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La caduta di Dobropolie ridisegna gli equilibri sul fronte del Donbass

Il 16 ottobre le forze russe hanno liberato Dobropolie, città strategica del Donbass la cui caduta, come evidenzia Mosca, apre la strada verso i confini della Repubblica Popolare di Donetsk. Il presidente Vladimir Putin ha definito l'operazione un evento significativo nel corso dell'operazione militare speciale. In un'intervista a RT, il tenente colonnello Ivan Debitski, responsabile della pianificazione e della direzione dell'attacco, ha illustrato le difficoltà e le soluzioni tattiche che hanno permesso alle truppe russe di raggiungere l'obiettivo.

«Il nemico non se lo aspettava, e questo ci ha favorito», ha spiegato l'ufficiale, sintetizzando il ruolo della sorpresa nell'operazione. L'avanzata ha richiesto l'impiego coordinato di diversi sistemi d'arma, dall'artiglieria tradizionale ai razzi, fino ai droni utilizzati per colpire singoli obiettivi e colonne di mezzi corazzati. Particolarmente insidiosi si sono rivelati i droni predisposti lungo le strade, pronti a intervenire al passaggio dei veicoli militari ucraini.

La conformazione del territorio ha rappresentato uno degli ostacoli principali. Dobropolie sorge infatti su un'altura, posizione che garantiva alle forze ucraine un vantaggio nell'individuazione delle postazioni russe. Per ridurre l'esposizione al fuoco nemico, i militari russi hanno dovuto nascondere gli armamenti nelle aree boschive, operando in un contesto reso ancora più difficile dalla sorveglianza costante delle posizioni avversarie. Un aiuto importante è arrivato dalle condizioni meteorologiche. Nebbia, pioggia, nuvole basse e vento forte hanno favorito i movimenti delle truppe, limitando la visibilità.

«Queste sono ormai le nostre condizioni normali, quelle favorevoli», ha osservato Debitski. La conquista della città, tuttavia, non significa che i combattimenti siano completamente terminati. Secondo l'ufficiale, alcune unità ucraine isolate continuano a resistere all'interno di Dobropolie, anche se Mosca considera ormai raggiunto l'obiettivo principale dell'operazione. La caduta della città rappresenta un nuovo passaggio nella battaglia per il controllo del Donbass, dove la liberazione dei centri abitati e delle posizioni dominanti può modificare gli equilibri sul terreno.

Parigi in fiamme: le immagini surreali del turismo di massa

 

di Angela Fais per l'AntiDiplomatico

 

Di fronte alle immagini dei turisti spagnoli che al Louvre hanno insultato gli studenti per aver bloccato l’accesso al museo, o alle due turiste che, sempre a Parigi, cercano il B&B in una piazza in cui divampano violentissimi scontri, restiamo profondamente colpiti.

 
 
 
 
 
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E non ci stupiamo che i video siano diventati virali insieme agli altri, quello della ragazza che fa jogging lungo un boulevard nero e nebbioso o quello della coppia che sorseggia il caffè come se la città attorno non stesse letteralmente bruciando in preda alla guerriglia urbana.

Ci colpiscono intensamente perchè ci mostrano senza veli gli esiti cui il neoliberismo inevitabilmente approda attraverso una calcolata atomizzazione sociale e una sistematica depoliticizzazione della società, facendo si che, non senza stridore, nello stesso spazio fisico si posizionino, come mondi paralleli, segmenti sociali politicamente inconciliabili. 

Queste immagini in realtà sono una metafora potentissima in cui si condensa la frattura sociale profonda e strutturale che il neoliberismo produce, costituendosi come dispositivo di polarizzazione economica e frammentazione sociale che, concentrando i capitali nelle mani di pochi - sempre più pochi - progressivamente impoverisce la classe media e crea marginalità sociali.

 

Senza ombra di dubbio possiamo dire che i protagonisti dei reel sono degli idioti.

Non perché si sia testato il loro Qi, ma “idioti” ( ?δι?της ) nel senso greco del termine, nell'accezione in cui Pericle recita, come riporta Tucidide, nella Atene del 431 a.c. nell’epitaffio in onore ai caduti alla fine del primo anno della guerra del Peloponneso: “Un cittadino che non si interessa dello Stato non lo consideriamo pacifico, ma inutile”.

Ricordiamo che nell’antica Grecia chi non prendeva parte alle riunioni dell’ Ecclesia era esposto al pubblico ludibrio, essendo considerata un’onta non interessarsi alla cosa pubblica. Per convogliare i cittadini nell’area dell’  Ecclesia il giorno del voto si usava cingere la piazza dell’ Agorà con una corda intrisa di color rosso che avrebbe marchiato le vesti dei ritardatari.

Oggi i turisti sono guidati da aspettative costruite sulla base dell’omologazione e di luoghi comuni che hanno ridotto ogni nostra città a cartolina, semplice sfondo di un post sui social. Aspettative che fanno si che la città reale, in cui la rivolta divampa in tutta la sua violenza, resti solo uno sfondo sfocato che interferisce con il loro tour, nonché banale luogo comune da ricalcare ancora una volta, ma forte abbastanza da prevalere sulla realtà. Quasi che la Parigi disneyficata, in una percezione aberrante, riesca ad avere la meglio sulle fiamme, il fumo delle molotov, i lacrimogeni e la violenza.

