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Lula rieletto, frenata la strategia di Trump per l’America Latina

Luiz Inácio Lula da Silva torna a fare la storia. Il presidente brasiliano conquista un nuovo mandato con 64,2 milioni di voti, oltre 4,4 milioni in più rispetto al neoliberista Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro. Una rimonta clamorosa: dopo aver chiuso il primo turno in svantaggio di 2,2 milioni di voti, Lula ha ribaltato il risultato mobilitando elettori assenti, conquistando consensi tra i sostenitori dei candidati eliminati e sfruttando gli errori di un avversario che sembrava già sentirsi presidente. Flávio ha sottovalutato la partita, concentrandosi sulla distribuzione degli incarichi e sulle trattative con gli ambienti economici mentre Lula intensificava la campagna sul territorio. Le promesse di amnistia e di rivalsa contro la sinistra hanno inoltre allontanato una parte dell’elettorato moderato.

Gli endorsement dei candidati esclusi, come dimostra il risultato, non si traducono automaticamente nel trasferimento dei voti. Sconfitto alle urne, il senatore di estrema destra ha annunciato che chiederà l’annullamento del ballottaggio, contestando la decisione di prolungare di due ore le operazioni di voto. Una contestazione che, stando alle valutazioni riportate dalla stampa brasiliana, avrebbe poche possibilità di successo: dopo le 17 sarebbero stati registrati appena 35.521 voti aggiuntivi, un numero marginale rispetto al divario finale. La strategia richiama quella del padre, che nel 2022 contestò la vittoria di Lula e fu successivamente condannato per il tentativo di colpo di Stato del gennaio 2023. Ma la portata della vittoria va ben oltre gli equilibri interni brasiliani.

Per Donald Trump, che punta a rilanciare la Dottrina Monroe e a consolidare un blocco di governi allineati agli interessi statunitensi, il risultato rappresenta una battuta d’arresto strategica. Dopo gli spostamenti a destra registrati in diversi Paesi della regione, Washington vede sfumare la possibilità di incorporare nel proprio schieramento la maggiore economia latinoamericana. L’amministrazione Trump aveva già esercitato pressioni su Brasilia attraverso dazi, iniziative commerciali e misure diplomatiche. Flávio, dal canto suo, aveva manifestato la volontà di aderire allo “Scudo delle Americhe”, l’iniziativa statunitense presentata come strumento contro il narcotraffico, ma funzionale soprattutto al rafforzamento dell’influenza di Washington nella regione. La vittoria di Lula riafferma invece l’autonomia del Brasile e ostacola il progetto di ridurre l’America Latina a una retrovia geopolitica degli Stati Uniti. Un obiettivo tanto più importante per Washington in una fase in cui la crescente presenza economica della Cina nel continente rappresenta un ulteriore terreno di competizione.

Come ha sottolineato Lula nel suo discorso, il Brasile non accetta di essere il cortile di casa di nessuno. La sua rielezione, insieme alla presidenza messicana di Claudia Sheinbaum, conferma che la svolta conservatrice regionale non è irreversibile. E mostra anche il limite di una strategia statunitense fondata sulle interferenze e sulle affinità ideologiche: tentare di condizionare le scelte sovrane dei Paesi latinoamericani può finire per rafforzare proprio quelle forze che Washington vorrebbe marginalizzare.

I 5 minuti di Ernesto Che Guevara all'Onu che hanno fatto la storia

 

 

L'11 dicembre del 1964 alle 13.47 nel grande salone dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si respirava un'aria di Guerra Fredda. Erano presenti 193 delegazioni. Tra il pubbico giornalisti di tutto il mondo con le loro macchine fotografiche puntate. Il Che salì sul podio centrale con una calma che non era calma, era controllo. Aveva 36 anni, ma la sua presenza riempiva la sala come se ne avesse avuti 100. Con la sua divisa verde oliva, la sua barba, il suo basco con la stella, impeccabile. Il suo sguardo intenso, determinato.

Dalla delegazione del blocco socialista, Unione Sovietica, Cina, Cecoslovacchia, Polonia, lo osservavano pieni di aspettative. I Paesi da poco decolonizzati dell'Africa e Asia – Algeria, Gana, Egitto, Indonesia – vedevano in lui una possibilità, l'idea che un piccolo popolo potesse sfidare un potere gigante senza soccombere.

Nella delegazione statunitense l'ostilità era palpabile, volti tesi, gesti contratti che lasciavano intendere “quest'uomo non dovrebbe essere qui”. Perché il Che non era semplicemente un minsitro cubano. Era il volto di una rivoluzione che aveva sfidato l'impero più potente del pianeta, e non solo resistendo. Aveva cambiato la narrazione. E questo nel teatro della Guerra Fredda era una provocazione inaccettabile

Si fermò davanti al microfono, si guardò intorno, lentamente, e cominciò.

 - Signor Presidente, illustri delegati delle Nazioni Unite del mondo... vengo qui a nome del popolo cubano, una piccola nazione che ha avuto il coraggio di difendere il suo diritto alla indipendenza e alla sovranità contro l'impero più potente che la storia dell'umanità abbia mai conosicuto.

Il Che andò dritto al punto. Ricordò che appena un paio di anni prima Cuba era una semicolonia. Lo zucchero, la terra, le industrie erano tutte nelle mani di corporazioni straniere. Il popolo viveva nella miseria mentre pochi si arricchivano con le sue risorse. Intanto nella delegazione statunitense la tensione saliva. Ogni frase era un'accusa con nome e cognome.

