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Perché controlliamo il passaporto dieci volte prima di partire e fotografare tutto può farci ricordare meno? Ecco cosa succede al nostro cervello quando viaggiamo secondo le neuroscienze

28 October 2026 at 15:40

Il passaporto è nella tasca interna della borsa, dove lo abbiamo infilato pochi minuti fa. Eppure la mano torna a cercarlo prima di chiudere la porta, poi in taxi, poi nella coda dell’aeroporto. Apriamo la cerniera, controlliamo, richiudiamo. Anche un viaggio desiderato per mesi può cominciare con questa minuscola, ostinata richiesta di rassicurazione. Salvatore Sicuso dedica a quei gesti alcune delle pagine più riconoscibili di L’uomo non ha mai smesso di viaggiare, saggio pubblicato dall’autore (StreetLib, 158 pagine, 12,90 euro). Manager del turismo, settore nel quale lavora da oltre vent’anni, segue le partenze lungo un arco che va dalla preistoria all’esplorazione spaziale. Al racconto storico affianca una domanda più vicina alle nostre valigie: che cosa fanno l’attesa, la novità e il ricordo al modo in cui viviamo un viaggio?

«Si ricontrollano i documenti, si apre ancora una volta la valigia», scrive. Sicuso interpreta questi piccoli controlli come tentativi di ridurre l’incertezza: ci stiamo allontanando da un ambiente nel quale sappiamo muoverci e prepariamo il necessario per uno che conosciamo meno. Il suo ragionamento applica ai preparativi l’idea del cervello come sistema impegnato a formulare e aggiornare previsioni. Il documento al proprio posto offre una certezza concreta, mentre restano da affrontare una coincidenza, una lingua, un indirizzo mai raggiunto prima. L’inquietudine trova così qualcosa di verificabile a cui dedicarsi.

La vacanza che immaginiamo prima di partire

Del resto, quando arriviamo in aeroporto abbiamo già trascorso parecchio tempo in viaggio con l’immaginazione. Abbiamo studiato la distanza fra l’albergo e il centro, ingrandito la fotografia di una terrazza, discusso se valesse la pena aggiungere una notte. In quelle scene ci siamo già collocati: sappiamo come vorremmo occupare una mattina, che cosa speriamo di vedere dalla finestra. «In un certo senso, la mente parte sempre qualche giorno prima del corpo», osserva Sicuso. Il libro introduce la prospezione, cioè la capacità di rappresentarsi eventi futuri, e la riconduce a un’esperienza familiare a chiunque abbia organizzato una partenza.

La città che ci immaginiamo prima di partire prende forma anche attraverso luoghi ed esperienze che conosciamo già. Ricordare il passato e immaginare il futuro coinvolgono infatti in parte gli stessi sistemi cerebrali: lo osservarono Donna Rose Addis e i suoi colleghi in uno studio pubblicato su Neuropsychologia nel 2007. Fra le aree comuni figurava l’ippocampo, coinvolto nella memoria. Per costruire mentalmente una scena che deve ancora accadere possiamo attingere a elementi dell’esperienza e ricombinarli.

L’industria turistica lavora da tempo su questa disponibilità a immaginarsi altrove. Sicuso lo nota a proposito di cataloghi, fotografie e video: «Offrono al cervello il materiale con cui costruire una simulazione del futuro». Una camera vista mare suggerisce già un risveglio; la fotografia di una strada invita a figurarsi una passeggiata. Nella scelta entrano il prezzo e i collegamenti, insieme a un’idea di come potremmo sentirci durante quei giorni.

A questo discorso Sicuso collega la dopamina, un messaggero chimico coinvolto, fra le altre funzioni, nell’apprendimento legato alle ricompense. Gli esperimenti sui primati discussi da Wolfram Schultz, Peter Dayan e Read Montague su Science nel 1997 mostrarono che, dopo l’apprendimento, la risposta di determinati neuroni poteva spostarsi dalla ricompensa al segnale che la annunciava. Sicuso richiama questi meccanismi per interpretare il desiderio di partire: un’applicazione al viaggio di ricerche condotte sull’apprendimento e sulle ricompense.

