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La Turchia cerca spazio all’Onu, tra le ambizioni di Trump e il dilemma Orbán

28 October 2026 at 15:46

La Turchia si prepara a candidare Feridun Sinirlioglu, segretario generale dell’Osce ed ex rappresentante permanente alle Nazioni Unite, alla successione di António Guterres. Secondo fonti turche, l’annuncio potrebbe arrivare venerdì sera e dipende dall’esito dello scrutinio informale che il Consiglio di Sicurezza tiene giovedì, il settimo. Ankara vuole leggere gli orientamenti dei cinque membri permanenti prima di scoprire la propria carta. Il momento ha una logica precisa: dopo il voto di giovedì restano pochi giorni alle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, dopo le quali Washington potrebbe decidere se far scendere in campo Viktor Orbán. Ankara si inserisce nell’intervallo in cui le opzioni americane sono ancora aperte, non ufficializzate.

La gara è bloccata dai veti più che dalla mancanza di voti. Nel sesto scrutinio, il primo con schede colorate per distinguere i cinque permanenti dai dieci eletti, Rebeca Grynspan Mayufis ha raggiunto i nove voti favorevoli necessari, ma due dei cinque l’hanno scoraggiata. Carolyn Rodrigues Birkett e Rafael Grossi hanno ottenuto lo stesso numero di voti contrari dai permanenti, senza arrivare a nove favorevoli. Quando ogni nome in corsa porta con sé un veto, l’ingresso tardivo diventa un vantaggio, e il precedente del 1981 lo conferma: lo stallo si sciolse con un outsider che non aveva fatto campagna (Javier Pérez de Cuéllar). Oggi mancano nove settimane alla scadenza del mandato di Guterres, e Washington ha chiesto di decidere entro l’anno.

L’alternativa che l’amministrazione Trump avrebbe sondato è di segno opposto. Orbán sarebbe stato incoraggiato a candidarsi, con segnali favorevoli da Mosca e Pechino – e secondo la stima di un funzionario del Dipartimento di Stato ci sono otto voti nel Consiglio, forse dieci, a suo sostegno. La candidatura ha però un problema di procedura che precede quello del consenso. I membri permanenti non nominano candidati, come ha ricordato il viceministro degli Esteri russo, e il governo di Péter Magyar, che ha battuto Orbán ad aprile, non ha motivo di sponsorizzarlo. Servirebbe uno Stato terzo disposto a sostenere il nome davanti a Parigi e Londra, che possono fermarlo con un veto o con un voto contrario, mentre Varsavia e Kyiv hanno già preso le distanze con sarcasmo. Una lettura plausibile è che il nome di Orbán serva a Washington più come leva che come candidatura, un argomento per chiedere a Francia e Regno Unito di accettare un compromesso meno sgradito.

In questo spazio Sinirlioglu offre ciò che Orbán non ha più: uno Stato alle spalle, con un seggio nella Nato, sette anni da ambasciatore all’Onu e il profilo di un diplomatico di carriera. Il criterio che rende Orbán problematico, un’autonomia costruita su rapporti stretti con Mosca e Pechino, si applica anche ad Ankara, che ha acquistato i sistemi russi S-400, ne ha pagato il prezzo con sanzioni americane e con l’esclusione dagli F-35, e mantiene con Mosca legami energetici e commerciali profondi. Sinirlioglu stesso ha lanciato la propria candidatura a margine dell’Assemblea Generale, nella stessa settimana in cui incontrava Sergej Lavrov a New York. La differenza sta nel grado e nella leva: Washington si troverebbe davanti un interlocutore difficile da controllare ma dotato di capacità proprie, mentre Orbán porta un’affinità politica senza apparato statale.

Il calcolo dei voti passa per i dieci seggi elettivi. Pakistan e Somalia sono legati ad Ankara da rapporti di sicurezza, e il Parlamento turco sta facendo avanzare un patto di difesa con Riad e Islamabad. La Grecia siede nel Consiglio con ragioni proprie di diffidenza, e il Bahrein appartiene al blocco dei sei Stati del Golfo che sostiene la candidata emiratina Lana Nusseibeh, per cui è difficile immaginarlo schierato con Ankara. La candidatura di Sinirlioglu erode in parte lo stesso bacino di voti arabi e musulmani su cui conta Nusseibeh, che secondo un funzionario turco ha già incontrato resistenze per le posizioni sulle crisi regionali, e che deve rispondere sulle accuse al suo Paese per il sostegno alle Forze di supporto rapido in Sudan, che Abu Dhabi respinge.

Cambia anche il criterio di scelta. I tre candidati in testa vengono tutti da America Latina e Caraibi, e Panama, che siede nel Consiglio, rivendica il turno per la regione. Sinirlioglu, Orbán e Nusseibeh appartengono a tre gruppi regionali diversi, e il loro ingresso trasforma la rotazione da regola in preferenza. La partita si sposta dal nome al principio con cui lo si sceglie: l’area geografica, il profilo politico o il peso geopolitico.

L’ostacolo concreto per Ankara è Parigi. Il presidente turco, Recep Tayyp Erdoğan, ha parlato con il francese Emmanuel Macron martedì sera, ma i contenziosi tra i due Paesi in Libia e nel Mediterraneo orientale rendono il veto francese più probabile di quello americano. Il paradosso è dichiarato dalla stessa diplomazia turca, secondo cui il mondo è più grande di cinque, mentre per ottenere l’incarico Ankara deve convincerli tutti.

Il rischio per la Turchia è di restare una candidatura di posizione, utile a sedersi al tavolo in cui si negozierà il compromesso finale e a incassare altrove, nei rapporti con Washington o con Bruxelles (e con Mosca e Pechino?), ciò che il voto non darà. Per gli Stati Uniti il rischio è più concreto: se i veti reggono fino a dicembre, il Consiglio sceglierà il profilo che offre meno motivi di opposizione, cioè il meno connotato politicamente. Il mandato è di cinque anni a partire da gennaio 2027 e arriva oltre la presidenza Trump: l’Onu “alle basi” che l’amministrazione chiede potrebbe avere alla guida un funzionario di carriera scelto per esaurimento delle alternative, e non l’alleato politico che Washington cercava.

