dedicata a Te. Da mercoledì 4 novembre le carte elettroniche di Poste Italiane riceveranno un accredito di 500 euro.

Chi rientra tra i beneficiari non dovrà fare alcuna domanda, ma controllare di essere all’interno della lista dei beneficiari del proprio Comune.

Ricordiamo che la Carta Dedicata a Te 2026-2027 si divide in due tranche:

  • una in arrivo il 4 novembre 2026;
  • la seconda in arrivo ad aprile 2027.

Attenzione: fondamentale da non dimenticare è il primo utilizzo della carta. Questa deve essere utilizzata entro il 16 dicembre 2026, anche soltanto per una spesa piccola.

A chi spetta?

La Carta Dedicata a Te 2026-2027 è un contributo a sostegno dei nuclei familiari residenti in Italia che hanno un Isee ordinario non superiore a 15.000 euro.

Tra i requisiti c’è quello che tutti i componenti devono essere iscritti all’anagrafe della popolazione residente del Comune.

Attenzione: restano esclusi i nuclei che già percepiscono l’Assegno di Inclusione, la Carta Acquisti e altre misure di sostegno contro la povertà.

Restano esclusi dalla Carta Dedicata a Te anche i nuclei nei quali almeno un componente riceve un aiuto al reddito o alla disoccupazione come Naspi, DIS-COLL o cassa integrazione.

La lista dei beneficiari: come controllare

Per la Carta Dedicata a Te non c’è la necessità di fare alcuna domanda. I beneficiari sono già stati individuati in automatico dall’Inps e i Comuni hanno pubblicato o stanno pubblicando gli elenchi delle famiglie.

La fase di pubblicazione è in corso dal 13 ottobre. Si può verificare se si è negli elenchi del proprio Comune attraverso il sito dello stesso. Di solito il Comune pubblica sotto forma di avviso o notizia, o nella pagina dei servizi sociali, l’elenco dei beneficiari.

Per capire se si è tra i beneficiari, basta controllare il numero di protocollo della DSU, la dichiarazione presentata per ottenere l’Isee. Infatti, per garantire la privacy non vengono indicati nome e cognome, ma il codice che si trova nella parte alta dell’attestazione e che comincia con la sigla “INPS-ISEE-2026”.

Come si ritira la carta

Per i beneficiari della carta dedicata degli scorsi anni non c’è molto altro da fare, se non fare il primo acquisto e riattivare così la carta con l’accredito del 4 novembre.

I nuovi beneficiari invece dovranno ritirare negli uffici postali abilitati la carta. Per farlo basterà presentare il codice fiscale e un documento d’identità valido.

Come recuperare il PIN

Per utilizzare la Carta Dedicata a Te serve il PIN. Con questo si può controllare la ricarica e anche pagare per spese superiori a 50 euro.

Nel caso di smarrimento del PIN, è possibile richiedere un duplicato contattando il servizio clienti o recandosi nell’ufficio postale del proprio Comune. Basterà procedere alla sostituzione della carta o alla consegna di una nuova carta e di un nuovo PIN.

La richiesta del duplicato

La richiesta di una nuova carta comporta la compilazione di un apposito modulo. In caso di furto, smarrimento, deterioramento o indisponibilità del PIN sarà necessario sostituire la vecchia carta.

Bisognerà consegnare il modulo con la richiesta del duplicato e la copia della denuncia presentata all’autorità giudiziaria o di pubblica sicurezza, o riconsegnare la vecchia carta prepagata in caso di perdita del PIN.

Una volta ottenuta la nuova Postepay, bisognerà procedere allo stesso identico modo: un primo pagamento entro la scadenza del 16 dicembre per attivare la carta.

Attenzione: chi non rispetta questo termine perde l’accredito per il 2026, ma non quello in arrivo ad aprile 2027.

