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La rivoluzione di Ansarallah: lo Yemen oltre la propaganda atlantista (INTERVISTA A TIM ANDERSON)

 

Dietro la narrazione occidentale che li etichetta sbrigativamente come "ribelli Houthi" o meri burattini dell'Iran, si nasconde una delle rivoluzioni popolari più complesse e censurate del nostro tempo. Il movimento yemenita di Ansarallah non solo ha resistito per un decennio alle brutali guerre per procura scatenate dalle monarchie del Golfo e da Washington, ma ha avuto il coraggio di sfidare l'egemonia israelo-americana nel Mar Rosso in difesa del popolo palestinese. In questa intervista esclusiva a Tim Anderson di Roberta Rivolta - traduttrice in italiano del suo libro sullo Yemen -  viene smontata la propaganda che impazza in tutti i media filo NATO, ripercorrendo la genesi di un movimento fondato su giustizia sociale, indipendenza nazionale e lotta all'imperialismo, che si prepara a sconfiggere definitivamente le forze occupanti e a ridisegnare gli equilibri dell'intera Asia Occidentale.

 

di Roberta Rivolta


D: Come ti è venuta l'idea del libro? Qual era il tuo scopo e come lo hai pianificato?

R: Dopo molteplici tentativi sono riuscito a visitare lo Yemen all'inizio del 2025. Ho incontrato varie persone nel settore delle relazioni estere, tra cui il responsabile degli archivi della presidenza, il quale, sapendo che avevo scritto di Siria e di Asia Occidentale, mi ha suggerito di pubblicare un libro sullo Yemen. Avevo già dedicato all’argomento alcuni articoli e un capitolo di West Asia After Washington, ma sapevo che questi miei scritti non erano completi. Dal momento che ritengo interessante a volte raccogliere le voci di più autori, che si occupino di argomenti simili e condividano alcuni valori fondamentali, ho proposto di comporre una raccolta di saggi, con l’obiettivo di spiegare che cosa è accaduto davvero in Yemen. Nonostante l'interesse suscitato dalle operazioni condotte nel Mar Rosso, non si sapeva quasi niente della rivoluzione di Ansarallah del 2014. Si sapeva che gli Stati Uniti chiamano Ansarallah “proxy dell’Iran”, o “ribelli Houthi”, e che in Yemen era in corso quella che a un certo punto è stata definita la peggiore catastrofe umanitaria del mondo. Credo che in molti si siano sorpresi quando nel 2023 gli yemeniti, dopo l'inizio del genocidio a Gaza, sono intervenuti contro gli israeliani in sostegno del popolo palestinese. Uno degli obiettivi fondamentali che mi sono proposto è stato, quindi, spiegare alle persone oneste e curiose — quelle a cui mi rivolgo quando scrivo — come il governo rivoluzionario yemenita abbia potuto, nonostante le circostanze molto difficili, intervenire in aiuto dei fratelli arabi e musulmani. Il progetto è partito da qui.



D: Puoi darci un quadro di come è nato Ansarallah e di come è cresciuto?