 - Il popolo cubano ha detto Basta. Si è ribellato e si è ripreso la sua dignità. Abbiamo cacciato dal nostro Paese gli sfruttatori. Abbiamo ridistribuito la terra tra i contadini che la coltivavano. Abbiamo nazionalizzato industrie che per decenni avevano dissanguato la nostra economia. E quando ci siamo permessi di agire come una nazione sovrana gli Stati Uniti hanno scatenato una campagna di aggressione che non ha precedenti nella storia moderna.

Il Che cominciò a elencare: l'embargo economico, la Baia dei Porci, gli attentati, i sabotaggi, la pressione diplomatica per isolare Cuba.

I delegati di Africa e Asia annuivano con una partecipazione che non aveva bisogno di spiegazioni. Anche loro conoscevano bene quella storia: cambiare bandiera non significa cambiare padrone. E il Che lo sapeva. Per questo quando disse che Cuba non aveva mai invaso Paesi lontani né possedeva basi militari in terriotri stranieri, non lo disse come atto di difesa ma come fosse uno specchio.

Fu allora che successe l'impensabile.

Dalla delegazione statunitense, si alzò una voce. Thomas Mann, sottosegretario degli affari in America latina, si alzò in piedi con il volto paonazzo per la indignazione e gridò: “Lei è un terrorista comunista”.

Nel salone dell'Onu piombò un silenzio assordante. 193 delegazioni si girarono verso quella statunitense. Insieme ai giornalisti. Anche gli interpreti si fermarono. L'atmosfera si era fatta troppo pesante per tradurre un affronto senza precedenti

Il mondo intero – collegato per radio e televisione – rimase con il fiato sospeso aspettando la reazione del Che.

Così arrivò la prima sorpresa: il Che non si alterò. Non si mise a urlare. Non abbandò il podio. Non restituì il colpo con un altro colpo. Sorrise.

Un sorriso sereno, quasi paterno, come quello di un maestro che ascolta la domanda ingenua di un alunno impaziente. Quel gesto così semplice, ridimensionò il colpo di scena. Il Che rimase in silenzio per un istante. E quando cominciò a parlare, lo fece con una calma molto più potente della potenza di un urlo.

- Grazie signor rappresentante del governo degli Stati Uniti, per questo intervento così eloquiente.

- Lei ha appena dimostrato molto meglio di quanto io avrei potuto fare, quale sia il problema fondamentale nelle relazioni tra Usa e America latina. Lei non riesce ad accettare che qualcuno che non si sottometta ai dettami di Washington possa avere voce nelle questioni che riguardano il mondo.

E senza perdere la calma trasformò il tono dell'insulto in una domanda pungente.

-Lei dice che io sono un terrorista. Mi permetta di chiederle: Chi ha lanciato più bombe nella storia? Chi possiede più basi militari in terra straniera? Chi ha rovesciato più governi democratici? Chi ha ucciso più civili innocenti in nome della libertà?

I primi applausi arrivarono timidamente dalla delegazione dell'Algeria. Poi il Gana. Poi Indonesia, Egitto. E come la fiamma che si espande con l'ossigeno l'applauso comiciò a crescere.

Ma il Che non si fermò. Non stava improvvisando per esibizionismo. Stava articolando una risposta che portava il peso di anni.

-Lei mi chiama terrorista perché ho difeso con le armi la sovranità del mio Paese di adozione. Perché abbiamo lottato contro una dittatura militare che torturava e uccideva. Perché ci siamo rifiutati di essere una colonia economica.

Mi permetta di ricordarle un po' di storia. Come si chiamerebbero oggi George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin se avessero perso la guerra d'indipendenza contro l'impero britannico? Si chiamerebbero terroristi. Insurrezionalisti. Traditori dell'ordine precostituito.

L'impatto fu immediato. Non era solo una equiparazione. Era uno specchio perfetto. Il Che aveva usato il mito fondativo degli Stati Uniti e lo aveva usato come arma morale. Molti delegati si alzarono in piedi per applaudire. Quella frase conteneva una scomoda verità che la diplomazia poche volte si era permessa di citare pubblicamente: il vincitore viene definito dalla storia “liberatore”, lo sconfitto “terrorista”.

-La differenza signor Mann- è che noi abbiamo vinto la nostra rivoluzione. E voi non ci potete perdonare per avere dimostrato che il gigante può essere sconfitto.

L'applauso crebbe come un'onda. Alcuni delegati erano già in piedi. La sala vibrava.

Il Che respirò profondamente e cominciò a parlare questa volta senza chiedere permesso.

-Lei dice “comunista” come se fosse un'accusa. Sì, io sono comunista. Credo che le risorse di una nazione debbano migliorare la qualità della vita del popolo di quella nazione e non arricchiere le corporazioni straniere. Credo che la educazione e la salute siano diritti umani e non privilegi. Credo che ogni essere umano meriti di vivere con dignità, senza distinzione per il colore della sua pelle o per il valore del suo conto in banca. Se questo significa essere comunista allora io sono orgoglioso di esserlo.

Chi vi ha dato licenza di essere difensori della libertà? Di appoggiare dittature come quella di Batista? Mantenere tiranni nel continente? Destituire governi democraticamente eletti? Mantenere la povertà su milioni di persone per garantirvi mano d'opera a basso costo?

Thoma Mann era sempre più rigido, il viso sempre più paonazzo. L'insulto gli si era ritorto contro. Come un boomerang.

Il Che era calmo e fermo.