Rimborso 730 con la Naspi nel 2026, i casi nei quali l’INPS blocca o rifiuta il pagamento

28 October 2026 at 06:00

Tra i principali vantaggi della presentazione del Modello 730 a credito vi è la possibilità di recuperare in tempi brevi le somme spettanti per spese sanitarie, detrazioni edilizie o carichi di famiglia. Per i lavoratori disoccupati che percepiscono la Naspi, il meccanismo teorico è semplice: l’INPS agisce da sostituto d’imposta e accredita il saldo direttamente sull’assegno mensile nella prima finestra utile successiva all’elaborazione della dichiarazione. Tuttavia, può capitare che la mensilità attesa arrivi senza alcuna traccia del conguaglio Irpef. Di fronte al mancato accredito, la domanda sorge spontanea: per quale motivo il rimborso 730 non è stato erogato sulla Naspi e dove sono finiti i soldi?

Non veder comparire l’importo sul proprio conto non significa aver perso il credito fiscale. Indica però che il flusso automatico tra l’Agenzia delle Entrate e l’INPS ha incontrato un ostacolo.

Come funziona il conguaglio fiscale sulla disoccupazione

L’indennità Naspi è considerata dalla normativa fiscale un reddito assimilato a quello da lavoro dipendente. Per questa ragione, l’INPS è tenuto ad applicare le ritenute Irpef sui sussidi erogati, operando a tutti gli effetti come un datore di lavoro.

Quando si presenta il Modello 730 indicando l’INPS come sostituto d’imposta, l’Agenzia delle Entrate trasmette all’ente previdenziale il Modello 730-4, ossia il documento contabile che certifica l’ammontare del credito da rimborsare (o del debito da trattenere). Se il flusso si svolge regolarmente, l’INPS recepisce il dato e dispone la liquidazione nell’assegno di disoccupazione elaborato nel mese successivo a quello di ricezione del prospetto.

Se la mensilità di Naspi successiva all’invio della dichiarazione viene pagata con l’importo ordinario senza alcuna voce integrativa, significa che l’INPS ha notificato un diniego dell’assistenza fiscale o che la dichiarazione è stata bloccata prima di giungere a destinazione.

Le cause principali: perché l’INPS rifiuta il rimborso 730?

L’INPS non applica i conguagli in modo discrezionale, ma deve attenersi a precisi paletti amministrativi. Qualora riscontri un’incompatibilità, l’ente invia un rifiuto telematico all’Anagrafe Tributaria entro 5 giorni dalla ricezione del prospetto e si sfila dal ruolo di sostituto.

Le motivazioni che spiegano il mancato versamento del rimborso 730 sulla Naspi sono riconducibili a cinque casistiche principali.

La Naspi è terminata prima del conguaglio

È la causa più frequente. Affinché l’INPS possa erogare il credito Irpef, è necessario che il rapporto di sostituzione d’imposta sia ancora attivo al momento dell’elaborazione dei dati. Se l’indennità di disoccupazione è giunta a scadenza prima che l’INPS ricevesse il Modello 730-4 dall’Agenzia delle Entrate, l’ente si trova nell’impossibilità di disporre il pagamento, non avendo più un cedolino su cui applicare la somma.

Domanda di disoccupazione in corso di lavorazione

Molti contribuenti trasmettono il Modello 730 subito dopo aver fatto domanda di disoccupazione, indicando l’INPS come sostituto quando la pratica risulta ancora nello stato in istruttoria. Se al momento dell’invio dei flussi fiscali la richiesta di Naspi non è stata ancora formalmente accolta con un provvedimento definitivo, l’INPS rifiuta la gestione del conguaglio. Anche se il sussidio viene approvato poco tempo dopo, il flusso del 730 non si riallinea automaticamente.

Incapienza della mensilità o modalità straordinarie

Esistono situazioni legate alla struttura del pagamento della disoccupazione:

  • capienza mensile insufficiente. Se il rimborso 730 è di importo elevato e la rata mensile della Naspi è ridotta (o parzialmente trattenuta per pignoramenti o recupero di indebiti), l’INPS eroga il credito nei limiti della disponibilità del mese. Se la prestazione si esaurisce con quel pagamento, l’eccedenza non viene pagata;
  • anticipazione in un’unica soluzione. Chi ha richiesto l’anticipazione della Naspi per l’avvio di un’attività autonoma non riceve un’indennità periodica. Essendo un pagamento unico a tassazione separata, l’INPS non può effettuare conguagli da dichiarazione dei redditi ordinaria.