Dalla difesa al commercio, perché le Filippine vogliono rafforzare i rapporti con l’Italia. Parla la ministra Lazaro

27 October 2026 at 10:33

Le Filippine intendono rafforzare la cooperazione politica e di sicurezza con l’Italia, mentre Manila amplia i partenariati europei e consolida il proprio ruolo diplomatico nell’Indo-Pacifico. Tra le possibilità indicate dal governo filippino figura anche un accordo bilaterale sulle forze militari in visita, sulla scia delle intese sviluppate con altri partner europei.

È il messaggio emerso da una conversazione con Maria Theresa P. Lazaro, ministra degli Esteri delle Filippine, che si è tenuta presso l’ambasciata filippina a Roma. Formiche.net ha partecipato all’incontro insieme a un ristretto gruppo di giornalisti invitati. La visita di Lazaro nella capitale italiana comprendeva anche un intervento pubblico. L’incontro ha affrontato i rapporti bilaterali, il crescente coinvolgimento europeo nella sicurezza asiatica, le tensioni con la Cina nel Mar Cinese Meridionale, Taiwan e il rafforzamento del profilo internazionale delle Filippine attraverso la presidenza Asean del 2026.

Italia e Filippine: un potenziale ancora da sviluppare

Nel 2027 Italia e Filippine celebreranno 80 anni di relazioni diplomatiche, un anniversario che Lazaro considera un’occasione per imprimere nuovo slancio a un partenariato che non ha ancora espresso tutte le proprie potenzialità.

“Penso che possiamo fare di più nelle nostre relazioni bilaterali”, ha spiegato, sottolineando la necessità di un confronto politico più regolare tra i due governi. “Abbiamo chiesto consultazioni politiche”, ha aggiunto Lazaro, riferendosi a un meccanismo destinato ad affrontare questioni politiche ed economiche, oltre alle relazioni tra le rispettive popolazioni, ma che finora non ha trovato concreta attuazione.

La ministra ha inoltre auspicato una maggiore frequenza di visite istituzionali ad alto livello. Durante il soggiorno romano non ha avuto occasione di incontrare membri del governo italiano, pur avendo manifestato interesse per un colloquio con il proprio omologo. Lazaro ha riconosciuto che gli impegni di agenda potrebbero aver impedito l’incontro, senza suggerire l’esistenza di divergenze politiche.

La cooperazione nella difesa rappresenta invece un settore nel quale sono stati compiuti progressi concreti. Lazaro ha ricordato l’accordo firmato a Monaco nel febbraio scorso con il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, descrivendolo come uno sviluppo positivo sul quale costruire ulteriori iniziative. Il messaggio rivolto a Roma è che una relazione bilaterale consolidata, già sostenuta da strumenti di cooperazione, necessita ora di un impegno politico più continuativo per esprimere pienamente il proprio potenziale.

La sicurezza dell’Indo-Pacifico e la prospettiva di un accordo con l’Italia

Le Filippine considerano la crescente presenza europea nell’Indo-Pacifico un contributo positivo alla sicurezza regionale. Alla domanda di Formiche.net se un maggiore coinvolgimento militare europeo possa essere percepito da altri attori regionali come un’ulteriore fonte di tensione, Lazaro ha accolto favorevolmente il contributo dei partner europei.

“Siamo dell’opinione che qualsiasi sostegno da parte dei nostri amici e partner like-minded, i Paesi europei così come, naturalmente, gli Stati Uniti, sia positivo, perché non si tratta soltanto della condivisione delle idee e di come le cose dovrebbero procedere, ma è proprio avere quel sostegno all’interno della regione che è molto necessario”. È qui che la ministra ha sottolineato l’importanza delle visite delle unità navali europee nei porti filippini, soprattutto per rafforzare la consapevolezza della situazione marittima, o maritime domain awareness, nel contesto delle persistenti controversie nel Mar Cinese Meridionale.

“Voglio essere chiara: queste visite nei nostri porti sono molto importanti, perché contribuiscono anche a definire la nostra maritime domain awareness. Ed è molto importante per noi, soprattutto per la nostra questione aperta con la Cina”. Secondo Lazaro, l’Italia potrebbe contribuire in misura maggiore alle capacità di difesa filippina, anche se sarebbe necessario un ulteriore impulso politico per tradurre la cooperazione esistente in nuove iniziative.

L’apertura più significativa in questo quadro riguarda la prospettiva di un Visiting Forces Agreement (VFA), un accordo che potrebbe definire il framework giuridico per la presenza temporanea di personale militare italiano nelle Filippine nell’ambito di attività concordate. Richiamando le intese con altri partner europei, tra cui Francia e Regno Unito, Lazaro ha aggiunto: “Stiamo aspettando l’opportunità con l’Italia”. Le sue parole non costituiscono l’annuncio di negoziati formali, ma segnalano l’interesse di Manila a esplorare questa possibilità con Roma. Un eventuale accordo si inserirebbe nel più ampio rafforzamento della cooperazione di sicurezza tra le Filippine e i Paesi europei, in una fase in cui il loro coinvolgimento nell’Indo-Pacifico assume crescente rilevanza strategica.

Cina: gestire le tensioni senza sacrificare il dialogo

È questa dimensione regionale che la competizione con Pechino diventa uno dei principali fattori che orientano la politica estera e di sicurezza filippina. Lazaro ha tuttavia tenuto a distinguere le controversie nel Mar Cinese Meridionale dalla relazione complessiva tra i due Paesi. Manila, ha spiegato, cerca di separare le dispute marittime dalle altre dimensioni del rapporto con la Cina, preservando gli scambi economici e i contatti diplomatici nonostante le persistenti tensioni.

