❌

Normal view

Le 6 giacche da comprare per l’autunno-inverno 2026/27: dal trench alla Napoleon, dal caban alla pelle scamosciata. I modelli di tendenza e come copiare i look delle sfilate a prezzi accessibili

28 October 2026 at 16:06

In autunno è spesso difficile trovare la giacca ideale, quella che riesca a proteggere dalle prime giornate grigie, senza però risultare troppo pesante. Anziché ricadere sempre sul solito chiodo in pelle, le passerelle dell’autunno-inverno 2026/27 propongono valide alternative per sfidare la prima ondata di freddo dell’anno, tra rivisitazioni di alcuni classici, capi tecnici per affrontare vento e pioggia e capispalla ispirati alle uniformi militari. Fra le giacche mostrate in sfilata, FQ Magazine ha individuato i modelli di mezzo peso funzionali e di tendenza per questo autunno-inverno.

Il trench

In passato parte dell’uniforme militare britannica, il trench (o meglio, il trench coat, letteralmente “cappotto da trincea”) è diventato nel tempo simbolo di praticità ed eleganza, anche grazie a dive del calibro di Audrey Hepburn, che lo ha consacrato a icona indossandolo in Colazione da Tiffany. Attualmente, è uno dei capispalla più utilizzati per la mezza stagione, oltre a essere molto presente nelle sfilate di questo autunno-inverno 2026/27.

Primo fra tutti, è Burberry – il brand che ha contribuito alla sua creazione nella versione che conosciamo noi oggi – a portarlo in passerella, in misura lunga con quadri o volant sul revers e in versione corta. Non solo, dunque, un capo intramontabile, ma anche una delle tendenze della nuova stagione, attualmente presente in tutti i negozi.

Mango lo propone in lungo in 100% cotone con abbottonatura doppiopetto e taglio dritto. Ancora doppiopetto, ma taglio morbido per il trench di Alcott, sempre in misura lunga; taglio corto e ampi revers, invece, per il modello di Zara.

Il k-way

Per le piovose giornate della mezza stagione, la scelta più indicata si rivelerà il k-way, un capo pratico, figlio della macro-tendenza della moda sportiva che, però, può essere anche declinato in chiave chic.

A partire dalle passerelle, in cui il k-way è stato reinterpretato da brand dallo stile raffinato, come Tod’s, in versione lunga e senza zip, come un mantello che scivola sul corpo. Similmente, il marchio di BasicNet K-Way – emblematico se si parla dell’omonimo capospalla – oltre ai classici modelli, ne propone uno lungo fino a metà polpaccio con vestibilità oversize.

Seguono anche altri brand, suggerendo diversi modelli di giacche idrorepellenti: in corto per Only, con il suo impermeabile con zip e cappuccio in tinta unita, ma anche per Parfois, con la sua versione con bottoni, colletto e stampa a quadri.

1 / 7

Zara

2 / 7

Mango

3 / 7

Alcott

4 / 7

Tod's

5 / 7

Parfois

6 / 7

Only

7 / 7

K-Way

La giacca in pelle scamosciata (o “suede”)

Quando non piove, è un altro il capospalla in cima alle proposte di questa stagione: la giacca in pelle scamosciata (o “suede”). Che si tratti di un blazer, di una giacca corta o di un cappotto, l’importante è che sia in pelle scamosciata, lavorazione che domina le tendenze del momento, soprattutto se declinata in marrone.

In passerella, Max Mara porta un blazer lungo color caramello in questo materiale, abbinato a un look sui toni del nero e del marrone. Tra le grandi catene, è H&M a suggerire un cappotto in vera pelle scamosciata marrone con colletto e bottoni, mentre da Zara e Stradivarius si possono trovare due giacche corte dall’effetto suede con collo alto, rispettivamente in color cammello e cioccolato.

La giacca Napoleon

È corta, senza revers e chiusa con l’ausilio di alcuni alamari: si tratta della giacca Napoleon, il capospalla ispirato all’uniforme dell’ufficiale francese. Da Michael Jackson a Freddie Mercury, fino a Kate Moss, sono molti i personaggi che in passato sono stati affascinati da questa giacca opulenta e dal forte carattere. Oggi la giacca Napoleon si trova nuovamente in cima alle tendenze di stagione e domina le passerelle dell’autunno-inverno 2026/27.

Un caso particolarmente evidente è quello del brand Khaite, che porta in sfilata una giacca corta con tre grandi alamari che uniscono le due estremità del capo. Un modello così popolare che non ha tardato ad approdare all’interno delle proposte dei marchi low cost. Da Two Way se ne può trovare una versione in finta pelle color bordeaux con chiusura asimmetrica abbottonata da quattro alamari dal dettaglio argentato, mentre Bershka e Reserved suggeriscono due modelli in nero con alamari tono su tono.

1 / 8

Stradivarius

2 / 8

Zara

3 / 8

H&M

4 / 8

Max Mara

5 / 8

Khaite

6 / 8

Bershka

7 / 8

Reserved

8 / 8

Two Way

La giacca stile Barbour in pelle

Per antonomasia, con il nome “Barbour” si intendono tutte quelle giacche che si ispirano all’iconico modello dell’omonimo marchio: cappotti dal taglio dritto e dal tessuto cerato con colletto in velluto a costine o con un’altra texture diversa dal corpo del capospalla. Quest’anno, però, il tessuto cerato viene sostituito dalla pelle, per un risultato di maggiore impatto visivo e allineato alle tendenze di stagione.

