❌

Normal view

Brasile, la resa dei conti nella destra abbandonata da Flávio

Il leader del suo partito, che nei giorni scorsi aveva già annunciato l’accettazione del risultato elettorale, oggi è andato a casa di Jair per discutere il futuro e il ruolo del bolsonarismo: la fuga negli Usa dell’avversario di Lula solleva dubbi sulla sua capacità di guidare...

Guerra tra Europa e Russia? Parla Putin: “Non avrebbe vincitori”. Ma non mancano le minacce

29 October 2026 at 18:28

Guerra tra Europa e Russia? Parla Putin

Se scoppiasse una guerra tra Russia ed Europa, “non ci sarebbero vincitori”, nessuno in Europa “se ne dimentichi”. Lo afferma il Presidente russo, Vladimir Putin, citato dalla Tass. E aggiunge: “Non vogliamo che la situazione nel mar Baltico diventi simile a quella nel golfo Persico, ma siamo preparati per questo”.

“So delle critiche rivolte a Stubb e Store in seguito alla loro chiamata, ma considero giusta la loro iniziativa. Stubb e Store hanno sottolineato proprio all’inizio della conversazione di non rappresentare l’intera Ue, ma di parlare a titolo nazionale. Sosteniamo qualsiasi passo volto a ripristinare le relazioni con l’Europa, sia con la Ue nel suo insieme sia con i singoli Paesi. Difficilmente sara’ possibile infliggere una sconfitta strategica alla Russia entro il 2030″, conclude infine lo “zar”.

L'articolo Guerra tra Europa e Russia? Parla Putin: “Non avrebbe vincitori”. Ma non mancano le minacce proviene da Affaritaliani.it.

Trump vuole chiudere il conto con Teheran: negoziati o escalation. L’allarme di Massolo sul dopo Midterm

29 October 2026 at 18:21

Trump, l’Iran e il piano per ‘dichiarare vittoria’: l’analisi dell’ambasciatore Massolo

“Il rischio di escalation è concreto dopo le elezioni di Midterm, e c’è da osservare un ulteriore incremento della presenza militare iraniana nel Golfo e nella regione”. Così Giampiero Massolo, ambasciatore ed esperto di geopolitica, risponde ad Affaritaliani sulle prospettive del conflitto tra Stati Uniti e Teheran e sulle mosse di Donald Trump per uscire dal confronto.

Un quadro che, secondo Massolo, risponde a una precisa necessità strategica della Casa Bianca: “Lo scopo potrebbe essere paradossalmente funzionale ad uscire dalla crisi iraniana. Trump ha bisogno di uscirne a due condizioni: la prima è di sistemare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Lì il livello di traffico è ritornato a livelli sostenuti, ed è frutto sia della presenza militare americana sia, soprattutto, dei contatti diretti che i Paesi del Golfo hanno con gli iraniani”.

La seconda condizione riguarda la minaccia atomica: “L’altro obiettivo è l’idea di poter dire di essersi durevolmente sbarazzati del nucleare iraniano. Questo si può fare in due modi: o attraverso la via negoziale — ed è di oggi la notizia che Trump ha autorizzato una ripresa dei trattative — oppure, qualora questi negoziati fallissero, l’altra strada sarebbe quella di forzare un’escalation americano-israeliana. L’intento sarebbe poter affermare che la capacità nucleare iraniana è stata ulteriormente annichilita e indebolita, allontanando il pericolo nel tempo”.

L’obiettivo finale del Presidente americano resta comunque il ritiro dall’area: “A quel punto, con uno Stretto ritornato ragionevolmente praticabile e il dossier nucleare indebolito stabilmente, si aprirebbe una finestra per Trump per dichiarare vittoria e disimpegnarsi da quello scenario, lasciandolo all’autoregolamentazione delle potenze regionali. Ma qualora non andasse la via negoziale, non rimarrebbe altro che la via delle armi”, spiega l’ambasciatore.