Le partenze hanno anche una storia sociale

Nelle pagine storiche, Sicuso accosta le migrazioni preistoriche ai commerci, passa per Marco Polo e le esplorazioni oceaniche, arriva al Grand Tour e alle ferie del Novecento. Le ragioni degli spostamenti cambiano enormemente: trovare risorse, negoziare merci, raggiungere un luogo sacro, conquistare territori, riposare. La continuità che il libro cerca riguarda la necessità di orientarsi, interpretare un ambiente e fare i conti con ciò che si incontra. La libertà di scegliere una vacanza resta diversa dalla necessità di spostarsi per sopravvivere. Anche la Via della Seta acquista interesse se la si osserva come una rete di percorsi terrestri e marittimi, lungo i quali circolavano merci, conoscenze e credenze. È la prospettiva documentata dal programma dell’Unesco dedicato a quelle rotte. Il tessuto che dà loro il nome accompagna una storia di scambi assai più ampia: tecniche di produzione e abitudini passavano da una comunità all’altra attraverso commerci e incontri. Il viaggio poteva modificare la vita di persone che non avevano mai lasciato la propria città.

Con il Grand Tour, al quale il volume dedica un capitolo, il viaggio diventa anche una credenziale sociale. I giovani aristocratici attraversano l’Europa con precettori e servitori, frequentano collezioni, comprano opere d’arte, affinano il gusto. Tornare dall’Italia permette di esibire una formazione riconoscibile a chi appartiene allo stesso ambiente. Sicuso richiama il concetto di capitale simbolico di Pierre Bourdieu: il prestigio che deriva da esperienze, conoscenze e segni di appartenenza. Aver visto certi luoghi rende più facile entrare in determinate conversazioni. Un ritratto di Pompeo Batoni permette di osservare questa costruzione del prestigio nei dettagli: Sir Gregory Page-Turner, dipinto nel 1768-1769. Come spiega la National Gallery, il giovane si fa rappresentare con una marsina appena acquistata, bordata d’oro, assumendo una posa ispirata all’Apollo del Belvedere. Il dipinto rende visibili insieme il guardaroba e la cultura acquisiti durante il soggiorno. La cura con cui oggi scegliamo la fotografia da pubblicare può trovare qui un precedente da osservare: il desiderio che gli altri riconoscano, nell’immagine del nostro viaggio, qualcosa della persona che vogliamo essere.

L’accesso al viaggio si allarga poi attraverso innovazioni molto pratiche, e il capitolo su Thomas Cook restituisce una delle origini meno ricordate del turismo organizzato. Il 5 luglio 1841 Cook porta circa cinquecento persone da Leicester a Loughborough per un incontro del movimento della temperanza, impegnato contro il consumo di alcol. Il Leicester City Council documenta il prezzo di uno scellino a passeggero, le carrozze aperte e la banda al seguito. La giornata prevede discorsi, giochi e tè. Il primo viaggio commerciale di Cook, verso Liverpool, arriverà nel 1845. Nella storia delle vacanze organizzate trova dunque posto anche una campagna per la sobrietà. L’organizzazione offre qualcosa che rimane prezioso anche al viaggiatore contemporaneo: sapere come raggiungere una meta, dove dormire, a chi rivolgersi quando serve. Nel libro, la crescita dei servizi turistici permette di leggere il rapporto fra desiderio di novità e ricerca di sicurezza. La sorpresa piace più facilmente quando alcune incombenze sono risolte. Si può voler conoscere un paese lontano e, allo stesso tempo, preferire che qualcuno abbia già verificato il trasferimento dalla stazione all’albergo.