Nelle passerelle dell’autunno-inverno 2026-27 sono infatti molti i marchi che hanno deciso di ispirarsi a questo capospalla, ad esempio MM6 Maison Margiela con il suo cappotto in pelle a metà coscia dal taglio dritto e dettaglio in (finta)pelliccia sul cappuccio. D’altro canto, a questo classico rivisitato si sono ispirate anche le grandi catene.

Tra queste c’è Ovs, che all’interno della linea Piombo inserisce un cappotto in vera pelle dalla lunghezza media e dal taglio regular con abbottonatura nascosta e colletto e polsini in velluto a coste. Una versione ancora più versatile è invece suggerita da H&M e Stradivarius: si tratta, in entrambi i casi, di una giacca in finta pelle con colletto in eco pelliccia con la possibilità di essere indossata anche in modalità eco pelliccia con colletto in finta pelle, trattandosi di un modello double-face.

Il caban

Tra le tendenze di questa stagione, il caban è la terza giacca a ispirarsi alle uniformi militari: nasce infatti come capospalla della marina, per poi inserirsi prima nel guardaroba quotidiano maschile e poi in quello femminile. Si tratta di un cappotto doppiopetto dal taglio corto e ampi revers a v ed è uno dei capi più utilizzati per ripararsi dalla brezza autunnale in contesti casual diurni.

Questo capo tradizionale è stato reinterpretato dalle passerelle dell’autunno-inverno 2026/27, in cui talvolta il caban è accollato e presenta un colletto in alto, come il modello in nero nella sfilata di Ermanno Scervino con stampa in rilievo, bottoni dorati e collo in pelliccia. Allo stesso modo, il caban in misto lana di Motivi è nero, corto e con collo in finta pelliccia. Dalla vestibilità rilassata, in cachemire e in colorazione verde bosco è invece la proposta di Falconeri, mentre quella di Fracomina è in misto lana ed è declinata in color caramello.

1 / 8

H&M

2 / 8

Ovs

3 / 8

MM6 Maison Margiela

4 / 8

Stradivarius

5 / 8

Motivi

6 / 8

Falconeri

7 / 8

Fracomina

8 / 8

Ermanno Scervino

L'articolo Le 6 giacche da comprare per l’autunno-inverno 2026/27: dal trench alla Napoleon, dal caban alla pelle scamosciata. I modelli di tendenza e come copiare i look delle sfilate a prezzi accessibili proviene da Il Fatto Quotidiano.

Quando il lusso ha cominciato a desiderare i ragazzi: così gli accessori di moda sono diventati simboli di status e appartenenza

28 October 2026 at 16:05

Colleghi di una ragazza poco più che ventenne fanno una colletta per comprarle il regalo di compleanno. Lei vuole, sogna, brama, una cintura di Gucci. La desidera da tempo e i suoi amici vorrebbero farla felice, ma come si fa a mettere insieme 450 euro? Cercano di aumentare di numero, di tirare dentro altri colleghi, ci riescono. Quando lei, dopo una candelina infilata sopra un McFlurry e spenta d’un fiato, esprime un desiderio, tutti gongolano. Poco dopo apre il pacchetto, c’è scritto Gucci, dev’essere “lei”. Ma la delusione è visibile. Che succede?, le chiede qualcuno. È una cintura nera, la preferiva cuoio. La storia è raccontata, non verificata, non ero al compleanno di questa ragazzina: prendetela così.

Quand’è che i ragazzi hanno cominciato a desiderare il lusso? Anzi, c’è una domanda da farsi prima. Quand’è che il lusso ha cominciato a desiderare i ragazzi? L’ossessione di alcuni giovanissimi per il mondo del lusso (attenzione, si parla di lusso, non di moda e tendenze) ha quasi sempre a che fare con gli accessori. Non serve possedere un cappotto o un abito da passerella: basta qualcosa di piccolo, riconoscibile e griffato. Ma come mai questi oggetti hanno un valore così forte nell’immaginario dei più giovani? Per capirlo bisogna tornare indietro di quarant’anni. Perché gli accessori non sono soltanto una delle vie che le aziende della moda seguono verso grandi fatturati. Sono anche la strada più immediata attraverso la quale il consumatore entra nell’universo di un marchio. E chi fa strategie di mercato lo sa, da tempo.

Lo zaino Vela di Prada, 1984. Il prestigio di un brand diventa trasferibile su oggetti sportivi, casual, giovani

Torniamo nel 1984 senza la DeLorean per osservare una cosa che accade proprio quell’anno. Miuccia Prada crea lo zaino Vela. Uno dice: chissà che credevo! Perché stiamo parlando di uno zainetto in nylon? Ebbene, la fondatrice dello storico marchio milanese proprio con quel prodotto cambia il modo di intendere un oggetto di lusso: prende uno zaino, quindi un oggetto utilitario e quasi scolastico, lo realizza in un materiale allora lontanissimo dall’idea tradizionale di lusso e gli attribuisce il prestigio, il prezzo e la desiderabilità di una maison. Non è un successo, almeno all’inizio. Ma la forma viene messa a punto e tra la fine degli Ottanta e i Novanta quello zaino diventa uno dei simboli di Prada. Le vedete anche voi? Ragazze in jeans e T-shirt con lo zaino sulla schiena. È nero, ha il logo con il triangolo. Se ne avete uno a casa, magari delle vostre mamme, potrebbe valere la pena indossarlo o venderlo. Lo zaino Vela, in quegli anni, si vede ovunque: nelle boutique, nei multimarca e presto anche nel cosiddetto “secondo mercato”.