Infine, sul ruolo diplomatico della Turchia, Massolo sottolinea: “Erdogan si pone come mediatore, e anche con un certo successo come ha dimostrato tra Russia e Ucraina sul traffico del grano nel Mar Nero. Sta cercando di giocare questa carta anche qui attraverso un contatto diretto con Teheran: nei giorni scorsi c’è stata la riunione del ‘Patto della Mecca’ con Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Iran per discutere dei passaggi ad Hormuz, delle basi per un negoziato e per scongiurare eventuali rappresaglie nel Golfo. Fa parte dei tentativi in atto, ma bisognerà vedere fino a che punto Teheran sarà intransigente e fino a che punto Trump vorrà che il suo dichiarare vittoria trovi un riscontro concreto nei fatti”,conclude Massolo.

L'articolo Trump vuole chiudere il conto con Teheran: negoziati o escalation. L’allarme di Massolo sul dopo Midterm proviene da Affaritaliani.it.

La lettera di Jonathan Littell a Emmanuel Macron: «Mio figlio colpito in piazza dalla polizia senza motivo. Perché coprite questa brutalità?»

29 October 2026 at 17:19
Sconvolto dalla repressione delle forze dell'ordine in Francia durante i cortei e spaventato dall’idea di una svolta politica radicale, lo scrittore franco-americano de «Le Benevole», vincitore del Premio Goncourt nel 2006, chiede, su «Le Monde», spiegazioni al presidente della Repubblica

Israele oltre Netanyahu. La sfida dell’unità nazionale e la partita con l’Iran secondo Molinari

29 October 2026 at 15:54

La democrazia israeliana è in trasformazione, dalle elezioni sono usciti più vincitori, il presidente Isaac Herzog lavora all’unità nazionale e i cambiamenti in corso possono avere impatto non solo in Medio Oriente: questa la lettura del voto nello Stato ebraico da parte di Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, già corrispondente de La Stampa da Gerusalemme-Ramallah prima di diventare direttore de La Stampa, di Repubblica e, ora, direttore editoriale del gruppo SAE. Nel suo ultimo libro “Le mappe per capire il potere” (edito da Rizzoli) c’è un’attenta analisi dei cambiamenti in corso in Medio Oriente che aiutano a comprendere anche ciò che sta avvenendo in questi giorni.

Israele senza maggioranza: è la fine dell’era Netanyahu o la prova che resta il leader più abile nel gestire la frammentazione?

La chiave di lettura di questo voto è che hanno vinto in tre. Ha vinto Benjamin Netanyahu, perché il Likud resta il primo partito con 26 seggi e il suo blocco, 53 seggi, è il più numeroso. Ha vinto Gadi Eisenkot, perché Yashar, al debutto, è subito il secondo partito con 21 seggi e lui è il leader indiscusso del fronte del cambiamento. Hanno vinto i partiti arabi, che con 19 seggi ottengono un risultato storico, quasi il doppio della legislatura uscente. Non siamo davanti alla fine dell’era Netanyahu. Siamo davanti alla fine dell’era in cui Netanyahu poteva governare da solo con la destra radicale e i partiti religiosi. Il premier resta indispensabile ma non è più autosufficiente. Ed è proprio questo equilibrio tra vincitori, nessuno dei quali può governare da solo, a rendere l’unità nazionale l’esito più probabile.

Quali scenari di governo sono realistici? E cosa rischia Netanyahu, politicamente e giudiziariamente?

L’ipotesi più probabile, anche se la più difficile, è un governo di unità nazionale tra Likud e Yashar. I motivi sono cinque. L’aritmetica: Likud e Yashar insieme hanno 47 seggi e possono agilmente raggiungere la maggioranza di 61 con alleati di centro e di destra, senza dipendere né dagli arabi né dall’estrema destra. I veti incrociati che bloccano le alternative: Netanyahu esclude i partiti arabi, Liberman rifiuta un governo di minoranza o con arabi e haredi. Liberman, anzi, punta proprio su un’intesa Eisenkot-Netanyahu. L’inchiesta sulle interferenze straniere: è stata aperta un’indagine sul sospetto che Qatar e Turchia abbiano inviato ingenti fondi in Israele per mobilitare l’elettorato arabo e rendere il Parlamento ingovernabile. Il presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg, ha ordinato allo Shin Bet di indagare sul sospetto che entità straniere abbiano finanziato la mobilitazione degli elettori arabi. È un passo senza precedenti nella storia elettorale israeliana. Il sospetto riguarda fondi provenienti da Paesi vicini ai Fratelli Musulmani e la polizia ha già arrestato quattro persone nel sud per presunta corruzione elettorale. Finché l’indagine è aperta, un governo dell’opposizione con l’appoggio esterno arabo diventa politicamente ancora più costoso. Il costo del ritorno alle urne: nuove elezioni indebolirebbero un Paese ancora alle prese con Hamas a Gaza e la minaccia iraniana. Senza contare che molti in Israele ritengono che le cinque elezioni successive, fra il 2019 e il 2022, furono il momento nel quale Hamas maturò che c’erano le condizioni migliori per lanciare l’attacco del 7 ottobre. La pressione di Washington. È un fattore cruciale perché Trump ha bisogno di avere in Israele un alleato stabile in vista della ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.

