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Cibo a base di insetti e carne coltivata, gli europei divisi: chi è disposto a mangiarli

26 October 2026 at 13:57

Gli alimenti a base di insetti, la carne coltivata in laboratorio e gli ingredienti ottenuti attraverso tecniche innovative fanno parte di un dibattito sempre più centrale per il sistema agroalimentare europeo, chiamato a confrontarsi con il cambiamento climatico, la scarsità di risorse e la necessità di rendere più resilienti le filiere produttive.

Intanto, i consumatori sembrano riconoscere le opportunità offerte dalla ricerca, ma chiedono più trasparenza, informazioni comprensibili e garanzie sulla sicurezza di ciò che acquistano. Non tutti, però, sono aperti a questa eventualità.

Cibo a base di insetti e carne da laboratorio, cosa pensano gli europei

Come riportato nel nuovo Eurobarometro sull’innovazione alimentare, pubblicato dalla Commissione europea il 26 ottobre 2026:

  • il 68% degli europei riconosce che l’innovazione in ambito alimentare può aiutare agricoltori e produttori ad affrontare le sfide del settore;
  • il 72% dichiara di non sentirsi adeguatamente informato sui nuovi alimenti, ingredienti e colture.

Il primo dato che emerge dall’indagine (condotta in tutti i 27 Stati membri tra il 22 maggio e il 24 giugno 2026 su 26.456 persone di almeno 15 anni) è che quasi sette europei su dieci ritengono che l’innovazione alimentare possa fornire strumenti aggiuntivi per affrontare problemi come:

  • siccità;
  • parassiti;
  • eventi meteorologici estremi;
  • scarsità di risorse;
  • interruzioni delle catene di approvvigionamento.

Tuttavia, molti europei che riconoscono l’utilità della ricerca sono poco convinti all’idea di acquistare alimenti realizzati con ingredienti insoliti o processi produttivi poco conosciuti. E questo nonostante abbiano già visto quanto siccità ed eventi estremi pesino sulla competitività dell’agricoltura e sulla stabilità dei prezzi.

Il sostegno, quindi, non equivale necessariamente alla disponibilità a consumare qualsiasi prodotto ottenuto attraverso tecniche recenti. Infatti:

  • il 51% degli intervistati dichiara di avere una visione negativa dei prodotti alimentari innovativi;
  • solo il 39% ne ha una positiva.

Chi è più disposto a provare il cibo del futuro

Dati più specifici sulla carne coltivata arrivano da altre indagini. Uno studio realizzato da Euroconsumers nel gennaio 2025 in quattro Paesi europei, tra cui l’Italia, ha rilevato che il 47% dei consumatori italiani sarebbe disposto a provarla se fosse autorizzata e disponibile sul mercato. La percentuale sale al 56% in Spagna, al 53% in Portogallo e si attesta al 44% in Belgio.

C’è quindi un potenziale interesse, che non si traduce con certezza in domanda (e acquisto). La ricerca però fa anche luce su quali condizioni potrebbero favorire la diffusione della carne coltivata:

  • per il 48% dei consumatori coinvolti nello studio, il prodotto dovrebbe avere gusto e consistenza simili a quelli della carne tradizionale;
  • per il 59% il prezzo è altrettanto importante: più della metà degli intervistati ha infatti dichiarato che non la comprerebbe se costasse più della carne convenzionale.

Il 51% esprime timori legati ai possibili effetti sulla salute nel lungo periodo, mentre il 68% si dichiara disposto a fidarsi dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel valutare se il prodotto sia sicuro.

Il discorso cambia quando si parla di insetti destinati all’alimentazione umana. Grilli, larve e altre specie commestibili possono essere trasformati in ingredienti utilizzabili, per esempio, in farine, snack e prodotti ad alto contenuto proteico. In questo caso, secondo un altro studio, condotto in 11 Paesi dell’Unione europea, il 12,9% degli intervistati non escludeva la possibilità di sostituire la carne con gli insetti, pur senza dichiararsi disposto a farlo con certezza. Tra i Paesi in cui emergeva una maggiore apertura figuravano Belgio, Austria e Paesi Bassi.

La resistenza, quindi, non riguarda soltanto la conoscenza delle caratteristiche nutrizionali, ma anche le abitudini alimentari e la percezione di ciò che viene considerato normale o accettabile a tavola.

Chi accetta meglio le novità

Secondo il nuovo Eurobarometro, infine, la disponibilità ad accettare alimenti innovativi è maggiore in alcune fasce della popolazione:

  • i giovani;
  • le persone con livelli di istruzione più elevati;
  • chi vive nelle grandi città;
  • chi conosce già queste tecnologie.

In particolare, oltre il 50% degli intervistati con meno di 39 anni dichiara di sentirsi a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 34% delle persone di almeno 55 anni. Nelle grandi città, più della metà dei residenti esprime un atteggiamento positivo rispetto agli alimenti sviluppati con tecniche moderne, mentre nelle aree rurali e nei villaggi la percentuale varia tra il 42% e il 46%.

