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Il successo di Anthropic non garantisce guadagni a chi comprerà le sue azioni

28 October 2026 at 03:45

Anthropic si prepara a chiedere a Wall Street di finanziare la sua corsa all’intelligenza artificiale, conservando però il controllo delle decisioni nelle mani dei fondatori. La società americana che sviluppa Claude, il principale concorrente di ChatGpt, ha depositato il prospetto per entrare al Nasdaq. Il debutto è previsto a novembre e potrebbe essere una delle quotazioni più importanti nella storia della Borsa americana. Secondo il Financial Times, Anthropic potrebbe raggiungere una valutazione compresa fra 1.500 e 1.750 miliardi di dollari, poco meno degli 1.770 miliardi con cui SpaceX è entrata a Wall Street lo scorso giugno. Per avere un termine di paragone, nel 2025 le società quotate negli Stati Uniti hanno raccolto in media circa 227 milioni di dollari ciascuna. Non è detto però che superi il record di SpaceX per il capitale raccolto: dipenderà dal numero di azioni offerte e dal loro prezzo, dettagli ancora sconosciuti. Potrebbe quindi diventare una delle società più preziose di Wall Street senza realizzare una delle maggiori raccolte di sempre.

In ogni caso, chi acquisterà le azioni dovrà accettare una condizione particolare: i sette fondatori, tra cui l’amministratore delegato Dario Amodei e sua sorella Daniela, presidente della società, manterranno insieme il 50,1 per cento dei diritti di voto anche dopo la quotazione, conservando così il controllo sulle principali decisioni societarie. E un organismo indipendente, il Long-Term Benefit Trust, avrà il potere di nominare la maggioranza del consiglio di amministrazione. È il risultato della struttura giuridica scelta da Anthropic, una public benefit corporation, che permette di considerare obiettivi di interesse pubblico accanto agli interessi degli azionisti. La sicurezza dei modelli potrebbe dunque prevalere sulle esigenze di rendimento degli investitori, anche quando questi ultimi avranno messo sul tavolo miliardi di dollari.

Il confine è sottile tra la volontà di proteggere una società cruciale dalle pressioni degli azionisti e il rischio di mandare un pessimo segnale all’intera industria dell’intelligenza artificiale. Finora il settore ha vissuto di grandi aspettative, alimentate dalla convinzione che questa tecnologia avrebbe trasformato l’economia mondiale. Ora comincia la fase meno spettacolare, quella in cui bisogna dimostrare che i ricavi bastano a ripagare gli investimenti. I laboratori sviluppano modelli sempre più avanzati, ma per farli funzionare hanno bisogno di enormi quantità di potenza di calcolo, che costa moltissimo. 

Nel frattempo, le aziende che producono i chip e quelle che gestiscono i grandi centri di elaborazione dati hanno cominciato a finanziare direttamente o indirettamente i propri clienti. Amazon e Google, per esempio, investono miliardi in Anthropic, ma guadagnano anche vendendole la potenza di calcolo necessaria a far funzionare Claude. Inoltre, insieme a Microsoft, distribuiscono i suoi modelli attraverso le proprie piattaforme cloud, trattenendo una parte degli incassi. Secondo il prospetto, quasi la metà dei ricavi di Anthropic nel primo semestre del 2026 proveniva proprio da queste vendite. Nel frattempo, le spese commerciali e per le partnership sono passate dal 10 al 19 per cento del fatturato in un anno. Anthropic dipende quindi da aziende che la finanziano, ma che incassano anche una parte del denaro che spende e dei ricavi che genera. Un intreccio che rende più difficile capire quanto della crescita del settore derivi dalla domanda dei clienti e quanto sia sostenuto dagli investimenti reciproci delle aziende.

Per ridurre la dipendenza dai grandi fornitori cloud, Anthropic ha cominciato ad acquistare direttamente processori da installare in centri di elaborazione dati in affitto. Una strategia che potrebbe ridurre i costi nel lungo periodo, ma richiede investimenti enormi. A dare un’idea delle cifre in gioco è un accordo annunciato proprio il giorno della presentazione del prospetto. Bank of America, Citigroup, Morgan Stanley e il gruppo di investimenti Blackstone hanno organizzato un finanziamento da 63 miliardi di dollari per acquistare chip progettati da Broadcom e destinati ad Anthropic. In questo caso, una società creata appositamente comprerà i processori e li affitterà al laboratorio, che li pagherà nel corso degli anni. Broadcom garantirà ai finanziatori una parte del loro valore nel caso in cui si svalutassero. Le prime consegne sono previste nel 2027.

Accordi di questo tipo stanno diventando sempre più frequenti nell’industria dell’intelligenza artificiale. Secondo uno studio pubblicato il 21 ottobre dal London Stock Exchange Group, il gruppo finanziario che controlla la Borsa di Londra, i produttori di chip stanno aiutando le aziende clienti a finanziare i propri acquisti, per esempio garantendo i prestiti concessi dalle banche. Finché le vendite aumentano, il sistema conviene a tutti. Ma se la domanda di intelligenza artificiale dovesse rallentare, alcune aziende potrebbero non guadagnare abbastanza per ripagare i finanziamenti. A quel punto anche i fornitori rischierebbero di perdere denaro, oltre a vendere meno prodotti. Lo studio richiama il precedente delle telecomunicazioni alla fine degli anni Novanta, quando le aziende investirono enormi somme per costruire le reti necessarie alla diffusione di internet. La tecnologia ebbe successo, ma inizialmente i ricavi furono insufficienti a ripagare molti di quegli investimenti e numerosi azionisti persero denaro.

Qualcosa di simile potrebbe accadere oggi. Secondo uno studio pubblicato da Gartner il 14 ottobre, oltre 3.500 miliardi di dollari di investimenti in chip e centri di elaborazione dati potrebbero rischiare di perdere valore entro il 2030. Il motivo è che le aziende stanno costruendo infrastrutture costose contando su una domanda futura che potrebbe non generare abbastanza ricavi per ripagarle. Gartner stima che, entro il 2030, servirebbero circa 8.500 miliardi di dollari di ricavi per recuperare gli investimenti previsti e ottenere un rendimento adeguato, mentre quelli attesi non superano i 3.600 miliardi.