Quali sono gli ostacoli maggiori sull’unità nazionale?

L’ostacolo maggiore resta il rifiuto di Eisenkot di servire sotto Netanyahu, anche a rotazione. Ma in Israele le promesse elettorali sono assai spesso posizioni negoziali ed Eisenkot ha già fatto parte del gabinetto d’emergenza dopo il 7 ottobre. La trattativa ruoterà su tre nodi: chi guida per primo, la commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la leva degli ultraortodossi.

Sul piano giudiziario, l’unità nazionale offrirebbe a Netanyahu una via d’uscita. Herzog vuole un accordo tra le parti prima di valutare la grazia, e non esiste un precedente di grazia a processo in corso. Un patteggiamento legato a un passo indietro concordato potrebbe diventare parte dell’intesa di governo.

Dopo la riforma della giustizia, il 7 ottobre e la guerra, questo voto segna un cambiamento politico o un cambiamento della società?

Il voto descrive un cambiamento profondo della società e il segnale più forte arriva dagli arabi israeliani. L’affluenza nazionale ha toccato il 77,7%, la più alta dal 1999, e quella araba ha sfiorato l’80%. Per la prima volta, secondo le stime preliminari, gli arabi hanno votato in proporzione più degli ebrei.

Il dato più simbolico viene da Gerusalemme Est. Oltre 10.000 palestinesi con cittadinanza israeliana hanno votato, triplicando il dato precedente e rompendo un boicottaggio che durava dal 1967. Questo significa che sta cadendo, tra gli arabi, il tabù dello Stato sionista. Votare per la Knesset vuol dire riconoscere le istituzioni d’Israele come il luogo in cui difendere i propri diritti. È la smentita più netta della narrativa di Hamas e dell’Iran, che descrivono Israele come un’entità da cancellare.

Qui serve una distinzione netta fra il sospetto di ingerenze straniere e il voto popolare. Un conto sono gli eventuali finanziatori stranieri, che vanno perseguiti con rigore. Un altro sono gli elettori arabi, che hanno esercitato un diritto. La polizia ha respinto le accuse del Likud di elezioni “rubate”, affermando che non ci sono prove a sostegno. Eisenkot chiede di indagare a fondo ma avverte di non usare l’inchiesta per ritardare l’insediamento della Knesset. Se Doha e Ankara hanno cercato di sfruttare il voto arabo, è proprio perché quel voto ormai conta. La partecipazione resta una vittoria della democrazia israeliana; l’eventuale interferenza è un attacco contro di essa. Accanto agli arabi, gli altri due vincitori rappresentano Israele che chiede forza contro l’Iran, con Netanyahu, e quello che chiede responsabilità dopo il 7 ottobre, con Eisenkot. Nessuna delle tre identità può governare contro le altre, e l’unità nazionale può essere la risposta politica migliore.

Iran e Hezbollah: un nuovo governo può cambiare strategia senza apparire debole? Discontinuità politica o svolta militare?

Un governo di unità sarebbe la risposta più forte ai nemici di Israele. A Teheran e ai suoi alleati arriverebbe un messaggio chiaro: il Paese è diviso sulla politica, non sulla sicurezza. L’Iran esce dal conflitto iniziato con i raid israelo-americani del 28 febbraio, Hezbollah resta armato a nord e Hamas dentro Gaza. Con l’unità nazionale Netanyahu può incassare la continuità strategica e rafforzare il rapporto con Washington. Eisenkot, ex capo di stato maggiore e autore della dottrina della deterrenza contro Hezbollah, può invece rafforzare una credibilità militare che nessuno mette in dubbio. La dottrina della prevenzione non cambierebbe. Può invece cambiare il metodo: decisioni condivise con gli apparati di sicurezza, invece che dettate dalle esigenze di sopravvivenza di una coalizione. La discontinuità sarebbe politica, non militare.