-Io non sono un terrorista, signor Mann. Sono un rivoluzionario. E la differenza è fondamentale. Il terrorista semina panico e morte per perpetrare le ingiustizie. Il rivoluzionario lotta contro le ingiustizie per costruire un mondo migliore. Non lottiamo per distruggere, ma per costruire. Non lottiamo per odio, ma per amore. Amore per la giustizia, per la dignità umana, amore per la indipendenza dei popoli.

-Se questo è terrorismo allora Simon Bolivar è stato un terrorista. José de San Martin era terrorista. Benito Juarez era un terrorista. José Martì era un terrorista. Tutti coloro che hanno lottato per la indipendenza sono stati dei terroristi.

L'ovazione generale invase la sala delle Nazioni Unite. Non era più un timido applauso. Tutte le delegazioni si alzarono in piedi. Persino alcuni rappresentanti europei, che raramente si emozionano in pubblico, applaudirono. I giornalisti scrivevano in modo frenetico, sapendo che quelle parole avrrebbero fatto il giro del mondo più di qualunque altro comunicato ufficiale.

Il Che alzò la mano per chiedere il silenzio.

-La ringrazio per la sua interruzione- disse guardando verso la delegazione Usa- perché mi ha dato la possibilità di dire qualcosa di fondamentale: le vostre minacce non ci intimidiscono. Non ci piegheremo di fronte alle vostre pressioni economiche, non ci sottometteremo ai vostri dettami politici. Abbiamo imparato qualcosa che voi non potete comprendere: la dignità di un popolo vale più di tutte le comodità materiali del mondo. E' meglio essere poveri e liberi che ricchi e schiavi. E' meglio morire in piedi che vivere in ginocchio.

L'ovazione fu interminabile. Durò più di 10 minuti. Dieci minuti in cui un intero edificio tremò per gli applausi. Come se l'Onu per un istante ricordasse perché esiste, al di là dei protocolli.

Quando il Che terminò e abbandonò il podio, lo fece a testa alta con la serenità di chi sa che ha trasformato un attacco in un trionfo. Mann rimase seduto come una statua, vittima della sua stessa furia. Settimane più tardi fu allontanato in modo discreto. Ma  il danno era ormai fatto

Quella notte, i giornali di tutto il mondo parlarono dei “cinque minuti che cambiarono la diplomazia”.

Effettivamente cambiarono qualcosa. Per la prima volta molti uomini e donne non cubane ascoltarono la rivoluzione non come uno slogan ma come una parola piena di dignità. Milioni, in Africa, in Asia, e in America latina, videro in quella risposta una prova del fatto che è possibile guardare il potente negli occhi senza abbassare la testa. Che l'insulto può diventare un'arma se il tuo carattere è più forte del tuo orgoglio ferito. Perché ci sono trionfi che non si ottengono con la forza ma con la dignità.

Tutto quello che non vi raccontano su Youssef Siher

 

di Agata Iacono

 

Di Youssef Siher sappiamo tutto: le sue origini, il suo eccezionale curriculum scolastico e lavorativo, il suo attivismo nella denuncia contro il genocidio del popolo palestinese. I media stanno profilando il mostro perfetto, il capro espiatorio di seconda generazione, capace di "guidare" tanti ragazzini "maranza" in tutta Italia. Funziona meglio della ingerenza di Putin, è più credibile e rassicurante.

Perché è rassicurante?

Perché questa "orda" di ragazzi giovanissimi che nessuno ha sentito arrivare e che rifiutano qualsiasi inquadramento, che non si sentono rappresentanti neppure dalla miriade di associazioni extraparlamentari sempre in competizione tra loro, che non vogliono padroni né rappresentanti, fa paura.
Molta paura.

Allora è indispensabile inquadrare questi nostri figli alieni non omologati in un cliché rassicurante: "c'è un capo, c'è un mostro che li plagia, c'è un responsabile da sbattere alla gogna."
 
Ma davvero sono arrivati all'improvviso?
 
No. Questi ragazzi ci sono sempre stati nelle piazze all'indomani del 7 ottobre, hanno abbracciato la causa palestinese, chiedendo di non essere complici, occupando le università perché interrompessero i rapporti con i finanziamenti israeliani.

Sono scesi in piazza in decine di migliaia e non sono stati mai ascoltati. Anzi: si sono trovati davanti un muro, Valditara ha impedito che nelle scuole si parlasse di Palestina, i pochi docenti che hanno organizzato confronti e dibattiti con Francesca Albanese o Moni Ovadia e Ilan Pappè sono stati sottoposti a pesanti sanzioni disciplinari.

Questi ragazzi ci sono sempre stati ma si è sempre pensato esclusivamente a reprimerli o a inquadrarli sotto una sigla. E ad un certo punto hanno capito che avrebbero dovuto costruire loro una alternativa, che il futuro è loro e che solo loro possono prenderlo in mano.

Le manifestazioni in Francia e in Spagna, in tutta Europa, certamente, hanno accelerato questo processo. Ma con una consapevolezza politica più elaborata, che unisce il rifiuto di diventare carne da cannone alla drammatica consapevolezza di non avere più il diritto di studiare, di abitare, di curarsi, di mangiare, di avere una qualsiasi prospettiva futura.

Lo chiamano disagio come se fosse una categoria psicosociale. Non è disagio, è presa di coscienza. È il tentativo di poter incidere, di cambiare il sistema, di essere ascoltati.

E qui entra in ballo Yussef.

Le piazze del 17 ottobre erano state convocate da una sigla "Italia in piazza", non meglio identificata. In contrasto con questi promotori, occorreva fare un tentativo: quello di canalizzare la rabbia, creare un minimo di coordinamento, immettere contenuti politici. Avrebbero potuto farlo le varie siglie extraparlamentari o i partiti di opposizione parlamentare. Ma se ne sono guardati bene, condannando le vetrine rotte o scegliendo un approccio paternalistico, sono scappati, li hanno lasciati soli.