Per il momento, almeno nel caso di Anthropic, la domanda non manca. Nel primo semestre del 2026 la società ha fatturato 16,3 miliardi di dollari, contro 1,2 miliardi nello stesso periodo dell’anno precedente. Come ha spiegato un interessante approfondimento dell’Economist, nel secondo trimestre ha registrato il suo primo utile operativo, pari a quasi un miliardo di dollari: per la prima volta, i ricavi di un trimestre hanno superato i costi necessari a gestire l’attività. Ma il ritmo di crescita sta già diminuendo: nel terzo trimestre il fatturato è aumentato del 45 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, mentre nel secondo trimestre era cresciuto del 145 per cento. Sono risultati ancora eccezionali, ma diventano meno rassicuranti per chi si prepara a comprare azioni a valutazioni così elevate.

Ma Anthropic deve anche difendersi da una concorrenza sempre più aggressiva. Claude Code, lo strumento per programmare con l’intelligenza artificiale che ha trainato la sua crescita, rischia di perdere terreno: secondo l’Economist, grandi clienti come Microsoft e Meta stanno spingendo i dipendenti verso soluzioni sviluppate internamente, mentre OpenAI avanza con Codex. Le imprese, inoltre, hanno cominciato a limitare le spese per questi servizi, mettendo sotto pressione i prezzi. Anthropic sta quindi cercando di ridurre i costi, con risultati notevoli. Secondo l’Economist, all’inizio del 2025 spendeva 251 dollari in potenza di calcolo ogni 100 incassati; nel secondo trimestre del 2026 ne bastavano 48. Ma il risparmio relativo non ferma l’aumento della spesa complessiva: servono sempre più risorse per sviluppare nuovi modelli e soddisfare la domanda. La società ha assunto impegni per infrastrutture superiori a 800 miliardi di dollari, con pagamenti previsti fino al 2045.

I soldi non mancano, per ora. A fine giugno Anthropic disponeva di oltre 131 miliardi di dollari fra liquidità e investimenti a breve termine. Il bilancio mostrava però una perdita di 80,7 miliardi, in gran parte dovuta all’aumento del valore di strumenti finanziari che gli investitori potranno convertire in azioni. Le regole contabili registrano questo aumento come una perdita per Anthropic, anche se il denaro non è uscito dalle sue casse. Nelle attività ordinarie, infatti, la società ha generato più liquidità di quanta ne abbia consumata.

C’è poi un’altra particolarità nei conti delle aziende che finanziano Anthropic. Come ha spiegato il Wall Street Journal, l’aumento del valore della società può produrre un guadagno per chi ci ha investito e, allo stesso tempo, una perdita contabile per Anthropic. Tradotto per chi non mastica economia: un investitore dà un miliardo di dollari ad Anthropic, ottenendo in cambio il diritto di ricevere azioni in futuro. Se la società cresce e quel diritto arriva a valere due miliardi, l’investitore può registrare un guadagno di un miliardo, anche senza aver incassato nulla. Per Anthropic succede il contrario: il valore di ciò che deve riconoscere all’investitore è aumentato di un miliardo e le regole contabili le impongono di registrarlo come una perdita, anche se quei soldi non sono usciti dalle sue casse.

In realtà le cifre sono molto più grandi. Nel primo semestre Amazon ha registrato circa 63 miliardi di dollari di guadagni dovuti all’aumento di valore delle sue partecipazioni in aziende private, soprattutto Anthropic. Quest’ultima, invece, ha presentato agli investitori anche un bilancio che esclude gran parte delle perdite legate alla rivalutazione dei finanziamenti ricevuti, mostrando così un utile netto rettificato di 2,7 miliardi di dollari. Facendo così, si rischia così di dare un’immagine dei profitti del settore più favorevole di quanto giustifichino i guadagni effettivamente realizzati.

Il prezzo della quotazione farà una grande differenza tra i vecchi e i nuovi azionisti. Chi ha investito in Anthropic nei primi anni ha comprato quote della società quando valeva molto meno e potrebbe guadagnare enormemente anche se il debutto in Borsa, l’offerta pubblica iniziale (IPO) avvenisse a una valutazione inferiore a quella sperata. Chi comprerà le azioni a novembre, invece, pagherà un prezzo che tiene già conto di aspettative molto alte. Anthropic prevede di raggiungere fra 190 e 200 miliardi di dollari di ricavi nel 2028. Ma anche se ci riuscisse, i nuovi azionisti non avrebbero la garanzia di guadagnare: molto dipenderà da quanto denaro resterà dopo aver pagato i costi necessari a sostenere questa crescita.

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Amendment 81 would require local law enforcement to report more information to ICE

27 October 2026 at 19:29

Amendment 81 on Colorado's midterm election ballot would require local law enforcement to notify the U.S. Department of Homeland Security within 72 hours when certain people charged with crimes are in the country illegally or their citizenship status cannot be determined.

Right now, state law limits what information local police and sheriffs can share with immigration enforcement officials and bars them from holding someone solely on an ICE detainer.

Watch the full story in the video player below:

Amendment 81 would require local law enforcement to report more information to ICE

If approved by voters, Amendment 81 would change the state constitution to require officers to alert DHS about people whose immigration status cannot be confirmed or are in the country illegally if they are charged with a violent crime or are charged with any crime and already have a felony conviction.

Under the amendment, local law enforcement would have to make an effort to verify the citizenship status of people charged. Boulder County Sheriff Curtis Johnson said that's not something his deputies are trained to do or currently responsible for.

"That's the responsibility of the federal government, and so we would have to completely re-frame how we make arrests and what information we gather," said Johnson. "If my employees can't determine whether you're in the country legally or not, they will have to report you to ICE, even before you've been convicted of a crime."

Johnson said he fears the amendment could lead to racial profiling and deny crime victims the justice they deserve.