Senza Netanyahu, Washington perderebbe un alleato privilegiato o guadagnerebbe spazio diplomatico?

Trump è il potenziale regista dell’unità nazionale. Ha sostenuto Netanyahu in campagna elettorale ma fonti a lui vicine riferiscono che vuole escludere Ben-Gvir, e probabilmente Smotrich, dal prossimo governo. Il motivo è strategico: i due hanno votato contro il suo accordo su Gaza e si oppongono alla sua linea sulla Cisgiordania, dove Trump ha detto che non permetterà l’annessione. Un governo con Eisenkot e senza l’estrema destra può servire a tre obiettivi americani: stabilizzare Gaza, allargare gli Accordi di Abramo e aprire la strada alla normalizzazione con l’Arabia Saudita. Nell’entourage di Trump si ipotizza perfino una rotazione con Netanyahu premier per primo ed Eisenkot a seguire. Anche l’ambasciatore israeliano a Washington ha detto che Netanyahu preferisce l’unità nazionale.

La Casa Bianca, ufficialmente, frena: definisce prematuri i resoconti su una preferenza per una specifica coalizione. E Netanyahu ha rassicurato Ben-Gvir e Smotrich. Ma è il gioco delle parti di ogni trattativa. Washington punta su un Netanyahu liberato dagli alleati più scomodi.

Gaza, insediamenti, partner arabi: un nuovo governo può cambiare rotta o il consenso sulla sicurezza lo impedisce?

Qui le novità del voto si incontrano. Un governo di unità senza Ben-Gvir e Smotrich può liberare Israele dal veto dell’estrema destra. E la partecipazione araba, compresa quella di Gerusalemme Est, porta nel sistema politico israeliano una voce che nessun governo potrà ignorare. Ra’am di Mansour Abbas ha accettato Israele come Stato ebraico e democratico, e rappresenta un ponte possibile. Non ci sarà uno Stato palestinese a breve, perché sulla sicurezza il consenso è trasversale e il 7 ottobre ha allontanato di molto nel tempo l’idea della convivenza fra due Stati e due popoli su cui si basavano gli Accordi di Oslo. Ma un governo di unità potrebbe agire in tre nuove direzioni: frenare gli insediamenti non autorizzati, attuare il piano americano per Gaza con Egitto, Giordania e Paesi del Golfo, tornare a dialogare con un’Autorità palestinese riformata.

Il nuovo quadro apre spazio all’Europa o Bruxelles resterà marginale rispetto agli Stati Uniti?

Un governo di unità nazionale può offrire all’Europa la migliore occasione degli ultimi anni. Bruxelles avrebbe di fronte un esecutivo meno ideologico, senza l’estrema destra e più disposto a discutere di Gaza e della Cisgiordania. Ma l’Europa deve prima superare le sue profonde divisioni sul Medio Oriente. Vi sono governi, partiti e leader per i quali le sanzioni contro Israele contano più della condanna del terrorismo di Hamas.

Per contare, l’Ue ha bisogno di strumenti concreti: fondi per la ricostruzione di Gaza, unanimità contro il terrorismo, sostegno alle riforme dell’Autorità palestinese e all’estensione dei Patti di Abramo, investimenti sul corridoio di infrastrutture Imec dall’India all’Europa. E serve riconoscere il valore della partecipazione arabo-israeliana come investimento sulla democrazia d’Israele. Senza coesione Ue, Israele guarderà sempre più a Washington e al Golfo.

Kashmir, il peso della storia e le contraddizioni della strategia pakistana

29 October 2026 at 15:33

Ogni 27 ottobre, il Pakistan commemora il Kashmir Black Day, denunciando l’arrivo delle truppe indiane a Srinagar nel 1947 come l’inizio di un’occupazione illegittima. E lo ha fatto anche due giorni fa. La ricorrenza conserva un significato politico che va oltre gli anniversari o la disputa territoriale: il Kashmir rimane uno dei riferimenti attraverso cui Islamabad definisce la propria identità nazionale, interpreta i rapporti con l’India e giustifica parte delle proprie priorità strategiche. Il problema è che questa lettura, sostanzialmente immutata da decenni, fatica sempre più a confrontarsi con l’evoluzione della regione.