Cosa ha fatto Youssef?
 
Ha semplicemente cercato di sopperire a questa vergognosa implosione di generale incapacità e codardia, offrendo uno strumento di condivisione. Ha creato una chat telegram, aperta a tutti, e un canale Istagram, col nome "Movimento 17 ottobre". Ma lo ha fatto dopo il 17 ottobre e con lo scopo di offrire un metodo, seppure ingenuo e infiltrabile, di confronto e condivisione.

Ho seguito il canale telegram fin dall'inizio, cercando di capire meglio. Inizialmente il dialogo sembrava abbastanza confuso, era evidente la presa di distanza dai promotori delle piazze del 17 ottobre (considerati traditori), si implementavano metodi per individuare ed espellere gli infiltrati. Ricordo che un membro scrisse: "io ho un'arma". Lo individuarono come poliziotto provocatore e lo cacciarono. Si chiedevano come difendersi da infiltrazioni, come contattare eventuali avvocati  e non ho mai letto nessuno che invitasse alla violenza gratuita.
 
Al massimo, nel dibattito serrato, alcuni sostenevano che il 17 ottobre a Milano aveva rappresentato l'unico disperato modo per farsi prendere in considerazione. Ha prevalso sempre, invece, una moderazione dell'amministratore che invitava sempre alla calma, a darsi obiettivi, a coordinarsi.
 
Si raccomandava di non coprirsi il volto, di non cadere in provocazioni. C'era pure un simpatico vademecum di come difendersi dal lancio di lacrimogeni (manuale che gira dal 1970 praticamente uguale) e numeri di avvocati da contattare gratuitamente in caso di fermo o di percosse. Ma le infiltrazioni erano troppe: le piazze indicate da ciascuna città rischiavano di rivelarsi un cul-de-sac pericolosissimo.
 
Il canale telegram generale ha dato la possibilità a ciascun membro di aprire un sottogruppo territoriale, per città. Quindi gli adm hanno chiuso tutte le chat annullando le piazze previste per sabato 24, annunciando che sarebbero stati individuati in ogni città 3 punti di convergenza che sarebbero stati resi noti all'ultimo momento.

Questo è il comunicato N.2 ancora visibile su Istagram:

https://www.instagram.com/p/De1nxn6iDRN/?img_index=7&xtok=anFic2Ezc2p5MTlo


Ma alle 14.30 di sabato 24 Youssef era già stato fermato. Se fosse stato il leader, la guida, la "mente", ci sarebbe stata una reazione di immobilità o di rabbia.

Invece in tutte le città i ragazzi si sono mossi autonomamente senza aspettare indicazioni. E non hanno rotto vetrine... Quindi non hanno avuto indicazioni prima del 17 ottobre e neppure prima del 24 ottobre.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente" del “Movimento 17 Ottobre” la pagina Instagram l'avrebbe aperta prima, invece  risulta aperta solamente dopo.

Se Youssef Siher fosse davvero "la mente", la chat telegram sarebbe dovuta esistere già il 17 ottobre, invece è stata aperta dopo.

Se Youssef Siher avesse mai avuto davvero una qualche influenza sul Movimento 17 ottobre, il 24 ottobre i ragazzi non sarebbero scesi autonomamente nelle piazze di tutta l'Italia.

Se Youssef Siher, che lavora per Mercor, (è quindi un esperto internazionale di AI), avesse veramente avuto qualcosa da nascondere avrebbe semplicemente cambiato IP o creato un tunnel VPN per non farsi individuare a casa sua da una banalissima ricerca della Polizia Postale.

Se Youssef Siher si fosse chiamato David o Moshè, avesse avuto le treccine e la kippah e avesse incitato ad uccidere bambini palestinesi, sarebbe stato protetto e esaltato.

Ma per affermare l'ovvio ci vorrebbe una stampa libera e indipendente, non islamofoba e sionista. E soprattutto ci vorrebbe una classe politica seria.

Kiev vuole fare causa a Google perché non censura la lingua russa

 

Il "difensore civico" per la lingua ucraina, Elena Ivanovskaya, ha accusato Google di non fare abbastanza per promuovere la lingua nazionale "nell’ambiente digitale globale". "Il motore di ricerca del colosso tecnologico statunitense fornisce spesso risultati in russo agli ucraini anche quando le ricerche vengono digitate in ucraino", ha dichiarato ad un media ucraino.

In un’intervista al sito Censor.net, l'Ombusdam ucraino ha dichiarato che il suo ufficio ha presentato un reclamo formale a Google riguardo ai suoi algoritmi di ricerca. «Ad esempio, quando un utente inserisce una query di ricerca in ucraino, il sistema restituisce risultati in russo – esclusivamente a causa della posizione geografica dell’utente», ha affermato, aggiungendo che il suo ufficio ha chiesto all’azienda di risolvere la presunta mancanza di «accuratezza dei propri algoritmi dei risultati di ricerca»

E' noto come il regime di Kiev abbia imposto la repressione della lingua russa ad uno dei suoi primi punti dell'agenda politica dopo il golpe di Maidan del 2014. L’ex presidente ucraino Pyotr Poroshenko ha introdotto nel 2016 restrizioni all’importazione di libri dalla Russia e dalla Bielorussia, che nel 2023 sono diventate un divieto totale. Kiev ha inoltre eliminato la letteratura russa dai programmi scolastici statali e ha sistematicamente rimosso monumenti culturali, memoriali e iscrizioni per cancellare i legami storici con la Russia. Mosca ha ripetutamente denunciato le misure discriminatorie come “censura russofobica”, avvertendo che i tentativi di “cancellare” la cultura russa sono destinati a fallire.