R: Ansarallah è nato nel nord dello Yemen come movimento di rinascita zaidita. All’epoca era presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh che, mentre da una parte appoggiava gruppi estremisti settari allineati all'Arabia Saudita, tipo al-Qaeda, dall'altra scatenò una serie di guerre contro il movimento su incoraggiamento di Bush, nel quadro della sua supposta guerra al terrorismo. Questa repressione militare fu uno dei fattori che alimentarono le rivolte contro Ali Abdullah Saleh nel 2011, l’anno in cui il Qatar metteva in scena le cosiddette rivoluzioni colorate in Libia e Siria. A quel tempo Ansarallah assunse una posizione molto cauta e non cercò di prendere il potere immediatamente. Non aveva un piano per prendere il potere, in realtà, ma era molto preoccupato dagli interventi stranieri sulle politiche di Saleh. Anche dopo che Saleh fu cacciato, Ansarallah non cercò di riempire il vuoto politico ma, insieme a gran parte dei movimenti insurrezionali, accettò Mansour Hadi quale presidente ad interim e la formazione di un Dialogo nazionale. Negli anni ‘90, dopo oltre un secolo di divisione imposta dalle potenze colonizzatrici, lo Yemen aveva riconquistato l’unità nazionale sotto la presidenza di Ali Abdullah Saleh. Ansarallah aveva sostenuto la sua nomina allo scopo di scongiurare il rischio di una guerra civile, ma quando, nel 2014, prima ancora che gli yemeniti avessero dato effettivamente inizio al Dialogo nazionale, le monarchie del Golfo presentarono una proposta di rinnovata ripartizione del Paese, scoppiò la rivoluzione. La divisione dello Yemen promossa dalle monarchie del Golfo, dietro le quali si sospettò immediatamente un’ingerenza statunitense, avrebbe prodotto un diseguale accesso alle risorse nazionali; in particolare a quelle petrolifere, i cui proventi sarebbero finiti nelle mani di un gruppo ristretto di beneficiari. Ansarallah si impegnò per includere nel processo rivoluzionario quante più fazioni possibile. È anche per questo motivo che è disonesto chiamare il movimento "ribelli Houthi” o “forza di destabilizzazione", fino al paradosso di accusarlo di collusione con al-Qaeda. Su questa calunnia infondata avanzata dagli USA si è basata la sua classificazione da parte dell’ONU quale “minaccia alla sicurezza della regione”. In realtà sono proprio gli alleati degli Stati Uniti i responsabili della nascita di al-Qaeda. nella Penisola Arabica. E questo è risaputo, al punto che perfino fonti statunitensi ammettono che al-Qaeda. ha combattuto contro Ansarallah. Come in Siria, gli Stati Uniti hanno cercato di incolpare le forze politiche indipendenti, i popoli indipendenti, della destabilizzazione che essi stessi provocavano.



D: Quali pensi siano state le idee principali che hanno guadagnato ad Ansarallah il favore degli yemeniti?

R: Il punto di forza principale è stata l'idea dell'unificazione del Paese, il principio che le risorse appartengano a tutti, e non a gruppi particolari per il loro beneficio personale.
In secondo luogo, il progetto di sviluppo di una società equa fondata su principi islamici – nella visione di Ansarallah, i principi fondanti di una società giusta vanno ricercati nel Corano – che ha avuto presa perfino nello Yemen del Sud il quale, nonostante fosse socialista, ha sempre riconosciuto l’Islam come religione di stato.
L’obiettivo dell’espulsione delle potenze straniere e delle forze regionali ad esse asservite. Gli yemeniti desideravano sinceramente l'indipendenza, desideravano avere voce in capitolo nella gestione del Paese e non doversi assoggettare a regole dettate da governi stranieri. E stato questo il problema di Ali Abdullah Saleh: venne visto sempre di più come un agente delle ambizioni occidentali e dei sauditi. Infine, la difesa della cultura musulmana. Ansarallah insegna a distinguere con chiarezza gli amici dai nemici, e insegna a non lasciarsi irretire dalla cultura occidentale, che punta a distruggere quella islamica autoctona.


D: Quali sono stati i rapporti tra lo Yemen e l’Asse della Resistenza nel tempo?

R: Lo Yemen di Saleh è stato l'unico paese dell'Asia Occidentale ad aderire all'Organizzazione Mondiale del Commercio, il che è interessante perché nel dibattito globale sviluppatosi tra fine anni '90 e inizio anni 2000 sulla Banca Mondiale e sull’OMC, circolavano posizioni molto critiche nei confronti del liberismo. Non solo l’Iran, ma praticamente tutti i paesi arabi e islamici hanno sostanzialmente bypassato l’imposizione dei principi liberali da parte di Washington negli anni '90: le cosiddette politiche di aggiustamento strutturale, le privatizzazioni, il "chi usa paga", la distruzione dei sistemi di istruzione e dei sistemi sanitari pubblici, eccetera. Lo Yemen, invece, ci finì dentro perché alla presidenza c’era Ali Abdullah Saleh. E questo fu uno degli elementi che portarono alla sua caduta, perché fu visto sempre più come un agente delle potenze occidentali. Hussein al-Houti sostenne l'unificazione dello Yemen sotto Ali Abdullah Saleh, anche se non era d'accordo con quelle politiche, perché non voleva che si scatenasse una guerra civile, e perché tutte le principali fazioni yemenite sostenevano l'unificazione da molto tempo.