Le strade che impariamo a riconoscere

Una volta arrivati, anche le operazioni modeste chiedono attenzione. Bisogna capire da quale lato esce la metropolitana, riconoscere l’incrocio che porta all’albergo, leggere un menu con ingredienti sconosciuti. Sicuso insiste su questo lavoro poco spettacolare, attraverso il quale l’ambiente comincia a diventare familiare. Chi torna alla stessa piazza per la terza volta può riconoscerla dalla facciata di un palazzo o dall’insegna di un negozio: sta imparando a usare riferimenti che il giorno precedente non possedeva.

Il caso scientifico più noto richiamato nel volume riguarda i tassisti londinesi. Nel 2000 Eleanor Maguire e i suoi colleghi rilevarono in questi professionisti un maggiore volume della parte posteriore dell’ippocampo rispetto ai soggetti di confronto. Nel 2011 Katherine Woollett e Maguire aggiunsero un elemento decisivo seguendo aspiranti tassisti durante gli anni di preparazione: in chi otteneva la qualifica aumentava il volume di materia grigia nell’ippocampo posteriore; lo stesso cambiamento non emergeva in chi non si qualificava né nel gruppo di controllo. È un esempio concreto di plasticità cerebrale, la capacità del cervello di modificarsi in relazione all’esperienza. La ricerca riguarda però un apprendimento spaziale intenso, protratto per anni. Non permette di attribuire a un fine settimana fuori casa gli stessi effetti. Aiuta, piuttosto, a dare consistenza a una delle domande del libro: che cosa richiede imparare a muoversi in un ambiente? A rendere interessante un luogo nuovo possono essere anche le capacità che ci obbliga a esercitare, oltre a ciò che offre da visitare.

Fotografare e ricordare sono due attività diverse

Sul posto, intanto, c’è un’altra attività a contendersi la nostra attenzione: preparare il racconto per chi è rimasto a casa. «Significa che al viaggio si è aggiunto un secondo sguardo: quello di chi vive un momento e, nello stesso tempo, immagina già come potrà raccontarlo», scrive Sicuso. Il libro coglie una situazione ordinaria senza liquidarla come vanità: osserviamo un paesaggio, cerchiamo un’inquadratura, pensiamo a chi vedrà quell’immagine. L’esperienza e la sua rappresentazione procedono ormai spesso insieme.

Uno degli studi citati in bibliografia riguarda proprio ciò che ricordiamo dopo aver fotografato. Linda Henkel, della Fairfield University, pubblicò nel 2014 su Psychological Science due esperimenti condotti durante visite a un museo. Quando i partecipanti fotografavano gli oggetti per intero, ne ricordavano meno e conservavano meno dettagli rispetto a quando si limitavano a osservarli. Se invece usavano lo zoom per concentrarsi su un particolare, quello svantaggio non emergeva. Il risultato riguarda quei compiti sperimentali; suggerisce che anche il modo di fotografare, e l’attenzione che richiede, possa fare differenza. Il rapporto fra oggetti e memoria attraversa il libro anche attraverso i souvenir. Un biglietto ferroviario conservato fra le pagine di una guida, una ceramica, una spezia comprata al mercato possono diventare appigli per recuperare un episodio. Il valore economico spiega poco di quella capacità: un oggetto insignificante per chiunque altro può richiamare una conversazione o una persona. Sicuso segue il viaggio fino a questa sopravvivenza domestica, quando le cose riportate a casa entrano negli scaffali, nei cassetti, nelle abitudini.

Anche il racconto cambia. «Una giornata faticosa può trasformarsi, anni dopo, nell’episodio che raccontiamo con maggiore divertimento», osserva l’autore. Il treno perso, la pioggia, l’indirizzo sbagliato possono acquistare una fortuna narrativa che, mentre li affrontavamo, avremmo volentieri evitato. La memoria seleziona e rielabora; al ritorno abbiamo già cominciato a scegliere quali momenti riferire agli amici e quali lasciare fuori. Più avanti, un episodio può assumere un significato diverso perché è cambiata la nostra vita. Quanto tutto questo ci trasformi resta una questione aperta, e Sicuso lo riconosce nelle pagine finali: «Il viaggio, quindi, non ci trasforma automaticamente». Poco prima delle conclusioni ribadisce: «Viaggiare non ci rende necessariamente migliori». Si può tornare avendo imparato a interpretare un’abitudine, risolto un problema inatteso, riconsiderato una comodità di casa. Sono cambiamenti possibili, la cui importanza dipende dall’esperienza e da chi la vive. Il numero dei paesi visitati, da solo, dice poco.