“Abbiamo già compartimentato”, ha sottolineato, descrivendo un approccio che consente al ministero degli Esteri di mantenere aperti i canali di dialogo mentre le autorità della difesa filippine continuano a proteggere gli interessi marittimi nazionali.

Lazaro ha richiamato le incursioni cinesi nelle acque filippine che la Cina rivendica, e gli episodi di utilizzo di cannoni ad acqua contro le imbarcazioni di Manila, sottolineando al tempo stesso che la linea del presidente Ferdinand Marcos Jr. rimane fondata sull’impegno diplomatico. “Siamo dell’opinione, e questo è in linea secondo le direttive del presidente, che dobbiamo risolvere queste questioni, naturalmente, attraverso la diplomazia e il dialogo diplomatico”.

Manila e Pechino continuano quindi a utilizzare i meccanismi bilaterali di consultazione sul Mar Cinese Meridionale, insieme agli scambi tra i rispettivi ministeri degli Esteri. Gli incontri si alternano tra le due capitali, ha spiegato Lazaro, anche mentre persistono le tensioni in mare. Ma mentre la priorità del ministero degli Esteri è gestire le controversie attraverso la diplomazia, le strutture della difesa filippine restano responsabili della protezione delle acque nazionali e della risposta alle incursioni, ha evidenziato la ministra. Lazaro ha inoltre sottolineato che “gli scambi commerciali con la Cina rimangono solidi, così come le relazioni tra le rispettive popolazioni”.

Dalle sue parole emerge una politica che combina fermezza sulle questioni di sovranità e sicurezza marittima con la determinazione a preservare un rapporto importante sul piano economico e diplomatico. Questo contribuisce anche a spiegare l’interesse di Manila per una maggiore presenza europea: ampliare la rete dei partenariati di sicurezza mantenendo al tempo stesso il confronto diplomatico con Pechino.

L’Europa come partner politico, economico e strategico

Se le relazioni bilaterali con l’Italia trarrebbero beneficio da una maggiore continuità, Lazaro ha descritto il rapporto delle Filippine con l’Unione europea in una fase decisamente positiva, “di sviluppo crescente”. La ministra ha richiamato il quadro istituzionale offerto dal Partnership and Cooperation Agreement e le consultazioni in corso su sicurezza, questioni marittime, governance, diritti umani e cooperazione allo sviluppo.

“Abbiamo una relazione politica molto buona con l’Ue”, ha spiegato, sottolineando come un elemento centrale di questo rapporto in espansione è il negoziato per un accordo di libero scambio (Fta) tra Filippine e Ue. Lazaro ha espresso fiducia nella possibilità che l’intesa venga conclusa in tempi relativamente brevi, sottolineandone il potenziale impatto economico. “Immaginate soltanto quale impulso economico questo darebbe alle nostre relazioni”. La ministra ha inoltre richiamato il crescente interesse diplomatico europeo verso Manila, citando l’apertura di nuove ambasciate da parte di svariati Paesi, tra cui Slovacchia, Slovenia e Portogallo. Nella sua valutazione, questa presenza sempre più ampia riflette sia l’importanza politica delle Filippine sia le opportunità economiche associate al Paese e alla sua integrazione regionale.

Per l’Italia, il rafforzamento delle relazioni tra Unione europea e Filippine potrebbe offrire un contesto favorevole a una cooperazione bilaterale più profonda, dalla sicurezza marittima agli investimenti, dalle infrastrutture alle catene di approvvigionamento.

Taiwan: la priorità è proteggere 200.000 filippini

Una crisi nello Stretto di Taiwan avrebbe conseguenze immediate per le Filippine, considerata la vicinanza geografica all’isola e la consistente comunità filippina che vi vive e lavora? Lazaro è convinta della necessita di  affrontare la questione di Taiwan principalmente attraverso queste due considerazioni, sebbene. “la cosa più importante per noi è che abbiamo 200.000 filippini a Taiwan. Quindi, al momento, tutti i nostri piani di emergenza sono incentrati sulla sicurezza dei lavoratori filippini che abbiamo lì”.

Lazaro ha ribadito la posizione di Manila secondo cui le tensioni devono essere risolte pacificamente, avvertendo che qualsiasi escalation avrebbe conseguenze gravi, e non solo per i Paesi di prossimità geografica. Le sue dichiarazioni evidenziano la dimensione pratica e immediata della sicurezza regionale per Manila. Al di là dei più ampi calcoli strategici, la protezione dei filippini all’estero rimane la priorità operativa centrale.

Asean: il crescente peso diplomatico di Manila

Restando sul piano regionale — dove il destino di Taiwan è uno dei più preoccupanti flashpoint — Lazaro ha ricordato come la presidenza filippina dell’Asean nel 2026 abbia offerto a Manila l’opportunità di consolidare il proprio ruolo internazionale e dimostrare la capacità di riunire Paesi con interessi strategici differenti. “Abbiamo scoperto di avere la capacità di riunire gli interlocutori, in quanto Filippine”, La ministra ha ricordato la partecipazione di numerosi alti rappresentanti internazionali agli incontri organizzati a Manila, tra cui il segretario di Stato americano Marco Rubio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e la ministra degli Esteri australiana Penny Wong.

Lazaro ha inoltre segnalato l’assenza di rappresentanti italiani agli incontri ministeriali, rivolgendo un invito e spazi di coinvolgimento: un’osservazione coerente con il suo più generale auspicio di un maggiore coinvolgimento politico di Roma, anche attraverso una rappresentanza italiana più forte nei principali appuntamenti diplomatici regionali.

Tra i risultati e le priorità della presidenza filippina ha indicato la cooperazione marittima, i negoziati in corso con la Cina per un codice di condotta nel Mar Cinese Meridionale e gli sforzi per promuovere l’integrazione digitale regionale.

Le responsabilità diplomatiche di Manila si estendono anche alla gestione delle crisi nel Sud-Est asiatico. Lazaro, che ricopre l’incarico di inviata speciale della presidenza Asean per il Myanmar, ha spiegato che avrebbe lasciato Roma per una missione diplomatica e umanitaria legata alla crisi del Paese. La presidenza dell’associazione offre dunque alle Filippine una piattaforma attraverso la quale rafforzare la propria influenza diplomatica e ampliare la rete dei partner internazionali.