"People will assume that just based on color of skin, or their nationality or their origin, that automatically they're going to be assumed to be in this country without legal documentation, and my fear is that people will get lumped together, whether they have committed a crime or a serious crime or not," he said. "If somebody gets arrested for committing a crime of violence against a community member, if they're deported before that case ever goes to trial, I'm concerned that the victim never gets the outcome that they want, and individuals who are quickly deported from our country often find their way back with no consequence."

He said he also worries the amendment would erode trust with immigrant communities.

"People will no longer trust us, no longer want to come forward or work with us to solve crime in the community because they will fear that relationship that we now have to have with ICE will get in the way," Johnson said.

Jon Caldara, the president of the Independence Institute, who supports the measure, disagrees.

"This is not about racially profiling. This is about having cooperation between law enforcement agencies. It's just that simple," he said. "It's for those people that they arrest for violent crimes, and good God, don't we want violent criminals if they're here illegally to be notified that, or to have ICE notified of them? Of course we do."

The conservative group Advance Colorado is responsible for getting Amendment 81 on the ballot. Denver7 reached out to the group multiple times for an interview but never heard back.

Caldara said the vote may come down to how people feel about ICE under the current administration.

"My suspicion is, if Donald Trump were not president right now, that something like 81 would pass pretty easily," Caldara said. "I guarantee you, people will be using this as a proxy vote on how they feel about how Trump is running immigration and customs, and that's too bad because we really should be thinking about the law, not the president," Caldara said.

Check out Denver7's Colorado voter guide for the 2026 midterms here

“I Play the Field; I Read Around.”

27 October 2026 at 10:00

Editor’s Note: Passages is a members-only monthly newsletter about life-changing encounters with stories. Each edition of Passages features a short essay in which one of our favorite writers explores their own life as a reader. Our first contributor, Maggie Shipstead, is an accomplished travel writer whose most recent novel, Great Circle, was shortlisted for the Booker Prize and the Women’s Prize for Fiction. Join Longreads today to receive Passages in your inbox, along with our weekly Top 5 story recommendations and other member perks.


When I was a kid, my mom called the stack of books on my nightstand a “smorgasbord.” People use a lot of food language when they talk about reading. We devour; we gulp. I like to “graze” as a reader, moving through multiple books simultaneously, dipping in and out according to my mood. Romantic metaphors, too, come in handy, alluding to the vagaries of appetite and compatibility and taste. I would say that I’m still not a monogamous reader. I play the field; I read around.

The current count of books I’m partway through is eighteen: eight print books, eight e-books, and two audiobooks. There’s some nonfiction in there: Into the Ice by Mark Synnott, Boom by Michael Shnayerson, and the audiobook of Entitled by Andrew Lownie, which, if you need to be convinced that Prince Andrew is one of the most odious people on the planet, boy do I have the book for you. The majority of my docket is taken up by novels, though. A galley of Emily St. John Mandel’s new book Exit Party is on my nightstand, as is Ian McEwan’s What We Can Know. (Bad title! I hate titles that are unmemorable strings of nonspecific words!) I’m in a race to finish Venetian Vespers by John Banville before Libby, the public library app, takes it back for maybe the fourth time. The Banville is short and enjoyable but has been a victim of the smorgasbord approach, never quite seizing priority. Also on my Libby shelf are, among others, Lovers XXX by Allie Rowbottom, The Original by Nell Stevens, and Villa Coco by Andrew Sean Greer. On my Bookshop.org app, I have The Remembered Soldier, a magnificent novel by the Dutch writer Anjet Daanje that is very long and that I ended up (happily) buying because I didn’t want to race Libby’s loan period.

I wasn’t an early adopter of e-books, partly because my first novel was published in 2012, at the height of e-book doomerism, when everyone was saying print books were soon to be a thing of the past and e-books were the enemy. (Interestingly—at least to me—the ratio of print copies to digital has gone up for each of my three successive books, with only that first one selling more e-books than physical.) The Kindle launched in 2007, but I didn’t have an e-reader until 2013, when I got a Kobo in a gift bag. I liked it, but the process of acquiring e-books and getting them on the device was cumbersome, and, anyway, within a year I left it on an airplane. 

During the pandemic, I found myself meandering back toward e-books. I’d had an iPad for a while but didn’t really know what to do with it until a friend told me about Libby. Somehow I’d forgotten libraries existed, and I didn’t have a card for the Los Angeles system, even though I’d lived in the city for six years by then. I signed up for one online, downloaded the app, and everything changed. I didn’t even have to leave my house, which I wasn’t supposed to do anyway.

That feeling of absorption is one I crave, and I’ve experienced it many, many times, courtesy of books of all different genres and the whole spectrum of high- to low-browness.

I’d never lost the habit of reading in bed at night, but my intake of books had slowed dramatically over the years, probably starting in college. I was an English lit major, so reading was work. Then writing became my job in my mid-20s, and that professionalism wore away any playfulness that was left in reading. I’d gotten timid and precious in my choices, only buying books I felt confident I would enjoy but then often not enjoying them after all, at which point they would linger, stubbornly material, in my house until I rounded up a box or two to donate. With Libby, I could be capricious again. Every time I came across an intriguing mention of a book or someone recommended one, I placed a hold. I would then immediately and completely forget about the hold until, days, weeks, or months later, some vaguely recalled title appeared on my iPad, a gift from my past self. Something about the convenience and low stakes of Libby got me reading like I hadn’t in years. I became a filter-feeder, opening my maw to take in books indiscriminately, unbothered by the ones that must be spat out. In 2020 I read 60 books; last year I read 92. I started but didn’t finish dozens more.

The dream, though, even for a nonmonogamist like myself, is The One, the book that makes all others disappear, that enchants you completely and exclusively until the last page boots you back out into the world. That feeling of absorption is one I crave, and I’ve experienced it many, many times, courtesy of books of all different genres and the whole spectrum of high- to low-browness. Last week it was the audiobook of Patrick Radden Keefe’s London Falling. In January it was a re-read of Ariel Levy’s memoir The Rules Do Not Apply. Lately I’ve been immersed in Michelle Huneven’s back catalog. Possibly the most delicious experiences of The One emerge from a perfect alchemy of time, place, and book, like when I found an orange and white Penguin edition of The Secret History in a used bookshop in Bali in 2011 and, having somehow never heard of it, bought it on the basis of the title alone. Or when I read Persuasion on my phone in a tent in the Swedish Arctic. Or when, traveling alone in New Zealand, I read all the Twilight books in rapid succession, and upon finishing the last one, felt like I’d woken up in a bus stop, disheveled and hungover and utterly mystified as to how I’d gotten there. 