Del viaggio programmato con tanta cura potrebbe restare soprattutto la strada imboccata per sbaglio. Quanto al passaporto, con ogni probabilità lo controlleremo di nuovo.

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Il sarto dei Papi, gli ombrelli della Regina Elisabetta e i ricami delle sfilate di Armani e Valentino: viaggio nei laboratori segreti del Made in Italy che aprono eccezionalmente al pubblico con ApritiModa

24 October 2026 at 04:00

In una stanza bianca e ovattata di Santarcangelo di Romagna, profumata da leggere note d’incenso, forbici precise tagliano lane biellesi e sete comasche per confezionare le vesti sacre di Papa Francesco. A Venezia, tra le acque dell’isola della Giudecca, aghi robusti forano damaschi, velluti e passamanerie per tappezzare gli interni delle gondole e dei taxi acquei. E nel cuore di Milano, mani sapienti modellano pelli pregiate per dare vita a quella stessa borsa-gioiello che ha accompagnato le uscite pubbliche della Regina Elisabetta II. Sono i suoni, i profumi e i gesti di un’Italia laboriosa che opera lontano dai riflettori delle passerelle, ma che da secoli detta le regole dell’eleganza globale. Un universo fatto di telai secolari, banchi da taglio, macchine da cucire e archivi sterminati che il 24 e 25 ottobre torna a spalancare i propri battenti in occasione della decima edizione di ApritiModa.

Da 14 a 100 porte aperte: la rivoluzione di un decennio

Ideata dalla giornalista Cinzia Sasso, la manifestazione è nata dieci anni fa come una scommessa circoscritta a 14 indirizzi milanesi, con l’obiettivo di rendere accessibile al grande pubblico un mondo tradizionalmente esclusivo e blindato. Oggi, ApritiModa è un fenomeno culturale e turistico di respiro nazionale. L’edizione 2026 coinvolge oltre 100 luoghi in ogni regione d’Italia — tra maison internazionali, manifatture di provincia e piccole botteghe d’eccellenza — registrando numeri che certificano una fame di autenticità senza precedenti: dai 16.000 visitatori degli esordi si è passati alle oltre 50.000 richieste di partecipazione dell’ultima edizione, con più di un milione di interazioni sul sito ufficiale. Attraverso una semplice prenotazione, i visitatori possono oltrepassare la linea di demarcazione che separa il consumatore dal creatore, osservando in tempo reale come materie prime grezze si trasformano in abiti, cappelli, occhiali, scarpe, profumi e bottoni.

Le novità: dai sarti del Vaticano agli ombrelli della Corona inglese

Il cartellone di questo decennale si arricchisce di tappe che sfiorano l’arte pura e il misticismo. Tra i debutti assoluti spicca LAVS (Laboratorio Atelier di Vesti Sacre), fondato da Filippo Sorcinelli a Santarcangelo di Romagna: un luogo dove l’alto artigianato incontra la liturgia e dove sono stati realizzati i paramenti per Benedetto XVI e Papa Francesco. A Napoli, i riflettori si accendono per la prima volta su Mario Talarico, bottega ferma all’Ottocento con il suo antico tornio ancora in funzione, celebre per aver forgiato ombrelli per la famiglia reale britannica e innumerevoli celebrità storiche. Non meno affascinante è la tappa veneziana da Hydro Mirò, l’esclusivo cantiere della Giudecca specializzato nella tappezzeria nautica, dove il fascino della laguna prende forma tra “pareci” e “dogaresse”. A Milano, invece, Leu Locati (Amato Daniele) svela i segreti delle calzature e delle borsette che rappresentano un omaggio totale all’alto artigianato tramandato da sette generazioni.