L’idea di fondo oggi pare semplice, solo perché ci siamo abituati: il lusso non deve più necessariamente avere l’aspetto del lusso. Può essere nylon. Può essere uno zaino. Può avere la stessa forma di qualcosa che usiamo ogni giorno. Il prestigio di un grande brand diventa trasferibile su oggetti sportivi, casual, giovani, quotidiani.

I Novanta e l’avanzata delle ‘It bag’

Restiamo nei Novanta, e la cosa in fondo non ci dispiace. Tamagotchi, Spice Girls, Titanic, taglio “Rachel” di Jennifer Aniston. E Fendi Baguette. Lanciata nel 1997, è spesso considerata la prima vera It Bag. Piccola, riconoscibile, prodotta in un numero enorme di varianti, diventa un fenomeno anche grazie a Sex and the City. C’è una scena che si può definire famigerata in cui un ladro chiede a Carrie Bradshaw di consegnare la borsa e lei risponde: “It’s a Baguette“. È proprio in quegli anni che gli accessori, con le borse in testa, acquistano un peso sempre maggiore anche nei conti delle aziende. Il vantaggio rispetto al prêt-à-porter è evidente: una borsa non ha taglia. Puoi non avere alcuna intenzione di vestirti dalla testa ai piedi Fendi, Dior o Louis Vuitton. Puoi però comprarti, o desiderare, una loro borsa.

Anni Duemila, il momento del “pezzo riconoscibile”

Il passaggio successivo arriva inesorabile e coincide in diversi casi, non in tutti per fortuna, con la morte del buon gusto. Anni Duemila: il momento del “pezzo riconoscibile”. Non basta più che un oggetto sia bello, ben fatto e costoso: deve anche essere identificabile al primo sguardo. La Baguette di Fendi, la Saddle di Dior, il Monogram di Louis Vuitton, le pochette, le mini-bag, le cinture con fibbie enormi, i portafogli e la piccola pelletteria diventano segnali immediati di appartenenza. Nel 2003 Louis Vuitton affida a Takashi Murakami una delle trasformazioni più famose del suo monogramma: colori accesi, cultura pop, un simbolo storico del lusso che diventa quasi giocoso. Se vedete una borsa Vuitton figlia di quella collaborazione e avevate più di dieci anni all’epoca, la riconoscerete. Le maison arrivano a costruire una vera scala d’ingresso: non è necessario acquistare un cappotto, un abito o un total look. Ci sono il portachiavi, il foulard, il portafoglio, gli occhiali, la cintura, le sneakers, la borsa piccola. Se a qualcuno viene in mente la democratizzazione del lusso, sbaglia: il lusso non è mai democratico e quegli oggetti continuano ad avere prezzi esorbitanti. È semmai una democratizzazione del desiderio: il prodotto continua a essere esclusivo, ma il numero di persone che può desiderarlo diventa enorme.

Gli anni Dieci e le sneakers

Tenetevi forte perché il viaggio è lungo per mari e per terra e ci porta dritti fino all’oggetto declamato da Michele Serra qualche giorno fa, in un momento televisivo che si spera di dimenticare presto: le sneakers. Sono gli anni Dieci e la scarpa da ginnastica entra stabilmente nell’offerta delle maison: il lusso mette piede in un territorio che appartiene già culturalmente ai giovani. Gucci, Balenciaga, Dior, Louis Vuitton cominciano a costruire una parte importante della propria immagine su sneakers, felpe, T-shirt, cappellini, marsupi e zaini. Avete presente la Dior x Air Jordan del 2020? Ottomila paia, prezzo superiore ai 2 mila dollari e circa cinque milioni di persone registrate per tentare di acquistarle.

Qualcosa si è rovesciato: non è più soltanto lo streetwear a imitare il lusso. È il lusso che desidera l’autorevolezza culturale dello streetwear. Lo si era già capito bene nel 2017, quando Louis Vuitton aveva collaborato con Supreme, marchio nato dalla cultura skate newyorkese. La storia ha quasi del paradossale: nel 2000 Vuitton aveva fatto causa a Supreme per l’uso del proprio monogramma e diciassette anni dopo lo portava ufficialmente in passerella. È tutto lì, in quella collezione: logo, status, drop, disponibilità limitata, resale. Esempio pratico: le valigie con cui si fotografa il 90% degli influencer, logate Vuitton con la scritta rossa Supreme. Non è richiesto un parere, ma chi sono io per non darvelo: una pacchianata.