The One is not singular but takes infinite forms. There is no heartbreak when you move on. In fact, the pleasure is additive. A writer friend reminded me of this once when I was expressing disgruntled envy about the reception of someone else’s book. “No one ever finishes a good book and says, ‘Now I’ll never read another book again,’” she said. 

Free love prevails at the smorgasbord. And, I mean, there’s a title.


Three Reading Recommendations

  • In 2017, before a total solar eclipse made a nice long arc over the continental US, I read “Total Eclipse” by Annie Dillard for the first time. I’d had no plans to bestir myself to go see the eclipse, but I pretty much finished the last paragraph, bought a tent and some welder’s glass to look through, got in the car and drove from LA to Oregon. The eclipse—and you have to be in the path of totality—remains the most astonishing thing I’ve ever seen. Conveying the power of natural phenomena is extremely difficult, and Dillard’s writing elicits both the visceral shock of seeing a total eclipse and the necessity to witness one with your own eyes.

  • Look, call me unexciting, but I would be pretending to be someone I’m not if I didn’t include a New Yorker piece. How to choose, though? I love an unsolved/unsolvable mystery, so should I pick Douglas Preston’s piece about the Dyatlov Pass incident? Or pretty much anything by Patrick Radden Keefe? Or perhaps the 2009 profile of Caster Semenya by Ariel Levy that changed my understanding of gender and biological sex? I think because I can only pick one, I’ll go with Levy’s “Thanksgiving in Mongolia,” which you’ve either already read and been undone by or everyone you know has already told you to read and for some reason you haven’t. Her alchemy of experience into writing is somehow both raw and polished and hits with the force of a train.

  • Recently I was reminded of this piece by Alexandra Paul, “Stalked: A Baywatch star’s 13-Year Nightmare,” when I happened to interview her twin sister, Caroline. It’s a harrowing personal account of being stalked for many years, and also includes meaningful practical advice for how to protect ourselves in this age of frightening access. I’d always had deep ambivalence about not responding to a horrible poison pen DM I got on my wedding day, and Paul’s essay granted me total certainty that not engaging had been the right move all along.

Maggie Shipstead is the New York Times-bestselling author of three novels and a short story collection. Her novel Great Circle was shortlisted for the Booker Prize and the Women’s Prize. She is a graduate of the Iowa Writers’ Workshop, the recipient of a fellowship from the National Endowment for the Arts, and the winner of the Dylan Thomas Prize and the L.A. Times Book Prize for First Fiction. Her travel writing and essays have appeared lots of places. She lives in Los Angeles.

Editor: Brendan Fitzgerald

Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla

22 October 2026 at 03:45

La possibile fusione tra SpaceX e Tesla, annunciata da Elon Musk, rischia di concentrare nelle mani di un unico gruppo privato il controllo di infrastrutture sempre più decisive per l’economia e la sicurezza internazionale. E pone una domanda ineludibile al settore aerospaziale: quanto potere possono accumulare le imprese private in un settore da cui dipendono ormai anche le capacità militari degli Stati? Le due società hanno avviato una valutazione formale dell’operazione, che potrebbe creare un colosso da circa 3.500 miliardi di dollari. Musk vuole integrare la capacità produttiva di Tesla con le infrastrutture di SpaceX per finanziare l’espansione nell’intelligenza artificiale, fino alla costruzione di data center in orbita. Un progetto ancora pieno di incognite, come accade sempre con Musk, che potrebbe consolidare ulteriormente il primato americano nell’industria spaziale. Un primato costruito proprio da SpaceX grazie al dominio dei lanci commerciali e le comunicazioni satellitari.

La Cina sviluppa una propria industria sostenuta da grandi investimenti pubblici. L’Europa fatica invece a tenere il passo: dispone di competenze tecnologiche avanzate, ma sconta un ritardo nel modo in cui organizza e finanzia capacità spaziali. Una debolezza industriale diventata anche politica. Lo si è visto pochi giorni fa in Ucraina, quando le restrizioni al servizio satellitare Starlink di SpaceX hanno compromesso alcune operazioni militari, mostrando quanto Kyjiv dipenda da un’infrastruttura privata americana che gli alleati europei non sono in grado di sostituire.

I rapporti di potere nell’industria spaziale sono cambiati. Per decenni il settore è stato dominato dai governi; oggi il mercato più importante è quello dei servizi satellitari. Secondo l’Agenzia spaziale europea, nel 2025 la produzione di sistemi spaziali e i lanci valevano circa 75 miliardi di euro, contro i 490 miliardi delle attività che utilizzano infrastrutture satellitari. Reti ormai essenziali per l’economia e le operazioni militari, il cui controllo garantisce anche una crescente influenza politica.

Musk ha sfruttato prima dei concorrenti questa trasformazione: SpaceX ha ridotto i costi del trasporto orbitale riutilizzando il primo stadio del Falcon 9, contribuendo a raggiungere 165 missioni nel 2025. La scelta lungimirante è stata creare un cliente stabile per i propri razzi: Starlink. I lanci alimentano una rete che genera ricavi per finanziare nuove missioni.

La costellazione conta oltre 10.000 satelliti e 13,6 milioni di abbonati, offre connessioni anche ad aerei e navi ed è diventata essenziale in alcune operazioni militari. Gli altri concorrenti devono ancora costruire un sistema capace di sostenere questa scala industriale.

I profitti di Starlink consentono a Musk di finanziare l’espansione di SpaceX nell’intelligenza artificiale. Nel terzo trimestre il gruppo ha registrato ricavi per 14,58 miliardi di dollari, in crescita del 161 per cento. Di questi, 7,56 miliardi provengono dall’IA, che ha superato le comunicazioni satellitari per fatturato. Pur generando più ricavi, l’IA è ancora meno redditizia di Starlink: 431 milioni di dollari di utile operativo contro i 2,4 miliardi delle attività di connettività. La crescita richiede investimenti enormi, arrivati a 19,6 miliardi nel trimestre, in gran parte destinati alle infrastrutture di calcolo.