Il quadro generale

Le dichiarazioni di Lazaro delineano una politica estera filippina impegnata su diversi fronti interconnessi. La gestione della competizione con la Cina, principale sfida regionale sul piano della sicurezza, procede insieme alla diversificazione dei partenariati strategici, all’approfondimento dei rapporti economici con l’Europa e al rafforzamento del ruolo di Manila nell’Asean.

All’interno di questa strategia più ampia, l’Italia emerge come un partner con il quale le Filippine vorrebbero sviluppare una relazione più strutturata. Le opportunità spaziano dal dialogo politico alla cooperazione nella difesa, fino alla presenza europea nell’Indo-Pacifico. La disponibilità di Manila a esplorare un accordo sulle forze militari in visita offre un possibile terreno concreto sul quale far avanzare questo rapporto.

(Foto: X, @SecLazaro)

Huang scuote l’Europa sull’AI. Ecco la strategia di Nvidia per colmare il ritardo tecnologico

23 October 2026 at 11:42

“You can’t regulate what you don’t have”: è un mantra che si ripete molto spesso nei corridoi di chi affronta, lato americano ed europeo, la competizione tecnologica, ed è la formula scelta da Jensen Huang, diretta, netta, chiara, per rispondere al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che durante l’Invest in Germany Summit di Berlino gli aveva chiesto cosa l’Europa potesse fare meglio sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale.

Sul palco del Kraftwerk, un’ex centrale elettrica riconvertita in spazio per eventi, il ceo di Nvidia ha messo il dito su una delle contraddizioni della strategia tecnologica europea: l’ambizione di definire le regole di un settore nel quale il continente fatica ancora a sviluppare capacità industriali competitive.

Il messaggio non era rivolto soltanto alla Germania. Huang sta attraversando l’Europa per convincere governi e imprese ad accelerare l’adozione dell’AI, mentre Nvidia cerca di consolidare il proprio ruolo nella costruzione delle infrastrutture tecnologiche del continente. Dopo aver criticato a Londra la tendenza britannica a individuare ostacoli anziché opportunità, a Berlino ha espresso frustrazione per il ritardo di un Paese che considera tra i più avanzati al mondo sul piano scientifico e industriale.

La spinta di Huang riflette il ruolo sempre più centrale di Nvidia nello sviluppo dell’economia dell’intelligenza artificiale. L’azienda americana è il principale fornitore dei chip utilizzati per sviluppare ed eseguire i modelli AI e sta ampliando il proprio contributo alla costruzione dell’ecosistema tecnologico globale, anche attraverso investimenti e partnership industriali. Per l’Europa, che punta ad accelerare la diffusione dell’intelligenza artificiale e a rafforzare la competitività del proprio sistema produttivo, Nvidia si presenta come un interlocutore strategico, capace di mettere a disposizione tecnologie, infrastrutture e competenze necessarie a sostenere questa trasformazione.

La questione supera il ciclo degli investimenti tecnologici. Il continente dispone di una solida base manifatturiera, ma non ha sviluppato equivalenti domestici dei grandi operatori americani dell’AI. Accelerare significa quindi ricorrere, almeno nel breve periodo, a tecnologie esterne. Una necessità che rischia di complicare l’obiettivo europeo di ridurre la dipendenza dalle piattaforme statunitensi, che a loro volta spingono sul valore delle “trusted technologies”: tecnologie affidabili condivise tra Paesi alleati come soluzione a lacune e per costruire un ecosistema condiviso e condivisibile – al sicuro dai rivali strategici dell’asse transatlantico e del cosiddetto “Occidente politico”.

È soprattutto sull’intelligenza artificiale industriale che Huang intravede un’opportunità pratica e soprattutto rapida per l’economia europea. La Germania, alle prese con difficoltà di crescita, conserva capacità produttive che potrebbero diventare un vantaggio competitivo nell’applicazione dell’AI alla manifattura. Durante il summit, il ceo di Nvidia ha richiamato la collaborazione con Siemens per trasformare lo stabilimento di Erlangen in un modello di produzione autonoma, attraverso strumenti capaci, secondo le stime presentate, di ridurre i costi fino al 20%. L’azienda americana sta inoltre ampliando la cooperazione con Mercedes-Benz nello sviluppo di sistemi di guida automatizzata.

Queste partnership illustrano la direzione della strategia di Nvidia, il cui obiettivo non è limitarsi alla fornitura di capacità di calcolo per i grandi modelli linguistici, ma portare l’intelligenza artificiale dentro i processi produttivi delle imprese europee. Automotive, servizi finanziari e sanità sono tra i settori indicati da Huang durante il keynote tenuto alla GPU Technology Conference di Berlino. Per costruire una vera economia dell’AI, ha sostenuto, le industrie che utilizzano queste tecnologie devono diventare esse stesse imprese fondate sull’intelligenza artificiale.

La spinta all’adozione richiede però un’espansione delle infrastrutture. Nvidia sta promuovendo nuove soluzioni modulari, tra cui DSX POD – un sistema progettato per semplificare e accelerare l’installazione delle infrastrutture di calcolo necessarie all’intelligenza artificiale – pensate per accelerare la realizzazione dei sistemi necessari all’AI, per esempio riducendo i tempi di realizzazione dei data center nei siti già predisposti. Per i governi europei, chiamati a sostenere investimenti e modernizzazione industriale, la disponibilità di queste tecnologie può rappresentare un’opportunità.

La presenza europea di Nvidia, intanto, si estende anche oltre le tappe del tour di Huang. Il ceo non ha previsto una visita in Italia, ma durante la sua missione europea è stata annunciata un’iniziativa che coinvolge Nvidia e TIM. Il caso italiano conferma come la strategia dell’azienda americana interessi più ampiamente lo sviluppo dell’infrastruttura AI in Europa.