I colossi del lusso, i telai di Leonardo e la magia della sposa

Il grand tour di ApritiModa consolida inoltre il legame con i colossi e le istituzioni storiche del settore. Il pubblico potrà passeggiare tra i capolavori di vent’anni di Alta Moda esposti all’Armani/Silos, respirare l’atmosfera cosmopolita ma intima di Casa Cucinelli a Milano, e ammirare la perfezione sartoriale fusa all’arte orologiera negli spazi di Dolce&Gabbana. Accanto a loro, resistono i templi della manualità assoluta: dal laboratorio di Pino Grasso, le cui mani incastonano migliaia di strass e paillettes per le sfilate di Armani e Valentino, fino all’Antico Setificio Fiorentino, che dal 1786 produce broccati per il Cremlino e la Casa Reale svedese utilizzando ancora un orditoio realizzato su un disegno originale di Leonardo da Vinci. Una sezione speciale del decennale è dedicata al mondo “bridal”, con l’apertura di atelier specializzati nella creazione di abiti da sposa come Anna Renzi Brivio a Brescia, Cecilia Gerosa a Bologna, Poesie Sposa a Piacenza e la prestigiosa manifattura di Antonio Riva a Garlate. Un viaggio tra tulle, mikado di seta e cartamodelli per scoprire come la tradizione si rinnova attraverso il design contemporaneo.

Il messaggio: “Un patrimonio condiviso da conservare”

Dietro lo stupore visivo, l’apertura delle fabbriche lancia un messaggio culturale potentissimo: la moda in Italia non è un’industria asettica, ma un tessuto connettivo fondato sul genio umano. “ApritiModa è un’occasione unica per scoprire i luoghi autentici dove nasce la bellezza e si esercita la bravura. Un’esperienza che riempie di ammirazione, orgoglio e amore“, spiega la fondatrice Cinzia Sasso. È un incontro che arricchisce chi guarda e chi crea: “I visitatori sono felici di entrare dietro porte sempre chiuse e i lavoratori sono felici di mostrare al pubblico le loro mani sapienti”. Un ponte gettato tra il lavoro manuale e la società, per ribadire un concetto essenziale: “La moda non è un capriccio per pochi, è un patrimonio condiviso, fatto di saperi, tecniche e creatività che va conosciuto e conservato per quello che è, un tesoro prezioso”.

Come partecipare

La regola è una: prenotarsi su Apritimoda.it. La sezione “Partecipa” offre una mappa intuitiva dell’intero Paese; ogni luogo ha una scheda con descrizione, indirizzo, orari e slot disponibili per sabato 25 e domenica 26 (le disponibilità si aggiornano in tempo reale). Le visite sono guidate e gratuite. Si entra in piccoli gruppi: si ascolta, si guarda, si fanno domande. Si esce, quasi sempre, con un rispetto nuovo per ciò che indossiamo.

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Dalle strade di Delhi ai palazzi dei maharaja: il Calendario Pirelli 2027 racconta le due anime dell’India. E dietro le immagini, la storia di un padre scomparso e della figlia che ne raccoglie l’eredità

23 October 2026 at 20:04

Da una parte Old Delhi, un dedalo incasinato, maleodorante e saturo di colori, dove sciami ininterrotti di tuk-tuk si incastrano tra le vacche sacre e i cavi elettrici pendono come liane sui banchi di spezie con le scimmie che vi si aggrappano, tra il frastuono dei barbieri di strada e il mercato dei fiori. Dall’altra la New Delhi coloniale, rigorosa, pulita e ordinata, dominata da immensi viali alberati ed edifici in perfetto stile Impero. Il dualismo viscerale che spacca a metà la capitale indiana è la chiave di lettura esatta del nuovo Calendario Pirelli 2027. Presentata venerdì 23 ottobre con una cena di gala nel giardino dell’Imperial Hotel, la cinquantatreesima edizione di The Cal si costruisce interamente sulla contrapposizione.