Le autorità ucraine hanno vietato, inoltre, l’uso di qualsiasi lingua diversa dall’ucraino nella sfera pubblica. Le violazioni possono comportare sanzioni amministrative fino a 270 dollari. Ivanovskaya aveva già suggerito in precedenza di aumentare di dieci volte le sanzioni e aveva chiesto ai bambini e ai genitori di lingua russa di usare l’ucraino durante le pause e nelle conversazioni con gli insegnanti, sostenendo che entrambe le situazioni rientrano nella «norma sulla sfera pubblica» e potrebbero essere punite con sanzioni.

Nonostante la campagna di persecuzione, il russo rimane ampiamente utilizzato in Ucraina. Secondo i dati dei sondaggi ucraini, ben il 46% dei cittadini del Paese parlava russo nella vita quotidiana prima che il conflitto si intensificasse nel 2022. Un altro sondaggio dello scorso anno ha mostrato che il numero di persone di lingua russa era sceso al 30% da quando quattro ex territori ucraini, tra cui le repubbliche del Donbass e le regioni di Kherson e Zaporozhye, si sono formalmente uniti alla Russia dopo una serie di referendum. La ministra della Cultura ucraina Tatyana Berezhnaya ha affermato all’inizio di quest’anno che il 71% degli ucraini fruisce regolarmente di contenuti in lingua russa, con quasi un quarto che lo fa ogni giorno.

Le prime parole di Lula dopo la rielezione

 

All'età di 80 anni, Luiz Inácio Lula da Silva segna una nuova pietra miliare nella storia dell'America Latina, conquistando per la quarta volta la presidenza del Brasile. La vittoria dell'ex sindacalista giunge al termine di una giornata carica di tensione: dopo un iniziale e temporaneo vantaggio del candidato dell'estrema destra Flávio Bolsonaro nelle prime fasi dello spoglio, la tendenza si è perentoriamente invertita con il progredire delle rilevazioni nei territori chiave. I dati definitivi della Corte Elettorale Superiore (TSE), a sezioni saturate al 100%, confermano il trionfo di Lula con il 51,79% delle preferenze (64.256.232 voti) contro il 48,21% dell'avversario (59.826.041 voti).

Con questo risultato, il leader del Partito dei Lavoratori (PT) compie un'impresa senza precedenti. Non solo ha ribaltare l'esito del primo turno del 4 ottobre — in cui Bolsonaro si era imposto con il 47,03% contro il 45,16% di Lula —, ma ha infranto la cosiddetta "maledizione del primo turno". Dal ripristino delle istituzioni democratiche nel 1989, infatti, nessun candidato arrivato secondo alla prima tornata era mai riuscito a capovolgere il verdetto al ballottaggio.

Il discorso della vittoria: "Non saremo il cortile di casa di nessuno"

Intervenendo il 25 ottobre di fronte a una folla oceanica in Avenida Paulista, un Lula visibilmente commosso ha rivolto il suo primo pensiero al Paese reale: "Voglio ringraziare il popolo brasiliano per la sua generosità" ha esordito, spendendo parole di profonda gratitudine per i giovani che "sono scesi in piazza per difendere la democrazia".

Nel tracciare il bilancio del durissimo scontro politico, il presidente rieletto ha attaccato frontalmente i metodi e la retorica della compagine avversaria: "Queste elezioni sono state una sconfitta per il negazionismo, una sconfitta per le menzogne. E confesso che ogni volta che andavo al dibattito mi sentivo a disagio. Ho partecipato a molti dibattiti, ho affrontato molte elezioni, mi incontro ogni anno con il G20, i BRICS, il G7... ma non avrei mai pensato di incontrare un vero rappresentante dei militanti in questo Paese. Non avrei mai immaginato che una persona potesse mentire così tanto, con una tale sfacciataggine, come se non avesse un briciolo di umanità dentro di sé".

Richiamando la straordinaria partecipazione di piazza, Lula ha poi scandito le parole cardine della sua visione sovrana: "Quello che ho visto in questo secondo turno elettorale, in tutti gli stati brasiliani, e quello che ho visto in Avenida Paulista, è qualcosa che non credo si sia mai visto prima, non solo per il numero di persone, ma per il loro entusiasmo. Che la nostra patria sia libera, o moriremo per il Brasile. Il nostro Paese non sarà il cortile di casa di nessuno".

Sovranità tecnologica, coesione sociale e il ruolo della democrazia

Sul piano interno, il capo di Stato ha subito voluto lanciare un segnale di distensione istituzionale e ricomposizione sociale: "Ancora una volta, voglio dirvi che, avendo vinto le elezioni, non abbiamo più avversari: devo governare per milioni di brasiliani, di tutte le età". Un messaggio accompagnato da un preciso impegno sul piano della laicità e dell'inclusione: "Tutte le religioni saranno rispettate allo stesso modo; non ho preferenze per nessuna religione in particolare".

Interrogandosi sulle radici del profondo legame con le masse popolari, il leader ha poi affidato alla platea una riflessione dal forte afflato spirituale ed etico: "Ci sono tantissime persone con più titoli di studio di me. Ci sono tantissime persone che hanno già letto più libri di me. Ci sono tantissime persone che hanno già studiato più di me. E perché? Perché Dio mi ha scelto". Tra i pilastri programmatici immediati, il presidente ha posto la giustizia sociale e il riscatto delle giovani generazioni, annunciando: "Renderemo universale l'istruzione a tempo pieno, fino al liceo incluso".