Il cambiamento è compiuto, il dado è tratto, ditela come più vi piace. Il prodotto di lusso non sussurra più “questo oggetto è fatto per durare e lo terrai per anni”, semmai grida: “Questo prodotto esce adesso, ce ne sono pochi e se non lo compri subito potresti non trovarlo più“. È un linguaggio potente soprattutto per i più giovani, perché mette insieme attesa, appartenenza, FOMO, collezionismo e status. Va da sé che se cambia quello che si vende, cambiano anche i testimonial. Le maison non si affidano più soltanto ad attrici, modelle o star del cinema. Entrano rapper, trapper, calciatori, musicisti, skater, creator, star K-pop. Il messaggio è sempre più preciso: non devi vestirti da Gucci. Può bastare una cintura Gucci.

Le maison decidono che per parlare ai giovani bisogna essere dove stanno i giovani

Mangiata la foglia, le maison sono inarrestabili e decidono che per parlare ai giovani bisogna essere dove stanno i giovani. Nel 2019 Louis Vuitton entra nel mondo di League of Legends, con prodotti digitali e una capsule fisica. Gucci arriva su Roblox, piattaforma frequentata da un pubblico molto giovane, e sperimenta anche sneakers esclusivamente digitali vendute per pochi dollari. Nel 2021 Balenciaga collabora con Fortnite: skin, accessori virtuali, uno spazio dedicato nel gioco e contemporaneamente una collezione fisica di felpe, cappellini e T-shirt. Sicché non sono più soltanto i ragazzi a incontrare per caso il marchio. È il marchio che entra nei loro spazi. E il digitale gli permette di raggiungere un possibile cliente molto prima che quel cliente abbia davvero i soldi per comprare una borsa, un cappotto o un paio di scarpe da mille euro. Prima vede il logo. Poi impara a riconoscerlo. Lo incontra in un videogioco, lo vede addosso al cantante che segue, magari compra un accessorio virtuale. Poi arriva la sneaker, il portafoglio, la cintura, la mini-bag. Non è ancora cliente nel senso tradizionale del termine. Ma è già pubblico della maison.

Siamo a oggi. A quegli stessi accessori che non sono soltanto oggetti costosi. Sono simboli. Oggetti ai quali la moda ha attribuito per decenni un valore che va ben oltre il prezzo: appartenenza, riconoscibilità, status. Possono diventare anche il segno materiale di una vita percepita come irraggiungibile, quella degli altri. Quella di chi può comprare senza pensarci troppo. È anche così che un accessorio smette di essere soltanto un accessorio. Diventa una scorciatoia simbolica verso un’identità, un gruppo, una condizione sociale. Il passaggio decisivo, in fondo, non è stato soltanto quando i ragazzi hanno cominciato a desiderare il lusso. È stato quando il lusso ha cominciato a desiderare i ragazzi.

L'articolo Quando il lusso ha cominciato a desiderare i ragazzi: così gli accessori di moda sono diventati simboli di status e appartenenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dalle forme per scarpe a 34 euro ai servizi di piatti da oltre mille euro: svuotata la villa dei Gucci alla Camilluccia, gli oggetti della famiglia in vendita un mercatino dell’usato di Roma

26 October 2026 at 11:48

Nessuna casa d’aste internazionale o fiera dell’antiquariato di lusso. Per portarsi a casa un frammento autentico della dinastia Gucci, oggi è sufficiente varcare la soglia del Mercatino dell’usato di via Somalia, in un quartiere non centrale di Roma. La storica villa di famiglia sulla Camilluccia, fatta edificare da Aldo Gucci tra la fine degli anni Quaranta e il 1951, è in fase di completo svuotamento. Dalle forme per scarpe logate ai comodini laccati, fino a un esclusivo portapistola, gli arredi, gli abiti e i complementi della quotidianità di una delle dimore più sfarzose della Capitale sono finiti tra gli scaffali di un negozio dell’usato, scatenando una caccia all’affare tra collezionisti e semplici curiosi.

A innescare questa insolita svendita è stato Alessandro Gucci, discendente della casata di moda, che ha contattato direttamente i gestori del punto vendita romano per affidare loro i beni in conto vendita. “Siamo molto soddisfatti di essere stati scelti”, ha spiegato Roberto, titolare del franchising. “La nostra attività si basa sul concetto di riuso e sostenibilità ambientale, quindi l’idea che oggetti così preziosi vengano non gettati ma riutilizzati è una buona notizia”.

Secondo quanto si legge sulle cronache locali, i camion fanno la spola da giorni tra la tenuta e il negozio, riversando sul mercato oggetti unici: una sedia tripolina in pelle, un tris di calici a forma di cervo, borse vintage, vasi e felpe dai colori iconici. Mentre i pezzi più prestigiosi mantengono quotazioni elevate, alcuni lotti minori hanno già trovato un acquirente in tempi record: due paia di forme per scarpe in legno con il marchio inciso sul fondo sono state cedute rispettivamente a 34 e 45 euro. Sono passati di mano anche un collare decorato per cani (45 euro), una cornice priva di vetro (67 euro), un’agenda (40 euro) e un comodino in legno dipinto di verde (112 euro). “Noi abbiamo fatto una valutazione e poi agiamo in conto vendita quindi i ricavi torneranno ai Gucci”, ha precisato il titolare. “C’è tanta richiesta, ci chiamano per sapere se sono davvero prodotti griffati, si è scatenata grande curiosità attorno a questo trasloco”. Un tam tam che ha spinto anche noi di FqMagazine a fare qualche ricerca. Verificando il sito internet del Mercatino in questione, abbiamo notato che, accanto agli annunci più “standard”, appaiono in effetti diversi pezzi di assoluto pregio che potrebbero essere già parte dell’arredo di villa Gucci, come un servizio completo di piatti firmato Richard Ginori in vendita a oltre 1.000 euro o uno svuotatasche in vetro di Murano da 708 euro. Insomma, tutto al mercatino sì, ma non tutti i prezzi sono proprio abbordabili per chiunque.