Fisicamente, l’oggetto si apre come un libro e si divide in due. Da un lato le immagini del norvegese Sølve Sundsbø, dall’altro quelle dell’indiana Avani Rai. È il dualismo tra maschile e femminile, ma soprattutto quello tra un’India vissuta dall’interno e un’India osservata con lo sguardo di un fotografo di moda occidentale, attento a scansare scientificamente le trappole dell’esotismo. E proprio le pagine di Avani nascondono un ulteriore, profondissimo dualismo: quello tra un padre e una figlia. Il lascito di Raghu Rai e il progetto “Past Forward” Inizialmente, Pirelli aveva ingaggiato per il progetto Raghu Rai, 83 anni, pioniere indiano del fotogiornalismo e maestro dell’agenzia Magnum. Il progetto era già avviato quando, il 26 aprile, un tumore se l’è portato via, bloccando i lavori. A 34 anni, la figlia Avani ne ha raccolto il testimone, affiancando Sundsbø e trasformando la commissione aziendale in un lungo, catartico processo terapeutico per affrontare il lutto.

Insieme alla moglie, Raghu aveva battezzato l’idea iniziale Past Forward, il passato portato in avanti, immaginando di usare i suoi iconici scatti d’archivio come fondali per ritratti in studio. Avani ha mantenuto l’intuizione, ma ne ha ribaltato l’esecuzione, portandola fuori. “Mio padre apparteneva alla strada”, ci racconta la fotografa. “Per questo ho preso l’idea alla quale stava lavorando e l’ho riportata nei vicoli, tra le persone che aveva fotografato per tutta la vita. Mi metto un passo indietro, in senso spirituale e letterale. Mi metto dietro di lui. Quando non so come scattare lo penso, dico tra me e me ‘papà, fai tu’, e la foto arriva”.

Accompagnata da Nandan, lo storico autista del padre, Avani ha trascinato le grandi stampe in bianco e nero nei mercati e sulle rive dello Yamuna, facendole invadere dalla megalopoli contemporanea. Le fotografie originali restano intatte, con i bordi visibili, ma vengono inghiottite dal presente: al mercato dei fiori bisogna aguzzare la vista per separare la folla immortalata decenni fa dai passanti di oggi. In un caffè di Mumbai, gli scatti storici diventano la tappezzeria contro cui si staglia una gioventù fatta di smartphone e macchine istantanee. Su una terrazza, la star del cinema Ranveer Singh posa sotto una pioggia di coriandoli con i grattacieli alle spalle, in una composizione interamente in bianco e nero che azzera il confine tra ieri e oggi. È uno scontro generazionale su pellicola. L’India solenne che Raghu documentò tra la tragedia di Bhopal e la guerra del Bangladesh fa da fondale a quella frenetica vissuta dalla figlia, fatta di giovani sui rooftop e piazze in rivolta. Alle proteste Avani ci va regolarmente, rivendicando il diritto di guardare in faccia la realtà: “Vado a fotografare i tempi in cui viviamo. Quando la vita accade fuori dalla tua porta, come fotografa è tuo dovere documentarla. In tanti Paesi si eliminano punti di vista e interi pezzi di realtà”.

Il processo di elaborazione della morte culmina nell’immagine che chiude la sua sequenza. Avani ha ritratto sua madre nella casa di famiglia; a farle da sfondo c’è una vecchia fotografia del giardino in cui compare il piede di Raghu. Un’illusione ottica commovente, calibrata al millimetro: in quello scatto è come se l’uomo fosse fisicamente lì, ancora una volta dietro l’obiettivo, per immortalare la moglie. “Questo progetto è un dono e una benedizione da parte sua”, ammette Avani. “Mi ha insegnato a elaborare il lutto e a trasformare il dolore in celebrazione”.

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Sull’altro versante del calendario, Sølve Sundsbø sceglie l’isolamento del ritratto. “Non me la sentivo di provare a rappresentare l’India in tutta la sua complessità, non ne avevo il diritto”, confessa il norvegese. Portando la sua attrezzatura tra le mura e i cortili del Jaigarh Fort di Jaipur e ad Ajabgarh, si è concentrato sui volti di nove donne, giocando con le ombre geometriche della pietra.