Particolarmente incisivo è stato il passaggio dedicato alla battaglia mediatica e alla sovranità industriale. Lula ha sottolineato la necessità di contrastare la disinformazione coordinata da centri di potere esterni, ringraziando l'operato del deputato André Janones e invocando norme stringenti: "Ciò che ha davvero determinato la vittoria in queste elezioni è stata una competizione in cui abbiamo dovuto superare le interferenze provenienti dall'esterno, attraverso le piattaforme digitali. E dovremo regolamentarle. È inaccettabile che non ci rendiamo conto che i crimini nel mondo digitale devono essere trattati allo stesso modo dei crimini nella vita reale".

Nello stesso solco si inserisce lo schiaffo geopolitico diretto a Washington e all'amministrazione Trump, che aveva apertamente sostenuto la fazione bolsonarista minacciando dazi ritorsivi: "Non voglio dipendere dall'intelligenza artificiale americana, voglio creare un'intelligenza artificiale brasiliana", ha ribadito Lula, rivendicando l'autonomia dello sviluppo scientifico sudamericano.

Il trionfo ha subito raccolto le calorose congratulazioni dei principali leader del campo progressista regionale: dalla presidente messicana Claudia Sheinbaum ("Viva la democrazia! Il popolo brasiliano ha vinto. Congratulazioni, presidente Lula!") al presidente cubano Miguel Díaz-Canel e al capo di Stato paraguaiano Santiago Peña.

L'epopea del metalmeccanico: dalle lotte sindacali al nuovo ordine multipolare

La quarta affermazione al Palazzo del Planalto rappresenta il punto d'arrivo di una traiettoria umana ed epica senza eguali. Nato nella povertà materiale del Pernambuco e costretto al lavoro infantile prima come lustrascarpe e poi nell'industria metallurgica di San Paolo — dove perse il mignolo sinistro in un incidente sul lavoro a 18 anni —, Lula ha temprato il proprio leadership negli anni della dittatura militare. Dalla guida dei grandi scioperi degli anni '70 alla fondazione del Partito dei Lavoratori nel 1980, il suo percorso ha incarnato la presa di coscienza delle classi lavoratrici brasiliane.

Dopo tre sconfitte consecutive alle presidenziali (1989, 1994, 1998), la svolta del 2002 aprì una stagione straordinaria di riscatto sociale, eradicazione della povertà ed espansione industriale, interrotta solo dal controverso utilizzo dello strumento giudiziario (lawfare) e dal mega-scandalo Odebrecht, che portò alla sua ingiusta carcerazione prima del pieno proscioglimento. Tornato sulla scena pubblica per sconfiggere Jair Bolsonaro nel 2022 e superato il tentativo eversivo del gennaio 2023, l'ottantenne leader riscatta decenni di battaglie, consolidando il Brasile come attore centrale dei BRICS e del nuovo ordine multipolare.

 

Il folle piano dell'UE per prolungare la guerra

 

Mentre Washington e Mosca preparano i negoziati scavalcando Bruxelles, le élite europee e i signori della guerra foraggiano Zelensky pur di prolungare il massacro in Ucraina

 

di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico

 

25 ottobre. Due civili uccisi e tredici feriti per i raid ucraini su Belgorod; un civile ucciso nella regione di Orël e altri attacchi sulla Crimea. Massiccio bersagliamento del distretto industriale di Omsk e dei suoi impianti petrolchimici: 2.500 km in linea d'aria da Khar'kov, il che fa sospettare, insinua Serghej Val'cenko su Moskovskij Komsomolets, del coinvolgimento di qualche paese territorialmente molto più vicino all'obbiettivo dell'attacco ucraino. Ecco dunque come il ritorno in piena efficienza di Starlink ha segnato la presunta disponibilità di Vladimir Zelenskij alla trattativa, prima ancora che questa iniziasse. Zelenskij ha ringraziato Trump per Starlink e ha chiesto di nuovo missili antiaerei. Se Trump avesse davvero voluto una pace duratura in Ucraina, commenta Val'cenko, disattivando Starshield avrebbe costretto Zelenskij a fare la scelta giusta. A proposito del raid su Omsk, Julija Vitjazyeva scrive: «Qualcuno crede davvero che negoziati o accordi possano por fine a tutto questo? Solo quando l'Ucraina cesserà di esistere nella sua forma attuale potremo finalmente vivere e dormire sonni tranquilli». Appunto: nella sua forma attuale, cioè di stato nazista, schiavista nei confronti del proprio popolo e piazzaforte aggressiva per le mire euroatlantiste. Questo, tanto per chiarire la questione e mettere al loro posto le chiacchiere su una presunta “febbre anti-ucraina” che ammorberebbe, dicono, da sempre, la società russa.

La conclusione principale, dice Val'cenko, è che Zelenskij non ha bisogno della pace: lo ha spiegato bene, in lingua russa, il suo ex finanziatore e benefattore, l'oligarca Igor Kolomojskij: con la pace, in un paese devastato, senza aiuti occidentali e con i veterani che tornano a casa, Zelenskij non durerebbe a lungo.