Lo sgombero degli arredi coincide con un indizio immobiliare inequivocabile: l’annuncio della vendita della villa è improvvisamente sparito dal sito dell’agenzia incaricata, la Barnes International. Un dettaglio che, unito all’arrivo dei camion dei traslochi, lascia ipotizzare la conclusione a buon fine della compravendita.

Costruita dopo il trasferimento di Aldo Gucci da Firenze a Roma per espandere l’impero aziendale, la dimora fonde elementi della tradizione toscana con influenze anglosassoni, legate alle origini della moglie del fondatore. Si tratta di un complesso monumentale di 1.200 metri quadrati coperti disposti su quattro livelli (suddivisi in due edifici principali), comprendente dodici camere, dodici bagni, saloni di rappresentanza, una sala biliardo e uno scalone che conduce a un ampio terrazzo con vista sull’Altare della Patria, il tutto immerso in un parco di due ettari e mezzo dotato di piscina. Sul mercato dal 2023, la proprietà aveva visto recentemente scendere il prezzo di richiesta dai 15 milioni iniziali a 11,5 milioni di euro. Ora, in attesa di conferme sui nuovi proprietari, la storia domestica della famiglia si disperde tra gli annunci online e le vetrine di via Somalia.

L'articolo Dalle forme per scarpe a 34 euro ai servizi di piatti da oltre mille euro: svuotata la villa dei Gucci alla Camilluccia, gli oggetti della famiglia in vendita un mercatino dell’usato di Roma proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Non chiamerò la scuola per farti concedere il permesso di truccarti, non aggirerai le regole”: il “no” di Victoria Beckham alla figlia Harper

26 October 2026 at 08:38

Neppure avere come madre una delle donne più influenti del fashion e del beauty system garantisce un lasciapassare contro le rigide regole scolastiche. Lo ha scoperto a sue spese Harper Beckham, la quindicenne ultimogenita di Victoria e David, che ha tentato invano di ottenere un “trattamento speciale” per poter aggirare il divieto di indossare il make-up in classe.

A svelare il curioso aneddoto familiare è stata la stessa Victoria Beckham, intervenuta in un video realizzato per il brand Milk Makeup e durante un’ospitata al programma televisivo americano Today. Di fronte allo stop imposto dai docenti, l’adolescente ha cercato l’appoggio materno: “Di recente mi ha detto: ‘Mi hanno comunicato che non posso truccarmi per andare a scuola’”, ha raccontato la stilista. “Poi ha aggiunto: ‘Perché non vogliono che io sia al meglio?’. E infine mi ha chiesto: ‘Mamma, non puoi chiamare la scuola?’“. La risposta dell’ex Spice Girl è stata però categorica e irremovibile: “Non posso, Harper”, ha tagliato corto, confermando che il regolamento scolastico non ammette deroghe nemmeno per la famiglia Beckham.

Eppure, se tra i banchi il trucco resta rigorosamente vietato, fuori dalle mura scolastiche Harper sta già seguendo le orme imprenditoriali della madre. Come rivelato dal tabloid inglese The Sun, la ragazza starebbe lavorando al lancio del suo marchio cosmetico personale, che si chiamerà Harlo by Harper. Un progetto curato con insospettabile professionalità per la sua età, tanto che la quindicenne ha sfoderato le sue doti manageriali direttamente in salotto: “Ha preparato due presentazioni in PowerPoint per noi”, ha rivelato divertita Victoria al Today show. “La prima era perché voleva un suo brand di bellezza. E la seconda era perché voleva farsi la permanente ai capelli”.

Un’attitudine al business che inorgoglisce i genitori, i quali cercano comunque di mantenere la figlia ancorata alla realtà della sua età. “Harper ama la bellezza e la cura della pelle fin da quando era piccola“, ha concluso Victoria Beckham. “Si è sempre seduta sulle mie ginocchia mentre mi pettinavano e truccavano, e adora partecipare con me alle riunioni di sviluppo dei prodotti. Ha una passione, ha un sogno, ma è giovane. Va ancora a scuola e sta per affrontare gli esami“. Il business milionario, per ora, dovrà attendere il suono della campanella.

L'articolo “Non chiamerò la scuola per farti concedere il permesso di truccarti, non aggirerai le regole”: il “no” di Victoria Beckham alla figlia Harper proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il sarto dei Papi, gli ombrelli della Regina Elisabetta e i ricami delle sfilate di Armani e Valentino: viaggio nei laboratori segreti del Made in Italy che aprono eccezionalmente al pubblico con ApritiModa

24 October 2026 at 04:00

In una stanza bianca e ovattata di Santarcangelo di Romagna, profumata da leggere note d’incenso, forbici precise tagliano lane biellesi e sete comasche per confezionare le vesti sacre di Papa Francesco. A Venezia, tra le acque dell’isola della Giudecca, aghi robusti forano damaschi, velluti e passamanerie per tappezzare gli interni delle gondole e dei taxi acquei. E nel cuore di Milano, mani sapienti modellano pelli pregiate per dare vita a quella stessa borsa-gioiello che ha accompagnato le uscite pubbliche della Regina Elisabetta II. Sono i suoni, i profumi e i gesti di un’Italia laboriosa che opera lontano dai riflettori delle passerelle, ma che da secoli detta le regole dell’eleganza globale. Un universo fatto di telai secolari, banchi da taglio, macchine da cucire e archivi sterminati che il 24 e 25 ottobre torna a spalancare i propri battenti in occasione della decima edizione di ApritiModa.