Le due aziende hanno già stretti rapporti finanziari: secondo il Financial Times, SpaceX ha acquistato quasi un miliardo di dollari di prodotti Tesla, mentre i due miliardi investiti da Tesla in xAI sono diventati una partecipazione in SpaceX. Secondo le stime raccolte dal quotidiano britannico, il gruppo combinato potrebbe fatturare 153 miliardi di dollari nel 2026, ma registrare un flusso di cassa libero negativo di almeno 54 miliardi. La quotazione in Borsa di SpaceX, avvenuta a giugno con un’offerta da 75 miliardi, ha portato la sua valutazione da circa 1.770 miliardi a quasi 2.000 miliardi in ottobre. Musk conserva il controllo dei diritti di voto, ma deve convincere gli investitori a finanziare questa espansione. La fusione permetterebbe inoltre di integrare le competenze industriali di Tesla, dalle batterie all’automazione, nel progetto Terafab per la produzione di semiconduttori avanzati destinati all’IA.

L’operazione incontra però ostacoli societari e geopolitici perché è vero che Musk controlla SpaceX, ma ha un peso minore nell’azionariato di Tesla, i cui soci dovrebbero approvare la fusione. C’è poi la Cina, dove Tesla realizza il 22 per cento dei ricavi e possiede una grande fabbrica a Shanghai. SpaceX, invece, lavora per il Pentagono e nell’ultimo trimestre ha ottenuto 18 nuove missioni per la sicurezza nazionale americana. Secondo il Financial Times, gli analisti di JPMorgan ritengono possibile che Pechino chieda di separare le attività cinesi di Tesla o trasferirne il controllo a investitori locali prima di autorizzare la fusione.

Resta incerta anche la fattibilità economica di uno dei progetti più ambiziosi di Musk: costruire data center in orbita, alimentati dall’energia solare. Le difficoltà riguardano la dispersione del calore prodotto dai server e la protezione dalle radiazioni. Secondo Boston Consulting Group, queste infrastrutture costano ancora da due volte e mezzo a tre volte più di quelle terrestri. Per renderle competitive SpaceX dovrebbe abbattere il costo dei lanci. È la scommessa di Starship, il nuovo razzo pesante progettato per recuperare e riutilizzare entrambi gli stadi. A settembre ha raggiunto l’orbita, trasportando 26 satelliti Starlink di terza generazione che, secondo SpaceX, aggiungono alla rete una capacità dieci volte superiore a quella di un normale lancio con Falcon 9. La piena riutilizzabilità resta però da dimostrare. 

Dal successo del programma dipendono anche gli impegni con la NASA per l’esplorazione lunare. L’agenzia governativa statunitense ha affidato a SpaceX lo sviluppo di una versione di Starship per riportare gli astronauti sulla Luna, ma il programma Artemis ha accumulato ritardi. Nel 2027 Artemis III testerà in orbita terrestre i sistemi di attracco con i veicoli di SpaceX e Blue Origin, mentre l’allunaggio con equipaggio è previsto nel 2028. Il principale ostacolo tecnico resta il rifornimento di Starship nello spazio, che richiederà diversi lanci e trasferimenti di propellente su una scala ancora da dimostrare.

Blue Origin è ancora più indietro sul piano operativo dei lanci, anche se dispone di ingenti risorse finanziarie. Il razzo New Glenn ha effettuato soltanto tre voli dal debutto nel gennaio 2025. Dopo un problema tecnico in aprile e un incidente alla piattaforma di lancio in maggio, il ritorno operativo è previsto per l’inizio del 2027. Blue Origin sta ampliando gli stabilimenti per aumentare la frequenza dei voli e ha sospeso il turismo spaziale di New Shepard per concentrarsi sui programmi lunari.

Il ritardo complica anche la sfida di Bezos a Starlink. Amazon Leo, già Project Kuiper, prevede 3.232 satelliti, ma a metà ottobre ne aveva lanciati soltanto circa 400, ricorrendo perfino ai razzi di SpaceX. Amazon può contare su grandi capitali e sull’esperienza nei servizi cloud, ma deve ancora costruire una rete paragonabile a Starlink. Blue Origin sta inoltre sviluppando TeraWave, una seconda rete satellitare per governi e grandi imprese. Cerca di costruire un’alternativa industriale a Musk, senza averne ancora raggiunto la capacità operativa.

La competizione fra gli imprenditori americani si svolge all’interno di una sfida strategica più ampia, nella quale la Cina è ormai il principale avversario degli Stati Uniti. Pechino dispone di lanciatori autonomi, della stazione orbitale Tiangong e del sistema di navigazione BeiDou, alternativo al GPS. E punta a portare astronauti sulla Luna entro il 2030. Pechino sta inoltre finanziando nuove imprese private, sostenute dallo Stato per recuperare il vantaggio americano.

Ad agosto la società aerospaziale privata cinese LandSpace, fondata nel 2015 e con sede a Pechino, è riuscita a far atterrare il primo stadio del razzo Zhuque-3 nel deserto del Gansu, dopo un lancio dal centro spaziale di Jiuquan. È stata la prima impresa privata cinese a recuperare un primo stadio di un lanciatore orbitale, compiendo un passo importante verso la tecnologia dei razzi riutilizzabili sviluppata da SpaceX, anche se il primo stadio non è ancora stato impiegato in un secondo volo.

Pechino sta inoltre sviluppando Guowang e Qianfan, due costellazioni che prevedono complessivamente decine di migliaia di satelliti per competere con Starlink, ma ne hanno ancora soltanto poche centinaia in orbita. Secondo il centro studi americano CSIS, questa espansione commerciale è strettamente legata alla strategia militare cinese: le nuove reti potranno sostenere le comunicazioni delle forze armate e ridurne la dipendenza dalle infrastrutture occidentali, soprattutto in un’eventuale crisi su Taiwan. 