Controlli preventivi dell’Agenzia delle Entrate

Il ritardo nell’accredito sulla Naspi può dipendere direttamente dall’Agenzia delle Entrate. La normativa prevede che il Fisco blocchi la trasmissione del prospetto 730-4 all’INPS quando la dichiarazione presenta elementi di rischio e richiede controlli preventivi. Ciò avviene in caso di:

  • rimborsi di importo complessivamente superiore a 4.000 euro;
  • sostanziali modifiche rispetto alla dichiarazione precompilata;
  • incoerenze relative ai dati sui familiari a carico o sui bonus edilizi e sanitari.

In questi casi, la pratica viene congelata per le verifiche documentali e l’INPS non riceve mai l’autorizzazione a pagare.

Credito sotto il limite minimo

In base alle norme generali sul conguaglio fiscale, l’erogazione dei rimborsi non viene effettuata se l’importo netto spettante risultante dalla dichiarazione è pari o inferiore a 12 euro.

Verificare lo stato del rimborso sui portali ufficiali

Per capire esattamente cosa sia accaduto dopo l’invio della propria dichiarazione dei redditi, non occorre attendere comunicazioni cartacee. È sufficiente consultare le proprie aree riservate sui siti istituzionali accessibili attraverso le proprie credenziali fiscali:

  • fascicolo previdenziale INPS. Entrando nella sezione Prestazioni e selezionando Modello 730/4, è possibile consultare i dati inviati dall’Agenzia delle Entrate e verificare l’eventuale presenza di una nota di diniego con la relativa causale (es. Rapporto di sostituzione esaurito);
  • cassetto fiscale Agenzia delle Entrate. Nella sezione Dichiarazioni fiscali – Modello 730 si trova lo stato di lavorazione della pratica. Se il conguaglio è fallito, la scheda evidenzierà il mancato perfezionamento del pagamento tramite il sostituto d’imposta.

Come sbloccare i soldi e ottenere il pagamento

Quando l’INPS rifiuta di erogare il rimborso 730 sulla Naspi, l’origine del pagamento deve essere spostata dall’ente previdenziale all’Agenzia delle Entrate. Il credito rimane valido e il contribuente ha a disposizione le seguenti opzioni per recuperarlo.

Per il 2026 il termine per inviare il 730 integrativo è scaduto il 26 ottobre, dato che il 25 cadeva di domenica. Chi si accorge solo ora del mancato rimborso deve quindi seguire una delle due strade ancora percorribili: il modello Redditi o il riporto del credito nella dichiarazione dell’anno successivo.

Presentazione del Modello Redditi Persone Fisiche

Scaduta la finestra del 730 integrativo, la strada da seguire consiste nell’invio del Modello Redditi PF (ex Unico) in modalità integrativa o correttiva. Attraverso questo modello si recepisce il credito della precedente dichiarazione mai incassato e si richiede il rimborso diretto al Fisco. Il termine per la presentazione del modello Redditi PF 2026 è il 2 novembre 2026, visto che il 31 ottobre cade di sabato.

Riporto del credito nella dichiarazione successiva

Chi non riesce a rispettare nemmeno questa scadenza non perde il credito. L’importo non rimborsato dal sostituto d’imposta può essere indicato nel 730 del 2027, relativo ai redditi 2026, nella sezione dedicata ai crediti non rimborsati, e utilizzato in diminuzione dell’imposta dovuta oppure chiesto a rimborso.

Il 730 integrativo di tipo 2, termine scaduto il 26 ottobre

Fino al 26 ottobre 2026 era possibile inviare un Modello 730 Integrativo di tipo 2, una dichiarazione che consente di correggere solo l’indicazione del sostituto d’imposta senza toccare redditi e spese:

  • se la Naspi era terminata o la pratica era bloccata, si selezionava la modalità 730 Senza Sostituto;
  • se nel frattempo si era intrapreso un nuovo lavoro dipendente, si poteva indicare il nuovo datore di lavoro.