La sfida per Bruxelles sta nel cercare di trasformare la crescente domanda di intelligenza artificiale in capacità industriale, colmando il divario tra ambizioni tecnologiche e infrastrutture. Nvidia può accelerare l’adozione dell’AI e rafforzare la competitività europea con tecnologie, competenze e partnership.

La provocazione di Huang a Merz sottolinea la necessità di creare condizioni per lo sviluppo industriale dell’AI. L’Europa ha una base manifatturiera avanzata e competenze scientifiche. La collaborazione con Nvidia permette di tradurre questi punti di forza in applicazioni concrete, colmando una lacuna tecnologica in modo quasi immediato – e “trusted”.

Dalle piazze ai social, la competizione geopolitica investe le democrazie

22 October 2026 at 14:24

Quando il 13 ottobre Ken McCallum, direttore generale dell’MI5, ha descritto un ambiente di sicurezza profondamente mutato, le proteste che nei giorni successivi avrebbero attraversato diverse città europee non erano ancora diventate oggetto di verifiche sulle possibili interferenze straniere. Il suo intervento delineava una stagione nella quale le attività degli Stati ostili, il terrorismo e l’evoluzione tecnologica stanno modificando la natura delle minacce alle società occidentali. Le successive notizie sulle indagini europee relative a campagne di disinformazione e amplificazione dei disordini hanno conferito a quell’avvertimento una particolare attualità.

La successione degli eventi non dimostra un collegamento diretto tra le violenze e le attività di governi stranieri. Le verifiche riferite dal Financial Times riguardano possibili operazioni condotte nell’ambiente digitale, con il coinvolgimento sospettato di reti filorusse e di altri attori. Restano da accertare responsabilità ed effetti concreti, ma la difficoltà di distinguere tra mobilitazione spontanea e sfruttamento esterno delle tensioni sociali riflette una delle complessità dell’attuale ambiente di sicurezza.

Il Council on Foreign Relations è tornato sull’intervento di McCallum, approfondendo il ruolo della radicalizzazione e delle tecnologie digitali. In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto, che da tempo parla di “guerra ibrida” contro l’Europa, ha denunciato l’utilizzo delle piattaforme social da parte di alcuni Paesi per monitorare, studiare e influenzare gli utenti, mentre il concetto di “conflitto cognitivo” diventa sempre più utile per interpretare la possibile interazione tra disordini e strategie di destabilizzazione. Angolazioni differenti, che tuttavia convergono su una questione più ampia: la crescente rilevanza delle vulnerabilità interne delle democrazie nella competizione geopolitica.

Le fondamenta interne del potere

Le operazioni di influenza accompagnano da decenni la rivalità tra potenze. Durante la Guerra fredda, propaganda e disinformazione costituivano strumenti consolidati della competizione internazionale. Sono cambiate soprattutto le condizioni tecnologiche nelle quali queste attività vengono condotte, la quantità di informazioni disponibili sugli individui e la possibilità di intervenire rapidamente su processi sociali già in corso.

Le piattaforme digitali hanno ampliato le opportunità di partecipazione politica, creando contemporaneamente un ambiente nel quale la visibilità dei contenuti dipende da sistemi algoritmici e meccanismi commerciali che possono favorire la circolazione di messaggi divisivi. L’intelligenza artificiale consente inoltre di produrre e personalizzare contenuti su scala crescente, riducendo i costi di determinate operazioni informative.

Per un attore ostile, il vantaggio consiste nella possibilità di inserirsi in controversie autentiche, sfruttando tensioni economiche, politiche o identitarie senza necessariamente provocarle. Il malcontento sociale conserva cause proprie, che non possono essere subordinate a spiegazioni geopolitiche, ma la sua rappresentazione pubblica può essere alterata attraverso campagne di amplificazione e manipolazione.

Le conseguenze strategiche emergono nel rapporto tra le risorse di uno Stato e la sua capacità di impiegarle. Le decisioni di politica estera e sicurezza richiedono legittimazione politica e continuità istituzionale, soprattutto quando comportano costi prolungati, come il sostegno militare agli alleati, le sanzioni economiche o gli investimenti nella difesa. L’erosione della fiducia istituzionale e la frammentazione dell’ambiente informativo possono rendere più difficile sostenere tali scelte, anche quando le capacità materiali dello Stato rimangono intatte.

Il dissenso costituisce naturalmente una componente essenziale della democrazia e può contribuire a migliorare le decisioni. La vulnerabilità si manifesta quando interventi manipolativi, di attori statuali o organizzazioni (anche criminali), compromettono le condizioni informative nelle quali il confronto politico si sviluppa. La tenuta interna diventa così una variabile della capacità di proiezione internazionale, offrendo agli attori ostili la possibilità di esercitare pressioni strategiche senza ricorrere necessariamente a forme dirette di aggressione.

Il potere delle infrastrutture digitali

Le preoccupazioni espresse da Crosetto richiamano una dimensione che supera la tradizionale disinformazione: il ruolo delle infrastrutture attraverso le quali vengono raccolte informazioni sui comportamenti degli utenti e organizzata la distribuzione dei contenuti. Le grandi piattaforme dispongono di capacità di analisi e personalizzazione che incidono quotidianamente sull’esperienza informativa individuale. Sebbene queste tecnologie rispondano prevalentemente a finalità commerciali, il loro funzionamento assume rilevanza strategica quando soggetti esterni possono sfruttarne le caratteristiche o esercitare influenza sulle imprese che le gestiscono. La concentrazione di dati e capacità tecnologiche attribuisce inoltre a pochi operatori privati un peso considerevole sulle condizioni del dibattito pubblico.

Occorre comunque distinguere tra la disponibilità di informazioni sugli utenti e l’effettiva capacità di modificarne opinioni e comportamenti, che rimane complessa e non automatica. La rilevanza del problema risiede anche nella crescente dipendenza delle società democratiche da infrastrutture transnazionali sulle quali le istituzioni pubbliche esercitano un controllo limitato.