L’Europa dispone di tecnologie avanzate per competere nel settore, da Galileo per la navigazione a Copernicus per l’osservazione terrestre, e di una filiera industriale che comprende Airbus, Leonardo e Thales. I razzi Ariane 6 e Vega C garantiscono inoltre l’accesso autonomo allo spazio. Manca però un operatore commerciale paragonabile a SpaceX. Nel 2025 gli investimenti pubblici europei sono cresciuti del 12 per cento, raggiungendo 13,5 miliardi di euro, mentre quelli privati sono scesi a 1,4 miliardi, contro quasi 8 miliardi negli Stati Uniti.

Come spiega un approfondimento dell’Economist, il problema riguarda anche il modo in cui vengono spese le risorse. L’Agenzia spaziale europea applica il cosiddetto principio del ritorno geografico: ogni Paese riceve commesse industriali proporzionate al proprio contributo finanziario ai programmi. Il sistema ha distribuito le competenze industriali fra gli Stati membri, ma ha anche frammentato la produzione, ostacolando le economie di scala. Negli Stati Uniti, NASA e Pentagono acquistano invece servizi dalle imprese private, garantendo una domanda stabile che ha favorito la crescita di SpaceX.

L’Unione europea sta investendo circa 15 miliardi di euro in IRIS², una costellazione di 348 satelliti per garantire comunicazioni sicure a governi e forze armate, ma i primi lanci sono previsti soltanto nel 2029. Oggi la principale alternativa europea a Starlink è OneWeb, che dispone di circa 600 satelliti contro gli oltre 10.000 della rete di Musk e non può offrire la stessa capacità di trasmissione. La Germania sta inoltre progettando una propria costellazione militare, con il rischio di duplicare gli investimenti europei. Restano soprattutto scoperte alcune capacità strategiche, come l’intelligence satellitare e i sistemi di allerta contro gli attacchi missilistici, ancora largamente dipendenti dagli Stati Uniti.

Per recuperare terreno, Bruxelles punta alla possibile fusione delle attività spaziali di Airbus, Leonardo e Thales, ancora al vaglio dell’antitrust europeo. L’ESA cerca invece di favorire la nascita di concorrenti di SpaceX con la European Launcher Challenge, un programma di sostegno ai nuovi produttori di razzi. A settembre la tedesca Isar Aerospace ha raggiunto l’orbita dalla Norvegia, mentre la finlandese ICEYE si è affermata nella produzione di piccoli satelliti radar, utilizzati anche in Ucraina. Molti vengono però lanciati da SpaceX, una dipendenza che un’intesa preliminare con Arianespace punta a ridurre.

La partita politica più urgente con Washington riguarda le frequenze radio necessarie a collegare direttamente i satelliti agli smartphone. SpaceX ha concordato l’acquisto di frequenze negli Stati Uniti, compresa un’operazione da circa 8 miliardi di dollari, per sviluppare Starlink Mobile, una rete che combinerà collegamenti satellitari e antenne terrestri per competere con gli operatori telefonici tradizionali. Il 19 ottobre Deutsche Telekom, Orange, Telefónica e Vodafone hanno annunciato un’iniziativa comune per offrire un’alternativa europea. Bruxelles vorrebbe favorire gli operatori del continente nell’assegnazione delle frequenze, ma gli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni commerciali. L’Europa deve così decidere se sostenere la nascita di un proprio mercato satellitare, rischiando uno scontro con Washington, oppure lasciare spazio agli operatori americani, già forti di un considerevole vantaggio industriale.

L'articolo Musk vuole usare i profitti di Starlink per finanziare le ambizioni industriali di Tesla proviene da Linkiesta.it.

Trump quer expulsar imprensa da Casa Branca e transformar sala em piscina

21 October 2026 at 20:08
Durante uma das últimas reuniões com Karoline Leavitt, então secretária de imprensa da Casa Branca, o presidente Donald Trump lhe apresentou uma ideia. Disse a ela que retirasse os jornalistas da sala de imprensa James S. Brady, o que, na prática, tiraria as organizações de mídia da Casa Branca. Seria, segundo ele, o seu "último legado". Leia mais (10/21/2026 - 16h08)

Meta è arrivata alla frontiera dell’intelligenza artificiale, ma è diventata un Far West

16 October 2026 at 03:45

Meta è arrivata in ritardo nella corsa all’intelligenza artificiale, ma Mark Zuckerberg vuole recuperare il terreno perduto e conquistare il mercato degli assistenti personali. Dopo il passo falso di Llama 4, la famiglia di modelli di intelligenza artificiale lanciata nel 2025 che avrebbe dovuto sfidare OpenAI e Google, ma le cui prestazioni si sono rivelate inferiori alle aspettative, ha investito miliardi nei centri di calcolo, riorganizzato i laboratori di ricerca e assunto alcuni degli specialisti più contesi della Silicon Valley. Martedì ha presentato Muse Wonder, il nuovo modello con cui intende sfidare OpenAI e Anthropic. L’obiettivo è costruire un assistente capace di fare acquisti, prenotare viaggi e svolgere autonomamente attività su internet per conto degli utenti, trasformando Meta nell’intermediario di una parte crescente della loro vita digitale.

Zuckerberg vuole portare questa tecnologia anche fuori dagli smartphone: a settembre ha presentato Muse Charm, un piccolo dispositivo tascabile, dotato di schermo e connessione internet, che permetterà di interagire direttamente con l’assistente e che dovrebbe arrivare sul mercato entro dicembre. Il fondatore di Facebook ha detto al Financial Times che Muse Wonder «consentirà comportamenti molto più sofisticati, che si collocano alla frontiera di ciò che oggi viene realizzato nel campo dell’intelligenza artificiale». Ma conquistare la frontiera potrebbe essere più complicato del previsto perché è già diventato un Far West: gli agenti IA più avanzati si stanno rivelando sempre più difficili da controllare. 