Da 14 a 100 porte aperte: la rivoluzione di un decennio

Ideata dalla giornalista Cinzia Sasso, la manifestazione è nata dieci anni fa come una scommessa circoscritta a 14 indirizzi milanesi, con l’obiettivo di rendere accessibile al grande pubblico un mondo tradizionalmente esclusivo e blindato. Oggi, ApritiModa è un fenomeno culturale e turistico di respiro nazionale. L’edizione 2026 coinvolge oltre 100 luoghi in ogni regione d’Italia — tra maison internazionali, manifatture di provincia e piccole botteghe d’eccellenza — registrando numeri che certificano una fame di autenticità senza precedenti: dai 16.000 visitatori degli esordi si è passati alle oltre 50.000 richieste di partecipazione dell’ultima edizione, con più di un milione di interazioni sul sito ufficiale. Attraverso una semplice prenotazione, i visitatori possono oltrepassare la linea di demarcazione che separa il consumatore dal creatore, osservando in tempo reale come materie prime grezze si trasformano in abiti, cappelli, occhiali, scarpe, profumi e bottoni.

Le novità: dai sarti del Vaticano agli ombrelli della Corona inglese

Il cartellone di questo decennale si arricchisce di tappe che sfiorano l’arte pura e il misticismo. Tra i debutti assoluti spicca LAVS (Laboratorio Atelier di Vesti Sacre), fondato da Filippo Sorcinelli a Santarcangelo di Romagna: un luogo dove l’alto artigianato incontra la liturgia e dove sono stati realizzati i paramenti per Benedetto XVI e Papa Francesco. A Napoli, i riflettori si accendono per la prima volta su Mario Talarico, bottega ferma all’Ottocento con il suo antico tornio ancora in funzione, celebre per aver forgiato ombrelli per la famiglia reale britannica e innumerevoli celebrità storiche. Non meno affascinante è la tappa veneziana da Hydro Mirò, l’esclusivo cantiere della Giudecca specializzato nella tappezzeria nautica, dove il fascino della laguna prende forma tra “pareci” e “dogaresse”. A Milano, invece, Leu Locati (Amato Daniele) svela i segreti delle calzature e delle borsette che rappresentano un omaggio totale all’alto artigianato tramandato da sette generazioni.

I colossi del lusso, i telai di Leonardo e la magia della sposa

Il grand tour di ApritiModa consolida inoltre il legame con i colossi e le istituzioni storiche del settore. Il pubblico potrà passeggiare tra i capolavori di vent’anni di Alta Moda esposti all’Armani/Silos, respirare l’atmosfera cosmopolita ma intima di Casa Cucinelli a Milano, e ammirare la perfezione sartoriale fusa all’arte orologiera negli spazi di Dolce&Gabbana. Accanto a loro, resistono i templi della manualità assoluta: dal laboratorio di Pino Grasso, le cui mani incastonano migliaia di strass e paillettes per le sfilate di Armani e Valentino, fino all’Antico Setificio Fiorentino, che dal 1786 produce broccati per il Cremlino e la Casa Reale svedese utilizzando ancora un orditoio realizzato su un disegno originale di Leonardo da Vinci. Una sezione speciale del decennale è dedicata al mondo “bridal”, con l’apertura di atelier specializzati nella creazione di abiti da sposa come Anna Renzi Brivio a Brescia, Cecilia Gerosa a Bologna, Poesie Sposa a Piacenza e la prestigiosa manifattura di Antonio Riva a Garlate. Un viaggio tra tulle, mikado di seta e cartamodelli per scoprire come la tradizione si rinnova attraverso il design contemporaneo.

Il messaggio: “Un patrimonio condiviso da conservare”

Dietro lo stupore visivo, l’apertura delle fabbriche lancia un messaggio culturale potentissimo: la moda in Italia non è un’industria asettica, ma un tessuto connettivo fondato sul genio umano. “ApritiModa è un’occasione unica per scoprire i luoghi autentici dove nasce la bellezza e si esercita la bravura. Un’esperienza che riempie di ammirazione, orgoglio e amore“, spiega la fondatrice Cinzia Sasso. È un incontro che arricchisce chi guarda e chi crea: “I visitatori sono felici di entrare dietro porte sempre chiuse e i lavoratori sono felici di mostrare al pubblico le loro mani sapienti”. Un ponte gettato tra il lavoro manuale e la società, per ribadire un concetto essenziale: “La moda non è un capriccio per pochi, è un patrimonio condiviso, fatto di saperi, tecniche e creatività che va conosciuto e conservato per quello che è, un tesoro prezioso”.