Il dibattito italiano sull’estensione a 14 anni del divieto di iscrizione ai social network, pur riguardando principalmente la tutela dei minori, riflette una più ampia attenzione politica verso gli effetti dell’ambiente digitale sulla formazione individuale. Non costituisce una risposta alla guerra ibrida, ma segnala quanto le conseguenze sociali delle piattaforme stiano entrando in ambiti differenti dell’azione pubblica.

Il concetto di conflitto cognitivo assume significato in questo contesto, descrivendo il tentativo di incidere sui processi attraverso i quali individui e collettività interpretano gli avvenimenti e maturano orientamenti politici. Per le democrazie, la questione riguarda la possibilità di preservare l’autonomia dei propri processi decisionali in un ambiente informativo sempre più condizionato da infrastrutture private e da potenziali interferenze esterne.

Il dilemma della sicurezza democratica

L’evoluzione delle minacce richiede una cooperazione più stretta tra intelligence, autorità regolatorie, istituzioni pubbliche e operatori tecnologici. Ma l’ampliamento del perimetro della sicurezza comporta anche il rischio di attribuire rilevanza strategica a fenomeni che appartengono al normale funzionamento del confronto democratico.

La distinzione tra attività ostili e legittimo esercizio delle libertà diventa particolarmente delicata quando le operazioni di influenza si inseriscono in mobilitazioni collettive o controversie politiche autentiche. Le indagini sulle proteste europee mostrano l’importanza di separare amplificazione digitale, coordinamento operativo e coinvolgimento diretto negli episodi violenti. La complessità delle attività online può rendere difficile attribuire responsabilità, ma l’incertezza non può trasformarsi in una presunzione di interferenza straniera.

La risposta richiede capacità investigative, trasparenza delle piattaforme e cooperazione internazionale, accompagnate da garanzie democratiche adeguate. Esiste tuttavia un limite all’efficacia degli strumenti di sicurezza: una società attraversata da profonde fratture economiche e politiche non può diventare resiliente attraverso la sola individuazione delle campagne ostili. Le interferenze possono aggravare tensioni preesistenti, le cui cause richiedono risposte politiche e istituzionali.

È qui che l’avvertimento dell’MI5 acquista una portata più ampia. La competizione geopolitica continua a misurarsi attraverso risorse militari, economiche e tecnologiche, ma la possibilità di tradurle in risultati dipende anche dalla credibilità delle istituzioni e dalla capacità di sostenere decisioni collettive. Una democrazia può conservare strumenti di potere considerevoli e vedere ridotta la propria autonomia strategica se il deterioramento del confronto pubblico ne compromette la capacità decisionale.

La sfida per le società occidentali consiste dunque nel rafforzare la protezione dei propri processi politici senza confondere il dissenso con la destabilizzazione o subordinare il pluralismo alle esigenze della sicurezza. In un ambiente internazionale nel quale gli avversari possono cercare di condizionare le scelte di uno Stato agendo sulle condizioni sociali e informative che le rendono possibili, la qualità del funzionamento democratico diventa essa stessa una risorsa strategica.

Da Washington al Pireo, così il caso Cosco riapre il dilemma strategico di Imec

21 October 2026 at 11:56

Le infrastrutture commerciali stanno assumendo un peso crescente nella competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Una lettera del Congresso americano sulle presunte attività di intelligence condotte da navi di Cosco Shipping riporta l’attenzione sul ruolo degli operatori cinesi nella logistica internazionale, con implicazioni che potrebbero estendersi anche al futuro del corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec).

Il 14 ottobre, tre influenti esponenti della Camera dei Rappresentanti — John Moolenaar, presidente della commissione speciale sulla Cina, Rick Crawford, presidente della commissione Intelligence, e Carlos Gimenez, presidente della sottocommissione sulla sicurezza dei trasporti marittimi — hanno scritto al segretario alla Sicurezza interna Markwayne Mullin per chiedere maggiori controlli sulle attività di Cosco.

La lettera cita recenti ricostruzioni giornalistiche secondo cui alcune navi della compagnia avrebbero utilizzato apparecchiature nascoste per intercettare comunicazioni militari e informazioni sensibili lungo le coste americane, nell’ambito di una presunta collaborazione di intelligence con Pechino. Accuse ancora da verificare, ma sufficientemente rilevanti da spingere i parlamentari a chiedere una revisione dei privilegi concessi alla compagnia.

Al centro della richiesta c’è Qualship 21, un programma della Guardia costiera statunitense che riconosce alle navi conformi a elevati standard di sicurezza benefici operativi, tra cui una minore frequenza delle ispezioni portuali. Secondo la lettera, almeno dieci unità Cosco risultavano iscritte al programma a luglio. I parlamentari chiedono di revocarne i benefici, rafforzare i controlli e analizzare le rotte delle navi alla ricerca di eventuali anomalie riconducibili ad attività di intelligence.

La vicenda si inserisce in un quadro già deteriorato. Nel gennaio 2025, il Pentagono aveva inserito Cosco nell’elenco delle società considerate legate all’apparato militare cinese, ai sensi della Section 1260H. Una designazione che non comporta automaticamente sanzioni, ma che segnala la crescente attenzione americana verso l’integrazione tra attività commerciali e interessi strategici della Repubblica Popolare.

Il valore della lettera supera dunque le singole accuse. Washington sta progressivamente incorporando criteri di sicurezza nazionale nella valutazione di operatori e infrastrutture tradizionalmente considerati attraverso parametri prevalentemente commerciali.

Una flotta mercantile garantisce accesso a rotte e aree geografiche sensibili; un terminal portuale gestisce informazioni dettagliate sui flussi logistici; le piattaforme digitali che coordinano queste attività possono offrire visibilità sulle catene di approvvigionamento. La questione riguarda quindi anche il controllo dei dati e delle infrastrutture che sostengono l’interdipendenza economica globale.