Lo ha rivelato Anthropic, la società che sviluppa Claude, in una ricerca pubblicata il 12 ottobre. Secondo i ricercatori William Zhou e Daniel Freeman, entro pochi mesi potrebbero comparire agenti di intelligenza artificiale capaci di diffondersi autonomamente su internet, entrando nei dispositivi connessi alla rete, installando copie di sé stessi e ripetendo l’operazione su altre macchine. Per capire quanto sia vicino questo scenario, i ricercatori hanno collegato quindici piccoli dispositivi Android TV da circa 55 dollari ciascuno, facendo svolgere a ognuno una parte del lavoro normalmente affidato a un computer più potente. Il sistema riusciva a funzionare, ma rispondeva lentamente perché i dispositivi dovevano scambiarsi continuamente informazioni. La prova ha comunque mostrato che un modello complesso può essere eseguito anche senza i costosi computer dei grandi centri di calcolo.

Nel secondo esperimento, un modello più avanzato ha guidato l’installazione di un programma di intelligenza artificiale su otto computer collegati tra loro. La prova si è svolta però in una rete separata da internet, preparata dai ricercatori per facilitare l’operazione: i computer erano accessibili senza le normali password e il modello che dirigeva il processo funzionava su un server esterno. Nessuno dei due esperimenti ha quindi prodotto un agente capace di diffondersi liberamente su internet. Oggi i modelli abbastanza piccoli da funzionare su dispositivi economici commettono ancora troppi errori per riuscire a trovare altri computer, accedervi e installarsi autonomamente. Quelli capaci di affrontare queste operazioni hanno invece bisogno di macchine più potenti. Anthropic ritiene che questa distanza possa ridursi entro la fine del 2026 perché i modelli più piccoli stanno diventando rapidamente più capaci. Una previsione preoccupante che però dovrà essere verificata fuori dalle condizioni facilitate degli esperimenti.

Gli agenti artificiali hanno già mostrato di poter superare i limiti imposti dai loro sviluppatori, anche senza possedere le capacità di replicazione studiate da Anthropic. Il 9 ottobre la società aveva pubblicato un altro rapporto, dedicato a una serie di incidenti scoperti durante le prove dei modelli Claude e il loro utilizzo interno. Uno degli episodi più significativi ha coinvolto il dipartimento di polizia di Philadelphia. Claude Haiku 4.5 stava eseguendo una dimostrazione su alcune pagine internet scelte casualmente quando ha trovato un sito dedicato a un omicidio irrisolto. La pagina conteneva un modulo attraverso il quale eventuali testimoni potevano inviare informazioni agli investigatori. Il modello lo ha compilato inventando di aver visto una persona sospetta nei pressi del luogo del delitto e ha spedito la segnalazione. Per fortuna il messaggio è stato riconosciuto come spam e non è arrivato agli investigatori. 

Secondo Anthropic, il modello stava cercando di produrre un esempio coerente con il compito ricevuto, senza mostrare una volontà deliberata di ingannare la polizia. Resta il fatto che una testimonianza inventata è stata effettivamente inviata. A preoccupare è anche la cronologia: la falsa segnalazione era stata inviata il 18 luglio, ma Anthropic ha scoperto l’accaduto soltanto il 28 settembre e ha informato la polizia di Philadelphia l’8 ottobre, quasi tre mesi dopo l’incidente.

In un altro esperimento, Claude Mythos Preview doveva utilizzare uno strumento disponibile sul sito di un’università per completare un calcolo scientifico. Il servizio ha restituito un errore e il modello ha cominciato a cercare un modo alternativo per svolgere il lavoro. Esaminando il sito, ha trovato un programma che permetteva di leggere file conservati sul server dell’università. Lo ha utilizzato per ottenere il codice del programma stesso, nel quale ha individuato un difetto di sicurezza. Sfruttando quella falla, è riuscito a eseguire direttamente sul server i comandi necessari al calcolo. Il compito è stato completato, ma attraverso un accesso che non era stato previsto dagli sviluppatori.

La tendenza a cercare soluzioni alternative è una delle caratteristiche più apprezzate e temute degli agenti avanzati. Un assistente capace di risolvere problemi deve saper affrontare anche gli imprevisti, senza fermarsi ogni volta che un servizio non funziona come dovrebbe. Il problema nasce quando il sistema considera una restrizione di sicurezza alla stregua di un inconveniente tecnico. Durante l’addestramento, i modelli vengono premiati per la capacità di raggiungere un risultato e possono imparare che aggirare un ostacolo è una strategia efficace. Anthropic ha riconosciuto che le istruzioni impartite agli agenti non sono ancora sufficienti a impedire questi comportamenti. Ha quindi deciso di sospendere l’accesso diretto a internet durante tutte le proprie valutazioni interne, fino a quando non avrà verificato l’efficacia dei nuovi sistemi di controllo.

Per Meta la questione è particolarmente delicata perché una delle principali innovazioni annunciate con Muse Wonder consiste proprio nella capacità di continuare a lavorare quando un’attività diventa difficile. La società l’ha chiamata Active Focus: il modello prova altre soluzioni, corregge gli errori e cerca di completare il compito ricevuto. Un’altra funzione, Active Memory, gli permette di ricordare informazioni importanti emerse nelle conversazioni precedenti e di recuperarle quando possono essere utili. Meta sostiene di aver addestrato Muse Wonder a chiedere chiarimenti quando necessario e a consultare l’utente prima delle decisioni più importanti, sarà però l’impiego quotidiano a mostrare quanto siano affidabili queste protezioni. Rimanendo ottimisti, per ora, bisogna notare che le ricerche di Anthropic riguardano modelli differenti, sottoposti spesso a condizioni sperimentali particolari. Non è detto che Muse Wonder presenti le stesse vulnerabilità.

Il controllo degli agenti riguarda anche le informazioni alle quali viene concesso loro di accedere. Il 25 settembre OpenAI ha riconosciuto che alcuni suoi sistemi avevano pubblicato su servizi esterni 53 immagini provenienti da utenti ChatGPT. La società non ha chiarito se si trattasse di fotografie di persone reali o di immagini generate artificialmente, né quando fossero state diffuse. Gli agenti avevano potuto raggiungere quei contenuti attraverso dati utilizzati per una parte dell’addestramento, sottoposti preventivamente a procedure di anonimizzazione. 