Tempistiche e modalità dell’accredito da parte dell’Agenzia delle Entrate

Quando la gestione del credito passa sotto la responsabilità diretta dell’Agenzia delle Entrate, è essenziale accedere al portale dell’Anagrafe Tributaria per registrare il proprio codice Iban. Senza l’indicazione del conto corrente, i tempi si allungano ulteriormente perché il pagamento avverrà tramite vaglia o titolo di credito postale.

A differenza del rimborso erogato sulla Naspi, la liquidazione diretta da parte dell’Agenzia delle Entrate segue le tempistiche dell’amministrazione finanziaria. Per le dichiarazioni ricalcolate senza sostituto a seguito di un diniego, l’accredito sul conto corrente arriva generalmente tra la fine dell’anno della dichiarazione e i primi mesi dell’anno successivo, estendendosi fino a sei mesi nei casi sottoposti a controllo preventivo per importi elevati.

Assegno unico di novembre, quando arriva il pagamento: le date del calendario Inps

27 October 2026 at 07:02

L’Assegno unico di novembre 2026 arriva giovedì 19 e venerdì 20 per le famiglie che ricevono già il contributo e non hanno variazioni nella propria posizione di fronte all’Inps.

Per chi aspetta il primo accredito, un conguaglio o la conclusione di una verifica dell’Isee, invece, le tempistiche possono essere diverse: l’assegno per loro arriva qualche giorno dopo. E anche la somma da incassare può cambiare in base alla situazione economica del nucleo familiare, al numero dei figli, alla loro età e alle eventuali maggiorazioni.

Quando arriva l’Assegno unico di novembre 2026

Il calendario dei pagamenti dell’Assegno unico e universale per i figli a carico è stato comunicato dall’Inps con il messaggio n. 3931 del 24 dicembre 2025.

Una precisazione che riguarda le famiglie interessate dai controlli sull’Isee: la rata può essere temporaneamente abbassata all’importo minimo previsto in assenza di un indicatore valido.

Le date di pagamento ordinario dell’Assegno unico universale sono, come detto, giovedì 19 e venerdì 20 novembre 2026. Non significa, però, che tutte le famiglie riceveranno il denaro nello stesso giorno: la data effettiva dipende dalla lavorazione della singola pratica. Può capitare, così, che qualcuno riceva i soldi nella mattinata di giovedì e qualcun altro il giorno dopo o quello dopo ancora.

Ed ecco anche quando pagano l’Assegno unico a dicembre: i soldi arrivano il 16 e 17 dicembre 2026, cioè prima delle festività natalizie.

Chi riceve l’Assegno unico a fine novembre

Per alcune famiglie, come anticipato, il pagamento arriverà nell’ultima settimana del mese. Le principali casistiche sono:

  • nuova domanda per le richieste presentate a ottobre, dove il primo pagamento è previsto di norma nell’ultima settimana di novembre;
  • conguagli con importi da integrare o recuperare che possono essere liquidati nella parte finale del mese;
  • variazioni familiari per la nascita di un figlio, il riconoscimento della disabilità, il raggiungimento della maggiore età o altri cambiamenti possono richiedere un aggiornamento della pratica;
  • modifica dell’Iban;
  • ripartizione tra i genitori con la quota destinata al secondo beneficiario che decorre dal mese successivo alla comunicazione all’Inps.

Come controllare la data e l’importo dell’accredito Inps

Le famiglie possono verificare data del pagamento e dettaglio dell’accredito attraverso i servizi online dell’Inps. Per accedere occorre utilizzare Spid, Cie o Cns. Le info del caso sono disponibili nel servizio dedicato all’Assegno unico, nel Fascicolo previdenziale del cittadino oppure attraverso l’app “Inps Mobile”.