Questa evoluzione ha un possibile riflesso sul dibattito, già aperto da tempo, riguardante il ruolo del Pireo nel corridoio Imec. Il porto greco, controllato da Cosco, è stato considerato un possibile approdo europeo del progetto, nonostante gli interrogativi sulla sua compatibilità con gli obiettivi di diversificazione strategica del corridoio.

La lettera americana non riguarda il Pireo, ma rende più attuale una domanda: quali garanzie potrebbero consentire l’integrazione di infrastrutture controllate da operatori considerati problematici da Washington? Meccanismi di supervisione, protezione dei dati e governance condivisa potrebbero offrire alcune risposte, mentre una rete di approdi complementari, incluso Trieste, permetterebbe di diversificare i rischi senza escludere la Grecia.

È proprio questo il tema al centro della nuova edizione di “Indo-Pacific Salad”, la newsletter che analizza le connessioni tra geopolitica, tecnologia e competizione strategica. Approfondiamo il caso Cosco e le sue implicazioni per Imec, cercando di capire come la sicurezza economica stia ridisegnando le infrastrutture della globalizzazione. Iscriviti a “Indo-Pacific Salad” seguendo il link per ricevere l’analisi completa e seguire le dinamiche che stanno trasformando l’Indo-Pacifico e i suoi collegamenti con l’Europa.

Chi soffia sul fuoco delle proteste? Cosa si muove dietro le manifestazioni in Italia e in Europa

20 October 2026 at 10:49

Le proteste che nelle ultime settimane hanno attraversato diversi Paesi europei, dalla Francia al Belgio, dalla Spagna all’Italia, dove sono dal weekend al centro del dibattito pubblico e politico, hanno riportato in superficie un disagio che supera le rivendicazioni economiche da cui molte di esse hanno preso origine. L’aumento del costo della vita, la pressione sui redditi e le difficoltà di accesso alla casa alimentano una percezione di arretramento della prosperità, mentre gli episodi di violenza registrati in alcune città rivelano tensioni sociali più profonde.

Le fratture della prosperità europea

In Italia, queste dinamiche incontrano fragilità consolidate: stagnazione della produttività, debole crescita dei salari reali e difficoltà nel garantire opportunità di mobilità sociale. Gli shock energetici e inflazionistici, legati anche alla guerra regionale nell’Indo-Mediterraneo, hanno accentuato il senso di insicurezza economica, anche perché i governi nazionali dispongono di margini limitati per intervenire sulle determinanti internazionali di questi fenomeni.

Al disagio materiale si sovrappone una dimensione socioculturale, particolarmente visibile in alcuni segmenti delle generazioni più giovani. La sfiducia nelle istituzioni, la perdita di riferimenti collettivi e l’incertezza sulle prospettive personali possono alimentare forme di risentimento prive di una rappresentanza politica riconoscibile. In determinati contesti, anche le tensioni identitarie presenti in settori delle seconde e terze generazioni con background migratorio si intrecciano con condizioni di marginalità e narrazioni nazionali, culturali o religiose antagoniste. Sono fenomeni distinti, che non possono essere generalizzati né automaticamente associati alla violenza, ma che contribuiscono alla crescente complessità delle fratture sociali europee.

La politica non sempre ha saputo governare queste trasformazioni. Forze appartenenti a tradizioni ideologiche differenti hanno spesso privilegiato la mobilitazione del malcontento rispetto alla costruzione di risposte sostenibili. La ricerca del consenso, quando prevale sulla responsabilità di confrontarsi con i vincoli economici e istituzionali, finisce per alimentare aspettative destinate a essere disattese e consolidare la sfiducia verso il sistema politico.

Questa combinazione di vulnerabilità economiche, sociali e istituzionali assume oggi una rilevanza che supera la politica interna. In un contesto di competizione geopolitica crescente, le fratture delle società democratiche costituiscono anche opportunità di pressione strategica per attori esterni.

La strumentalizzazione geopolitica del disagio

La Russia ha sviluppato nel tempo una significativa capacità di sfruttare le tensioni interne alle democrazie occidentali. Le controversie sull’immigrazione, il sostegno all’Ucraina, ancora prima la gestione del Covid, più in generale le questioni identitarie e la sfiducia nelle istituzioni offrono terreni favorevoli per operazioni di influenza orientate ad accentuare la polarizzazione e indebolire la coesione politica europea.

Un esempio indicativo arriva da Rybar, influente rete informativa russa vicina all’ambiente militare, che ha diffuso una mappa delle recenti proteste europee, aggregando manifestazioni, arresti e feriti in diversi Paesi. Eventi differenti per cause, partecipazione e intensità vengono ricondotti a una rappresentazione unitaria di un continente attraversato da un’instabilità crescente.

La rilevanza di questa operazione comunicativa risiede nel modo in cui fatti autentici vengono selezionati, sottratti parzialmente al loro contesto e ricomposti in una narrazione coerente con gli interessi strategici di Mosca. Attraverso Telegram e la circolazione di contenuti tra diverse piattaforme, rappresentazioni di questo genere possono raggiungere pubblici differenti, alimentando interpretazioni che accentuano le divisioni esistenti.

La diffusione di una simile mappa non dimostra un coinvolgimento russo nell’organizzazione delle proteste; mostra piuttosto come queste possano essere utilizzate per rappresentare l’Europa come un sistema politicamente fragile. Ossia viene offerta ai lettori l’immagine di un modello disfunzionale, corroso internamente, e pertanto non idoneo a costituire oggetto di aspirazioni per le collettività (in primis quelle russe).

Il meccanismo appartiene al più ampio repertorio dell’information warfare, nel quale disinformazione deliberata, circolazione di contenuti fuorvianti, amplificazione coordinata e astroturfing — la costruzione artificiale di un apparente consenso spontaneo — possono concorrere a manipolare il dibattito pubblico. Gli stessi episodi di violenza possono essere presentati come prova dell’estremismo dei manifestanti oppure della repressione autoritaria dei governi, o ancora del malcontento diffuso in Europa, favorendo narrazioni contrapposte che convergono nell’erosione della fiducia democratica.