Come partecipare

La regola è una: prenotarsi su Apritimoda.it. La sezione “Partecipa” offre una mappa intuitiva dell’intero Paese; ogni luogo ha una scheda con descrizione, indirizzo, orari e slot disponibili per sabato 25 e domenica 26 (le disponibilità si aggiornano in tempo reale). Le visite sono guidate e gratuite. Si entra in piccoli gruppi: si ascolta, si guarda, si fanno domande. Si esce, quasi sempre, con un rispetto nuovo per ciò che indossiamo.

L'articolo Il sarto dei Papi, gli ombrelli della Regina Elisabetta e i ricami delle sfilate di Armani e Valentino: viaggio nei laboratori segreti del Made in Italy che aprono eccezionalmente al pubblico con ApritiModa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Dalle strade di Delhi ai palazzi dei maharaja: il Calendario Pirelli 2027 racconta le due anime dell’India. E dietro le immagini, la storia di un padre scomparso e della figlia che ne raccoglie l’eredità

23 October 2026 at 20:04

Da una parte Old Delhi, un dedalo incasinato, maleodorante e saturo di colori, dove sciami ininterrotti di tuk-tuk si incastrano tra le vacche sacre e i cavi elettrici pendono come liane sui banchi di spezie con le scimmie che vi si aggrappano, tra il frastuono dei barbieri di strada e il mercato dei fiori. Dall’altra la New Delhi coloniale, rigorosa, pulita e ordinata, dominata da immensi viali alberati ed edifici in perfetto stile Impero. Il dualismo viscerale che spacca a metà la capitale indiana è la chiave di lettura esatta del nuovo Calendario Pirelli 2027. Presentata venerdì 23 ottobre con una cena di gala nel giardino dell’Imperial Hotel, la cinquantatreesima edizione di The Cal si costruisce interamente sulla contrapposizione.

Fisicamente, l’oggetto si apre come un libro e si divide in due. Da un lato le immagini del norvegese Sølve Sundsbø, dall’altro quelle dell’indiana Avani Rai. È il dualismo tra maschile e femminile, ma soprattutto quello tra un’India vissuta dall’interno e un’India osservata con lo sguardo di un fotografo di moda occidentale, attento a scansare scientificamente le trappole dell’esotismo. E proprio le pagine di Avani nascondono un ulteriore, profondissimo dualismo: quello tra un padre e una figlia. Il lascito di Raghu Rai e il progetto “Past Forward” Inizialmente, Pirelli aveva ingaggiato per il progetto Raghu Rai, 83 anni, pioniere indiano del fotogiornalismo e maestro dell’agenzia Magnum. Il progetto era già avviato quando, il 26 aprile, un tumore se l’è portato via, bloccando i lavori. A 34 anni, la figlia Avani ne ha raccolto il testimone, affiancando Sundsbø e trasformando la commissione aziendale in un lungo, catartico processo terapeutico per affrontare il lutto.

Insieme alla moglie, Raghu aveva battezzato l’idea iniziale Past Forward, il passato portato in avanti, immaginando di usare i suoi iconici scatti d’archivio come fondali per ritratti in studio. Avani ha mantenuto l’intuizione, ma ne ha ribaltato l’esecuzione, portandola fuori. “Mio padre apparteneva alla strada”, ci racconta la fotografa. “Per questo ho preso l’idea alla quale stava lavorando e l’ho riportata nei vicoli, tra le persone che aveva fotografato per tutta la vita. Mi metto un passo indietro, in senso spirituale e letterale. Mi metto dietro di lui. Quando non so come scattare lo penso, dico tra me e me ‘papà, fai tu’, e la foto arriva”.

Accompagnata da Nandan, lo storico autista del padre, Avani ha trascinato le grandi stampe in bianco e nero nei mercati e sulle rive dello Yamuna, facendole invadere dalla megalopoli contemporanea. Le fotografie originali restano intatte, con i bordi visibili, ma vengono inghiottite dal presente: al mercato dei fiori bisogna aguzzare la vista per separare la folla immortalata decenni fa dai passanti di oggi. In un caffè di Mumbai, gli scatti storici diventano la tappezzeria contro cui si staglia una gioventù fatta di smartphone e macchine istantanee. Su una terrazza, la star del cinema Ranveer Singh posa sotto una pioggia di coriandoli con i grattacieli alle spalle, in una composizione interamente in bianco e nero che azzera il confine tra ieri e oggi. È uno scontro generazionale su pellicola. L’India solenne che Raghu documentò tra la tragedia di Bhopal e la guerra del Bangladesh fa da fondale a quella frenetica vissuta dalla figlia, fatta di giovani sui rooftop e piazze in rivolta. Alle proteste Avani ci va regolarmente, rivendicando il diritto di guardare in faccia la realtà: “Vado a fotografare i tempi in cui viviamo. Quando la vita accade fuori dalla tua porta, come fotografa è tuo dovere documentarla. In tanti Paesi si eliminano punti di vista e interi pezzi di realtà”.

Il processo di elaborazione della morte culmina nell’immagine che chiude la sua sequenza. Avani ha ritratto sua madre nella casa di famiglia; a farle da sfondo c’è una vecchia fotografia del giardino in cui compare il piede di Raghu. Un’illusione ottica commovente, calibrata al millimetro: in quello scatto è come se l’uomo fosse fisicamente lì, ancora una volta dietro l’obiettivo, per immortalare la moglie. “Questo progetto è un dono e una benedizione da parte sua”, ammette Avani. “Mi ha insegnato a elaborare il lutto e a trasformare il dolore in celebrazione”.