In caso di anomalie, è possibile chiedere assistenza a un Caf, a un patronato, al proprio consulente di fiducia oppure al Contact center dell’Inps, ai numeri:

  • 803164 (gratuito da telefono fisso);
  • 06164164 da cellulare (può essere a pagamento in base alla tariffa applicata dal proprio gestore).

Se la riduzione è collegata a una verifica dell’Isee, occorre controllare la comunicazione ricevuta e fornire i documenti necessari a chiarire la propria posizione.

A chi spetta l’Assegno unico

L’Assegno unico e universale spetta alle famiglie in cui ricorrono le seguenti condizioni:

  • per ogni figlio minorenne a carico. Per i nuovi nati decorre dal settimo mese di gravidanza;
  • per ciascun figlio maggiorenne a carico fino al compimento dei 21 anni con un reddito complessivo inferiore a 8mila euro annui e che frequenti un corso di formazione scolastica o professionale oppure un corso di laurea oppure che svolga un tirocinio o un’attività lavorativa oppure che sia registrato come disoccupato e in cerca di un lavoro presso i servizi pubblici per l’impiego oppure, infine, che svolga il servizio civile universale;
  • per ogni figlio con disabilità a carico senza limiti di età.

Pensione con contributi all’estero, quando si sommano a quelli italiani: il chiarimento Inps

22 October 2026 at 06:00

L’Inps, con la circolare 107 del 20 ottobre, riepiloga e aggiorna le regole per far valere i contributi versati all’estero nella pensione in regime di cumulo. Sono tre i chiarimenti che riguardano i periodi all’estero:

  • quando contano per il diritto alla pensione;
  • come si considerano per la verifica dell’importo soglia;
  • quando danno accesso all’integrazione al trattamento minimo.

Chi ha una carriera divisa tra più gestioni italiane e uno o più Paesi esteri può ottenere un trattamento che con i soli contributi italiani non sarebbe raggiungibile.

Cos’è la pensione in regime di cumulo

Il cumulo, previsto dalla Legge di Stabilità 2013 e poi modificato con la Legge di Bilancio 2017, permette di sommare i contributi non coincidenti versati in gestioni previdenziali diverse per ottenere un’unica pensione.

Quando contano i periodi lavorati all’estero

I periodi esteri valgono per il diritto alla pensione in cumulo come se fossero periodi italiani, in base all’articolo 6 del regolamento (CE) 883/2004 e contano anche se hanno già prodotto una pensione estera.

Quando lo stesso periodo è coperto sia da contributi italiani sia da contributi esteri, per esempio per due lavori svolti in contemporanea in due Paesi, quei mesi valgono una volta sola e non si sommano.

Quali Paesi rientrano nel cumulo

Rilevano i contributi maturati:

  • negli Stati Ue;
  • nello Spazio economico europeo;
  • in Svizzera;
  • nel Regno Unito;
  • nei Paesi legati all’Italia da accordi o convenzioni bilaterali di sicurezza sociale che prevedono la totalizzazione internazionale.

Le condizioni da rispettare

La totalizzazione con l’estero è possibile se:

  1. risulta raggiunto il periodo minimo di contribuzione italiana, cioè 52 settimane (un anno) per la normativa europea o quello fissato dalla singola convenzione;
  2. almeno una delle gestioni italiane coinvolte è compatibile con il riconoscimento dei periodi esteri;
  3. i periodi esteri servono per maturare il diritto oppure danno una pensione più favorevole rispetto al solo cumulo nazionale.

Per la maggior parte delle convenzioni bilaterali la totalizzazione non serve se il diritto si raggiunge già con i soli contributi italiani. Fanno eccezione Jersey e le altre Isole del Canale (che dipendono dal Regno Unito), gli Stati nati dalla ex Jugoslavia e l’Uruguay.

Contributi esteri anteriori al 1996

L’importo della pensione si calcola solo sui contributi italiani. I periodi esteri collocati prima del 1° gennaio 1996 servono però a stabilire l’anzianità al 31 dicembre 1995 e quindi il sistema in cui rientra la pensione, con i relativi requisiti di accesso e istituti.