Ma se sulla dimensione sociale della rivolta riesce a prevalere con tutta la sua forza l’ottusità del privato, ci troviamo irrimediabilmente in una società abitata da idioti. Ricordiamoci sempre che il neoliberismo prima che una dottrina economica è un progetto di vita sociale.

Di una città della quale neghiamo la sua dimensione sociale, politica , restano solo le pietre e individui che vivono come “idiotes”: privati cittadini che non partecipano in alcun modo alla vita pubblica e politica della comunità, sono disinteressati, “non pacifici” ma idioti.

E mentre le turiste guardano gli smartphone, così come gli altri due che seduti a un tavolino sorseggiano caffè e fumano, viene a galla una mostruosa disconnessione. Avulsi in un’ottusa ‘bolla turistica’ che riduce la città reale a puro sfondo e declassa la rivolta a imprevisto logistico che può rovinare la vacanza, la rivolta urbana, il malessere sociale è ridotto e ricondotto a mero rumore di fondo.

In realtà la scena comunica un fortissimo tema di classe:

da un lato “i reietti della città” come li chiama Loïc Wacquant, espulsi dalle  città-vetrina che vorrebbero definitivamente sganciarsi dalla materialità di un conflitto di classe sempre più bruciante, per imporre la presenza e il dominio di élite, speculatori e consumatori globali che la città la attraversano consumandola come fosse un prodotto tra gli altri.

Se però le città vengono epurate e depurate della propria memoria, elemento opaco e spurio di cui son composti i mattoni della storia, a favore delle città vetrina, astoriche e acritiche, il conflitto di classe viene declassato a fastidiosa interferenza di fondo, un contrattempo fastidioso. Tuttavia laddove il cittadino è sostituito da turisti e consumatori facoltosi, la materialità ritorna sempre come rimosso, attraverso i conflitti urbani.

L’espulsione dalla città del suo proletariato, respinto nelle periferie attraverso un atto di violenza fortissima che prende il nome di gentrificazione, genera movimenti di resistenza e di classe, spostando l’asse del conflitto dalle fabbriche, ormai chiuse da un pezzo, alla città.

E noi dobbiamo prenderne atto per non rischiare di diventare degli idioti.

 
 
 
 
 
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Molinari e lo spettro della "guerra ibrida" russa dietro le proteste (VIDEO)


Il giornalista Maurizio Molinari a La7 tocca nuove, inarrivabili vette di distorsione della realtà, scivolando apertamente nella promozione di teorie del complotto. Senza fornire la minima prova a sostegno delle sue tesi, l'ex direttore de La Repubblica e La Stampa, ha rilanciato la sempiterna narrazione delle "ingerenze russe" nelle proteste, nel palese tentativo di delegittimare il dissenso democratico come manovra straniera frutto di "guerra ibrida".

Nel suo sforzo di dare una parvenza di credibilità a questa tesi, Molinari ha persino richiamato recenti dichiarazioni del primo ministro britannico, Andy Burnham, riguardo una fantomatica ingerenza russa nel referendum per la Brexit. Un’affermazione clamorosamente smentita: sia l’ex premier Boris Johnson che il capo dell’MI5 hanno già chiarito in modo inequivocabile l’assenza di prove di un tale impatto sul voto, smontando alla radice questa retorica allarmistica.

Quando il giornalismo mainstream non ha più argomenti per contrastare le ragioni di chi scende in piazza, ricorre allo spettro del nemico esterno e della "guerra ibrida". 

Guardate il video e giudicate voi stessi: fino a dove si può spingere la propaganda mainstream?

 
 
 
 
 
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Canada: la Calgary Opera censura un artista per la sua solidarietà con la Palestina (VIDEO)

Vergogna in Canada. La Calgary Opera ha estromesso il basso-baritono Gabriel Sanchez-Ortega dalle future rappresentazioni della Tosca dopo che, durante il saluto finale della serata di apertura, ha sventolato una bandiera palestinese in solidarietà a un popolo vittima del terrorismo sionista. 

Sanchez-Ortega, giovane talento al primo anno del programma di sviluppo artistico della compagnia, ha visto il suo momento di gloria trasformarsi in un licenziamento. La direzione ha rilasciato un comunicato sterile, definendo il gesto "non autorizzato" e lamentando il "disagio" causato al pubblico e allo staff, annunciando freddamente che il ruolo di Angelotti sarà affidato a un altro artista. 

Ma l’arte è politica. Pretendere che gli artisti restino in silenzio di fronte alle atrocità del mondo significa snaturare la cultura stessa, riducendola a mero intrattenimento di regime. Punire un cantante per aver espresso il proprio sostegno al popolo palestinese, che sta subendo un genocidio, non è tutela della "civiltà", come ipocritamente afferma il comunicato, ma un atto di censura codarda contro chi ha il coraggio di alzare la voce contro l'ingiustizia. 

Il gesto di Sanchez-Ortega, che fa eco a episodi simili di resistenza artistica, risuona molto più forte di qualsiasi silenzio imposto. La lotta per la libertà, la verità e la dignità umana passa anche dai palcoscenici di tutto il mondo. 

 
 
 
 
 
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