La quantità di informazioni necessarie al funzionamento di un assistente personale rende anche questi precedenti importanti per la società di Zuckerberg. Muse dovrà conoscere le preferenze dell’utente e poter consultare documenti, messaggi e calendari per svolgere le attività richieste. Se gli venissero affidate operazioni finanziarie, potrebbe entrare in contatto con informazioni ancora più sensibili. Meta ha promesso che le conversazioni con Muse non saranno utilizzate dai propri sistemi pubblicitari e ha annunciato una nuova tecnologia, Muse Confidential VM, che dovrebbe rendere i dati inaccessibili persino all’azienda. La funzione deve ancora essere distribuita e le garanzie effettive dipenderanno dalla sua realizzazione. 

Il tema è abbastanza delicato per Meta visti i precedenti di Cambridge Analytica e dei Facebook Files, quest’ultimi al centro di The Social Reckoning. Il film di Aaron Sorkin non ha colpito particolarmente l’immagine del fondatore di Facebook che nel frattempo ha abbandonato la maschera robotica degli ultimi anni, ma rimangono precedenti meno mediatici che catturano maggiormente l’attenzione degli investitori. Come l’accordo raggiunto nell’agosto 2026 con 47 Stati americani, tra cui California, New York, Illinois e Pennsylvania, oltre al District of Columbia e ad alcuni territori statunitensi. Meta ha accettato di pagare fino a 17,1 miliardi di dollari per chiudere il contenzioso sulle presunte pratiche che avrebbero favorito la dipendenza dei minori da Facebook e Instagram, continuando a negare ogni responsabilità.

I precedenti pesano sulla credibilità di Meta, ora intenzionata a convincere le persone ad affidare al suo assistente informazioni sempre più private. Ma i primi incidenti legati a Muse rischiano di riaprire proprio la questione della fiducia. A settembre Jason Aten, giornalista tecnologico della rivista Inc., ha denunciato che l’assistente aveva consultato messaggi privati conservati sul suo Mac senza che avesse autorizzato quell’accesso. Meta ha contestato la ricostruzione, sostenendo che Muse può leggere i messaggi soltanto dopo aver ricevuto specifici permessi dall’utente. Il caso ha contribuito a spingere Apple ad annunciare modifiche al sistema di autorizzazioni dei Mac, per rendere più evidente quando un agente artificiale chiede accesso ai dati personali.

Un episodio ancora più inquietante ha coinvolto Matt Robb, un recensore tecnologico di Toronto, che aveva incaricato Muse di rispondere agli interessati a un oggetto messo in vendita su Facebook Marketplace. L’assistente ha accettato un’offerta, comunicato al potenziale acquirente l’indirizzo di casa di Robb e organizzato un incontro senza avvertirlo. L’uomo si è ritrovato uno sconosciuto alla porta. Solo successivamente ha scoperto di avere selezionato un’opzione che permetteva all’agente di agire senza chiedere ogni volta conferma. Meta ha sostenuto che Muse aveva rispettato le autorizzazioni ricevute. Il caso mostra quanto possa diventare sottile la distinzione tra concedere a un assistente il permesso di svolgere un’attività e comprendere davvero fino a che punto potrà spingersi per completarla.

La questione preoccupa ormai anche le autorità finanziarie. Secondo un’inchiesta Reuters, la Federal Reserve e gli altri principali regolatori bancari americani stanno chiedendo agli istituti quali poteri concedano agli agenti IA impiegati nella difesa informatica, chi ne controlli le decisioni e soprattutto come possano essere fermati. Un sistema incaricato di contrastare un attacco potrebbe infatti bloccare per errore servizi essenziali. In Europa, la Bank of England sollecita le banche a preparare infrastrutture indipendenti per riprendere le operazioni dopo un incidente, mentre la BCE ha fissato alla fine di ottobre il termine per presentare piani contro le minacce informatiche potenziate dall’intelligenza artificiale. Il timore è che un attacco o un agente fuori controllo possa impedire ai clienti di accedere ai conti e interrompere i pagamenti.

Non è l’unico problema: Meta deve dimostrare a Wall Street che i miliardi investiti per recuperare il ritardo su OpenAI e Anthropic possono trasformarsi in profitti. Per questo Zuckerberg ha cambiato strategia: dopo aver puntato sulla distribuzione relativamente aperta dei modelli Llama, ha deciso di mantenere proprietarie le versioni più avanzate di Muse Wonder e venderne l’accesso alle imprese. Per i consumatori è previsto un abbonamento premium fino a 200 dollari al mese. Il vantaggio di Meta è la possibilità di portare questi servizi direttamente agli utenti di Facebook, Instagram e WhatsApp, senza dover costruire da zero una rete di distribuzione. Zuckerberg punta a fare di Muse l’assistente attraverso cui le persone svolgeranno attività oggi distribuite tra decine di applicazioni, assicurandosi una posizione privilegiata nel mercato dei servizi digitali.

Per riuscirci dovrà però ottenere anche la collaborazione delle aziende che controllano quei servizi. Amazon ha già impedito agli agenti Muse di effettuare acquisti sul proprio sito. Un assistente che cerca prodotti e completa ordini per conto degli utenti può sottrarre alle piattaforme commerciali una parte del controllo sulla relazione con i clienti. Meta dispone di un modello avanzato e di una grande rete di distribuzione, ma per svolgere determinate attività ha bisogno di autorizzazioni che altri operatori potrebbero non essere disposti a concedere. La diffusione degli agenti personali potrebbe quindi aprire un nuovo conflitto tra le grandi piattaforme tecnologiche, nel quale la capacità di controllare gli accessi ai servizi avrà un’importanza paragonabile a quella delle prestazioni dei modelli.

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As casas minimalistas ficaram para trás: a tendência cheia de cor está a conquistar o mundo da decoração

By: MAGG · MAGG
12 August 2026 at 09:49
Durante anos, o branco, o bege e o cinzento dominaram as casas e os feeds de Instagram. O conceito "menos é mais" tornou-se quase uma regra no mundo da decoração. Mas as tendências estão a mudar e há uma nova protagonista a ganhar espaço: o...

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