La controversia affonda le radici nella Partizione del subcontinente. Nell’ottobre 1947, l’avanzata di milizie tribali provenienti dal Pakistan precedette la decisione del Maharaja Hari Singh di aderire all’India, formalizzata il 26 ottobre. New Delhi considera quell’atto il fondamento giuridico della propria sovranità, mentre Islamabad ne contesta la legittimità. Le successive risoluzioni delle Nazioni Unite delinearono un percorso verso un plebiscito, subordinato a condizioni che non furono mai realizzate, tra cui la condizione fondamentale era il ritiro delle truppe dalle frontiere (cosa che il Pakistan non ha mai fatto). È una vicenda storica e giuridica complessa, che difficilmente può essere ricondotta alle interpretazioni unilaterali dei due Paesi.

Per il Pakistan, tuttavia, il Kashmir ha progressivamente assunto una funzione che trascende la questione dell’autodeterminazione. La disputa alimenta la competizione strategica con l’India e contribuisce a preservare la centralità delle forze armate nella vita politica nazionale. In questo quadro, il sostegno fornito nel tempo a organizzazioni terroristi attive oltre la Linea di Controllo ha rappresentato una componente particolarmente destabilizzante della strategia pakistana. Il ricorso a questi strumenti ha aggravato l’insicurezza nella Valle, compromettendo anche la credibilità internazionale delle rivendicazioni di Islamabad.

Sarebbe però riduttivo interpretare le difficoltà pakistane come una conferma automatica della posizione indiana. Gli investimenti infrastrutturali, le prospettive economiche e la ripresa della competizione elettorale costituiscono sviluppi importanti, anche se la loro sostenibilità dipenderà dalla capacità di New Delhi di accompagnare l’integrazione amministrativa con una maggiore partecipazione politica locale.

È proprio la trasformazione della società kashmira a rendere meno convincente la riproposizione annuale delle contrapposizioni del 1947. Le aspirazioni della popolazione sono molteplici, spesso divergenti, e non necessariamente riconducibili alle priorità strategiche di Islamabad. Sicurezza, occupazione, istruzione e qualità della governance hanno acquisito un peso crescente nella definizione delle prospettive individuali e collettive.

Il rischio, per il Pakistan, è continuare a considerare il Kashmir soprattutto come una questione da mantenere aperta sul piano diplomatico, senza interrogarsi sull’effettiva utilità della propria strategia per le comunità interessate. Per l’India, la sfida consiste invece nel tradurre la stabilizzazione del territorio in una normalizzazione politicamente credibile. In entrambi i casi, la distanza tra le narrative nazionali e la realtà locale rimane uno degli ostacoli principali a una soluzione duratura.

Israele, il voto senza maggioranza e l’incognita della stabilità regionale

29 October 2026 at 15:33

Le elezioni israeliane del 27 ottobre stanno restituendo un quadro politico nel quale la tenuta di Benjamin Netanyahu, primo ministro uscente, e la possibilità di un’alternativa di governo rimangono entrambe in discussione. Il Likud di Bibi si conferma la prima forza della Knesset, ma il blocco del premier non raggiunge la maggioranza parlamentare. Dall’altra parte, Gadi Eisenkot dispone di un’opposizione numericamente significativa, che tuttavia non può trasformarsi in maggioranza senza affrontare la questione del coinvolgimento dei partiti rappresentativi dei cittadini arabi di Israele.

Con il 92,7% dei voti scrutinati al momento della stesura di questa analisi, il Likud ottiene 26 seggi e Yashar, la formazione di Eisenkot, 21. Il blocco di Netanyahu si attesta a 53 parlamentari, quello del cambiamento a 48, mentre la Lista Unita e Ra’am conquistano complessivamente 19 seggi. Nessuna delle due coalizioni raggiunge quindi la soglia dei 61 deputati necessari per controllare la Knesset, composta da 120 membri. L’affluenza, pari al 77,7%, è la più alta dal 1999. Restano da completare le operazioni di scrutinio delle cosiddette doppie buste, che comprendono anche i voti di militari, diplomatici e cittadini impossibilitati a recarsi nei seggi ordinari.