Per quanto riguarda l’Asse, se ne cominciò a parlare davvero solo dopo l'invasione dell'Iraq nel 2003, credo. Sebbene la propaganda statunitense si fosse scatenata contro l'Iran fin dalla rivoluzione del 1979, nel 2003 Washington avviò il progetto per un “Nuovo Medio Oriente”, che prendeva di mira tutti i popoli indipendenti nella regione. Il nome di “Asse della Resistenza” nacque in risposta alla definizione di Bush di un “asse del male” composto da Iran, Iraq e Corea del Nord. Gli iraniani in risposta ribaltarono la sua espressione: “In realtà noi siamo l’asse della resistenza”.
Se si pensa a Hezbollah, o anche ad Hamas, la resistenza esisteva già da prima. Ma nacque allora l'idea di una coalizione per combattere quella che assumeva sempre più i contorni di una guerra coordinata contro l’intera regione. Ricordiamo che fu coinvolta la NATO nell'invasione dell'Afghanistan, per esempio, e che, nonostante la defezione della Francia, molti Paesi parteciparono all'invasione dell'Iraq. L'idea dell’Asse dava corpo alla prospettiva di un’alleanza nella regione che potesse agire di concerto. Gli iraniani hanno sempre aiutato i palestinesi, fin dall'inizio. Hanno istituito la Giornata di al-Quds e hanno sempre sostenuto in varie forme il popolo palestinese. Durante la guerra imposta da Saddam Hussein per mandato delle potenze occidentali, l’Iran si ritrovò costretto a sviluppare una propria capacità militare, perché nessuno gli offrì sostegno, neanche l’Unione Sovietica, alleata di Saddam Hussein.
Perduta ogni fiducia negli altri Paesi, molto presto Teheran si mise in contatto con la resistenza irachena sorta in opposizione a Saddam Hussein. Nei primi anni ‘80 nacque Hezbollah, che prese ispirazione dalla rivoluzione iraniana, e si formarono i gruppi della resistenza islamica palestinese, richiamandosi prima alla Fratellanza Musulmana e poi alla Rivoluzione Iraniana.
Si formò così, a poco a poco, un'alleanza tra gruppi di resistenza che combattevano contro quello che era percepito sempre più come un nemico comune, soprattutto dopo l'invasione dell'Iraq, e le numerose guerre ibride scatenate contro l’intera regione da Bush e Obama. L’Asse divenne così una realtà sempre più forte, con l'Iran in prima linea, motivo per cui gli Stati Uniti e gli israeliani hanno sviluppato una vera ossessione nei confronti della Repubblica Islamica.



D: Molti in Occidente sono convinti che le popolazioni arabe si siano rivolte all'Islam dopo il fallimento del socialismo. Concordi con questa teoria?

R: L’Islam è sempre stato una componente fondamentale nelle culture della regione. Come ho già detto, era la religione di stato perfino nello Yemen del Sud socialista. L’adesione al Corano non è un fenomeno nuovo. Un fattore ben più rilevante è stato il declino del panarabismo, dopo il crollo del nasserismo, la riconciliazione di Sadat con gli israeliani e il tradimento della Siria, nella guerra del Tishrin del 1973. Anche la Lega Araba, una creazione chiave del panarabismo, quando cadde ostaggio delle monarchie del Golfo Persico perse del tutto il suo carattere antimperialista e indipendente. Penso, quindi, che sia stato il fallimento delle alleanze panarabe la vera causa dell’affermarsi della resistenza islamica in Asia occidentale.

