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Guerra di Corea, 76 anni dopo l’alleanza tra Pechino e Pyongyang guarda al futuro

Uno zaino, un piccone, ottanta munizioni, un fucile e una radio da campo. È quanto un soldato cinese portava con sé quando attraversò il fiume Yalu sotto le bombe, su un ponte di fortuna costruito per raggiungere la Corea del Nord. Il racconto di Zhou Youchun, veterano della guerra di Corea, restituisce il senso delle condizioni estreme in cui combatterono i Volontari del Popolo cinese tra il 1950 e il 1953. A 76 anni da quell’intervento, Cina e Corea del Nord hanno commemorato il sacrificio dei soldati che combatterono contro le forze guidate dagli Stati Uniti. Le celebrazioni hanno riportato al centro una pagina fondativa delle relazioni tra Pechino e Pyongyang, ricordata dalle autorità dei due Paesi come il momento in cui un’amicizia si consolidò sul campo di battaglia. La visita del leader nordcoreano Kim Jong-un a Dandong, nella provincia cinese del Liaoning, ha conferito alle commemorazioni un significato anche politico. Accompagnato da Wang Huning, alto dirigente del Partito Comunista Cinese, Kim ha reso omaggio ai caduti nel memoriale dedicato alla guerra.

La partecipazione dei vertici dei due Paesi sottolinea la volontà di mantenere vivo un rapporto che entrambe le parti considerano strategico. La memoria del conflitto richiama anche una disparità materiale impressionante. Nel 1950, mentre gli Stati Uniti producevano 87,72 milioni di tonnellate di acciaio, la produzione cinese si fermava a 606.000 tonnellate. Eppure, come evidenziano le autorità cinesi, i Volontari del Popolo riuscirono, combattendo al fianco dell’esercito e della popolazione nordcoreana, a contrastare le offensive avversarie. Oltre 190.000 soldati cinesi persero la vita. Per Pechino, quella guerra dimostrò che la superiorità industriale e militare non garantisce automaticamente la vittoria. Una lezione che la leadership cinese continua a collegare alla difesa della sovranità nazionale, all’autosufficienza e alla capacità di affrontare pressioni esterne.

Ma il rapporto tra Cina e Corea del Nord non guarda soltanto al passato. Il 15 ottobre è stato aperto al traffico il nuovo ponte sullo Yalu, destinato a collegare Dandong con Sinuiju, in Corea del Nord. L’infrastruttura rappresenta un’opportunità per ampliare gli scambi commerciali, ridurre i costi logistici e favorire la cooperazione industriale nelle regioni di confine. Durante i colloqui con Kim, Wang Huning ha indicato nell’apertura del ponte un’occasione per intensificare i contatti tra le popolazioni e rafforzare la collaborazione economica. Un obiettivo che si accompagna alla volontà dichiarata di coordinarsi sulle questioni strategiche e di tutelare la sicurezza e lo sviluppo dei rispettivi Paesi.

Il ponte sullo Yalu assume così un valore che va oltre la sua funzione infrastrutturale. I passaggi costruiti durante la guerra permisero ai soldati cinesi di raggiungere il fronte; quello inaugurato oggi punta a facilitare commerci e relazioni in tempo di pace. Tra memoria dei caduti e nuove connessioni economiche, Pechino e Pyongyang riaffermano la continuità di un rapporto che intendono preservare in un contesto regionale complesso.

L'ultima allucinazione dei nostri NUPU

 

di Francesco Dall'Aglio

Dopo la peste a Irkutsk, dopo l’ecatombe dei bot russi per l’incendio dei data center della Yandex, l’ultima allucinazione dei nostri NUPU (Non-Ucraini Pro-Ucraina) è senza dubbio Oleshky: e uso il termine allucinazione non a caso perché ormai, nelle cronache del conflitto, si sono abbandonate l’incompetenza dimostrata parecchie volte, o la propaganda dimostrata ancora più spesso, per entrare nell’ambito del delirio puro e semplice.

Ora, intendiamoci: Oleshky è una città di prima linea, sebbene stia dietro a un fiume e nelle sue strade non si combatta, e la vita nelle città di prima linea è molto grama. I rifornimenti ai civili sono difficili e spesso non sono nemmeno la priorità delle autorità militari, sempre ammesso che siano possibili. Droni, mine e cannonate sono la norma. Quello però è territorio occupato dai russi, e il rasoio di Occam dovrebbe dirci che se viene colpito dai droni e se i rifornimenti non possono arrivare perché le strade sono minate, quei droni e quelle mine sono con tutta probabilità ucraini e non russi. Ma nel discorso che abbiamo costruito sul conflitto non è possibile che gli ucraini attacchino i civili: sono cose che fanno i russi, e solo loro. Come uscire da questo cortocircuito?

Come nelle partite bloccate ci vuole il colpo d’ala del campione, ed eccolo puntuale: “safari umani” di droni “a caccia di donne e bambini” perché “i russi vogliono rendere impossibile la presenza di ucraini nelle terre annesse”. Perfetto.

C’è solo un problema assolutamente marginale, ovvero che, per la Russia, quelli non sono "ucraini" ma russi, perché quei territori, sempre per la Russia, sono parte della Federazione Russa tale e quale a Irkutsk e alle sue pestilenze. E non si capisce in base a quale criterio la Russia dovrebbe ammazzare i propri cittadini, e farlo per di più in modo così barocco, in pieno giorno, a colpi di drone o facendoli morire di fame, invece di liquidarli discretamente di notte senza farsene accorgere, e perché poi dovrebbe farlo solo a Oleshky e non altrove, eccetera. Ma siamo appunto nell’ambito del delirio, non più dell’incompetenza o della propaganda, e in questi ambiti tutto è permesso, incluso lo sciopero della fame di quegli altri mentecatti del Twitter.

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