Ci sono le attrici Freida Pinto, Aditi Rao Hydari e Avantika Vandanapu; la musicista Anoushka Shankar sotto un monsone ricreato ad hoc; la poetessa Rupi Kaur; l’autrice Padma Lakshmi e le modelle Lakshmi Menon e Bhavitha Mandava. “Sono immagini costruite attorno al colore, alla luce e al contrasto”, spiega Sundsbø. E i risultati sono pittorici: Bhavitha sfoggia un abito dorato che raccoglie la luce del forte; Freida è distesa tra le bougainvillea con un abito rosa acceso attraversato dalle ombre dei rami; Lakshmi Menon fissa l’obiettivo con il volto e le spalle cosparsi di polveri gialle e rosa, in un vibrante richiamo alla festa di Holi. Padma Lakshmi, immersa nell’acqua per quaranta minuti circondata da fiori di loto (non a caso, visto che il suo nome in sanscrito significa proprio “loto”), sembra abitare una tela preraffaellita, un’Ofelia contemporanea: “Ho aspettato tutta la vita di fare un servizio fotografico di questo tipo”, commenta.

C’è una tensione palpabile, in entrambi i fotografi, nel tentativo di sfuggire all’esotismo da cartolina, che ricorda il doppio sguardo di Pasolini e Moravia durante il loro celebre viaggio in India nei primi anni Sessanta. “Spero che questo servizio contribuisca a ridurre un po’ l’esotismo di cui soffrono l’India e la sua immagine in Occidente”, auspica Padma. Le fa eco Bhavitha: “Mi piace pensare che la mia origine etnica non sia la cosa più interessante di me”. La sfida è la stessa per Avani: “Se mi chiedessi quali stereotipi esistono sull’India, finirei per pensare a quello che la gente vuole vedere. Voglio invece scoprire quello che voglio vedere io”.

Il dialogo tra maschile e femminile, tra Occidente e Oriente, si concretizza anche in uno scambio di ruoli: la stessa Avani Rai passa davanti all’obiettivo di Sundsbø, ritratta su una barca con un abito giallo. “Per un fotografo il modo migliore per creare una connessione è fotografare ed essere fotografato“, osserva la trentaquattrenne.

Questo massiccio impianto estetico e culturale sigilla un’operazione industriale di enorme peso per il gruppo milanese. L’edizione indiana certifica un accordo economico vitale firmato il 22 ottobre tra Pirelli e Bkt (Balkrishna Industries). La partnership prevede la produzione locale di pneumatici di fascia alta a marchio Pirelli nel nuovo impianto BKT di Bhuj, in Gujarat (con l’obiettivo di 800 mila pezzi entro il 2030), e la prospettiva di una joint venture paritetica. “L’India oggi gioca un ruolo chiave nello sviluppo tecnologico con grandi opportunità nel mercato dell’automotive”, spiega il presidente esecutivo Marco Tronchetti Provera, che difende la natura artigianale dell’opera escludendo categoricamente scorciatoie algoritmiche: “Un progetto frutto dell’IA? Non sarebbe possibile: senza l’esperienza dell’occhio del fotografo non avrebbe alcun senso”.

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La longevità di The Cal, d’altronde, risiede nell’aver smarrito da tempo la sua utilità originaria. Con nove pagine per fotografo e i mesi posizionati senza seguire un ordine logico, il calendario non serve più a contare i giorni. Il suo valore è puramente simbolico. In un’epoca satura di contenuti usa e getta, è un oggetto che non si può comprare, ma solo ricevere in regalo. Rappresenta l’ultimo barlume di non-consumismo sopravvissuto nella società di oggi, uno strumento che non accelera i desideri ma impone di fermarsi. Esattamente come la macchina fotografica per Avani Rai: “Per me non è un processo di creazione, è un processo di rallentamento: trattenersi, osservare il mondo che accade davanti a te”.

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