1 / 3

05_SARDAARS_by_Avani_Rai

2 / 3

03_FLOWER_MARKET_by_Avani_Rai

3 / 3

04_HIJRAS_by_Avani_Rai

Sull’altro versante del calendario, Sølve Sundsbø sceglie l’isolamento del ritratto. “Non me la sentivo di provare a rappresentare l’India in tutta la sua complessità, non ne avevo il diritto”, confessa il norvegese. Portando la sua attrezzatura tra le mura e i cortili del Jaigarh Fort di Jaipur e ad Ajabgarh, si è concentrato sui volti di nove donne, giocando con le ombre geometriche della pietra.

Ci sono le attrici Freida Pinto, Aditi Rao Hydari e Avantika Vandanapu; la musicista Anoushka Shankar sotto un monsone ricreato ad hoc; la poetessa Rupi Kaur; l’autrice Padma Lakshmi e le modelle Lakshmi Menon e Bhavitha Mandava. “Sono immagini costruite attorno al colore, alla luce e al contrasto”, spiega Sundsbø. E i risultati sono pittorici: Bhavitha sfoggia un abito dorato che raccoglie la luce del forte; Freida è distesa tra le bougainvillea con un abito rosa acceso attraversato dalle ombre dei rami; Lakshmi Menon fissa l’obiettivo con il volto e le spalle cosparsi di polveri gialle e rosa, in un vibrante richiamo alla festa di Holi. Padma Lakshmi, immersa nell’acqua per quaranta minuti circondata da fiori di loto (non a caso, visto che il suo nome in sanscrito significa proprio “loto”), sembra abitare una tela preraffaellita, un’Ofelia contemporanea: “Ho aspettato tutta la vita di fare un servizio fotografico di questo tipo”, commenta.

C’è una tensione palpabile, in entrambi i fotografi, nel tentativo di sfuggire all’esotismo da cartolina, che ricorda il doppio sguardo di Pasolini e Moravia durante il loro celebre viaggio in India nei primi anni Sessanta. “Spero che questo servizio contribuisca a ridurre un po’ l’esotismo di cui soffrono l’India e la sua immagine in Occidente”, auspica Padma. Le fa eco Bhavitha: “Mi piace pensare che la mia origine etnica non sia la cosa più interessante di me”. La sfida è la stessa per Avani: “Se mi chiedessi quali stereotipi esistono sull’India, finirei per pensare a quello che la gente vuole vedere. Voglio invece scoprire quello che voglio vedere io”.

Il dialogo tra maschile e femminile, tra Occidente e Oriente, si concretizza anche in uno scambio di ruoli: la stessa Avani Rai passa davanti all’obiettivo di Sundsbø, ritratta su una barca con un abito giallo. “Per un fotografo il modo migliore per creare una connessione è fotografare ed essere fotografato“, osserva la trentaquattrenne.

Questo massiccio impianto estetico e culturale sigilla un’operazione industriale di enorme peso per il gruppo milanese. L’edizione indiana certifica un accordo economico vitale firmato il 22 ottobre tra Pirelli e Bkt (Balkrishna Industries). La partnership prevede la produzione locale di pneumatici di fascia alta a marchio Pirelli nel nuovo impianto BKT di Bhuj, in Gujarat (con l’obiettivo di 800 mila pezzi entro il 2030), e la prospettiva di una joint venture paritetica. “L’India oggi gioca un ruolo chiave nello sviluppo tecnologico con grandi opportunità nel mercato dell’automotive”, spiega il presidente esecutivo Marco Tronchetti Provera, che difende la natura artigianale dell’opera escludendo categoricamente scorciatoie algoritmiche: “Un progetto frutto dell’IA? Non sarebbe possibile: senza l’esperienza dell’occhio del fotografo non avrebbe alcun senso”.

1 / 4

05_PADMA_LAKSHMI_by_Sølve_Sundsbø

2 / 4

03_AVANI_RAI_by_Sølve_Sundsbø

3 / 4

02_LAKSHMI_MENON_by_Sølve_Sundsbø

4 / 4

01_FREIDA_PINTO_by_Sølve_Sundsbø

La longevità di The Cal, d’altronde, risiede nell’aver smarrito da tempo la sua utilità originaria. Con nove pagine per fotografo e i mesi posizionati senza seguire un ordine logico, il calendario non serve più a contare i giorni. Il suo valore è puramente simbolico. In un’epoca satura di contenuti usa e getta, è un oggetto che non si può comprare, ma solo ricevere in regalo. Rappresenta l’ultimo barlume di non-consumismo sopravvissuto nella società di oggi, uno strumento che non accelera i desideri ma impone di fermarsi. Esattamente come la macchina fotografica per Avani Rai: “Per me non è un processo di creazione, è un processo di rallentamento: trattenersi, osservare il mondo che accade davanti a te”.

L'articolo Dalle strade di Delhi ai palazzi dei maharaja: il Calendario Pirelli 2027 racconta le due anime dell’India. E dietro le immagini, la storia di un padre scomparso e della figlia che ne raccoglie l’eredità proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