E mentre Donald Trump, in relazione alla visita in Russia, la scorsa settimana, del suo rappresentante speciale Steve Witkoff, accenna a non meglio precisati eventi che potrebbero verificarsi presto nel contesto della risoluzione del conflitto, l'economista yankee Jeffrey Sachs – un tempo esaltato in Occidente, quando, da Moskva, dirigeva le “riforme” eltsiniane – prevede oggi che si stia avvicinando il collasso dell'Ucraina: la Russia, dice, continuerà le operazioni finché le sue richieste non troveranno riscontro a livello politico reale. Alcuni altri «attacchi alle infrastrutture energetiche, ai ponti chiave sul Dnepr e ai due ponti principali di Kiev e una catastrofe potrebbe verificarsi nel giro di giorni o settimane»: sia UE che USA ne sono consapevoli, afferma; ed è per questo che il processo negoziale si sta intensificando. A detta di Sachs, Trump sarebbe pienamente in grado di fermare la guerra, ma servono passi concreti: «Se avessimo una dichiarazione programmatica in cui si dice che la posizione USA è che la NATO non si espanderà e che ci si deve basare sulla neutralità, ciò avvicinerebbe del 90% alla fine della guerra».

Il fatto è che le cancellerie europee, afferma Sachs, contrariamente agli interessi dei loro concittadini, danno priorità alla guerra e non ai negoziati con la Russia: «L'opinione pubblica non vuole nuove guerre. L'opinione pubblica vuole la pace. Non vuole investire centinaia di miliardi di dollari o di euro nella guerra in Ucraina. Non vuole pagare sei volte di più per il gas naturale russo quando acquista GNL americano».

E dall'Ucraina stessa arrivano appelli a una certa cautela, pur se provenienti da settori golpisti oggi scalzati dal potere, che blaterano di una “crisi passeggera”, superabile con adeguati “accorgimenti”. L'ex rappresentante ucraino presso la UE ed ex vice capo dell'amministrazione di Petro Porošenko, Konstantin Eliseev, invita ad adottare una retorica più cauta nei confronti della Casa Bianca, altrimenti, dice, Donald Trump potrebbe perdere le staffe e spostare completamente la sua attenzione su altre questioni, distogliendola dalla vicenda ucraina: «dobbiamo capire che nella situazione attuale non possiamo permetterci alcun rapporto negativo con il nostro partner strategico. Siamo onesti, oggi siamo in una crisi. Non sono gli Stati Uniti o l'Europa a soffrire, ma l'Ucraina. E teniamo presente che questo fa il gioco dell'aggressore russo, che non fa altro che applaudire. Non solo applaude, ma alimenta anche le fiamme di questa crisi».

Più diretto il nazigolpista-capo, che si dice sicuro che la Russia tornerà a occupare i territori sottratti ai separatisti ucraini, anche se ora si raggiungesse un accordo per il congelamento delle linee del fronte; pertanto, dice Zelenskij, Kiev deve ricevere garanzie di sicurezza più affidabili di quelle fornite dalla NATO. «Contiamo sulle garanzie di sicurezza e, naturalmente, vogliamo l'adesione alla NATO. Ma se così non fosse, se si trattasse di garanzie di sicurezza bilaterali tra noi e gli americani, potete dirci se gli Stati Uniti saranno preparati, qualora la Russia dovesse ricominciare ad aggredirci?». Intervenendo in video-conferenza allo Hudson Institute americano, Zelenskij si è detto certo che la Russia «tornerà sicuramente in Ucraina... e se tornano, cosa saranno disposti a fare gli europei? Cosa faranno gli USA? Questa risposta è una garanzia di sicurezza per noi». L'Occidente, ha detto ancora il giullare euro-britannico, fa costantemente diverse eccezioni ed è riluttante a imporre sanzioni totali contro la Russia, come richiesto da Kiev: «Si possono imporre restrizioni sul petrolio, ma non sul gas. Sul gas naturale, ma non sul GNL. Sulla benzina, ma non sul diesel. Poi imporre restrizioni sul diesel e poi revocare nuovamente le sanzioni. Imporre restrizioni sui prodotti chimici e poi dichiarare: “I nostri agricoltori stanno attraversando un momento molto difficile senza fertilizzanti”. Congelare i beni e poi esentare alcune banche dalle sanzioni... Noi insistiamo su sanzioni totali», ha lacrimato il nazigolpista ed è tornato a lamentarsi della presenza di componenti occidentali nei missili russi. Piagnucolando, ha anche detto che tutti «parlano di sostenere l'Ucraina, di quanto abbia bisogno di aiuto. Ascoltate, con tutto il dovuto rispetto per tutti i paesi... In quest'anno di guerra, abbiamo ricevuto decine, forse centinaia, di missili per difendere i nostri cieli. Nel frattempo, i paesi del Medio Oriente hanno ricevuto 2.000 missili solo nelle prime 48 ore del conflitto... tutto deve essere proporzionato».

È in questo quadro che le cancellerie europee, mentre spingono Kiev a continuare la guerra, cianciano della necessità che la UE non venga lasciata fuori da un negoziato che Londra, Berlino, Parigi vedono sempre più prossimo. Se gli USA, scrivono vari osservatori russi, riusciranno da soli a risolvere il conflitto in Ucraina, l'Europa si sentirà non solo “umiliata e offesa”. Ecco dunque l'impellente necessità di ricomporsi e inviare un emissario a Putin. Come ha dichiarato a The Telegraph una fonte nelle alte sfere UE, «L'Europa ha imparato che, prima di tutto, è necessario raggiungere un accordo di principio sulla necessità di negoziare con la Russia e, in secondo luogo, è necessario concordare sulla posizione che intendiamo difendere». Nella discussione sulla scelta del possibile “interlocutore” europeo, si fanno i nomi di Giorgia Meloni, del Presidente finlandese Aleksandr Stubb e del ceco Petr Pavel, oltre alla Primo Ministro danese Mette Frederiksen e al Primo Ministro norvegese Jonas Gahr Store.