Quanto al socialismo, il partito Baath era un gruppo panarabista revivalista e dichiaratamente socialista. Quindi sono sempre esistite correnti socialiste nella regione. Ce ne sono state anche in Iran. Ali Shariati fu un intellettuale socialista di spicco in Iran. Ma alla fine non fu quella socialista la componente dominante nella rivoluzione. Diversi gruppi socialisti presero parte alla rivoluzione iraniana e sostennero il governo islamico nei primi anni. Il Partito Comunista Tudeh, per esempio, sostenne la rivoluzione islamica nei primi anni, ma facendo sostanzialmente il doppio gioco. Era molto legato all'Unione Sovietica, ma l'Unione Sovietica non fu mai un’alleata dell’Iran come lo è oggi la Russia. Non solo non aiutò la rivoluzione iraniana, nonostante la politica estera sovietica fosse in genere molto progressista e a favore dei movimenti anticoloniali, ma si schierò con Saddam Hussein nella guerra imposta dall’Iraq. Gli iraniani non avevano alcun motivo di legarsi all'Unione Sovietica o a partiti alleati all'Unione Sovietica. Il Tudeh collaborò con i rivoluzionari per un certo periodo, in sostanza perché voleva sbarazzarsi dei suoi rivali di sinistra; e immagino che tutti i piccoli gruppi di sinistra che parteciparono alla rivoluzione si aspettassero di avere alla fine un ruolo più importante di quello che ebbero. Ma in fondo la leadership era a stragrande maggioranza islamica, anche a causa della precedente repressione di ogni forma di dissenso da parte dello scià. Nel regime autoritario instaurato da Reza Pahlavi, grazie alla particolare struttura sociale del Paese, gran parte della mobilitazione e dell’organizzazione politica da parte dei rivoluzionari avvenne attraverso le moschee. Quindi la socialdemocrazia non ebbe un ruolo molto rilevante perché era già stata schiacciata negli anni Cinquanta. Ma, come ho detto, c’erano correnti, come quella di Shariati, che consideravano le idee socialiste perfettamente coerenti con la tradizione sciita di lotta contro l'oppressione e per la giustizia sociale.
Alla vittoria della rivoluzione, come sappiamo, la fazione guidata da Khomeini assunse la posizione dominante. E l’Iran produsse un sistema ibrido, inventando l'Islam politico. I liberali conservarono un ruolo importante, ma il blocco antimperialista guidato da Khomeini, e poi da Khamenei, divenne fondamentale nel mantenere il regime liberale con i piedi per terra quando era al potere. Tradizionalmente, infatti i cosiddetti hardliner, che in Iran sono chiamati “principalisti”, sono la fazione che persegue politiche più allineate con quelle che l’Occidente percepisce come “di sinistra”: sussidi per gli strati poveri della popolazione, previdenza sociale, sovvenzioni dirette, pianificazione urbana, eccetera. Temi non propugnati di certo dai partiti conservatori, nei Paesi occidentali. Al contrario, i liberali iraniani sono più aperti all’economia privata, più filo-capitalisti. Lo sono anche oggi, tra l’altro, perché nutrono molte illusioni sul liberalismo occidentale, sperano di esservi incorporati, di beneficiarne. Gran parte delle classi medie in Iran aspira a questo obiettivo, mentre le politiche delle sinistre occidentali in Iran sono promosse, di fatto, dai principalisti.

In Yemen succede qualcosa di simile, perché ci sono sempre state correnti panarabiste, soprattutto nello Yemen del Nord, influenzate dall'Egitto di Nasser e dal partito Baath. Esisteva anche un partito Baath, e forse c’è ancora. E sopravvive una parte del Partito Socialista, che ha anche contribuito alla rivoluzione nel 2014.

Passando alla Palestina, il Fronte Popolare e il Fronte Democratico sono popolari in Occidente perché, in quanto correnti socialiste, sono più comprensibili agli occidentali; ma oggi non sono necessariamente le componenti dominanti della resistenza palestinese. Ed è naturale, in un certo senso, se si osserva come nel Sud globale tutti i processi rivoluzionari hanno conquistato il consenso popolare solo quando si sono fondati sulla cultura autoctona. L’umanesimo socialista di José Marti a Cuba, per esempio. O la teologia della liberazione in Venezuela. Una cosa simile è avvenuta in Nicaragua. In tutta l'America Latina hanno avuto molta influenza l'educazione popolare e la teologia della liberazione. Tutte le correnti rivoluzionarie del Sud del mondo hanno conquistato consenso costruendo sui valori culturali esistenti, piuttosto che cercando di soppiantarli con sottoculture provenienti da altri Paesi, per esempio da quelli occidentali. Molti autori latinoamericani hanno ribadito più volte che non si può trapiantare un movimento politico da una cultura a un'altra.



D: Puoi dirci qualcosa sull'attuale leader di Ansarallah, Abdul Malik al-Houti?