La dimensione algoritmica amplia ulteriormente queste possibilità. Sono state documentate in più occasioni precedenti operazioni coordinate di influenza con account non autentici e contenuti distribuiti attraverso TikTok – il cui fenomenale algoritmo è controllato da una società cinese – e altre piattaforme. Questi precedenti mostrano come le reti digitali possano contribuire ad amplificare specifiche mobilitazioni e influenzare la percezione del confronto politico.

Gli algoritmi di raccomandazione possono inoltre indirizzare contenuti politicamente sensibili verso determinati segmenti di pubblico, con possibili conseguenze sulle dinamiche di mobilitazione. La distinzione tra amplificazione algoritmica, manipolazione coordinata e intervento intenzionale di attori statali rimane essenziale quanto nebulosa.

Dall’informazione alle minacce ibride

Lo sfruttamento delle vulnerabilità democratiche si inserisce in una competizione che ha progressivamente superato i confini della propaganda tradizionale. Le operazioni informative possono accompagnarsi ad attacchi informatici, sabotaggi, provocazioni e altre attività clandestine, secondo modalità riconducibili alla hybrid warfare.

Le operazioni ostili attribuite alla Russia in Europa negli ultimi anni hanno mostrato come strumenti differenti possano essere impiegati per esercitare pressione sulle società occidentali, complicare l’azione delle autorità e alimentare un clima di insicurezza. Le grandi manifestazioni costituiscono, almeno potenzialmente, contesti favorevoli per provocazioni difficili da attribuire nell’immediato, soprattutto quando tensioni preesistenti rendono probabile una rapida escalation.

L’eventuale convergenza tra interferenze fisiche e amplificazione digitale rappresenta una vulnerabilità particolarmente delicata. Un episodio isolato può acquisire una rilevanza politica sproporzionata attraverso la circolazione selettiva delle immagini, contribuendo a radicalizzare il confronto tra manifestanti, forze dell’ordine e istituzioni.

Questo rischio non autorizza ad attribuire automaticamente responsabilità straniere agli episodi di violenza. La distinzione tra sfruttamento opportunistico del disordine, operazioni coordinate e coinvolgimento diretto di apparati statali rimane essenziale, ma non sempre è possibile stabilirla con certezza. La complessità delle operazioni ibride, la sovrapposizione tra attori, strumenti e livelli di intervento, così come il ricorso a intermediari e reti difficilmente riconducibili a un unico centro decisionale, possono rendere particolarmente opaca l’attribuzione delle responsabilità. In questa ambiguità risiede parte della loro efficacia strategica: l’incertezza ostacola la capacità di risposta delle istituzioni e può diventare essa stessa uno strumento di destabilizzazione.

La dimensione transatlantica

Le vulnerabilità europee si inseriscono anche in una trasformazione più ampia degli equilibri occidentali, anche questi spesso sfruttati dalle narrazioni rivali. Per gran parte del secondo dopoguerra, la leadership americana ha sostenuto un sistema nel quale sicurezza collettiva, prosperità economica e istituzioni democratiche erano elementi di un progetto politico condiviso.

Il primo e il secondo mandato di Donald Trump hanno introdotto una discontinuità significativa. L’enfasi sulla sovranità nazionale, l’approccio transazionale alle alleanze e la critica alle istituzioni multilaterali hanno contribuito a spostare l’attenzione dalla tutela di un ordine collettivo verso una concezione più immediata degli interessi americani.

Questa evoluzione non spiega le tensioni sociali europee, ma ha reso meno riconoscibile la prospettiva politica comune che per decenni aveva rappresentato uno dei principali fattori di coesione occidentale. Per società già attraversate da incertezze economiche e crisi di rappresentanza e appartenenza, la trasformazione del ruolo americano introduce un’ulteriore dimensione di insicurezza, offrendo alle potenze rivali nuovi argomenti per mettere in discussione la credibilità e la tenuta dell’Occidente.

La coesione sociale come questione di sicurezza

La crescente interdipendenza tra coesione sociale, qualità del dibattito democratico e sicurezza strategica impone di ampliare il concetto di resilienza europea. Le vulnerabilità interne, tradizionalmente affrontate attraverso strumenti di politica economica, sociale o di ordine pubblico, possono ormai diventare leve di pressione nelle mani di attori che perseguono obiettivi geopolitici ostili.

Contrastare questa dinamica richiede di intervenire sulle condizioni che rendono efficaci le operazioni di influenza. Potere d’acquisto, servizi essenziali, opportunità per le nuove generazioni e fiducia nella rappresentanza politica assumono una rilevanza direttamente strategica. Parallelamente, gli Stati europei dovrebbero però rafforzare le capacità di individuazione delle campagne coordinate, migliorare la trasparenza dei meccanismi algoritmici e integrare la sicurezza informativa nelle strategie di contrasto alle minacce ibride.

La complessità della risposta sta nel preservare una distinzione fondamentale: la libertà di manifestare e contestare le scelte del governo costituisce una prerogativa essenziale delle democrazie liberali. Confondere il dissenso con l’interferenza straniera, o rispondere alle vulnerabilità mediante una compressione indiscriminata delle libertà, comporterebbe l’indebolimento del modello politico che si intende preservare, modello che continua ad esercitare un’influenza globale, e per questo oggetto di opposizione da parte di rivali strategici, i quali, nel contrastarlo, trovano una giustificazione per il proprio controllo esistenziale su potere e masse.

La capacità delle potenze rivali di sfruttare le fratture occidentali dipende anche dalla profondità di quelle fratture. La sicurezza delle democrazie europee si giocherà dunque sempre più sulla loro capacità di affrontare le contraddizioni interne, preservare l’integrità del confronto pubblico e ricostruire una prospettiva credibile di prosperità e appartenenza. In un contesto di competizione strategica crescente, la qualità della vita democratica è diventata parte integrante della sicurezza europea.

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