Il risultato ha già aperto una fase delicata. Il presidente Isaac Herzog ha invitato le forze politiche a evitare nuove elezioni, mentre Eisenkot ha avviato i contatti per costruire una maggioranza alternativa. La Lista Unita si è detta disponibile a valutare un sostegno esterno a un governo che escluda Netanyahu, senza necessariamente entrare nella coalizione. Il Likud, nel frattempo, ha denunciato presunte irregolarità nel voto arabo, accuse per le quali la polizia israeliana ha dichiarato di non avere trovato elementi probatori a sostegno. Separatamente, l’intelligence interna Shin Bet è stata sollecitata a verificare sospetti di interferenze straniere (ormai grande classico delle elezioni nelle democrazie occidentalizzate).

La combinazione di questi elementi lascia aperti diversi scenari: un governo minoritario sostenuto dall’esterno, un accordo trasversale di unità nazionale, il passaggio di singoli parlamentari da uno schieramento all’altro oppure, in assenza di un’intesa, un nuovo ritorno alle urne. Il fattore decisivo sarà la capacità dei leader di superare i vincoli politici che hanno definito la campagna elettorale.

Il paradosso dell’opposizione

Per Beth Oppenheim, analista dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), il voto conferma innanzitutto una situazione: “Israele si sta dirigendo verso lo stallo”, osserva in commenti inviati a Formiche.net, sottolineando come il successo elettorale dei cittadini palestinesi di Israele abbia reso le loro rappresentanze parlamentari potenzialmente decisive.

Il problema, secondo Oppenheim, è che quasi tutte le formazioni ebraiche dell’opposizione, con l’eccezione dei Democratici di Yair Golan, hanno escluso accordi con i partiti arabi. Una posizione che limita sensibilmente le possibilità di Eisenkot e rende più complessa la costruzione di una maggioranza capace di sostituire Netanyahu. L’analista individua proprio in questa contraddizione uno dei principali ostacoli politici per le forze che si presentano come alternative all’attuale governo.

Netanyahu, d’altra parte, esce indebolito ma non sconfitto. Il Likud ha ottenuto un risultato migliore delle previsioni, consolidando il primato nel sistema partitico israeliano, ma lo ha fatto anche a spese dei propri alleati. La ricostituzione della precedente coalizione nazionalista e religiosa appare quindi difficile. Il premier potrebbe tuttavia conservare l’iniziativa politica attraverso negoziati individuali, accordi parlamentari o una formula di unità nazionale.

C’è poi un elemento che va oltre la distribuzione dei seggi. Oppenheim osserva che, nonostante le divisioni sulla figura di Netanyahu, la maggioranza della Knesset continua a esprimere orientamenti riconducibili alla destra. Secondo il suo conteggio, i partiti di quest’area occupano 79 seggi su 120, considerando anche l’alleanza Bennett-Lapid. Il dato suggerisce che l’eventuale alternanza alla guida del governo non coinciderebbe necessariamente con una trasformazione altrettanto profonda degli indirizzi strategici israeliani.

È soprattutto sulla politica estera e sulla sicurezza che questa continuità potrebbe risultare evidente. Le principali formazioni dell’opposizione mantengono posizioni rigorose nei confronti di Hamas e dell’Iran e non sostengono, nelle attuali condizioni, la costituzione di uno Stato palestinese. Un governo diverso potrebbe introdurre cambiamenti nella gestione della Cisgiordania, nei rapporti istituzionali e nel contenimento delle componenti più radicali del movimento dei coloni, senza modificare necessariamente i presupposti della dottrina di sicurezza israeliana.

Anche un’eventuale uscita dall’esecutivo di figure radicali come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, secondo Oppenheim, non comporterebbe la scomparsa della loro influenza. Le correnti nazionaliste religiose hanno ormai una presenza consolidata nel sistema politico e istituzionale, destinata a sopravvivere alla composizione di una singola coalizione.