R: Abdul Malik è un fratello minore di Hussein al-Houti, fondatore del movimento. È un leader molto abile ed è sostanzialmente il capo della rivoluzione. Pronuncia regolarmente discorsi che, grazie alla tecnologia odierna, sono disponibili al pubblico in rete, a differenza di quelli di suo fratello, quasi irreperibili. A me ricorda Hassan Nasrallah, in un certo senso, perché Abdul Malik Al-Houthi è un pensatore, è un analista geopolitico, e allo stesso tempo è un comandante militare. Lo stesso duplice ruolo che ricopriva Nasrallah. Soleimani non era così. Soleimani era un comandante militare ma ha concesso pochissime interviste, perché il suo capo era Khamenei, e lui demandava sempre alla Guida Suprema la prospettiva geopolitica. Khamenei è stato una specie di genio, in termini di preparazione del Paese. Era tremendamente esperto, era stato un presidente eletto molto popolare negli anni '80. Andò al fronte durante la guerra ed è risaputo che, quando successivamente fu reclutato per il ruolo di Guida Suprema, cercò di sottrarsi alla nomina perché a quel tempo non era ancora un vero leader religioso. Ma era stato un presidente tremendamente esperto.

In ogni caso, Abdul Malik non ricopre lo stesso ruolo di leader religioso, è semplicemente fedele ai principi del Corano. Inoltre, Ansarallah non crede nel governo religioso. Credo che la loro visione sia che la società debba essere improntata ai valori islamici, quali furono enunciati da Hussein, ma non aspirano a un imamato. Hanno istituito una leadership rivoluzionaria, e un governo parallelo che coesiste con essa, e penso che il loro sistema politico sia ancora in via di formazione. Come per Chavez in Venezuela, la leadership rivoluzionaria permette loro di agire rapidamente, senza farsi rallentare dalla burocrazia, ma non hanno ancora un piano economico, per esempio. Come a Cuba, come in Iran, la leadership rivoluzionaria agisce sulla base dei propri principi ispiratori, ma definisce il percorso man mano, adattandosi alle circostanze, strada facendo, o “sobre la marcha”, come diceva Chavez.



D: Tornando a oggi, vorrei chiederti di spiegare quali siano le forze politiche in campo in Yemen, in questo momento.

R: Basandosi sul progetto coranico – che si è diffuso enormemente dopo l’uccisione del suo fondatore nel 2004 – Ansarallah ha cercato di allargare la sua coalizione il più possibile, includendovi praticamente tutte le forze politiche presenti nel Paese, compresi membri della Fratellanza Musulmana, una parte del vecchio Partito Socialista e una corrente del Congresso Generale del Popolo, il partito di Saleh. Per gran parte degli ultimi dodici anni l’incarico di Primo Ministro non è stato ricoperto da membri di Ansarallah, ma da rappresentanti del CGP. Dato il suo carattere fortemente inclusivo, nella coalizione coesistono prospettive diverse, ma la leadership rivoluzionaria, che è una sorta di potere parallelo a quello governativo, appartiene ad Ansarallah. La struttura amministrativa è un progetto in formazione. Ansarallah nomina i governatori delle province, che collaborano con i consigli tribali locali. Alcune dispute commerciali, civili e persino penali, per esempio, vengono risolte a livello locale, avvalendosi delle norme del diritto tradizionale. Quindi, piuttosto che fingere che tali consuetudini non esistano, mi sembra che Ansarallah stia cercando di infondere i principi del Progetto Coranico nel sistema dei clan, che è molto forte, molto influente. Stanno creando qualcosa di nuovo, qualcosa che non si può categorizzare in termini totalmente occidentali. Stiamo parlando di un sistema che esiste da migliaia di anni, e che non si può buttare via alla leggera, perché vi sono inscritti valori sociali e di giustizia sociale. Forse vi sono presenti anche elementi di ingiustizia sociale, ma è qui che cerca di intervenire la supervisione della leadership rivoluzionaria. Naturalmente esistono anche i tribunali nazionali, ma in molti casi è più vantaggioso risolvere le diatribe a livello locale. Quindi, penso che stiano creando qualcosa di nuovo.