La differenza più marcata, tuttavia, riguarda il livello di informazione:

  • tra chi ritiene di essere ben informato sugli alimenti innovativi, il 72% ha un’opinione positiva;
  • la percentuale scende al 27% tra chi non si sente adeguatamente informato;
  • il 59% di chi ne aveva già sentito parlare si dichiara a proprio agio con gli alimenti innovativi, contro il 32% di chi non li conosceva.

Uno dei risultati più importanti dell’indagine riguarda comunque le informazioni che dovrebbero accompagnare i nuovi prodotti. L’85% degli europei ritiene infatti che gli alimenti innovativi debbano avere denominazioni chiare e fornire indicazioni comprensibili su come vengono prodotti, quali ingredienti contengono e da dove provengono.

I migliori vini della Valle d’Aosta, dai bianchi ai rossi: i premiati del 2027

26 October 2026 at 06:00

Sono cinque i vini della Valle d’Aosta inseriti nella guida Vini d’Italia 2027 curata da Gambero Rosso. Le etichette, premiate con il riconoscimento “Tre Bicchieri”, si sono distinte come migliori per la loro qualità e identità.

In un territorio in cui la viticoltura di montagna richiede competenze tecniche, investimenti e una particolare attenzione alle condizioni ambientali, la selezione mette in evidenza un panorama enologico capace di coniugare vitigni internazionali, varietà caratteristiche dell’arco alpino e tecniche di vinificazione sempre più precise.

I migliori vini della Valle d’Aosta del 2027

Nella selezione di Gambero Rosso si distinguono soprattutto i vini bianchi, che mostrano una continuità qualitativa, mentre tra i rossi emergono esperienze interessanti legate ai vitigni tradizionali e ad alcune varietà meno diffuse. Ad essere stati riconosciuti come i migliori della regione, sono:

  • VdA Chardonnay Élevé en Fût de Chêne 2024 – Maison Anselmet. Uno Chardonnay che valorizza il potenziale delle uve bianche attraverso l’affinamento in legno di rovere, alla ricerca di equilibrio tra struttura, complessità e freschezza alpina;
  • VdA Petite Arvine 2025 – Les Crêtes. Una delle espressioni più rappresentative dei bianchi valdostani, ottenuta da un vitigno che trova in montagna condizioni favorevoli per sviluppare freschezza e intensità aromatica;
  • VdA Petite Arvine 2025 – Elio Ottin. La seconda Petite Arvine premiata, che conferma l’interesse per questo vitigno, interpretato da un’altra azienda del territorio con una propria identità produttiva;
  • VdA Pinot Gris 2025 – Lo Triolet. Un Pinot Gris che rappresenta il contributo dei vitigni internazionali alla produzione regionale, con attenzione alla gestione degli aromi e alla precisione stilistica;
  • VdA Pinot Noir Pierre 2023 – Cave Gargantua. È l’unico rosso presente nella selezione, un Pinot Noir che testimonia il lavoro svolto in Valle d’Aosta sulle uve a bacca nera e sulle varietà internazionali capaci di adattarsi alla viticoltura alpina.

L’assegnazione dei Tre Bicchieri 2027 in questa regione è il risultato di un sistema produttivo nel quale il valore del vino dipende soprattutto dalla capacità di interpretare il territorio. Le cinque etichette sono infatti cinque interpretazioni differenti, ma ad accomunarle è la qualità, uno dei punti di forza della regione.

Che cosa significa il riconoscimento dei Tre Bicchieri per il mercato del vino

La Valle d’Aosta non può competere con i grandi distretti vitivinicoli italiani sul piano dei volumi, ma può puntare sulla qualità, sulla specificità territoriale e sulla capacità di intercettare consumatori interessati a vini distintivi. Riconoscimenti come questo contribuiscono a dare visibilità alle aziende e possono favorire la presenza delle etichette nei ristoranti, nelle enoteche specializzate e nei circuiti dedicati al turismo enogastronomico.

Questo aspetto è particolarmente rilevante per una regione in cui il vino si lega strettamente al paesaggio, alla cucina e all’esperienza turistica. La scoperta di una cantina può diventare parte di un soggiorno, mentre la degustazione di un’etichetta locale può rafforzare l’interesse per le produzioni locali e spingere più visitatori a scoprire il territorio.

La sfida resta quella di mantenere elevati gli standard qualitativi, sostenendo al tempo stesso la redditività delle aziende e il lavoro dei piccoli produttori. I costi della viticoltura di montagna, infatti, sono elevati. Inoltre, la conformazione del suolo, le pendenze, la disponibilità limitata di superfici coltivabili e le differenze climatiche tra le diverse zone condizionano le scelte dei produttori e rendono difficile aumentare significativamente i volumi. Piccoli numeri, grande qualità e un’identità territoriale riconoscibile rimangono quindi gli obiettivi perseguibili se si vuole mantenere un business sostenibile.

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