Significa che chi ha lavorato all’estero prima del 1996 e in Italia ha versato solo dopo quella data viene inquadrato nel sistema misto, anche se la quota italiana resta calcolata, di fatto, con il sistema contributivo.

Importo soglia e contributi esteri

Per la pensione di vecchiaia in cumulo valgono anche i requisiti diversi da età e contributi previsti dall’ultima gestione di iscrizione.

L’importo soglia è l’importo minimo che la pensione deve raggiungere per essere pagata, ed è quello previsto dalle regole della Gestione separata. Nel cumulo l’Inps controlla l’importo soglia solo quando ricorrono insieme tutte queste condizioni:

  • la pensione è calcolata con il sistema misto (in parte con il retributivo e in parte con il contributivo);
  • l’ultima iscrizione del lavoratore è alla Gestione separata dell’Inps;
  • l’interessato non ha ancora compiuto 71 anni, limite che dal 1° gennaio 2027 sarà adeguato alla speranza di vita.

Nel caso internazionale, la pensione italiana si somma alla pensione o al pro-rata estero e il totale non deve risultare inferiore alla soglia. Il requisito può maturare anche dopo, quando arriva la liquidazione estera. In quel caso la pensione decorre dal primo giorno del mese successivo.

La verifica non serve se, dopo l’ultimo contributo in Gestione separata, si hanno periodi esteri valorizzabili in una gestione dove la soglia non è prevista. Con i Fondi speciali conta la natura del lavoro svolto all’estero, che deve corrispondere alla stessa categoria.

Resta fermo che alla decorrenza il lavoro dipendente deve essere cessato, anche all’estero.

Integrazione al minimo

L’integrazione al trattamento minimo alza le pensioni più basse fino a 611,85 euro al mese – importo provvisorio per il 2026 fissato dalla circolare 153 del 19 dicembre 2025, che diventano 619,80 euro con l’incremento dell’1,3% riconosciuto alle pensioni pari o inferiori al minimo.

L’integrazione spetta a chi ha redditi entro i limiti di legge e solo alle pensioni nel sistema retributivo o misto. Nel cumulo spetta a condizione che almeno una delle quote sia a carico di una gestione che la prevede. Grazie ai periodi esteri anteriori al 1996, l’integrazione spetta anche a chi in Italia ha iniziato a versare dopo quella data.

Nell’esempio della circolare del 20 ottobre, un lavoratore con 15 anni di contributi all’estero prima del 1996 e poi iscritto in Italia al Fondo pensioni lavoratori dipendenti e alla Gestione esclusiva dei dipendenti pubblici ottiene una pensione in cumulo nel sistema misto, integrabile al minimo, anche se le quote italiane sono calcolate con il contributivo. L’integrazione resta a carico delle gestioni italiane.

Per verificare i limiti di reddito, l’Inps conta anche le pensioni estere e gli eventuali redditi prodotti all’estero.

Come si presenta la domanda

L’ente istruttore si individua solo in base all’ultimo contributo italiano, anche se l’ultimo versamento è avvenuto all’estero.

C’è poi un distinguo in base a dove si ha la residenza:

  • chi risiede in Italia presenta la domanda per via telematica e sceglie il tipo di pensione;
  • chi risiede all’estero si rivolge all’istituzione previdenziale del Paese di residenza, che inoltra la pratica alla sede Polo dell’Inps.

Se la domanda arriva dall’estero con la generica dicitura vecchiaia o anticipata, l’Inps deve comunque esaminare l’intera posizione, cercare il trattamento più favorevole e informare l’interessato sulle alternative prima di liquidare. Anche per questo motivo è sempre meglio indicare esplicitamente il cumulo nell’istanza.

Non è mai troppo tardi per la previdenza complementare

7 September 2026 at 08:42

Aderire alla previdenza complementare conviene anche se si è a fine carriera. Le prime coorti di iscritti al Fondo Espero hanno maturato risorse superiori rispetto a chi non ha aderito, pur con un orizzonte di accumulazione limitato. Lo dicono i dati Inps.

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