Sappiamo, inoltre, che hanno respinto con decisione la proposta di ripartizione del Paese, perché il grosso delle risorse petrolifere sarebbe finito nelle mani di poche persone abbastanza fortunate da vivere a Marib o in altre zone ricche di giacimenti. E non era questo che volevano, ciò a cui aspirano è un’industria nazionale. Questo coerentemente con la logica della riunificazione, secondo la quale unità del paese significa che i proventi delle industrie nazionali, come quella petrolifera, un giorno permetteranno di costruire infrastrutture pubbliche, come ospedali, scuole e università. Quindi vediamo che l’obiettivo dell’unificazione già di per sé contiene valori sociali. A questi si aggiungono i principi coranici, promossi dalla rivoluzione. Sono principi già presenti da molto tempo anche nella cultura tribale, ma che forse hanno bisogno di qualche correzione, di un rinnovamento.

Sul fronte interno, penso sia molto difficile parlare di contrasti quando c’è una guerra in corso. È un po’ come parlare di conflitti all’interno della società palestinese, quando il loro obiettivo primario è liberarsi dal dominio coloniale. Sì, ci sono differenze nella società palestinese. C'è differenza tra le persone totalmente espropriate e quelle che ancora possiedono una casa o un terreno, ma non c’è contrapposizione oggi in Cisgiordania tra i diseredati e le classi medie. Non è questa la loro priorità. Penso non lo sia né per i palestinesi né per gli yemeniti. Gli yemeniti vogliono liberare il loro paese, preservare l'unità nazionale, e solo dopo potranno cominciare a occuparsi di giustizia sociale.

Il conflitto esiste con le fazioni che si sono alleate con l'occupazione; come l’Islah, il partito dei Fratelli Musulmani. Non so in che misura siano cambiate le posizioni di questi gruppi da quando sono cambiati gli sponsor dell’occupazione. Come sappiamo, i sauditi hanno cacciato il Qatar nel 2017, e hanno cacciato gli Emirati tra la fine dell'anno scorso e l’inizio di quest’anno. Ovviamente Emirati e Qatar avevano costruito relazioni con i rispettivi proxy; che non erano esattamente gli stessi dei sauditi. Come in Siria, le monarchie del Golfo avevano ciascuna le proprie brigate, che condividevano alcune idee settarie, ma avevano finanziatori diversi e approcci leggermente diversi, oltre alle gelosie su chi riusciva ad accaparrarsi più armi e denaro. Sospetto che qualcosa di simile stia accadendo oggi nella parte occupata dello Yemen. Cosa è successo al Consiglio di Transizione del Sud di Aden? Non lo so. Il loro principale patrocinatore erano gli Emirati, ora sono i sauditi. Ci sarà stato qualche cambiamento in termini di relazioni, probabilmente, ma non saprei dire in quale direzione. So che Ansarallah ha reclutato parecchi combattenti dalle aree occupate, e questo potrebbe essere molto importante quando si arriverà alla liberazione finale di posti come Marib e soprattutto Aden. Perché, dopo che questa battaglia per Taiz sarà risolta, penso che sarà Aden il prossimo obiettivo.



D: Pensi che, dopo che avrà liberato Marib e Aden, il governo rivoluzionario di Ansarallah sarà riconosciuto da altri stati?

R: Penso di sì. Penso che diverrà molto difficile per qualsiasi governo continuare a definire pochi individui residenti a Riyadh come “governo dello Yemen”. È già stato difficile mantenere questa finzione per dodici anni, ma diventerà del tutto insostenibile a quel punto. E, una volta che i governi internazionali inizieranno a rompere i ranghi... È pazzesco che al momento solo un Paese al mondo, l’Iran, riconosca il governo di Sana'a. Gli Stati Uniti e gli israeliani potrebbero mantenere le loro posizioni, perché per loro il governo guidato da Ansarallah è un anatema. Non lo accetteranno mai. Ma i Paesi con un minimo di cervello dovranno riconsiderare la loro posizione. Perché la liberazione di Marib e Aden significherà che Ansarallah controllerà non solo l’intera popolazione yemenita, ma tutte le attività commerciali e finanziarie del Paese. I sauditi non riusciranno più a mantenere il blocco economico, e a quel punto come potranno gli europei continuare a sostenere un governo in esilio? Sarà molto difficile. A meno di essere così servili verso gli Stati Uniti da ubbidire a ogni loro diktat in modo spudorato. Ma sospetto che gli europei, e anche gli asiatici, cominceranno a rompere i ranghi.

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