Il significato più profondo del voto riguarda quindi la possibilità di tradurre una domanda di cambiamento in una maggioranza effettivamente praticabile. “La svolta illiberale di Israele non è immutabile”, afferma Oppenheim. Ma, nella sua lettura, il futuro dell’opposizione dipenderà anche dalla capacità di riconoscere ai cittadini palestinesi di Israele un ruolo politico pienamente legittimo, superando una marginalizzazione che oggi rischia di impedire proprio l’alternanza.

La dimensione regionale: l’Iran e il rischio di una crisi durante la transizione

L’incertezza politica israeliana si inserisce in un contesto regionale nel quale la possibilità di una nuova escalation con l’Iran continua a condizionare le valutazioni strategiche dei principali attori. La formazione del prossimo governo a Gerusalemme sarà osservata anche alla luce delle scelte che Israele dovrà compiere nei confronti di Teheran, dei suoi alleati regionali e delle infrastrutture strategiche del Medio Oriente.

Oppenheim considera possibile che Netanyahu cerchi di recuperare consenso attraverso una nuova iniziativa militare contro l’Iran, oppure che una crisi di sicurezza favorisca la formazione di un governo di unità nazionale sotto la sua guida. Si tratta di uno scenario politico, non di una previsione operativa, che tuttavia richiama una questione concreta: la sovrapposizione tra il calendario della politica interna israeliana e quello della sicurezza regionale. Sovrapposizione costante nella storia del Paese.

Fonti regionali spiegano che Teheran si starebbe già muovendo, e avrebbe elaborato una pianificazione di risposta a un’eventuale nuova offensiva statunitense e israeliana, identificando un insieme molto ampio di infrastrutture potenzialmente coinvolte in operazioni di ritorsione. Queste informazioni confidenziali e non ufficiali descrivono uno scenario nel quale l’eventuale confronto militare potrebbe estendersi ben oltre il territorio israeliano e iraniano, interessando anche gli Stati del Golfo e la Giordania.

La pianificazione attribuita all’Iran comprende infrastrutture energetiche, aeroportuali e portuali, collegamenti ferroviari, reti di comunicazione, cavi sottomarini e impianti di desalinizzazione. Particolare attenzione sarebbe riservata anche ai poli tecnologici e ai centri di elaborazione dati legati all’intelligenza artificiale, a conferma del crescente peso delle infrastrutture digitali nelle valutazioni di sicurezza regionale. La logica descritta dalle fonti è principalmente deterrente: rendere evidente che un nuovo attacco alle infrastrutture iraniane potrebbe provocare conseguenze economiche e materiali su scala regionale.

Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb sono punti critici per il commercio globale. Gli Houthi minacciano la navigazione, ma non è scontato che chiudano le rotte. Le monarchie del Golfo temono che una nuova ondata del conflitto israelo-iraniano comprometta sicurezza, investimenti, diversificazione economica e sviluppo tecnologico. Impianti energetici, sistemi idrici e piattaforme digitali sono vulnerabili, con costi elevati in caso di conflitto.

È in questa prospettiva che il risultato elettorale israeliano assume un significato più ampio. Un governo guidato da Eisenkot potrebbe modificare il linguaggio diplomatico e alcune priorità operative, ma difficilmente abbandonerebbe l’impostazione di fondo sulla minaccia iraniana. Una nuova coalizione guidata da Netanyahu, soprattutto se sostenuta da forze più moderate, potrebbe invece introdurre correttivi nella gestione politica del confronto senza rinunciare alle opzioni militari.

Nel frattempo, una lunga fase di negoziati potrebbe lasciare il Paese sotto un esecutivo ad interim chiamato a prendere decisioni di sicurezza particolarmente delicate. L’eventuale continuità di Netanyahu alla guida del governo durante le trattative rappresenterebbe quindi un elemento rilevante anche per gli interlocutori regionali, interessati a comprendere quanto margine politico esista per una nuova escalation o, al contrario, per iniziative di contenimento della crisi.

Le elezioni del 27 ottobre non hanno ancora chiarito chi governerà Israele, ma hanno già mostrato quanto sia difficile separare il futuro della leadership nazionale dalle scelte strategiche che attendono il Paese. La capacità di costruire una maggioranza parlamentare sarà decisiva per la stabilità interna; la gestione del confronto con l’Iran contribuirà a determinarne le conseguenze per l’intero Medio Oriente.

❌