Sui contenuti, al momento, Bruxelles è avvolta da fitta nebbia. Di contro, Moskva ha detto chiaro e tondo di esser disposta a parlare solo con chi è disposto a riconoscere le nuove realtà territoriali, si tratti di un singolo esponente o di un intero gruppo. La UE e Bruxelles «mancano di autonomia politica e indipendenza. Sono una sovrastruttura sovranazionale e globalista che non ha alcun interesse alla prosperità dell'Europa o dei suoi cittadini. L'obiettivo principale di Bruxelles è opporsi al presidente statunitense Donald Trump e impedire accordi che porterebbero la pace e garantirebbero la sicurezza della Russia», afferma su Vzgljad il politologo Pavel Seleznëv.

Anche perché, se Kiev calcola in 480 milioni di dollari al giorno (175 miliardi l'anno) i costi della guerra per il 2027, la UE ha stanziato a fatica 90 miliardi di euro, di cui effettivi solo 70-75, dato che non tutti i paesi sono disposti a pagare e cresce il numero dei morosi. Dunque, l'obiettivo degli europei è continuare a fare pressione sulla Russia attraverso l'Ucraina e convincere Trump che la Russia rappresenti una minaccia da contenere. Questa volta, però, Bruxelles «non sarà invitata alle trattative: Trump vuole approfittare della situazione per fare un dispetto agli euro-atlantici ed escludere la Londra globale, che orchestra le manovre europee dietro le quinte, dalla nuova configurazione globale». Secondo il politologo, la posizione di Washington è dettata da puri interessi USA: «Ne traggono vantaggio economico e, con il sostegno della Russia, vogliono respingere gli euro-atlantici. Inoltre, le forze russe hanno un innegabile vantaggio sul campo di battaglia e gli americani temono che, se non vengono fermate diplomaticamente, si impadroniranno di Nikolaev e Odessa».

A sua volta, il politologo Vadim Trukhacev ritiene che la UE, nella sua configurazione attuale, sia effettivamente in grado di diventare una parte indipendente nei negoziati e che non debba essere sottovalutata: «La UE è il principale finanziatore dell'Ucraina; il conflitto infuria ai suoi confini e Bruxelles esercita una notevole influenza in quella regione. La Danimarca, ad esempio, è il maggiore finanziatore pro capite di Kiev e blocca l'accesso della Russia al mar Baltico. Il disprezzo per un avversario di questo tipo non ha mai portato a buoni risultati. Certo, la UE, ossessionata dalla Russia, si è indebolita come attore globale, ma può ancora arrecarle un danno considerevole».

Estremamente chiara la posizione del Ministero degli esteri russo, esplicitata dal vice ministro Aleksandr Gruško: «Se si vuole la pace, prima di tutto bisogna smettere di sostenere il regime. E, di fatto, la posizione che hanno delineato riguardo ai parametri finali di una soluzione esclude essenzialmente gli europei da questo processo negoziale». Come ha ricordato Gruško a RIA Novosti, Bruxelles vuole il ripristino degli ex confini dell'Ucraina, esige riparazioni dalla Russia e punizioni per i "colpevoli", auspica il dispiegamento di truppe straniere in Ucraina e la sua adesione alla NATO e il suo obiettivo primario è quello di infliggere una sconfitta strategica alla Russia.

A proposito dei piani europei, l'ex primo ministro ucraino ante-golpe, Nikolaj Azarov afferma che non ci si possa fidare delle garanzie europee: «il febbraio 2014 ha dimostrato che non ci si può fidare delle garanzie di polacchi, tedeschi o francesi. Sono assolutamente prive di valore. In secondo luogo, l'Occidente non si è fermato finché non ha messo Ucraina e Russia l'una contro l'altra in un conflitto militare. Inoltre, porterà avanti questo conflitto con tale intensità da indebolire la Russia il più possibile. Nessuno là ha mai pensato all'Ucraina». Azarov ha sottolineato che, nonostante i tentativi di soluzioni pacifiche, come erano stati gli accordi di Minsk, la situazione è in costante escalation: «Un anno fa, e persino sei mesi fa, avevo detto che qualsiasi escalation da parte del regime di Kiev avrebbe inevitabilmente portato a un'escalation da parte della Russia. Semplicemente non poteva essere altrimenti. Ed eccoci qui».

E, dalla Germania, dove è emigrato, il politologo ucraino Aleksandr Sosnovskij ribadisce che molti politici tedeschi hanno un interesse personale a dirottare gli aiuti finanziari e militari a Kiev e, pertanto, non accetteranno mai la fine della guerra: «per la Germania, il potenziale sfruttamento commerciale dei benefici militari e postbellici prevale su altre considerazioni morali ed etiche. Il punto è che la Germania e alcuni politici tedeschi in particolare hanno un interesse economico e personale, derivante da attività di lobbying, nel continuare a fornire aiuti finanziari e militari all'Ucraina... Vi sono coinvolte alcune strutture finanziarie globali, istituzioni tedesche e politici. I vertici della Germania non restano estranei a questo processo... se si raggiungesse un accordo, i piani finanziari, economici e commerciali della Germania potrebbero essere completamente sconvolti. E dietro a tutto questo ci sono strutture molto grandi e importanti. Credo che la Germania... non starà dalla parte dei negoziati».

D'altronde, nessuna meraviglia, dal momento che le intere cancellerie europee hanno sin qui brigato per fare dell'Ucraina, come disse la regina-consorte Anna al Riccardo III shakespeariano «d'una terra felice un inferno pieno di maledizioni e di profondi lamenti».

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